ELIAS CANETTI.
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IL FRUTTO DEL FUOCO.
Storia di una vita. 1921 1931.
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Titolo originale: Die Fackel im Ohr.
Traduzione di: Andrea Casalegno e Renata Colorni.
1996. Adelphi Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il frutto del fuoco, secondo pannello della sua autobiografia (1980; Adelphi, 1982), si apre subito dopo la cacciata dal paradiso di Zurigo che chiudeva La lingua salvata e sar seguito da Il gioco degli occhi.
La realt tumultuosa e febbrile degli anni Venti, fra la Vienna di Kraus e la Berlino di Brecht - un periodo in cui ci che si abbatteva sugli uomini era pi che un grande disordine, erano come tante esplosioni quotidiane. Leducazione sentimentale e intellettuale di uno scrittore che ha sempre voluto e saputo tenere unito ci che si frantumava in mille schegge.
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L'AUTORE.
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Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905  Zurigo, 14 agosto 1994)  stato uno scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico, di lingua tedesca, insignito del Nobel per la letteratura nel 1981.
Era primo dei tre figli di Jacques Canetti, commerciante ebreo di remote origini spagnole e di Mathilde Arditti, nata da una ricca famiglia ebraica sefardita di origini italiane (gli avi materni erano sefarditi livornesi che si erano stabiliti in Bulgaria). La lingua della sua infanzia fu il ladino o giudeospagnolo parlato in famiglia, ma il piccolo Elias fece presto esperienza con la lingua tedesca, usata in privato dai genitori (che la consideravano la lingua del teatro e dei loro anni di studio a Vienna).
Dopo avere appreso il bulgaro, si trov ad avere a che fare con l'inglese quando il padre decise di trasferirsi per lavoro a Manchester nel 1911.
Nel 1912, con la morte improvvisa del padre Jacques, cominciarono le peregrinazioni della famiglia, che si spost prima a Vienna e poi a Zurigo, dove Canetti trascorse, tra il 1916 e il 1921, gli anni pi felici. 
I viaggi, le relazioni e le numerose lingue praticate, costituiscono il corposo patrimonio culturale di Canetti. La sua opera, oltre ad essere incentrata sulla metamorfosi,  essa stessa una metamorfosi continua: un solo romanzo, un solo libro di "antropologia", pochi testi teatrali, alcuni saggi, alcuni aforismi, un diario di viaggio e un'autobiografia.. 

IL FRUTTO DEL FUOCO
A Veza Canetti
1897-1963

PARTE PRIMA
INFLAZIONE E IMPOTENZA
Francoforte 1921-1924
Pensione Charlotte
I cambiamenti di scena dei miei primi anni li accettai senza opporre resistenza. Non ho mai rimpianto di essere stato esposto da bambino a impressioni tanto forti e contrastanti. Ogni posto nuovo, per quanto estraneo mi apparisse allinizio, mi conquistava per limpronta peculiare che lasciava in me e per le sue imprevedibili diramazioni.
Un solo passo ho vissuto con amarezza: la ferita per il distacco da Zurigo non si  mai rimarginata. Avevo sedici anni e mi sentivo cos legato agli uomini, ai luoghi, alla scuola, al paese, alla poesia, persino alla lingua che mi ero conquistato vincendo lostinata resistenza della mamma, che non avrei voluto lasciarli mai pi. A Zurigo avevo passato cinque anni soltanto, ero ancora giovanissimo,
eppure mi sembrava di non dover pi andare in nessun altro posto: a Zurigo avrei voluto passare tutta la mia vita, in un benessere spirituale sempre pi grande.
Fu uno strappo violento, e tutte le ragioni che avevo messo in campo per difendere il mio desiderio di rimanere erano state derise. Dopo il colloquio  annientatore che aveva deciso il mio destino, mi sentivo un essere ridicolo e meschino, un pavido che pensa solo ai libri e non sa guardare la vita in faccia, un presuntuoso imbevuto di un falso sapere, che non serve a nulla, un essere angusto e
soddisfatto di s, un parassita, uno che vive di rendita, gi vecchio prima di aver affrontato una qualsiasi prova.
Nel nuovo ambiente, la cui scelta era dipesa da circostanze che per me rimasero oscure, reagii in due modi alla brutalit del cambiamento. Innanzitutto con la nostalgia, che era ritenuta una malattia tipica degli abitanti del paese in cui ero vissuto; provando una fortissima nostalgia mi sentivo proprio uno di loro. Ma reagii anche con un atteggiamento critico verso il mio nuovo ambiente. Era finita per sempre lepoca in cui lignoto si riversava in me senza incontrare  ostacoli. Ora cercavo di chiudermi a un ignoto che mi era stato imposto contro la mia volont. Ma di  ripulse totali e indiscriminate non ero capace, essendo, per carattere, troppo ricettivo, e cos cominci un  periodo di verifiche puntuali e di
asprezza satirica. Delle cose diverse da come le conoscevo esageravo la stranezza e finivo per trovarle buffe. E, come se non bastasse, molte novit si presentarono insieme.
Ci eravamo trasferiti a Francoforte e, siccome la situazione era incerta e non sapevamo ancora per quanto tempo saremmo rimasti in quella citt, andammo ad abitare in una pensione. Vivevamo in
due stanze, un po pigiati; non eravamo mai stati a contatto cos stretto con altra gente, e, pur sentendoci una famiglia a s, mangiavamo gi a pianterreno con tutti  gli altri al lungo tavolo comune.
Nella pensione Charlotte conoscemmo persone dogni genere, le vedevo tutti i giorni a pranzo, cambiavano solo ogni tanto. Alcune si trattennero per tutto il periodo, due anni, che passai in quella
pensione, altre soltanto per un anno, oppure per sei mesi; erano persone molto diverse tra loro, e tutte mi sono rimaste impresse nella memoria; dovevo stare per molto  attento per capire di che cosa parlavano. I miei fratelli, che avevano allora undici e tredici anni, erano i pensionanti pi giovani e subito dopo venivo io, coi miei sedici anni.
Non sempre gli ospiti si incontravano gi in sala da pranzo. La signorina Rahm, una mannequin snella, giovane, biondissima, la bellezza alla moda della pensione, scendeva per il pranzo solo ogni
tanto. Mangiava poco, per via della linea, ma tanto pi era presente nei discorsi degli altri. Non cera uomo che non la seguisse con lo sguardo, non cera uomo che non la desiderasse; e poich si sapeva
che oltre al suo accompagnatore fisso, il proprietario di un negozio di abbigliamento maschile che non abitava nella pensione, anche altri uomini andavano ogni tanto a trovarla, molti facevano dei progetti su
di lei con il tono compiaciuto di chi ha messo gli occhi su qualcosa che gli spetta di diritto e che, prima o poi, potrebbe anche essere suo. Le donne le tagliavano i panni addosso. Gli uomini, se osavano
parlare di lei davanti alla moglie, oppure se erano soli, mettevano invece una buona parola, soprattutto lodavano la sua figura elegante; era cos alta e snella - dicevano - che lo sguardo, correndo lungo il suo corpo, non sapeva dove fermarsi.
A capotavola sedeva la signora Kupfer, scura di pelle e consumata dalle preoccupazioni, una vedova di guerra che mandava avanti la pensione per mantenere se stessa e il figlio, donna ordinatissima, precisa, sempre compresa delle difficolt del momento, ma solo di quelle traducibili in cifre;  Io questo non posso permettermelo  era la sua frase preferita. Alla sua destra sedeva il figlio
Oskar, un giovane tarchiato con sopracciglia foltissime e fronte bassa. A sinistra della signora Kupfer sedeva il signor Rebhuhn, un uomo piuttosto anziano, sofferente dasma, un funzionario di banca
estremamente affabile, che si aggrondava e si infuriava soltanto quando il discorso cadeva sullesito che aveva avuto la guerra. Pur essendo ebreo, era un fervente nazionalista, e, se qualcuno lo
contraddiceva su quellargomento, vibrava rapido come il baleno - lui, di solito cos accomodante - la sua pugnalata. Si agitava tanto che gli veniva un attacco dasma e allora sua sorella, la signorina Rebhuhn, che viveva con lui nella pensione, era costretta a portarlo via. Ma poich questa sua suscettibilit era nota e inoltre tutti sapevano quanto lasma lo facesse soffrire, di solito a tavola si evitava di portare il discorso su quel punto dolente, cos che le sue esplosioni erano assai rare.
Solo il signor Schutt, sofferente per una ferita di guerra non certo meno grave dellasma del signor Rebhuhn (era sempre molto pallido, poteva camminare solo con le grucce e aveva dei dolori cos
forti che per sopportarli doveva ricorrere alla morfina), solo il signor Schutt, dicevo, parlava senza peli sulla lingua. Odiava la guerra e si rammaricava che fosse finita troppo tardi, quando lui ormai era stato gravemente ferito; quella guerra, sottolineava, laveva prevista, aveva sempre pensato che il Kaiser fosse un pericolo pubblico; lui era un socialista indipendente e al Reichstag avrebbe votato senza esitare contro i crediti di guerra. Era stata unidea quanto mai infelice far sedere quei due, il signor
Rebhuhn e il signor Schutt, cos vicini a tavola, separati soltanto dallanziana signorina Rebhuhn. Nel momento del pericolo lei si girava a sinistra, verso il suo vicino, protendeva dolcemente le labbra da vecchia zitella, ci metteva davanti lindice e lanciava al signor Schutt una lunga occhiata supplichevole, mentre con lindice della mano destra rivolto obliquamente verso il basso accennava con precauzione al fratello. Il signor Schutt, di solito cos accanito, capiva, e quasi sempre si bloccava, perlopi lasciando
addirittura la frase a mezzo; del resto, parlava a voce bassissima, tanto che bisognava ascoltare molto attentamente per capire qualcosa. Cos, grazie alla vigilanza della signorina Rebhuhn, che tendeva
sempre lorecchio alle frasi del signor Schutt, la situazione era salva. Il signor Rebhuhn non si era mai accorto di nulla, e certo non cominciava per primo, era luomo pi pacifico e soave del mondo. Solo se qualcuno si metteva a parlare della fine della guerra, approvandone il carattere insurrezionale, la pugnalata gli saliva fulminea alle labbra, ed egli si gettava nella mischia con cieco furore.
Ma sarebbe sbagliatissimo credere che a tavola questo tipo di tensioni fossero abituali. Quel conflitto  lunico che mi sia rimasto in mente, e forse lavrei perfino dimenticato se dopo un anno non si fosse a tal punto acuito che divent necessario allontanare da tavola entrambi i contendenti, il signor
Rebhuhn come sempre al braccio della sorella, il signor Schutt assai pi faticosamente sulle sue grucce,
aiutato dalla signorina Kndig, una professoressa che viveva nella pensione da molto tempo, aveva
fatto amicizia con lui e in seguito lo spos, per dargli una casa sua e assisterlo pi convenientemente.
La signorina Kndig era una delle due professoresse ospiti della pensione. Laltra, la signorina
Bunzel, aveva il viso butterato e una voce un po piagnucolosa, come se a ogni frase si lamentasse per
la propria bruttezza. Nessuna delle due poteva dirsi giovane, avevano circa qua-rantanni, e insieme
rappresentavano la cultura nella pensione. Zelanti lettrici della  Frankfurter Zeitung , erano sempre
aggiornate sui grandi temi del momento, si capiva che erano alla ricerca di interlocutori che sapessero
dimostrarsi allaltezza della loro conversazione. Ma se anche non trovavano nessuno che avesse voglia
di dire la sua su Unruh o su Binding, su Spengler o sul Vincent di Meier-Graefe, le signorine non si
dimostravano comunque prive di tatto: memori di ci che dovevano alla proprietaria della pensione, in
certe circostanze sapevano tacere. Mai, del resto, si poteva avvertire una sfumatura di scherno nella
voce piagnucolosa della signorina Bunzel. E la signorina Kndig, che era di modi assai pi giovanili e
aggrediva con pari vivacit gli uomini e i temi culturali, era sempre in attesa di incontrare le due cose
insieme, poich un uomo a cui lei non potesse parlare avrebbe avuto occhi soltanto per la signorina
Rahm, la mannequin. Una persona a cui lei non potesse fornire le sue delucidazioni su questo o su
quello, non lavrebbe comunque mai interessata; per questo motivo - confess a mia madre a
quattrocchi -non si era ancora sposata, bench fosse, a differenza della collega, una donna attraente.
Un uomo che non prendesse mai un libro in mano per lei non era neanche un uomo; meglio piuttosto
restare libera, senza le preoccupazioni di una casa da mandare avanti. Nemmeno di avere dei bambini
aveva poi questa gran voglia, ne vedeva in giro anche troppi. Andava a teatro e ai concerti, e quando ne
parlava amava seguire limpostazione della  Frankfurter Zeitung. Era una cosa davvero strana,
diceva, come i critici fossero sempre del suo stesso parere.
A mia madre, la quale detestava lestetismo decadente dei viennesi e in compenso aveva un
debole per il modo di esprimersi dei tedeschi colti, che le era familiare fin dai tempi di Arosa, la
signorina Kndig piaceva; le credeva, e non fece commenti maligni quando not il suo interesse per il
signor Schutt. Questi, a dire il vero, era un uomo troppo amareggiato per mettersi a conversare di arte o
di letteratura, e quando la signorina Kndig gli parlava di Binding, da lei apprezzato non meno di
Unruh (entrambi comparivano spesso sulle colonne della  Frankfurter Zeitung ), lui si limitava a
reagire con un brontolio semirepresso. Una volta che il discorso cadde sul nome di Spengler, cosa
allora inevitabile, il signor Schutt dichiar: Al fronte quello non c stato. Non mi risulta , al che il
signor Rebhuhn obiett in tono pacato:  Non mi pare che per un filosofo abbia molta importanza .
 Per un filosofo della storia forse s  intervenne la signorina Kndig, e da ci si poteva
dedurre che, con il dovuto rispetto per Spengler, lei stava dalla parte del signor Schutt. Ma quella volta
non si arriv al conflitto. Gi nel fatto che il signor Schutt esigesse da qualcuno il servizio al fronte e
invece il signor Rebhuhn fosse propenso a esimerlo cera una nota conciliante, come se i due si fossero
scambiate le parti. Tuttavia la questione vera e propria - se Spengler fosse stato al fronte oppure no -per
quella via non fu risolta, tanto che io ancora oggi lo ignoro. Alla signorina Kndig, era evidente, il
signor Schutt faceva pena. Per un bel pezzo riusc a nascondere questo suo sentimento dietro
espressioni un po goliardiche, come  il nostro soldatino  oppure  eccolo qui ancora una volta . Dal
volto di lui non si riusciva a capire se quelle frasi gli facevano piacere, la trattava in modo
perfettamente neutro, come se lei non gli avesse mai rivolto la parola; tuttavia, entrando in sala da
pranzo la salutava con un cenno del capo, mentre non degnava neppure di uno sguardo la signorina
Rebhuhn, seduta alla sua destra. Un giorno che noi tre eravamo rimasti a scuola pi a lungo del solito e
ancora non eravamo a tavola, il signor Schutt aveva domandato alla mamma:  Dov la sua carne da
cannone?  - come lei stessa ci raccont poi con grande sdegno.  Mai e poi mai!  aveva ribattuto la
mamma, adirata, e lui aveva aggiunto in tono sarcastico:  Mai pi guerre! .
Comunque il signor Schutt apprezzava la fiera avversione che la mamma nutriva per la guerra,
che pure non aveva mai conosciuto da vicino, e le sue osservazioni provocatorie erano intese, se mai, a
confermarla in quei sentimenti. Fra i pensionanti cera anche gente ben diversa, che egli sembrava
ignorare a tutti gli effetti. Per esempio una giovane coppia, i Bemberg, che sedevano alla sua sinistra:
lui, agente di borsa, aveva un gran fiuto per gli affari e lodava persino l''abilit della signorina Rahm,
intesa come capacit di destreggiarsi fra i numerosi spasimanti.   la pi chic di tutte le giovani
signore di Francoforte  diceva, ed era fra i pochissimi che non lavevano presa di mira; ci che aveva
fatto colpo su di lui era  il suo fiuto per i quattrini  e il suo modo scettico di reagire ai complimenti. 
Quella non si lascia abbindolare. Vuol prima sapere che cosa c dietro .
Sua moglie, un vero concentrato della moda del giorno (ci che meno stonava era ancora la
pettinatura alla maschietta), era una donna leggera in senso diverso dalla signorina Rahm. Veniva
dalla buona borghesia, ma nessuno lavrebbe mai detto. Era chiaro che si comprava tutto ci che le
faceva piacere, ma che teneva veramente a poche cose. Frequentava le mostre di pittura e guardava con
interesse le toilette dei ritratti femminili; confessava un debole per Lucas Cranach e lo spiegava con la
sua  pazzesca  modernit - ma il verbo spiegare suona davvero prolisso, rispetto alle sue scarne
interiezioni.
I Bemberg si erano conosciuti ballando lo shimmy. Erano ancora due perfetti estranei, eppure
sapevano gi tutti e due, confessava lui non senza fierezza, che  dietro  cera qualcosa, soprattutto da
parte di lei, ma lui era gi considerato un giovane agente di borsa assai promettente. Lui la trov  chic
, la invit a ballare e la chiam subito  Pattie .  Lei mi ricorda Pattie,  le disse  una ragazza
americana . Lei volle sapere se  Pattie  era stata il suo primo amore.  Per cos dire  rispose lui. Lei
cap, trov  pazzesco  che la sua prima fiamma fosse stata unamericana e si tenne il nome di Pattie.
Lui la chiamava cos davanti a tutti i pensionanti, e quando lei non veniva a pranzo diceva:  Oggi
Pattie non ha fame. Pensa alla linea .
Avrei certo dimenticato quella coppia inoffensiva, se non fosse per il signor Schutt, che riusciva
a trattarli come se non esistessero. Quando arrivava, appoggiandosi sulle grucce, era come se quei due
si fossero dileguati. Non udiva il loro saluto, non vedeva le loro facce, e la signora Kupfer, che solo in
memoria del marito caduto in guerra tollerava la presenza del signor Schutt nella pensione, neppure una
volta os pronunciare davanti a lui le parole  signor Bemberg  o  signora Bemberg . I due
sopportavano senza protestare quel boicottaggio che, partito dal signor Schutt, non si era tuttavia esteso
agli altri pensionanti. Era come se i Bemberg compatissero linvalido, che a loro sembrava un
poveruomo da ogni punto di vista, e anche se la compassione non era particolarmente intensa, si
trattava pur sempre di un sentimento in grado di contrapporsi efficacemente al suo disprezzo.
Allaltro capo del tavolo i contrasti erano meno acuti. Vi sedeva il signor Schimmel, un
caporeparto che sprizzava salute da tutti i pori, con i baffi tesi e le guance rosse, un ex ufficiale che mai
dimostrava amarezza o scontento. Il sorriso che non abbandonava mai il suo volto era una sorta di stato
danimo, ed era rassicurante constatare che esistono esseri cos immodificabili. Neppure il tempo, per
orribile che fosse, riusciva ad alterare il suo umore, e lunica cosa un po sorprendente era che tanta
contentezza restasse sola e che, per rimanere tale, non avesse bisogno di alcun complemento. Trovarlo
non sarebbe stato diffcile, poich, non lontano dal signor Schimmel, sedeva la signorina Parandowski,
commessa, bella e fiera creatura con una testa da statua greca, che non si lasciava affatto confondere
dai riferimenti della signorina Kndig alla  Frankfurter Zeitung , e sulla quale le lodi del signor
Bemberg alla signorina Rahm scivolavano via come acqua fresca.  Io non potrei  diceva scuotendo il
capo. Non aggiungeva nulla, ma era chiaro che cosa non avrebbe potuto. La signorina Parandowski
ascoltava, ma interveniva raramente; limperturbabilit le donava. I baffi del signor Schimmel - che le
sedeva quasi di fronte - sembravano spazzolati a dovere soltanto per lei, quei due erano fatti luno per
laltra. Eppure lui non le rivolgeva mai la parola, mai una volta che entrassero o uscissero insieme dalla
sala, sembrava che si fossero messi daccordo per dimostrare che fra loro non cera niente. La signorina
Parandowski non aspettava che il signor Schimmel si alzasse e spesso veniva a tavola molto prima di
lui. Una cosa per li accomunava, il mutismo, ma lui sorrideva sempre come se non stesse pensando a
niente, lei invece, il capo fieramente eretto, era serissima, come se stesse sempre pensando a qualcosa.
Che sotto ci fosse un mistero era chiaro a tutti, ma ogni tentativo della signorina Kndig, che
sedeva poco lontano, per venirne a capo naufrag miseramente contro la monumentale resistenza di
entrambi. Una volta la signorina Bunzel si lasci andare a tal punto da mormorare  Cariatide!  dietro
la signorina Parandowski, mentre la signorina Kndig salut gaiamente il signor Schimmel con 
Arriva la cavalleria! . La signora Kupfer la redargu immediatamente, che alla sua tavola non si
permettesse mai pi - disse - apprezzamenti personali sugli altri ospiti, ma la signorina Kndig
approfitt di quella ramanzina per domandare chiaro e tndo al signor Schimmel se aveva qualcosa da
eccepire contro un simile appellativo.  Mi ritengo onorato;  rispose il signor Schimmel con un sorriso
 ho servito fra i cavalleggeri .  E tale rester fino alla fine dei suoi giorni . In questo modo
sarcastico soleva reagire il signor Schutt alle scappatelle della signorina Kndig, ancr prima che fosse
risaputo che fra loro cera del tenero.
Eravamo a Francoforte da circa sei mesi quando si present nella pensione il signor Caroli, uno
spirito superiore. Riusciva a tenere tutti a debita distanza perch aveva letto molto. Le sue osservazioni
sarcastiche, che si rivelavano frutti accuratamente canditi delle sue letture, mandavano in visibilio la
signorina Kndig, la quale, se non riusciva a scoprire la fonte della citazione, implorava umilmente
delucidazioni.  La prego, la supplico, mi dica questa dove lha presai Me Io dica, la prego, altrimenti
non riuscir a prender sonno neppure stanotte. Ma dove crede che labbia presa,  rispondeva il
signor Schutt al posto del signor Caroli  lha presa certo dal Bchmann, come tutti i suoi discorsi .
Errore gravissimo, e pessima figura del signor Schutt, perch nemmeno una delle citazioni del signor
Caroli era tratta dal Bchmann.  Piuttosto che ricorrere al Bchmann preferirei avvelenarmi; 
ribatteva questultimo  io cito soltanto le cose che ho letto per davvero . E nella pensione erano tutti
convinti che dicesse la verit. Lunico a dubitarne ero io, perch il signor Caroli ci ignorava. Neppure
la mamma gli piaceva, che in fatto di cultura avrebbe potuto senzaltro tenergli testa, perch a tavola i
suoi figli, cio noi tre, rubavano il poste) agli adulti e per colpa nostra bisognava reprimere le battute
pi spiritose. In quel periodo stavo leggendo i tragici greci, e quando un giorno il signor Caroli cit un
passo dellEdipo re (ne aveva visto una rappresentazione a Darmstadt), io continuai la citazione; egli
fece finta di non sentire e poich io, ostinato, ripetei la citazione, egli si volt di scatto verso di me
domandando in tono tagliente:  Lavete fatto oggi a scuola? . Per la verit, io intervenivo cos
raramente nella conversazione, che quella lezioncina per tapparmi la bocca una volta per tutte era
davvero ingiusta, e anche gli altri commensali se ne resero conto. Ma temevano la sua ironia, e cos
nessuno protest, ed io, mortificato, non dissi pi nulla.
Il signor Caroli, oltre a ricordare una quantit di citazioni a memoria, sapeva fabbricarne di
false con grande maestria, e poi aspettava, per vedere se qualcuno aveva colto la sua prodezza. La
signorina Kndig, appassionata frequentatrice di teatri, era fra tutti quella che lo seguiva pi da vicino.
Il signor Caroli, che era un uomo veramente spiritoso, dimostrava grande talento soprattutto nel
parodiare le frasi pi serie e commoventi. Non pot evitare che la signorina Rebhuhn, lanima pi
sensibile della compagnia, gli dicesse che per lui nulla era sacro, ma ebbe la sfacciataggine di ribattere:
 Feuerbach no davvero . Tutti sapevano che per la signorina Rebhuhn Feuerbach era - lasciando da
parte il fratello asmatico -una vera e propria ragione di vita.  Avrei voluto essere Ifigenia  diceva
(quella di Feuerbach, naturalmente).
Il signor Caroli, un uomo di circa trentacinque anni con un modo di fare da meridionale,
abituato a sentirsi dire dalle donne che la sua fronte sembrava quella di Trockij, non era tenero con
nessuno, neppure con se stesso, e una volta rispose alla signorina Rebhuhn che lui, invece, avrebbe
preferito essere Rathenau. Mancavano esattamente tre giorni allassassinio di Rathenau. Fu quella
lunica occasione in cui vidi il signor Caroli perdere il controllo. Mi guard in faccia con le lacrime agli
occhi - bench fossi solo uno studentello - e mi disse :  Questa  la fine! .
Il signor Rebhuhn, quelluomo cos affabile e innamorato dellimperatore, fu lunico a non
essere sconvolto dallassassinio di Rathenau. Apprezzava il vecchio Rathenau assai pi del giovane, al
quale non perdonava di essere entrato al servizio della Repubblica. Ammetteva, tuttavia, che prima,
durante la guerra, egli aveva reso qualche servizio al paese, quando la Germania aveva ancora il
proprio orgoglio, quando ancora era un impero.  Quelli accopperanno tutti, tutti  disse cupo il signor
Schutt. Il signor Bemberg nomin, per la prima volta nella sua vita, la classe operaia:  Questa, la
classe operaia non la far passar liscia! . Il signor Caroli disse:  Bisognerebbe emigrare!  e la
signorina Rahm, che non poteva soffrire gli assassinii, perch spesso portavano ad altre conseguenze,
aggiunse:  Mi porta via con s? . Il signor Caroli non se lo fece ripetere due volte. Da quel giorno
abbandon ogni pretesa intellettuale, le fece apertamente la corte e fu visto, con gran dispetto delle
signore, entrare nella sua stanza per uscirne soltanto alle dieci di sera.
Una visita di riguardo
Alla mensa della pensione Charlotte la mamma godeva di una certa considerazione, ma non
aveva un ruolo dominante. Anche quando si opponeva a Vienna, ne conservava limpronta. Di
Spengler sapeva soltanto ci che poteva dirle il titolo della sua opera. Della pittura non le era mai
importato gran che, perci quando van Gogh, con luscita del Vincent di Meier-Graefe, divenne
largomento pi nobile delle conversazioni a tavola, lei non era in grado dintervenire, e una volta che
si lasci trascinare a dire la sua non fece una gran bella figura. I girasoli non hanno profumo, disse, la
cosa migliore sono ancora i semi, che almeno si possono sgranocchiare. Segu alle sue parole un
silenzio imbarazzato, antesignana la signorina Kndig, che era la persona pi competente, in quella
tavolata, nel campo dellattualit culturale e che, in effetti, si appassionava a molti degli argomenti
trattati sulle pagine della  Frankfurter Zeitung . Proprio allora stava cominciando a diffondersi la
religione di van Gogh; una volta la signorina Kndig disse che solo da quando aveva conosciuto la vita
di van Gogh le si erano finalmente aperti gli occhi sul vero significato del Cristo. Il signor Bemberg
protest energicamente contro una simile affermazione; il signor Schutt la trov esagerata; il signor
Schimmel sorrise; la signorina Rebhuhn piagnucol :  Per non ha niente di musicale!  (si riferiva a
van Gogh) e, avvedendosi che nessuno aveva capito la sua frase, aggiunse senza scomporsi: Vi
immaginate van Gogh che dipinge il Concerto campestre? .
A quel tempo di van Gogh non sapevo nulla, perci quando salimmo in camera nostra chiesi
delucidazioni alla mamma. Ma ne sapeva talmente poco che mi vergognai per lei. Disse addirittura
(prima non lavrebbe mai fatto) :   un pazzo, che ha dipinto sedie di paglia e girasoli, sempre tutto
giallo, non poteva soffrire nessun altro colore, finch gli ha proprio dato di volta il cervello e si 
sparato una pallottola in testa . Queste informazioni mi lasciarono molto insoddisfatto, sentivo che la
follia che la mamma gli attribuiva era unaccusa rivolta a me. Da qualche tempo la mamma
condannava ogni forma di esaltazione, un artista su due per lei era un  pazzo , ma si riferiva solo ai
moderni (e in particolare ai viventi), gli altri, gli artisti del passato con i quali era cresciuta, li lasciava
stare. A nessuno, poi, permetteva di toccare il suo Shakespeare, e se a pranzo il signor Bemberg o
qualche altro incauto si permetteva di dire quanto avesse trovato noioso questo o quel dramma di
Shakespeare -era proprio ora di finirla, bisognava al pi presto sostituire Shakespeare con qualche
autore pi moderno - la mamma viveva i suoi grandi momenti, gli unici che ancora le fossero concessi
al tavolo della pensione.
Allora, finalmente, tornava a essere quella di una volta, suscitando in me lantica ammirazione.
Con poche frasi folgoranti annientava il povero signor Bemberg, che si guardava pietosamente intorno
sperando in un aiuto che nessuno era disposto a dargli. Quando era in gioco Shakespeare, la mamma
non si curava pi di nulla, non aveva riguardi per nessuno, non le importava pi niente di quello che gli
altri pensavano di lei, e quando una volta concluse dicendo che per gli uomini scialbi di quei tempi
dinflazione, uomini che pensavano soltanto al denaro, Shakespeare non era davvero lautore adatto, i
cuori pi diversi fremettero per lei: dalla signorina Kndig, che ammirava il suo slancio e il suo
temperamento, al signor Schutt, vera incarnazione del tragico, anche se non avrebbe mai usato questa
parola, fino alla signorina Parandowski, che era sempre dalla parte della fierezza e in Shakespeare
immaginava qualcosa di estremamente fiero. Perfino il sorriso del signor Schimmel ebbe un che di
arcano quando, fra lo stupore generale, fece il nome di Ofelia, e poi, temendo di averlo pronunciato
male, lo ripet unaltra volta pi lentamente.  Il nostro cavalleggero  stato allAmleto,  disse la
signorina Kndig  chi l'avrebbe mai detto  - ma fu subito interrotta dal signor Schutt :  Si pu
benissimo pronunciare il nome di Ofelia senza aver mai visto l' Amleto . Risult che il signor
Schimmel non sapeva affatto chi fosse Amleto, e la cosa suscit una grande ilarit. Mai pi os
spingersi tanto innanzi. Lattacco del signor Bemberg a Shakespeare, ad ogni modo, era stato
rintuzzato; persino sua moglie assicur che le piacevano tanto le attrici che recitavano Shakespeare in
abiti maschili, erano cos chic.
Allora il nome di Stinnes compariva spesso sui giornali. Era il periodo dellinflazione, ma io mi
rifiutavo di capire alcunch di economia; dietro a tutto ci che aveva attinenza con questioni
economiche fiutavo una trappola dello zio di Manchester, che voleva attirarmi nei suoi affari. Il suo
attacco in grande stile da Sprngli a Zurigo (erano passati due anni appena) me lo sentivo ancora nelle
ossa. Il suo effetto era stato ulteriormente rafforzato dalla tremenda discussione con la mamma. Tutto
ci che sentivo come una minaccia, lo riconducevo immancabilmente allinflusso dello zio di
Manchester. Era naturale che per me lui e Stinnes quasi si identificassero. Dal modo con cui a tavola si
parlava di Stinnes - linvidia che sentivo nella voce del signor Bemberg quando pronunciava il suo
nome, il disprezzo tagliente del signor Schutt ( Tutti diventano pi poveri e lui diventa sempre pi
ricco ), lunanime simpatia delle donne della pensione (la signora Kupfer:  Lui s che se lo pu
permettere ; la signorina Rahm, che gli dedicava la frase pi lunga del suo repertorio :  Che cosa si
pu mai sapere di un uomo cos! ; la signorina Rebhuhn:  Per la musica non ha tempo di sicuro  ; la
signorina Bunzel :  A me fa pena. Nessuno lo capisce ; la signorina Kndig: Vorrei leggere le
lettere dei suoi postulanti ; la signorina Parandowski avrebbe lavorato volentieri per lui,  perch si
saprebbe dove si va a finire ; la signora Bemberg pensava volentieri a sua moglie :  Per un uomo cos
bisogna vestirsi in maniera molto chic ) - insomma io sapevo che quando si cominciava a parlare di
Stinnes, la cosa andava avanti per un pezzo. Solo mia madre taceva. Per una volta il signor Rebhuhn
era daccordo con il signor Schutt, un giorno gli scapp persino una parola dura,  parassita  disse,
anzi, pi precisamente :   un parassita della nazione . Il signor Schimmel, con il suo mitissimo
sorriso, diede allosservazione della signorina Paran-dowski una piega inaspettata:  Forse ci ha gi
comprati tutti. Chi pu saperlo? . Se domandavo alla mamma come mai se ne stesse cos zitta,
rispondeva che era meglio per lei, come straniera, non immischiarsi in faccende strettamente tedesche.
Era chiaro per che pensava a unaltra cosa, qualcosa che non voleva tirar fuori.
Poi, un giorno, ci disse tenendo una lettera in mano:  Ragazzi, dopodomani avremo una visita.
Il signor Hungerbach viene a prendere il t da noi . Risult che aveva conosciuto il signor Hungerbach
nel sanatorio di Arosa. Era un po imbarazzante, disse, che venisse a farci visita nella pensione, era un
uomo abituato a tuttaltro genere di vita, ma lei non sarebbe riuscita a trovare un pretesto per disdire
lincontro, e poi ormai era troppo tardi, 'lui era in viaggio, non avrebbe saputo dove raggiungerlo. Ogni
volta che udivo la parola viaggio, immaginavo un esploratore che viaggiava a scopo di studio, perci
volli sapere in quale continente viaggiasse.   in viaggio per affari, naturalmente  rispose la mamma.
  un industriale . Ora capivo perch a tavola era rimasta in silenzio.   meglio non parlarne nella
pensione. Tanto sono sicura che quando arriva nessuno lo riconoscer .
Naturalmente, ero prevenuto; anche senza contare i discorsi sentiti a tavola, era un uomo che
apparteneva alla sfera dello zio orco, e poi che cosa voleva da noi? Sentivo nella mamma una certa
insicurezza, e pensavo di doverla proteggere da lui. Ma che fosse una cosa seria lo capii soltanto
quando la mamma disse:  Non uscire dalla stanza quando sar qui, ragazzo mio, vorrei che tu lo
ascoltassi dal principio alla fine. Lui s che conosce il mondo. Ad Arosa mi ha promesso di prendersi
un po cura di voi, quando fossimo giunti in Germania.  un uomo occupatissimo. Eppure vedo che
mantiene la parola .
Ero curioso di incontrare il signor Hungerbach. Mi aspettavo uno scontro duro e ci tenevo a
trovare in lui un avversario capace di darmi del filo da torcere. Desideravo esserne impressionato, per
potergli tener testa ancora meglio. La mamma, che aveva un ottimo fiuto per quelli che chiamava i miei
 pregiudizi giovanili , mi disse di non pensare che il signor Hungerbach fosse diventato un uomo
importante perch era il rampollo coccolato e vezzeggiato di una famiglia ricca. Al contrario, era figlio
di un minatore, la sua era stata una vita difficile, era salito cos in alto, passo dopo passo, grazie al
proprio lavoro. Un giorno, ad Arosa, le aveva raccontato la storia della sua vita, e solo allora lei aveva
capito che cosa significa cominciare dal nulla. Alla fine aveva detto al signor Hungerbach :  Ho paura
che il mio ragazzo se la sia sempre passata troppo bene . Lui si era informato sul mio conto e alla fine
aveva dichiarato che non  mai troppo tardi. Sapeva benissimo, lui, quel che va fatto in simili casi: 
Gettare il ragazzo in mare e lasciare che annaspi. Di colpo si metter a nuotare .
Il signor Hungerbach si comportava esattamente cos. Buss alla porta e di colpo fu nella
stanza. Strinse con forza la mano di mia madre ma, invece di guardare lei, mi fiss negli occhi e si mise
ad abbaiare. Non era possibile fraintendere le sue frasi brevissime e spezzate; ma non parlava,
abbaiava. Dal momento del suo ingresso fino a quello del congedo - si trattenne unora intera -non
smise un attimo di abbaiare. Non faceva domande e non si aspettava risposte. Neppure una volta
domand alla mamma, che dopo tutto ad Arosa era stata in cura insieme a lui, come stesse in salute.
Non mi chiese il mio nome. In compenso potei riascoltare da cima a fondo tutto ci che un anno prima
mi aveva tanto inorridito nel corso del mio violento colloquio con la mamma. Una dura disciplina il pi
presto possibile, ecco la cosa migliore. Niente universit. I libri buttarli via, dimenticare quellinutile
ciarpame. Nei libri ci son solo sciocchezze, conta solo la vita, lesperienza e il lavorar sodo. Lavorare
finch fan male le ossa. Tutto il resto non  lavoro. Chi non ce la fa, chi  troppo debole, che vada pure
a fondo, non merita altro. Non  il caso di starci a piangere sopra. Di uomini al mondo ce ne sono anche
troppi. I buoni a nulla devono soccombere. Ma forse, non si poteva escludere, sarei ancora riuscito a
combinare qualcosa. Malgrado gli inizi completamente sbagliati. In primo luogo, per, dovevo
dimenticare tutte quelle sciocchezze che non avevano niente a che fare con la vita, la vita com
davvero. La vita  lotta, lotta senza quartiere, ed  un bene che sia cos. Lumanit, altrimenti, non
potrebbe progredire. Una razza di deboli si sarebbe estinta da un pezzo, senza lasciare traccia. Niente si
d per niente. Ci vuole un uomo per educare un uomo, le donne sono troppo sentimentali, pensano
soltanto a lustrare il loro principino e a tenerlo lontano dallo sporco. Il lavoro, invece,  prima di tutto
sporcizia. Definizione del lavoro: una cosa che ti stanca e ti sporca, ma che non devi mollare. - Mi
sembra una grave falsificazione convertire in espressioni intelligibili i latrati del signor Hungerbach.
Pi di una volta una parola o una frase mi sfuggiva, ma il senso di ogni singola direttiva era fin troppo
chiaro: egli sembrava aspettarsi che balzassi in piedi, e l, sullistante, mi mettessi a lavorare sodo -
altrimenti che lavoro sarebbe.
Intanto gli offrivamo il t, eravamo seduti intorno a un tavolino basso e rotondo, lospite
portava la tazza alla bocca, ma prima di essere riuscito a berne un sorso gli veniva in mente unaltra
direttiva, troppo impellente per attendere la durata di un intero sorso. La tazza veniva posata
bruscamente sul piattino e la bocca si apriva a nuove frasi brevissime, dalle quali una cosa traspariva
comunque: la totale mancanza di dubbi. Anche gli adulti si sarebbero trovati in difficolt a replicare,
figuriamoci le donne e i bambini. Il signor Hungerbach faceva colpo e se ne compiaceva. Era tutto
vestito di blu, il colore dei suoi occhi, labito era irreprensibile, non una macchiolina, non un solo
granellino di polvere. Mi venivano in mente una quantit di cose, e le avrei dette volentieri, ma quella
che mi veniva in mente pi spesso, anzi, di continuo, era la parola minatore e mi domandavo se
quelluomo, il pi pulito, il pi sicuro di s, il pi duro di tutti, davvero avesse mai lavorato da giovane
in una miniera, come sosteneva la mamma.
Non aprii bocca una sola volta (quando mai avrei potuto? Non mi lasci il minimo spiraglio),
perci, vuotato il sacco, il signor Hungerbach aggiunse a mo di conclusione (questa volta suon come
una direttiva a se stesso) che non aveva pi tempo da perdere e subito se ne and. Alla mamma strinse
ancora la mano, a me non diede pi neppure unocchiata, mi aveva troppo annichilito, pensava, per
ritenermi degno di un saluto daddio. Proib alla mamma di accompagnarlo gi a pianterreno,
conosceva la strada, e ricus, furono le sue ultime parole, ogni ringraziamento. Prima la mamma
doveva aspettare leffetto del suo intervento, poi avrebbe ringraziato.  Operazione riuscita, paziente
morto  aggiunse. Era una battuta intesa a mitigare la seriet del discorso precedente. Un attimo dopo
non cera gi pi.
  molto cambiato, ad Arosa era diverso  disse la mamma, piena dimbarazzo e di vergogna.
Aveva capito benissimo che difficilmente avrebbe potuto scegliersi un alleato peggiore per i suoi nuovi
progetti educativi. A me, gi mentre il signor Hungerbach parlava, era venuto un sospetto tremendo,
unidea tormentosa che mi fece ammutolire. Per un bel pezzo non fui in grado di manifestarlo
apertamente. Intanto la mamma mi dava informazioni dogni genere sul signor Hungerbach, su comera
prima, solo un anno prima. Con mio stupore sottoline - per la prima volta - che era credente. Le aveva
confidato pi volte che la fede significava molto per lui. Per la sua fede doveva ringraziare sua madre,
aveva detto, e da allora quella fede non aveva mai vacillato, neppure nei periodi pi difficili. Tutto
sarebbe finito bene, laveva sempre saputo, ed era stato proprio cos: non aveva mai vacillato, ecco
perch era arrivato cos lontano.
 Ma tutto questo cosa centra con la sua fede?  domandai.  Mi ha raccontato che in
Germania le cose si mettono molto male  disse la mamma  e che, inevitabilmente, andranno sempre
peggio; poi ricominceranno a migliorare. Bisogna tirarsi fuori dal pantano con le proprie forze, non c
altro modo, non c posto per i deboli e i cocchi di mamma in simili frangenti .
 Parlava in questo modo anche allora?  domandai.
 Che vuoi dire? .
 Voglio dire come se abbaiasse in continuazione, e senza guardarti in faccia .
 No, di questo sono rimasta stupita anchio. Era veramente diverso, allora. Si informava della
mia salute e mi domandava se avevo tue notizie. Era colpito dal fatto che parlassi spesso di te e mi
stava persino ad ascoltare. Una volta, lo ricordo benissimo, ha detto sospirando -pensa un po, un uomo
simile che sospira - che quando lui era giovane tutto era diverso, sua madre non avrebbe certo avuto
tempo per le nostre sottigliezze, con i suoi quindici o sedici figli, non mi ricordo pi il numero esatto.
Volevo fargli leggere il tuo dramma, lui lo ha preso in mano, ha letto il titolo e ha detto: Giunio Bruto
- mica male come titolo, dai Romani c sempre da imparare qualcosa . Ma sapeva chi era Bruto?.
Certo, figurati che mi disse: Era quello che ha condannato a morte i suoi figli .  Devessere
lunica cosa che sa di tutta la storia. Quel particolare gli  certo piaciuto,  degno di lui. Ma il dramma
lo ha poi letto? .  No, naturalmente no, non aveva tempo per la letteratura. Passava le sue giornate a
studiare le pagine economiche dei quotidiani e mi consigliava sempre di trasferirmi in Germania: L
potr vivere spendendo poco, gentile signora, pochissimo, sempre meno! .
 E per questo abbiamo lasciato Zurigo e siamo venuti in Germania? . Pronunciai queste
parole con una tale amarezza che io stesso ne rimasi spaventato. La realt era dunque pi orribile dei
miei sospetti. Che la mamma avesse potuto lasciare il luogo che io amavo pi di ogni altro al mondo
per spendere meno da qualche altra parte, mi diede un senso di profondissima mortificazione. Lei si
accorse subito di essere andata troppo oltre, e fece marcia indietro:  No, questo no. No davvero. Pu
darsi che questidea abbia avuto una parte nelle mie riflessioni, ma non  stata lelemento decisivo .  
E qual  stato, allora, lelemento decisivo? . La mamma si sentiva costretta in una posizione difensiva
e, dato che limpressione di quella orribile visita non si era ancora dileguata, le faceva bene parlare con
me e rispondere alle mie domande, serviva anche a lei per chiarirsi le idee.
Tuttavia mi appariva incerta, era come se procedesse per tentativi, in cerca di risposte che
anzich fluire rapide dalla sua bocca facevano resistenza dentro di lei.  Voleva sempre parlare con me.
Credo che mi volesse bene. Comunque era molto rispettoso e invece di scherzare, come facevano altri
pazienti, era sempre serio e mi parlava di sua madre. Anche questo mi piaceva. Le donne, sai, di solito
non sono contente se uno le paragona alla propria madre, perch questo le invecchia. A me invece
piaceva, perch sentivo che mi prendeva sul serio .  Ma tu fai colpo su tutti, bella e intelligente come
sei! . Lo pensavo davvero, se no in quel momento non lavrei detto, non ero certo in vena di
gentilezze, al contrario, sentivo dentro di me un odio terribile, finalmente stavo cominciando a capire le
ragioni di quella che dal tempo della morte di mio padre era stata per me la perdita pi dolorosa: il
distacco da Zurigo.
 Continuava a ripetermi che ero unirresponsabile, perch, essendo donna, ti avevo educato da
sola. Avevi bisogno di sentire la mano forte di un uomo, diceva. Ma ormai  cos, gli rispondevo io,
dove potevo prendere un padre se non rubandolo? Proprio per dedicarmi completamente a voi non mi
ero mai risposata, e ora mi toccava sentire che avevo fatto il vostro danno: il mio sacrificio si sarebbe
risolto per voi in un disastro. Questo mi spaventava, mi spaventava molto. Adesso sono convinta che
quelluomo volesse spaventarmi per fare colpo su di me, sai, intellettualmente non era molto
interessante, ripeteva sempre le stesse cose, ma parlandomi di te mi spavent, e poi, subito dopo, mi
offr il suo aiuto. Venga in Germania, gentile signora, diceva io sono occupatissimo, non ho mai
tempo, non ho un minuto libero, ma trover il modo di aver cura di suo figlio, venga per esempio a
Francoforte, le far visita e parler seriamente a quel ragazzo, che ancora non sa come va il mondo. Da
noi aprir gli occhi. Gli dar una lezioncina come si deve, e poi lei lo getter nella vital Ha studiato a
sufficienza, basta coi libri! Non diventer mai un uomo! Vuole che suo figlio diventi una donnetta? .
La sfida
Rainer Friedrich era un giovane alto, trasognato, che camminava senza pensare a dove stava
andando, nessuno si sarebbe stupito se con la gamba destra si fosse avviato in una direzione e con la
sinistra in unaltra. Non che fosse debole, ma le cose che riguardavano il corpo non lo interessavano
affatto, perci in ginnastica era lultimo della classe. Era sempre immerso nei suoi pensieri, che erano
di due tipi. Il suo vero talento era la matematica, riusciva con una facilit che non avevo mai visto in
vita mia. Un problema non sembrava nemmeno impostato che lui gi laveva risolto; gli altri non
avevano ancora capito bene di che cosa si trattasse e gi da lui arrivava la risposta. Eppure non si
vantava mai, rispondeva a bassa voce, con naturalezza, era come se traducesse correntemente da una
lingua in unaltra. Non gli costava fatica, sembrava che la matematica fosse la sua lingua materna. Ero
stupito di tutte e due le cose: della sua facilit e del fatto che non si desse delle arie. Non era solo un
sapere, era un potere di cui era pronto a servirsi in qualsiasi momento e condizione di spirito. Gli
domandai una volta se era capace di risolvere equazioni anche nel sonno; lui ci pens su seriamente e
poi disse con semplicit:  Credo proprio di s . Avevo il massimo rispetto per il suo potere, ma non lo
invidiavo. Era impossibile invidiare una dote cos unica, il solo fatto che fosse talmente strabiliante da
assomigliare a un prodigio la rendeva inattaccabile da ogni bassa invidia. Lo invidiavo, invece, per la
sua modestia.  Ma  facilissimo,  diceva perlopi, quando gli facevamo i complimenti per una delle
sue risposte da sonnambulo  la stessa cosa puoi farla anche tu . Si comportava proprio come se
credesse che tutti fossero in grado di fare come lui, ma in fondo non lo volessero, quasi per una specie
di cattiva volont che lui, per, non provava neanche a spiegare, chiaramente per motivi religiosi.
Infatti, la seconda cosa che teneva occupati i suoi pensieri, lontanissima dalla matematica, era la
sua fede. Partecipava al circolo biblico, era un cristiano molto fervente. Abitava vicino a me e, mentre
tornavamo a casa, cercava di convertirmi alla sua fede. Era la prima volta che a scuola mi capitava una
cosa simile. Non cercava di riuscirci argomentando, la sua non era mai una discussione, della rigorosa
consequenzialit del suo pensiero matematico non restava la minima traccia. La sua era piuttosto
unaffabile preghiera, che esordiva sempre con il mio nome (nel pronunciarlo accentava in tono quasi
implorante la E della sillaba iniziale).  lias  cominciava di solito, con voce un po strascicata, 
provaci, anche tu puoi credere. Basta che tu lo voglia.  semplicissimo. Cristo  morto anche per te .
Poich non gli rispondevo, mi credeva un impenitente. Supponeva che fosse la parola Cristo a
suscitare la mia avversione. Come poteva sapere del resto che Ges Cristo mi era venuto vicinissimo
nellinfanzia pi remota, in quei meravigliosi inni inglesi che cantavamo insieme alla nostra
governante? Ci che mi respingeva e mi faceva ammutolire, ci che mi inorridiva non era il nome di
Cristo, che, forse senza sapere, portavo ancora nellanimo, ma proprio il fatto che fosse  morto anche
per me . Con la parola morire non mi ero mai riconciliato. Se qualcuno fosse dovuto morire per me
mi sarei sentito gravato dai sensi di colpa pi tremendi, sarebbe stato come approfittare di un
assassinio. Se cera una cosa che mi aveva tenuto lontano da Ges Cristo era proprio questa idea del
sacrificio, una vita immolata per tutti gli uomini,  vero, ma dunque anche per me.
Alcuni mesi prima che a Manchester cominciassimo a cantare in segreto quegli inni
meravigliosi, Mr. Duke, durante le lezioni di religione, mi aveva parlato della storia di Abramo che era
pronto a immolare il proprio figlio Isacco. Non sono mai riuscito a superare quel trauma e, se non
suonasse ridicolo, direi che ancora oggi non ci riesco. Fu allora che si dest in me il dubbio nei
confronti del comando, un dubbio che non mi ha pi abbandonato ed  stato sufficiente a impedirmi di
diventare un ebreo credente. La morte di Cristo sulla croce, per quanto da lui stesso voluta, aveva su di
me un effetto non meno sconvolgente, poich essa significa che la morte diventa la posta di qualcosa,
quale che sia. Rainer Friedrich, che credeva di perorare la sua causa nel migliore dei modi e ogni volta
ripeteva con calore che Cristo era morto anche per me, certo non immaginava di comprometterla
irrimediabilmente proprio con quella frase. Forse interpretava erroneamente il mio silenzio e lo
prendeva per indecisione. Altrimenti sarebbe stato difficile capire perch mai ripetesse ogni giorno la
stessa frase, quando tornavamo a casa da scuola. La sua ostinazione era sorprendente ma mai
sgradevole, perch ogni volta mi accorgevo che era dettata dallaffetto: Rainer voleva farmi sentire che
non ero escluso dal suo bene pi prezioso, che potevo averne parte non meno di lui. Anche la sua
mitezza era disarmante: non sembrava mai irritato dal mio silenzio su quel punto (parlavamo di una
quantit di cose e non si pu certo dire che fossimo taciturni); si limitava a corrugare la fronte, come se
si stupisse che quellunico problema fosse cos difficile da risolvere, e quando era arrivato davanti a
casa e mi dava la mano per salutarmi, mi diceva ancora:  Pensaci Elias  - di nuovo con tono pi
supplichevole che enfatico - ed entrava nel portone incespicando.
Sapevo che il nostro ritorno a casa sarebbe finito ogni volta con il suo tentativo di convertirmi e
mi ci abituai. Solo a poco a poco, invece, venni a sapere che un altro sentimento, del tutto opposto a
quello cristiano, regnava nella sua casa. Rainer aveva un fratello minore, che pure frequentava la scuola
Whler, due classi indietro rispetto alla nostra. Il suo nome mi  uscito di mente, forse a causa dei suoi
violenti attacchi e della sua non celata ostilit. Non era grande e grosso, ma molto bravo in ginnastica;
lui s che lo sapeva quel che stavano facendo le sue gambe. Era tanto sicuro e risoluto quanto Rainer
era vago e trasognato. Avevano gli stessi occhi, ma mentre il maggiore dei due fratelli ti guardava
sempre con unespressione interrogativa, affabile e piena di attesa, nello sguardo del minore cera un
che di arrogante, di litigioso, insomma unaria di sfida. Lo conoscevo solo di vista, non avevo mai
parlato con lui, ma da Rainer venivo sempre a sapere immediatamente quello che il fratello aveva detto
di me.
Erano sempre cose spiacevoli e offensive.  Mio fratello dice che tu ti chiami Kahn, non
Canetti, e vorrebbe sapere come mai avete cambiato nome . Questi dubbi venivano sempre dal
fratello, erano espressi a suo nome. Rainer voleva le mie risposte per poter ribattere a suo fratello. Gli
era molto affezionato, credo, e siccome voleva bene anche a me pensava probabilmente che
riferendomi tutte quelle frasi odiose stava compiendo un tentativo di mediazione e di pacificazione. Mi
chiedeva di confutarle, lui, poi, avrebbe riferito al fratello le mie risposte; ma se credeva a una
possibilit di conciliazione si sbagliava di grosso. Mentre tornavamo a casa, ogni volta, per prima cosa,
mi toccava sentire da Rainer un nuovo sospetto, una nuova accusa di suo fratello. Erano accuse cos
assurde che non le prendevo neanche sul serio; eppure a ciascuna di esse rispondevo
coscienziosamente. Il loro contenuto essenziale andava sempre nella stessa direzione : anchio, come
tutti gli ebrei, cercavo di nascondere la mia origine. Che fosse una calunnia era evidente, e diventava
pi evidente ancora qualche minuto dopo, quando rispondevo con il silenzio allimmancabile tentativo
di Rainer di convertirmi alla sua fede.
Forse lincorreggibilit del fratello mi costringeva a dare risposte cos pazienti e circostanziate.
Tutto ci che proveniva da suo fratello Rainer me lo comunicava, per cos dire, tra parentesi. Lo
trasmetteva con un tono di voce neutro, senza prendere posizione. Non diceva  Cos la penso anchio
, oppure  Ma io non ci credo , trasmetteva il messaggio come se esso passasse attraverso di lui
senza lasciare traccia. Se avessi udito quei sospetti, che erano inesauribili, nel tono aggressivo di suo
fratello, mi sarei infuriato e non avrei mai risposto. Invece arrivavano in tono pacato, preceduti da 
Mio fratello dice , oppure  Mio fratello domanda , ed ecco, poi, uninsinuazione cos mostruosa che
mi sentivo costretto a parlare, senza per inquietarmi sul serio, trattandosi di domande talmente assurde
che il loro autore faceva pena e basta.  Elias, mio fratello domanda : Perch per la festa di Pessach
usavate il sangue dei cristiani?. Se rispondevo: Ma che dici? Ho partecipato alla festa di Pessach
quandero bambino. Me ne sarei accorto. Avevamo in casa molte ragazze cristiane, erano loro le mie
compagne di giochi  - il giorno seguente arrivava unaltra ambasciata di suo fratello:  Adesso magari
no. Adesso la cosa  risaputa. Ma in passato, perch in passato gli ebrei sgozzavano bambini cristiani
per la loro festa di Pessach? . Le antiche accuse venivano riesumate una per una:  Perch gli ebrei
avvelenavano i pozzi? . Se rispondevo:  Non lo hanno mai fatto  il seguito era:  S invece, al tempo
della peste .  Ma se morivano anche loro di peste come tutti gli altri! .  Sicuro, perch
avvelenavano i pozzi. Odiavano talmente i cristiani che perivano miseramente, vittime del loro stesso
odio .  Perch gli ebrei maledicono tutti gli altri uomini? .  Perch gli ebrei sono vigliacchi? . 
Perch durante la guerra non cera al fronte neanche un ebreo? .
E cos via. La mia pazienza era inesauribile, rispondevo come meglio potevo, sempre con
seriet, senza mai offendermi, come se stessi consultando il mio dizionario enciclopedico alla ricerca
della verit scientifica. Con le mie risposte mi riproponevo di spazzar via quelle accuse, che mi
apparivano del tutto assurde, dalla faccia della terra e, per emulare la serenit di Rainer, un giorno gli
dissi:  Riferisci a tuo fratello che gli sono grato per le sue domande. Cos posso spazzar via per sempre
queste sciocchezze dalla faccia della terra . Perfino il candido, ingenuo, onesto Rainer rimase
sbalordito.  Sar difficile,  disse  quello non la finisce pi di tirarne fuori . Ma lingenuo in realt
ero io, che per molti mesi non mi ero accorto di ci a cui mirava in realt suo fratello. Un giorno Rainer
disse: Mio fratello ti chiede perch rispondi sempre alle sue domande. Non puoi affrontarlo nel cortile
della scuola durante lintervallo, e sfidarlo a pugni? Puoi farci a botte, se non hai paura di lui! .
Non mi sarebbe mai venuto in mente di aver paura di lui. Mi faceva soltanto compassione, per
lindicibile stupidit delle sue domande. Ma lui voleva sfidarmi e aveva scelto la strana via di passare
attraverso il fratello, che in tutto quel periodo non aveva desistito neppure per un giorno dai suoi
tentativi di conversione. Da quel momento la compassione si trasform in disprezzo. Non gli feci
lonore di una sfida. Aveva due anni di meno, non avrei fatto una bella figura a picchiarmi con lalunno
di una classe inferiore. Cos interruppi ogni rapporto con lui. Quando Rainer la volta dopo
ricominci: Mio fratello ti manda a dire... , tagliai subito corto: Tuo fratello vada pure al diavolo.
Non mi batto coi ragazzini . Rainer ed io rimanemmo amici, per, e nulla mut neppure nei suoi
tentativi di convertirmi alla sua fede.
Il ritratto
Hans Baum, il primo compagno con cui feci amicizia, era figlio di un ingegnere delle
Siemens-Schuckert-Werke. Molto formale, educato da suo padre a una rigida disciplina, attentissimo a
non far passi falsi, sempre serio e coscienzioso, era un gran lavoratore, senza colpi dala ma pieno di
buona volont. Poich leggeva buoni libri e frequentava i concerti dellAuditorium, gli argomenti di
conversazione fra noi non mancavano mai. Un tema inesauribile era Romain Rolland, soprattutto il
Beethoven e Jean Christophe. Baum voleva fare il medico per una specie di senso di responsabilit nei
confronti del genere umano, e questo in lui mi piaceva molto. In politica aveva idee moderate,
respingeva per istinto ogni estremismo, era talmente compassato che dava la sensazione di essere
sempre in divisa. Sin da giovanissimo considerava ogni cosa sotto tutti gli aspetti,  per giustizia ,
diceva, ma forse, soprattutto, perch era contrario a ogni forma di sconsideratezza.
Quando andai a trovarlo a casa sua, fui sorpreso dalla vivacit di suo padre, un piccolo borghese
fatto e finito, che esternava in continuazione i suoi numerosi pregiudizi, bonario, sconsiderato, sempre
pronto allo scherzo, affezionatissimo alla sua Francoforte. Tornai altre volte in casa loro, e ogni volta
suo padre leggeva ad alta voce qualche passo del suo poeta preferito: Friedrich Stoltze.   il poeta pi
grande di tutti i tempi,  diceva  chi non lo sa apprezzare va fucilato . La madre di Hans Baum era
morta da parecchi anni, e la sorella di lui, una ragazza allegra e gi un po corpulenta nonostante la
giovane et, si occupava del mnage familiare.
Cera qualcosa nella correttezza del giovane Baum che mi lasciava perplesso. Avrebbe preferito
mordersi la lingua piuttosto che dire una bugia. Viveva la vilt come una grave colpa, forse la pi grave
di tutte. Se un professore lo metteva alle strette - e questo non succedeva spesso, poich in classe era
uno dei migliori - Hans rispondeva con assoluta sincerit e senza preoccuparsi delle conseguenze. Se
non si trattava di lui ma dei compagni, era cavalleresco e li proteggeva, ma senza mentire. Quando era
interrogato si alzava in piedi diritto come un fuso (in tutta la classe era quello col portamento pi
rigido) e subito si abbottonava la giacca, deciso e compassato. Gli sarebbe stato impossibile presentarsi
in una situazione pubblica con la giacca sbottonata, e forse per questo, guardandolo, si pensava spesso
a una divisa. Contro Baum non cera proprio niente da eccepire; era un carattere precocemente maturo
e certo non era uno sciocco, rimaneva per sempre uguale a se stesso, ogni sua reazione era
prevedibile, con lui non ci si meravigliava mai, o tuttal pi del fatto che non ci fosse mai niente di cui
meravigliarsi. Aveva una sensibilit spiccatissima per le questioni donore. Quando, parecchio tempo
dopo, gli raccontai come si era comportato nei miei riguardi il fratello di Friedrich, Baum - che era
ebreo - perse il controllo e mi chiese in tutta seriet se non dovesse affrontarlo lui quel ragazzaccio,
bench fosse ormai passato parecchio tempo. Non cap n perch avessi risposto pazientemente per un
periodo cos lungo, n il totale disprezzo che in seguito gli avevo dimostrato. Quel fatto lo turbava,
aveva la sensazione che io non potessi essere del tutto a posto, altrimenti non mi sarei prestato a quel
gioco cos a lungo. Siccome non gli permisi iniziative dirette a mio nome, fece indagini per conto suo e
scopr che il padre di Friedrich, che era morto, aveva avuto delle difficolt finanziarie, nelle quali,
probabilmente, ci avevano messo lo zampino alcuni suoi concorrenti ebrei. I particolari non li capivo, e
questo era ovvio, poich non ce li avevano detti con sufficiente precisione. Un fatto per era certo:
qualche tempo dopo il padre di Friedrich era morto; a questo punto cominciai a comprendere le ragioni
del cieco odio che si era sviluppato nella sua famiglia.
Felix Wertheim era un giovane allegro e molto vivace, che si curava poco di imparare, perch
durante le ore di lezione era troppo occupato a studiare i professori. Nulla gli sfuggiva dei nostri
insegnanti, li conosceva nei minimi particolari, se li studiava a memoria come altrettanti copioni e
aveva le sue parti preferite, le pi ricche di spunti. La sua vittima preferita era Krmer, il collerico
professore di latino, lo imitava in maniera cos perfetta che sembrava veramente di averlo davanti agli
occhi in carne e ossa. Una volta, durante una delle sue esibizioni, Krmer entr in classe prima del
previsto e si trov di colpo di fronte a se stesso. Wertheim era talmente infervorato che non riusc pi a
fermarsi, e cominci a insultare Krmer come se questultimo fosse limpostore che si era messo
sfacciatamente nei suoi panni. La scena and avanti per qualche minuto, i due stavano in piedi luno di
fronte allaltro, e fissandosi increduli continuavano a insultarsi nella maniera pi volgare, proprio come
Krmer faceva sempre con noi. Tutta la classe era pronta al peggio. Invece non accadde nulla - Krmer,
il collerico Krmer, fu sopraffatto da un accesso di risa, non riusciva a trattenersi. Wertheim si accasci
sul banco (sedeva in prima fila) : la sfacciata ilarit di Krmer gli aveva tolto ogni piacere. Della
faccenda non si fece pi parola, non ci furono punizioni, Krmer si sent talmente lusingato
dallassoluta fedelt dellimitazione che non ebbe cuore di prendere provvedimenti contro il suo ritratto
vivente.
Il padre di Wertheim, proprietario di un grande negozio di confezioni, era un uomo ricco e non
ne faceva mistero. Una volta per Capodanno fummo invitati da lui e ci trovammo in una grande casa
piena zeppa di Liebermann. In ogni stanza ce nerano cinque o sei, non credo che nellalloggio ci
fossero altri quadri. Il clou della collezione era un ritratto del padrone di casa. Ci trattarono bene,
avevano fatto le cose in grande; il padrone di casa indic senza timidezza il proprio ritratto e si mise a
parlare, in modo che tutti potessero sentirlo, della sua amicizia con Liebermann. Io dissi a Baum a voce
piuttosto alta:  Il fatto che abbia posato per un ritratto non vuole ancora dire che siano amici .
Non solo mi irritava la pretesa di quelluomo di essere amico di Liebermann, ma lidea stessa
che un grande pittore avesse dipinto un volto cos comune. La presenza del ritratto mi disturbava pi
del soggetto stesso. Quanto sarebbe stata pi bella la collezione, mi dicevo, se non ci fosse stato quel
quadro! Non vederlo era impossibile, tutto era disposto in modo da farlo notare. Le mie parole sgarbate
non erano sufficienti a farlo scomparire; e poi, a parte Baum, nessuno ci aveva fatto caso.
Nelle settimane che seguirono ci furono tra noi discussioni molto accese su quellargomento. Io
domandavo a Baum se un pittore  tenuto a fare il ritratto a chiunque glielo chieda o se invece pu
rifiutarsi, qualora la persona in questione non gli vada a genio come tema della sua arte. Baum pensava
che il pittore dovesse accettare, gli restava pur sempre la possibilit di manifestare la sua opinione sul
soggetto dipingendo il quadro in un certo modo. Aveva tutto il diritto di fare un ritratto brutto o
ripugnante, questo rientrava nellambito della sua arte; ma dire di no a priori sarebbe stato un segno di
debolezza, significava non essere sicuri delle proprie capacit. Erano parole misurate, giuste, e sentivo
che la mia mancanza di misura contrastava con esse in modo spiacevole.
 Come fa a dipingere  dicevo io  se il disgusto per quel viso lo fa rabbrividire? Se si vendica
e deforma il volto del committente, il suo non  pi un ritratto. Per dipingerlo cos pu fare anche senza
di lui, non ha certo bisogno di metterlo in posa. E se si fa pagare dopo aver messo la sua vittima alla
berlina, lazione che compie per ottenere del denaro  davvero spregevole. Lo si potrebbe scusare se
fosse un povero diavolo, che fa la fame perch nessuno lo conosce. Ma se si tratta di un pittore famoso
e ricercato,  un atto imperdonabile .
Non che a Baum desse fastidio il rigore dei princpi, tuttavia pi che la morale degli altri gli
interessava la propria. Non da tutti ci si pu aspettare, diceva, che si comportino come Michelangelo,
esistono anche caratteri meno indipendenti e orgogliosi. Io ritenevo che un pittore dovesse essere
orgoglioso, chi non aveva la tempra necessaria era meglio che facesse un altro mestiere, un mestiere
qualsiasi. Ma Baum mi fece riflettere su un altro punto importante.
Qual era lidea che io mi ero fatto di un ritrattista? Un ritrattista deve rappresentare gli uomini
cos come sono o deve ritrarli come figure ideali? Per dipingere delle figure ideali non occorre essere
ritrattisti! Ogni uomo  quel che , ed  proprio questa peculiarit che il pittore deve cogliere nelluomo
che posa per lui. Solo cos si sapr anche nei tempi avvenire che tipi di uomini sono esistiti in
passato.
Questo argomento mi sembr convincente e mi diedi per vinto. Ma continuai a pensare con un
certo disagio al rapporto fra i pittori e i loro mecenati. Mi era rimasto il sospetto che i ritratti fossero
atti di adulazione e perci non andassero presi sul serio. Forse fu unaltra delle ragioni per cui a
quellepoca mi misi con tanta decisione dalla parte dei satirici. George Grosz divenne ai miei occhi
importante come Daumier, la contraffazione attuata con intenti satirici mi conquist completamente, mi
ci abbandonavo senza opporre resistenza, come se quella fosse la verit.
 Le Plaidoyer dun fou 
Circa sei mesi dopo il mio arrivo entr in classe un nuovo compagno, Jean Dreyfus. Era pi alto
e pi vecchio di me, ben sviluppato, sportivo, proprio un bel ragazzo. In casa parlava francese, e di
questo ci si accorgeva un poco anche dal suo tedesco. Veniva da Ginevra, ma aveva vissuto anche a
Parigi e si distingueva nettamente dagli altri compagni per la sua origine cosmopolita. Si avvertiva in
lui una certa superiorit da uomo di mondo, ma di questo non si serviva affatto per mettersi in mostra; a
differenza di Baum, non dava alcuna importanza alle nozioni scolastiche; trattava gli insegnanti, che
del resto non prendeva sul serio, con ricercata ironia, e a me sembrava che su molte cose la sapesse pi
lunga di loro. Si comportava con cortesia squisita, eppure sembrava spontaneo, e io non sapevo mai in
anticipo che cosa avrebbe detto su un certo argomento. Comunque non era mai grossolano n puerile,
aveva sempre un perfetto controllo di s e agli altri faceva s sentire la propria superiorit, ma non in
maniera opprimente. Era un ragazzo robusto, in lui lo spirito e il corpo sembravano ben bilanciati. A
me sembrava un essere perfetto, anche se ero un po turbato dal fatto che non mi riusciva di scoprire
quali erano le cose che veramente gli stavano a cuore. Cos a tutto quello che in lui conquistava la mia
simpatia si aggiungeva anche questo segreto. Me ne stavo a lungo a rimuginare quali cose potessero
essere importanti per lui, e pur presumendo che la chiave dellenigma si celasse nella sua origine
familiare, da essa mi sentivo a tal punto abbagliato che non riuscivo a districare la matassa.
Credo che Dreyfus non abbia mai saputo che cosa in lui mi attraesse tanto. Se mai lo avesse
saputo, mi avrebbe preso in giro di sicuro. Sin dai primissimi colloqui decisi di diventare suo amico e
dato che egli era sempre cos cortese e garbato con tutti, fu un processo che richiese un certo tempo. Il
ramo paterno della sua famiglia possedeva una banca privata tedesca di una certa importanza. Si
supponeva, perci, che suo padre fosse un uomo molto ricco, e questo in me, che mi sentivo
accerchiato e minacciato su questo tema da parte della famiglia in senso lato, avrebbe inevitabilmente
prodotto diffidenza e avversione. Ma a ci si opponeva la circostanza, per me irresistibile, che suo
padre, a dispetto della tradizione familiare, era diventato un poeta; semplicemente un poeta, non un
romanziere in cerca di facili successi, ma un lirico moderno, accessibile a pochi - presumevo - che
certo doveva scrivere in francese. Di lui non avevo letto nulla, anche se sapevo che aveva scritto dei
libri; non provai nemmeno a prenderli in mano, anzi oggi ho la sensazione di non averli voluti leggere
perch quel che mi stava a cuore era laura di una poesia oscura e di difficile comprensione, talmente
difficile che sarebbe stato insensato, alla mia et, cercare di accostarmi ad essa. Albert Dreyfus si
interessava inoltre di pittura moderna, scriveva critiche darte e faceva collezione di quadri; era amico
di molti fra i pi estrosi pittori moderni e aveva sposato una pittrice: la madre, appunto, del mio
compagno di scuola.
Di questa circostanza allinizio non mi ero reso pienamente conto; Jean vi accennava ogni tanto
come per inciso, la cosa non suonava particolarmente gloriosa, ma -per quel poco che si poteva
supporre dalle sue frasi ben costruite - piuttosto come un problema. Solo in seguito, quando mi invit
da lui ed entrai nella sua casa piena di quadri, dei vigorosi ritratti impressionistici fra i quali figuravano
anche alcune immagini infantili del mio amico, solo allora venni a sapere che quelle erano le opere di
sua madre. E mi sembrarono cos piene di vitalit e di talento che, a dispetto delle mie scarse
conoscenze in quel campo, esclamai:  Ma allora  una vera pittrice! Non me lavevi detto! ; al che lui
rispose, un po sorpreso: Ne dubitavi? Ma s che te lavevo detto! . Dipendeva da quel che si intende
per dire: non lo aveva proclamato, laveva lasciato cadere cos, incidentalmente, e, dato il pathos per
me implicito nellidea di una qualsiasi attivit artistica, il suo modo di comunicare la cosa aveva
funzionato al contrario, quasi avesse voluto sviare la mia attenzione e scusarsi cortesemente per i
quadri di sua madre. Io che mi aspettavo qualcosa di simile ai fiorellini della signorina Mina a villa
Yalta, ora caddi proprio dalle nuvole.
Non mi sarebbe nemmeno venuto in mente di domandare se la madre di Jean era anche una
pittrice famosa. Una cosa sola contava: avevo visto i suoi quadri, essi esistevano davvero; importante
era la loro ricchezza, la loro vitalit, ma anche il fatto che tutta la casa, piuttosto grande, ne fosse piena
zeppa. In una visita successiva conobbi anche la pittrice, che mi fece limpressione di una persona
nervosa e un po frastornata; sembrava infelice, nonostante ridesse spesso. Avvertii che esisteva tra lei
e il figlio un legame profondo e tenerissimo, Jean in presenza di sua madre mi sembr meno
equilibrato; era in ansia, come chiunque altro sarebbe stato al suo posto, e domand a sua madre come
stava. La risposta di lei non lo appag, cos Jean continu a chiedere, volle sapere tutta la verit, senza
unombra dironia, e non con superiorit, ma con vera partecipazione - lultima cosa che da lui mi sarei
aspettato; se lo avessi visto pi spesso in compagnia di sua madre certamente la mia immagine di Jean
si sarebbe radicalmente trasformata.
Ma lei non la vidi mai pi, mentre Jean lo vedevo tutti i giorni; cos fu da lui che cercai di
ricavare ci di cui allora avevo pi bisogno: unimmagine integra e inequivocabile dellarte e della vita
di chi si dedica allarte. Un padre che aveva voltato le spalle agli affari di famiglia per diventare poeta,
e inoltre aveva la passione dei quadri e proprio per questo aveva sposato una vera pittrice. Un figlio che
parlava un francese meraviglioso, pur frequentando una scuola tedesca, e che di tanto in tanto - cosa
cera di pi naturale, con un padre cos! - scriveva egli stesso qualche poesia in francese, anche se in
realt la matematica lo interessava di pi. E poi uno zio, fratello di suo padre, professore di medicina,
un neurologo che insegnava allUniversit di Francoforte e aveva una figlia bellissima, di nome Maria,
che vidi una volta sola e avrei rivisto assai volentieri.
Non mancava proprio nulla: la scienza che veneravo pi di ogni altra, la medicina
(periodicamente mi sorprendevo a pensare che avrei voluto studiare medicina), e infine la bellezza di
una tenebrosa cugina piena di capricci; Jean, che gi si atteggiava un poco a conoscitore di donne, ne
ammetteva senzaltro il fascino, bench tendesse a giudicarla, essendo sua cugina, con un mtro
alquanto severo.
Era piacevole parlare di ragazze con Jean. A dire il vero era lui che ne parlava, io lo stavo ad
ascoltare. Mi ci volle un po di tempo prima di riuscire (grazie ai nostri colloqui) a farmi unesperienza
sufficiente per raccontare a mia volta delle storie. Inventavo ogni cosa, essendo ancora assolutamente
inesperto, proprio come a Zurigo; ma stavo imparando da Jean e ne vestivo i panni. Lui non si accorse
mai che gli propinavo soltanto delle frottole. Preferivo limitarmi a un piccolissimo numero di storie, e
meglio ancora a una sola, che si protraeva attraverso complicate e alterne vicissitudini. Era una storia
talmente appassionante che Jean mi pregava di parlargliene; una ragazza, soprattutto, che in onore di
sua cugina avevo battezzato Maria, suscitava il suo vivo interessamento. Aveva - oltre alla bellezza -
una serie di qualit estremamente contraddittorie: un giorno eri sicuro di aver conquistato il suo cuore e
lindomani scoprivi di esserle del tutto indifferente. Eppure non era detta lultima parola: due giorni
dopo la tua perseveranza veniva ricompensata da un primo bacio, che dava inizio a una lunga serie di
dispetti, dinieghi e dichiarazioni dolcissime. A lungo cercavamo dindovinare come son fatte le donne.
Jean confessava di non aver mai incontrato una persona enigmatica come la mia Maria; eppure di
esperienze ne aveva avute parecchie. Mi disse che avrebbe voluto conoscerla, e io non esclusi del tutto
questa possibilit, tanto lumore capriccioso di lei mi permetteva di tenerlo a bada senza destare
sospetti.
Solo grazie a questi colloqui, che andavano avanti allinfinito - avevano una loro particolare
importanza e continuarono per mesi - si risvegli il mio interesse per un argomento che in fondo
continuava a restarmi indifferente. Non sapevo nulla. Non avrei saputo dire che cosa succede fra due
persone che si amano, a parte i baci. Nella pensione abitavo porta a porta con la signorina Rahm, che
riceveva tutte le sere le visite del suo amico. Bench la mamma, previdente, avesse messo il pianoforte
contro la porta di comunicazione fra le due stanze, anche senza origliare si sentiva piuttosto bene. Ma, a
causa della natura di quel rapporto, i rumori dalla stanza accanto mi stupivano senza occupare troppo i
miei pensieri. Si sentivano allinizio le preghiere del signor denburg, alle quali la signorina Rahm
replicava con un secco  no . Le preghiere si intensificavano sino al pianto, cominciavano delle
suppliche e dei lamenti interminabili, interrotti da  no  sempre pi freddi. Alla fine la signorina Rahm
sembrava veramente in collera.  Fuori! Fuori!  intimava, mentre il signor denburg scoppiava in un
pianto da spezzare il cuore. Qualche volta lei lo buttava fuori sul serio, nel bel mezzo del pianto, e io
mi domandavo se il signor denburg continuasse a piangere anche per le scale, incontrando gli ospiti
della pensione, ma non avevo il coraggio di uscire in corridoio per sincerarmene coi miei occhi.
Qualche volta egli otteneva il permesso di restare, e il pianto, allora, si smorzava in un flebile guaito;
ma alle dieci precise doveva comunque lasciare la stanza della signorina Rahm, perch nella pensione
dopo quellora non erano pi consentite visite maschili.
Se il pianto diventava cos forte da disturbare la lettura, la mamma scuoteva la testa, ma della
cosa non si parlava mai. Sapevo quanto le fosse sgradevole la vicinanza della signorina Rahm; tuttavia
di quel tipo di rapporto, almeno per quanto riguardava le nostre orecchie infantilmente ignare, non
sembrava del tutto scontenta. Le cose che riuscivo a sentire in quelle occasioni me le tenevo per me,
nella mia immaginazione esse non si collegarono mai alle conquiste di Jean; ma ebbero forse un
influsso indiretto, che allora non avrei mai sospettato, sul comportamento della mia Maria.
Nei resoconti di Jean e nelle mie invenzioni non cera mai nulla di sconveniente. Erano racconti
come usavano una volta. Il tutto aveva un tono cavalleresco, ci che contava era lammirazione, non il
possesso. Se riuscivi a esprimere lammirazione con tanta intelligenza e abilit da convincere, far
breccia e non essere dimenticato, allora avevi vinto; la conquista consisteva nel far colpo, nel farsi
prendere sul serio. Se il flusso delle belle frasi che escogitavi e che riuscivi a pronunciare non veniva
interrotto, se la tua possibilit di offrire i tuoi omaggi a una fanciulla non dipendeva pi soltanto dalla
tua abilit, ma anche dallattesa e dalla compiacenza di lei, questa era la prova che eri stato preso sul
serio e che dunque eri un uomo. Dimostrare questo era ci che contava, era la dimostrazione che ci
attraeva, assai pi dellavventura in s. Jean poteva riferire una serie ininterrotta di simili
'dimostrazioni. Bench tutto ci che gli contrapponevo fosse inventato dal principio alla fine, io
credevo alle sue parole una per una, cos come lui credeva alle mie. Mai mi venne in mente di mettere
in dubbio ci che egli mi raccontava solo perch io mi inventavo tutto. I nostri racconti avevano
unesistenza autonoma: forse Jean abbelliva qualche particolare; le storie che mi inventavo di sana
pianta gli avranno forse fornito lo spunto per qualche dettaglio. I nostri racconti erano reciprocamente
in sintonia, si adattavano bene gli uni agli altri, ed ebbero sulla sua vita interiore, in quel periodo, un
influsso non minore che sulla mia.
Nelle mie conversazioni con Hans Baum assunsi un atteggiamento del tutto diverso. Lui e Jean
non erano amici, Jean lo trovava noioso. Disprezzava gli scolari modello, e il senso del dovere che si
leggeva nello sguardo di Baum gli sembrava addirittura ridicolo, rigido e poco vitale comera, e sempre
uguale a se stesso. Il fatto che quei due si tenessero a debita distanza fu la mia fortuna; infatti, se mai
avessero messo a confronto le cose che dicevo alluno e allaltro sullamore, certo avrei perso la mia
reputazione agli occhi di entrambi.
Quel che dicevo a Baum lo pensavo, parlando con Dreyfus, invece, giocavo. Probabilmente ci
tenevo a imparare da Jean, anche se gareggiavo con lui soltanto a parole; nei fatti mi guardavo bene
dallimitarlo. Una volta ebbi con Baum un colloquio molto serio e, con suo grande stupore, gli
comunicai la mia ultima opinione sullargomento.  Lamore non esiste,  dichiarai  lamore 
uninvenzione dei poeti. Prima o poi leggi un libro in cui si parla dellamore e ci credi solo perch sei
giovane. Pensi che te labbiano tenuto nascosto gli adulti, perci ti ci butti a pesce e ci credi, prima
ancora di averlo sperimentato. Mai nessuno ci arriva da solo. In realt lamore non esiste . Baum
esitava a rispondere, io sentivo che non era affatto d'accordo con me, ma poich prendeva sempre tutto
cos sul serio e per di pi era un ragazzo molto riservato, non cerc nemmeno di confutarmi. Per farlo
avrebbe dovuto rivelare qualche sua esperienza intima, e di questo non era capace.
Con quella estrema ripulsa reagivo a un libro che la mamma possedeva sin dai tempi di Zurigo
e che io avevo letto contro la sua volont: Le Plaidoyer dun fou di Strindberg. La mamma lo
apprezzava in modo particolare, di questo mi ero accorto perch lo teneva da parte, e non nella pila in
cui soleva accatastare tutti gli altri volumi di Strindberg. Una volta, mentre parlavo con la mia solita
giovanile arroganza del signor denburg, chiamandolo  quel venditore di cravatte  e domandandomi
come facesse mai la signorina Rahm a sopportare tutte le sere la sua compagnia, la mia mano si mise a
giocare, non so se per caso o intenzionalmente, con Le Plaidoyer dun fou, ad aprire il libro, a
sfogliarlo, richiuderlo, rigirarlo, aprirlo di nuovo. La mamma pens che la quotidiana scenetta serale
della stanza accanto mi avesse fatto venire in mente di leggerlo:  Non leggere quel libro!  mi preg 
In te si guasterebbe qualcosa che mai pi saresti in grado di risanare. Aspetta, dopo che tu stesso avrai
fatto qualche esperienza, non potr pi farti del male .
Per tanti anni le avevo creduto ciecamente, e mai aveva avuto bisogno di argomentare per
trattenermi dalla lettura di un libro. Ora per, dopo la visita del signor Hungerbach, lautorit della
mamma era scossa. Lavevo visto con i miei occhi, quelluomo era completamente diverso da come lei
lo aveva descritto e annunciato. Adesso volevo vedere da me quel che cera in questo Strindberg. Non
le promisi nulla; ma lei si fid del fatto che non le avevo neppure detto di no. Alla prima occasione
presi Le Plaidoyer dun fou e, a sua insaputa, lo divorai a velocit folle, la stessa velocit con cui un
tempo avevo letto Dickens; ma questa volta non mi venne voglia di ricominciare da capo.
Quella confessione non riuscivo a capirla, mi sembrava una menzogna dalla prima allultima
riga. Credo che a respingermi fosse qualcosa che somiglia alla sobriet, il tentativo di non dire nulla
che vada oltre un certo attimo, il ridursi e limitarsi alla situazione che si descrive. Sentivo mancare
limpeto, limpeto dellinvenzione, intendevo l'invenzione in genere, non dei particolari. Il vero impeto,
lodio, non lo riconobbi. Non vidi che era in gioco la mia esperienza pi personale e pi remota: la
gelosia. Mi disturbava la mancanza di libert iniziale, il fatto che si trattasse della moglie di un altro: mi
sembrava una storia barricata in se stessa. Non potevo soffrire le vie traverse per arrivare a un essere
umano. Con lorgoglio dei miei diciassette anni guardavo dritto davanti a me e disprezzavo qualsiasi
travestimento. Il confronto diretto era tutto, una cosa sola contava: lo scontro faccia a faccia. Le
occhiate oblique le prendevo tanto poco sul serio quanto i colpi obliqui. Forse quel libro, che si faceva
leggere con troppa facilit, sarebbe scivolato su di me come se non lavessi mai letto. Ma ci fu quel
passo che mi colp come una mazzata, lunico di tutto il libro che ho ancora davanti agli occhi in ogni
particolare, bench, forse proprio a causa di quella scena, non lo abbia mai pi ripreso in mano.
Il protagonista, luomo che si confessa, cio Strindberg, riceve per la prima volta in camera sua
la visita della moglie dellamico, che  un ufficiale. Egli la sveste e la fa sdraiare sul pavimento.
Attraverso il crespo sottile vede baluginare i suoi capezzoli. Questa descrizione di una situazione
intima era una cosa per me completamente nuova. Si svolgeva in una stanza che poteva essere una
stanza qualunque, anche la nostra. Forse uno dei motivi che mi indusse a rifiutarla con tanta veemenza
fu questo: si trattava di una scena impossibile. Lautore voleva farmi credere allesistenza di qualcosa
che chiamava amore. Ma io non mi lasciai incantare e gli diedi del bugiardo. Non solo non volevo aver
niente a che fare con quella storia, che trovavo ripugnante, perch si svolgeva dietro le spalle del marito
della donna, un amico che si fidava di entrambi - ma la trovavo anche insensata, una trovata dozzinale,
inverosimile, sfacciata. Perch mai una donna dovrebbe lasciarsi sdraiare sul pavimento? A che scopo
lui la spogliava? Perch mai lei si lasciava spogliare? Eccola, sdraiata sul pavimento, mentre lui la
guarda. Quella situazione, per me nuova e incomprensibile, suscitava anche la mia collera: come osava
lo scrittore presentare una situazione del genere come se potesse capitare davvero?
Mi nacque dentro un sentimento di rivolta: anche se tutti, per debolezza, si fossero lasciati
convincere che cose del genere possono esistere davvero, io non ci credevo, mai e poi mai ci avrei
creduto. Che cosa centravano i guaiti del signor denburg nella stanza accanto? La signorina Rahm
camminava su e gi per la sua stanza dritta come una candela. Lavevo vista nuda con un binocolo da
teatro mentre stavo guardando le stelle dal nostro balcone. Per caso, cos pensavo, il binocolo si era
diretto verso la finestra vivamente illuminata della sua stanza. La signorina Rahm era l, in piedi, nuda,
a testa alta, snella nel riflesso della luce rossastra; ero cos stupito che non riuscivo a smettere di
guardarla. Fece due o tre passi, sempre dritta come una candela, proprio come quan-d'era vestita. Sul
balcone i guaiti del signor denburg non li sentivo pi. Ma quando, imbarazzato, ritornai in camera,
subito mi giunsero nettissimi allorecchio, e compresi che per tutto il tempo da me trascorso sul
balcone non erano mai cessati. Mentre la signorina Rahm camminava su e gi per la sua stanza, il
signor denburg aveva continuato a guaire, senza suscitare in lei la minima reazione; la signorina si
comportava come se neanche lo vedesse, come se fosse sola, e neppure io avevo visto il signor
denburg, era proprio come se non ci fosse.
Lo svenimento
Ogni notte andavo sul balcone a guardare le stelle. Cercavo le costellazioni che conoscevo e
quando le trovavo ero soddisfatto. Non erano tutte ugualmente nitide; non tutte erano contrassegnate da
una vistosa stella azzurra, come Vega della costellazione della Lira, allo zenit sopra di me, o da una
grande stella rossa come Betelgeuse, che appare quando sorge la costellazione di Orione. Sentivo la
vastit che cercavo, di giorno non mi accorgevo della vastit dello spazio, questa sensazione si destava
in me solo di notte, in presenza delle stelle, e talora la rafforzavo pronunciando a voce alta il numero
immane di anni luce che mi separavano da questa o quella stella.
Molte cose mi tormentavano in quel periodo; mi sentivo in colpa per la miseria che vedevamo
intorno a noi, pur senza condividerla. Mi sarei sentito meno in colpa se fossi riuscito a convincere la
mamma, almeno una volta, dellingiustizia della nostra  agiatezza , come io la chiamavo. Ma quando
cominciavo a parlarne, la mamma rimaneva fredda e distante, si chiudeva deliberatamente in se stessa,
anche se un momento prima si era infervorata su un argomento qualsiasi di musica o di letteratura. Del
resto, era facilissimo scioglierle di nuovo la lingua, bastava che lasciassi cadere largomento di cui lei
non voleva sentir parlare, e subito ritrovava la parola. Ma per me era un punto donore costringerla a
prender posizione. Raccontavo qualche triste avvenimento cui avevo assistito durante il giorno, le
domandavo senza perifrasi se era a conoscenza di questo o di quello : lei taceva, con unespressione sul
volto di sottile disprezzo oppure di disappunto; solo se si trattava di una cosa veramente tremenda,
allora diceva :  Linflazione non lho fatta io  oppure:  Questa  una conseguenza della guerra .
Avevo limpressione che non le importasse niente di come stavano le persone che non
conosceva, soprattutto se le loro sofferenze erano causate dalla povert; eppure, durante la guerra,
quando gli uomini venivano mutilati e uccisi, aveva partecipato intensamente alle loro pene. Forse la
sua compassione si era esaurita allora; a volte mi sembrava che qualcosa nel suo animo si fosse
inaridito, perch laveva usato con troppa prodigalit. E questa era ancora lipotesi pi sopportabile. In
realt ero sempre pi angosciato dal sospetto che la mamma ad Arosa avesse subito linflusso di
persone che avevano fatto colpo su di lei perch  sapevano affrontare la vita  e  pagare di persona .
Quando usava con troppa frequenza espressioni come queste, che mai in passato avrebbe adoperato, mi
difendevo attaccandola ( Come sarebbe a dire sapevano affrontare la vita? Ma se era gente malata,
che viveva in sanatorio! Ti parlavano in quel modo ed erano uomini malati, che non facevano nulla );
allora la mamma si arrabbiava, rinfacciandomi la mia crudelt verso i malati. Mi sembrava che avesse
ritirato dal mondo tutta la sua compassione, per riservarla soltanto alla piccola cerchia di uomini e
donne del suo sanatorio.
Ma poich in quel piccolo mondo gli uomini erano assai pi numerosi delle donne, intorno a lei,
che allora era una giovane signora, si davano tutti un gran da fare e, gareggiando tra loro per destare la
sua attenzione, ostentavano, forse proprio perch malati, tutta la loro virilit; e tutti le davano una
grande importanza, tanto che lei era portata a credere a ci che essi dicevano e ad apprezzare qualit e
caratteristiche alle quali non molto tempo prima, durante la guerra, avrebbe pensato con disprezzo, anzi
con orrore. Fra quegli uomini godeva di unalta considerazione perch li ascoltava volentieri, voleva
conoscere il maggior numero possibile delle loro vicende ed era sempre pronta ad accogliere le loro
confidenze senza mai approfittarne per ricamarci su o imbastire intrighi meschini. Per anni era stata
abituata ad avere come unico interlocutore un bambino, ora, invece, ne aveva molti e li prendeva tutti
sul serio.
La mamma non riusciva ad avere con la gente un rapporto frivolo o superficiale. Cos, proprio
la sua qualit migliore, la seriet, la allontan - nel periodo del sanatorio - dalla pi vasta umanit che
prima, insieme ai suoi figli, era stata tutto per lei, inducendola a concentrarsi su unumanit ristretta e
privilegiata, della quale, tuttavia, non poteva riconoscere il privilegio, trattandosi di gente ammalata.
Forse la mamma era tornata quella che era stata in origine, la figlia prediletta e un po viziata di una
famiglia ricca. Forse il grande periodo della sua vita, quando, sentendosi a un tempo colpevole e
infelice, aveva espiato la sua colpa, peraltro indeterminata e quasi incomprensibile, dedicandosi con
energia sovrumana alleducazione intellettuale dei suoi figli, il periodo culminato con la guerra, quando
tutte le sue forze erano confluite in un odio selvaggio contro la guerra - forse quella grande stagione
della sua vita era finita molto prima che io me ne rendessi conto, e con le lettere che ci eravamo
scambiati tra Arosa e Zurigo avevamo giocato a nascondino, restando fedeli, almeno in apparenza, a un
passato che ormai non esisteva pi.
Tuttavia, quando vivevo nella pensione Charlotte, mai e poi mai sarei stato in grado di chiarire a
me stesso tutte queste cose con fredda determinazione, bench, dopo la visita del signor Hungerbach,
avessi cominciato a capirne parecchie e a interpretarle nella maniera giusta. Il nostro rapporto divent
una lotta, cominciai ad attaccare ostinatamente la mamma nel tentativo di ri avvicinarla alle cose della
vita che ritenevo  davvero  importanti. Le conversazioni che si svolgevano a tavola mi offrivano
spesso un gradito pretesto per i miei attacchi. Imparai a nascondere di fronte a lei il mio vero obiettivo,
ad attaccar discorso, certe volte, come un perfetto ipocrita, magari chiedendole delucidazioni su una
cosa che dicevo di non aver capito bene o commentando il modo di fare di un commensale che anche a
lei non piaceva. Nel giudizio sui Bemberg, i due giovani parvenus della tavolata, i nostri cuori
battevano allunisono. Il suo disprezzo per i nuovi ricchi non vacill mai, finch visse. Ma se in quei
momenti d accordo perfetto mi fossi reso conto che il suo disprezzo non era altro che la diretta
conseguenza della sua idea di  buona famiglia , certo mi sarei sentito meno a mio agio.
Il trucco pi efficace consisteva comunque nel farle qualche domanda. Con astuzia tuttaltro che
innocente la interrogavo su un tema che lei - stando alle mie vecchie esperienze - conosceva bene. Era
un modo efficace per cominciare a discutere, e poi avvicinarmi gradualmente al mio vero obiettivo. Ma
spesso la pazienza non mi bastava e, se largomento mi interessava davvero, passavo avventatamente
alle domande dirette.  quel che successe a proposito di van Gogh, quando la mamma fece fiasco
completo e cerc di nascondere la propria ignoranza imprecando con estrema grettezza contro  quel
pazzo di un pittore . In quei casi io perdevo la testa, mi scagliavo contro di lei con veemenza e
arrivavamo a scontri mortificanti per tutti e due. Per lei, che era palesemente in torto. Per me, che le
rinfacciavo senza misericordia che stava parlando di argomenti di cui non sapeva nulla, atteggiamento
che in passato, quando discutevamo insieme di letteratura, aveva sempre criticato con la massima
asprezza. Dopo quegli scontri ero talmente disperato che uscivo di casa, me ne andavo a zonzo in
bicicletta - una delle due consolazioni degli anni di Francoforte. Laltra consolazione, ancora pi
necessaria, le volte che la mamma taceva, e non si arrivava a uno scontro, non si arrivava a nulla, erano
le stelle.
Ci che la mamma rinnegava ostinatamente (la responsabilit per le cose che succedevano
intorno a lei) e rifiutava con una sorta di cecit consapevole e selettiva che faceva calare su di s a
comando, tutto ci in quel periodo divent per me cos nitido e assillante che non riuscivo a starmene
zitto, dovevo parlargliene, e divenne una sorta di permanente rimprovero nei suoi confronti. La mamma
temeva il mio ritorno da scuola perch era sicura che me ne sarei uscito con qualche nuovo particolare
osservato da me o udito da altri; mi bastava dire la prima frase per sentire la sua totale chiusura, e allora
buttavo fuori con violenza ancora maggiore quel che mi urgeva dentro, che cos assumeva il tono, per
lei difficile da sopportare, del rimprovero personale. Da principio non avevo la minima intenzione di
ritenerla responsabile dei fatti che per la loro ingiustizia o disumanit suscitavano il mio sdegno. Ma lei
non voleva ascoltarmi, aveva un modo tutto suo di ammettere le cose soltanto a met, e allora il mio
racconto si trasformava davvero in accusa. Le cose che volevo riferirle assumevano un tono personale e
in questo modo la costringevo ad ascoltare e a rispondere in un modo o nellaltro. Lei provava a dire 
Lo so, lo so  oppure  Gi, posso immaginarmelo . Ma io non gliela facevo passare liscia, rincaravo
la dose, quel che avevo visto o sentito raccontare glielo sbattevo in faccia come un capo daccusa. Era
come se un potere ignoto mi avesse affidato una protesta che dovevo far giungere sino a lei.  Stammi a
sentire!  dicevo, prima solo con impazienza, poi con rabbia.  Stammi a sentire! Questo me lo devi
spiegare! Com possibile che succeda una cosa simile e nessuno ci faccia caso? .
Una donna per strada era crollata a terra svenuta.   la fame  avevano detto alcuni passanti
aiutandola a rialzarsi; aveva un aspetto terribilmente pallido ed emaciato; altra gente, per, aveva tirato
dritto senza guardarsi indietro.  E tu ti sei fermato?  disse la mamma, pungente, un simile evento
doveva pur commentarlo in qualche modo. Era vero, io me nero tornato a casa e ora stavo seduto con
lei e con i miei fratelli intorno al tavolo rotondo per la solita merenda. Avevo davanti una tazza di t,
sul mio piatto cera un panino col burro che non avevo ancora portato alla bocca, per mi ero messo a
tavola come sempre, e solo dopo essermi seduto avevo cominciato a raccontare.
Ci che avevo visto quel giorno non era uno spettacolo consueto, per la prima volta in vita mia
qualcuno sveniva per strada sotto i miei occhi, crollava al suolo sfinito dalla fame e dalla debolezza. Ne
rimasi talmente scosso che entrai nella stanza senza dire una parola e continuando a tacere presi il mio
posto a tavola. Vedere il panino col burro, e soprattutto il barattolo del miele in mezzo al tavolo, mi
sciolse la lingua, e cominciai a parlare. La mamma colse al volo il ridicolo della situazione ma, come
sempre, reag con troppa irruenza. Se avesse aspettato un attimo, e cio che io prendessi in mano e
addentassi il mio panino imburrato, o anche soltanto che ci spalmassi sopra del miele, il suo sarcasmo,
che traeva alimento dalla situazione ridicola nella quale mi ero cacciato, certo mi avrebbe annichilito.
Ma lei, ancora una volta, non mi prese abbastanza sul serio; forse pens che ormai ero seduto e che
perci la merenda avrebbe seguito il suo corso. Si fid troppo del rito gi iniziato e se ne serv come
arma per mettermi al pi presto fuori combattimento; le dava fastidio che la merenda fosse disturbata
da descrizioni di gente affamata che sviene per la strada; solo fastidio, nientaltro, e, giudicando in base
al proprio coinvolgimento, che era scarsissimo, sottovalut la seriet del mio stato danimo. Io saltai su
urtando il tavolo, il t si rovesci sulla tovaglia, e gridando  Non mi fermo nemmeno qui!  mi
precipitai fuori dalla stanza.
Scesi le scale volando, saltai sulla bicicletta e disperato mi misi a pedalare su e gi per le strade
del quartiere, pi in fretta che potevo, a casaccio, senza sapere quel che volevo - che cosa avrei potuto
volere? -, ma pieno di un odio smisurato per quella nostra merenda. Avevo continuamente davanti agli
occhi il vasetto del miele e lo coprivo di maledizioni.  Ah, se lavessi gettato dalla finestra! In strada!
Non in cortile! . Solo se fosse andato in frantumi per la strada, sotto gli occhi di tutti, il mio gesto
avrebbe avuto un senso: tutti avrebbero visto che qui della gente teneva in casa il miele, mentre altri
pativano la fame. Ma non avevo fatto niente di tutto questo. Avevo lasciato sul tavolo il vasetto del
miele, non avevo neppure rovesciato la tazza, un po di t si era versato sulla tovaglia, ecco tutto. Mi
sentivo profondamente esacerbato, eppure non ero riuscito a far niente di concreto, non ne avevo avuto
la forza: non sono altro che un placido agnellino, pensai, nessuno ascolta il suo pietoso belato, una cosa
sola  successa: la mamma si  arrabbiata perch ho disturbato la merenda.
Non era davvero successo nientaltro. Ritornai a casa. La mamma mi pun chiedendomi con
tono compassionevole se era stato davvero cos terribile, da uno svenimento ci si riprende, disse, non 
nulla di definitivo, probabilmente mi ero tanto spaventato perch quella donna lavevo guardata in
faccia proprio nel momento in cui stava cadendo per terra. Veder morire un essere umano era tuttaltra
cosa. Temevo che ricominciasse col sanatorio nel bosco, e con la gente morta laggi, diceva sempre
che erano morti sotto i suoi occhi; questa volta per non lo disse, disse soltanto che mi dovevo abituare
anche a cose del genere, non dicevo forse, di tanto in tanto, che mi sarebbe piaciuto fare il medico? Che
razza di medico  un uomo che crolla di fronte alla morte del suo paziente? Forse per me era stato un
bene assistere a quello svenimento, era un modo di cominciare ad abituarmi a certe situazioni.
Cos quello svenimento che mi aveva tanto indignato fu loccasione per sottolineare un
requisito generale della professione medica. Invece di rimproverarmi per il mio gesto urtante, la
mamma mi mise in guardia per la vita futura, nella quale sarei fallito se non fossi diventato pi duro e
controllato.
Dopo quellepisodio la taccia mi rimase: non ero tagliato per fare il medico. Avevo il cuore
troppo tenero, a una simile professione non mi sarei mai abituato. Non ho mai voluto ammetterlo, ma
rimasi molto impressionato dalla piega imprevista che la mamma aveva dato al mio avvenire.
Cominciai a pensarci su, a esitare. Non ero pi tanto sicuro di poter diventare un medico.
Gilgamesh e Aristofane
Il periodo di Francoforte non si esaur nelle esperienze umane vissute nella pensione Charlotte.
Queste, comunque, si arricchivano ogni giorno in un processo continuo, e perci non vanno
sottovalutate. Ti sedevi a tavola, sempre allo stesso posto, e davanti a te recitavano la loro parte,
sempre agli stessi posti, alcune persone che ai tuoi occhi erano diventate dei personaggi. Personaggi
che perlopi erano sempre uguali a se stessi, dalla loro bocca non usciva mai nulla dinaspettato.
Alcuni, per, tenevano celata la loro natura e ogni tanto ti sorprendevano con uno scarto improvviso. In
un modo o nellaltro, era sempre uno spettacolo, e neppure una volta entrai nella sala da pranzo della
pensione Charlotte senza sentirmi eccitato e incuriosito.
Per i miei insegnanti (con una sola eccezione) non riuscivo a scaldarmi molto. Il collerico
professore di latino perdeva il controllo al minimo pretesto e allora ci insultava,  asini fetenti  ci
diceva, e non era la sua unica ingiuria. I suoi metodi didattici, basati su frasi modello che dovevamo
ripetere a pappagallo, erano assolutamente ridicoli.  strano che non abbia dimenticato il latino
imparato a Zurigo per il disgusto che mispirava quel professore. Le sue sfuriate sono state lesperienza
pi avvilente e pi assordante di tutta la mia vita scolastica. La guerra laveva segnato, certo ne aveva
riportato danni piuttosto seri; era quel che ci dicevamo di tanto in tanto per cercare di sopportarlo.
Parecchi professori portavano il marchio della guerra, sia pure in modo meno appariscente. Ce nera
uno, per, pieno di calore umano, che riversava sui suoi allievi un affetto traboccante. Era un ottimo
insegnante di matematica, che sembrava piuttosto disturbato. Ma si trattava di un disturbo di cui egli
stesso faceva le spese, non i suoi allievi. Quelluomo si dedicava allinsegnamento con tutta lanima, la
sua coscienziosit faceva quasi spavento.
Potrebbe venire la tentazione di prendere in esame questi insegnanti per illustrare i differenti
effetti che la guerra produce sugli esseri umani; ma per farlo bisognerebbe conoscere, almeno in parte,
le loro esperienze, di cui essi, invece, non ci parlavano mai. Davanti a me avevo i loro volti e le loro
figure, sapevo come si comportavano in classe, nientaltro, tutto il resto lo conoscevamo soltanto per
sentito dire.
Vorrei parlare almeno di un uomo fine e taciturno per il quale provo ancora un senso di
gratitudine. Gerber era il nostro professore di tedesco, per contrasto con gli altri sembrava quasi un
pavido. I temi che assegnava crearono tra me e lui una sorta di amicizia. Allinizio quei temi mi
annoiavano, erano sempre su Maria Stuarda o su argomenti analoghi, tuttavia mi costavano poca fatica
e a lui piacevano. Poi diventarono pi interessanti, e io cominciai a manifestare sul serio le mie idee,
che, per reazione alla scuola, erano gi le idee di un ribelle e non andavano affatto daccordo con le
sue. Per lui le accettava. Aggiungeva in fondo al tema, con linchiostro rosso, delle lunghe
considerazioni nelle quali mi proponeva vari argomenti di riflessione, ma lo faceva in maniera
tollerante e senza lesinare gli elogi per il mio modo di esprimere quello che pensavo. Nelle sue
osservazioni critiche, quali che fossero, mai lo sentivo ostile e, anche quando non potevo accettarle, ero
molto contento che si fosse dato la pena di farmele. Pur non essendo un trascinatore, era un insegnante
assai comprensivo. Aveva mani piccole, piedi piccoli e piccoli gesti; non era particolarmente lento nei
movimenti, eppure faceva ogni cosa come a scartamento ridotto, neppure la sua voce aveva quei toni
fastidiosamente virili con cui gli altri professori si davano tanta importanza.
Gerber mi apr la biblioteca dei professori, da lui amministrata, e mi disse di prendere i libri che
volevo. Assetato comero di autori classici, leggevo - in traduzione tedesca - un volume dopo laltro,
storici, drammaturghi, lirici, oratori; soltanto i filosofi - Platone e Aristotele - li lasciai
provvisoriamente da parte. Ma gli altri li lessi davvero tutti quanti, e non solo i grandi, ma anche
scrittori interessanti solo per il materiale che le loro opere offrivano, come Diodoro o Strabone. Gerber
si meravigliava della mia costanza, per due anni continuai a prendere in prestito solo questo genere di
libri. Quando arrivai a Strabone, egli scosse il capo e mi chiese se, tanto per cambiare, non volevo un
testo medievale; ma la proposta allora non ebbe fortuna.
Un giorno che ci trovavamo tutti e due nella biblioteca dei professori, Gerber mi domand con
cautela, quasi con tenerezza, che cosa avrei voluto fare in futuro. Intuivo la risposta che si aspettava,
ma dissi, non troppo sicuro :  Il medico . Rimase deluso, ci pens su un momento e venne a un
compromesso:  Allora lei diventer un altro Carl Ludwig Schleich . Apprezzava i ricordi di Schleich,
ma avrebbe preferito che gli dicessi chiaro e tondo che avrei voluto fare lo scrittore. Da allora mi fece
spesso, incidentalmente e senza parere, il nome di medici scrittori.
Durante le sue lezioni leggevamo ad alta voce dei drammi, dividendoci tra noi le parti. Non
voglio certo dire che fosse un gran divertimento. Ma egli lo faceva nella speranza di conquistare alle
sue lezioni, obbligandoli ad assumersi una parte, anche gli allievi con scarsi interessi letterari.
Raramente sceglieva dei drammi veramente. noiosi. Leggemmo I masnadieri, lEgmont e il Re Lear, e
alcuni di essi andammo a vederli a teatro.
Nella pensione Charlotte si parlava molto di rappresentazioni teatrali, commentandole e
sviscerandole in ogni particolare. E poich anche i veri intenditori presenti nella pensione prendevano
pur sempre spunto dalle recensioni della  Frankfurter Zeitung , le discutevano e, anche quando erano
di opinione diversa, manifestavano un deferente rispetto per il punto di vista autorevole della carta
stampata, le conversazioni riguardanti il teatro si ponevano a un certo livello ed erano forse pi serie di
quelle su altri argomenti. La passione per il teatro la sentivano tutti e ne erano orgogliosi. Un fiasco
suscitava un senso di profondo rammarico, e non soltanto giudizi sprezzanti. Il teatro era unistituzione
riconosciuta, e anche coloro che per il resto militavano in campi avversi si sarebbero ben guardati
dallattaccarla. Il signor Schutt, impedito dalle sue gravi ferite, a teatro non ci andava quasi mai, ma
anche dalle sue poche parole si capiva che la signorina Kndig aveva l'incarico di informarlo su ogni
singolo spettacolo; i suoi giudizi suonavano sicuri come se a teatro ci fosse stato di persona. Chi non
aveva niente da dire preferiva tacere: una figuraccia su quel tema era linfortunio pi increscioso che
potesse capitare a chiunque.
Poich gli altri argomenti di conversazione sembravano per la maggior parte cos malcerti -
tutto vacillava e il contrasto perenne delle opinioni non dipendeva affatto da motivi superficiali - si
aveva limpressione, soprattutto essendo molto giovani, che esistesse almeno una cosa intangibile per
tutti: il teatro.
Io a teatro ci andavo abbastanza spesso; da una rappresentazione, in particolare, rimasi cos
incantato che feci di tutto per tornarci pi volte. Vi recitava unattrice che occup a lungo i miei
pensieri, ce lho ancora davanti agli occhi comera allora: Gerda Mller nella parte di Pentesilea.
Quella passione  entrata in me, di essa non ho mai dubitato, la mia iniziazione amorosa  stata la
Pentesilea di Kleist. La confrontavo in cuor mio con una delle tragedie greche lette in quel periodo, Le
Baccanti. Il selvaggio furore delle Amazzoni guerriere assomigliava a quello delle Menadi, e al posto
delle donne invasate che dilaniano vivo il corpo del re, nella tragedia di Kleist Pentesilea aizza contro
Achille la muta dei suoi cani e al pari di essi affonda i suoi denti nelle carni dellamato. Da allora non
ho mai pi osato rivedere quel dramma e, leggendolo, ho sempre risentito il suono della sua voce, che
per me non si  pi affievolito. Allattrice che mi ha convinto che lamore esiste davvero sono rimasto
sempre fedele.
Non vedevo alcun rapporto fra la Pentesilea e le scene avvilenti nella stanza accanto. Quanto a
Le Plaidoyer dun fou continuavo a considerarlo, come prima, tutto una menzogna.
Fra gli attori pi in voga ricordo Carl Ebert, che allinizio recitava regolarmente, poi ogni tanto
come ospite della compagnia. Molti anni dopo Ebert  diventato famoso per cose di tuttaltro genere. Io
lo vidi quandera agli inizi, nella parte di Karl Moor e in quella di Egmont. Mi abituai a vederlo in
diversi ruoli, sarei andato a teatro anche soltanto per lui e in fondo non ho da vergognarmi di questa
mia debolezza perch ad essa sono debitore dellesperienza pi importante del periodo di Francoforte.
Seppi che in una matine domenicale Carl Ebert avrebbe letto dei brani tratti da unopera della quale
non avevo mai sentito parlare. Questopera era pi antica della Bibbia, era unepopea babilonese.
Sapevo che a Babilonia cera stato il diluvio, si diceva che la leggenda biblica derivasse dalla
tradizione babilonese. Non ero in grado di aspettarmi nulla di pi e certo non mi sarei mosso soltanto
per questo; ma il lettore era Carl Ebert e grazie allinfatuazione per il mo attore preferito incontrai
Gilgamesh, che pi di ogni altra cosa ha determinato la mia vita, il suo senso pi segreto, la sua fede, la
sua forza e le sue attese.
Il lamento di Gilgamesh per la morte dellamico Enkidu mi penetr nel cuore:
Giorno e notte piansi per lui,
e non volli che fosse sepolto -
se mai lamico risorgesse al mio grido -
sette giorni piansi, e sette notti,
finch il verme assal il suo volto.
Poich egli se ne and, non trovavo pi la vita,
e come un ladro mi aggiravo per la steppa.
E poi viene limpresa di Gilgamesh contro la morte, il cammino attraverso le tenebre del monte
celeste e le acque della morte, fino a quando raggiunge il suo avo Utnapishtim, luomo che  stato
salvato dal diluvio e ha ottenuto dagli di il dono dell'immortalit. Da lui Gilgamesh vuol sapere come
potr attingere la vita eterna. Gilgamesh,  vero, fallisce e muore. Ma proprio questo esito non fa che
rafforzare il sentimento della necessit della sua impresa.
In questo modo sperimentai su me stesso lazione di un mito: come qualcosa su cui, durante il
mezzo secolo che da allora  trascorso, ho riflettuto in molti modi diversi, voltandolo e rivoltandolo
dentro di me, senza mai seriamente metterlo in dubbio neppure una volta. Quel mito lho accolto in me
come unit e in me  rimasto come unit. Su di esso non posso fare il sottile. La domanda se credo a
una storia del genere non mi tocca affatto; di fronte alla mia sostanza pi vera, come faccio a decidere
se ci credo o no? Non serve ripetere come un pappagallo che sinora tutti gli uomini sono morti, si tratta
semplicemente di decidere se bisogna accettare docilmente la morte o se ad essa bisogna ribellarsi. Il
diritto allo splendore, alla ricchezza, alla miseria e alla disperazione di ogni esperienza me lo sono
conquistato ribellandomi alla morte. Sono vissuto dentro questa rivolta senza fine. E se il mio dolore
per le persone care che ho perduto nel corso degli anni non  stato minore di quello di Gilgamesh per
lamico Enkidu, in una cosa, una sola, ho superato luomo del leone: a me  cara la vita di ogni uomo,
non soltanto quella dei miei cari.
Il fatto che questa epopea si concentri su pochissimi personaggi ha creato un grande distacco tra
essa e lepoca turbolenta nella quale io lho conosciuta. Il ricordo degli anni di Francoforte  dominato
da eventi pubblici che rapidamente si susseguivano. Gli avvenimenti erano preceduti dalle voci, al
tavolo della pensione si spargevano in continuazione delle voci che non sempre si rivelavano prive di
fondamento. Ricordo che parlammo dellassassinio di Rathenau prima di leggere la notizia sui giornali
(la radio non cera ancora). Al centro delle voci erano soprattutto i francesi. Avevano occupato
Francoforte, poi se nerano andati, improvvisamente qualcuno disse che sarebbero ritornati. Ogni
giorno sentivamo parlare di  rappresaglie  e  riparazioni . La scoperta di un deposito clandestino di
armi nello scantinato della nostra scuola fece grande scalpore. Dalle indagini che furono fatte risult
che il responsabile di quel deposito di armi era un giovane professore che conoscevo soltanto di vista,
era un uomo molto amato, il pi amato di tutta la scuola.
Fui molto impressionato dalle dimostrazioni, le prime che vedevo; erano frequenti e sempre
contro la guerra. Cera una divisione netta fra chi approvava i moti popolari che avevano posto fine alla
guerra e gli altri, che rivolgevano il loro rancore non contro la guerra, ma contro il trattato di Versailles
che era stato stipulato lanno seguente. Era questa la divisione principale, della quale sin da allora si
avvertivano gli effetti. Durante una manifestazione sulla Zeil contro lassassinio di Rathenau feci per la
prima volta lesperienza della massa. Ma gli effetti di quellesperienza diedero vita a complicate
discussioni solo qualche anno dopo, perci ne parler pi avanti.
Per il nostro piccolo nucleo familiare lultimo anno che passai a Francoforte fu di nuovo un
anno di dissoluzione. Mia madre non si sentiva bene, o forse la tensione dei nostri scontri quotidiani le
era diventata insopportabile. Part per il Sud, come aveva gi fatto molte volte in passato. Noi tre
lasciammo la pensione Charlotte e andammo ad abitare presso una famiglia nella quale una donna
premurosissima, la signora Suse, ci accolse con un calore e una bont che non ci saremmo aspettati
neppure da una madre. La famiglia era composta da padre, madre, due figli pi o meno della nostra et,
una nonna e una giovane domestica. Imparai a conoscere cos bene ognuno di loro, oltre ai due o tre
altri ospiti stranieri che vivevano in quella casa, che solo un libro intero potrebbe dare unidea di ci
che compresi allora sulla natura umana.
Fu l'epoca, quella, in cui linflazione giunse al suo apice, il balzo quotidiano dei prezzi - si
arriv alluso del miliardo - ebbe conseguenze estreme, anche se non uguali per tutti. Era uno
spettacolo davvero spaventoso: tutto ci che succedeva, e succedevano molte cose, dipendeva da un
solo presupposto, la svalutazione del denaro, che cresceva su se stessa a un ritmo forsennato. Ci che si
abbatteva sugli uomini in quel periodo era pi che un grande disordine, erano come tante esplosioni
quotidiane, se qualcosa o qualcuno si salvava da una di esse, il giorno dopo incappava nellesplosione
seguente. Non ne vedevo gli effetti soltanto in grande, li vedevo, vicini e inequivocabili in tutto ci che
accadeva a ogni membro di quella famiglia; gli avvenimenti pi piccoli, privati e personali avevano
sempre e soltanto una causa, il movimento frenetico del denaro.
Per difendermi da quei membri della mia famiglia che vivevano in funzione del denaro,
praticavo il disprezzo del denaro come una facile virt. Consideravo il denaro una cosa noiosa e sempre
uguale a se stessa, dalla quale non cera da ricavare la minima soddisfazione spirituale, che inaridiva e
isteriliva a poco a poco chiunque vi dedicasse la propria vita. In quel periodo, tutto a un tratto,
cominciai a vedere nel denaro un altro aspetto, un aspetto sinistro - era un demone con una frusta
gigantesca, che percuoteva ogni cosa e raggiungeva gli uomini anche nei loro pi segreti recessi.
Forse a spingere la mamma a fuggire da Francoforte furono anche queste conseguenze estreme
di un fenomeno del quale lei, allinizio, avrebbe preferito prendere atto senza alcuna partecipazione, e
che io tuttavia le ricordavo senza tregua. Mia madre ritorn a Vienna non appena si fu parzialmente
ripresa dalla sua malattia, vi port con s i miei due fratelli minori e li mand a scuola in quella citt. Io
rimasi ancora a Francoforte per circa sei mesi, perch mancava poco allesame di maturit; poi mi sarei
trasferito a Vienna anchio per gli studi universitari.
Negli ultimi sei mesi passati a Francoforte, sempre con la stessa famiglia, mi sentii
completamente libero. Frequentavo spesso riunioni politiche e assemblee e ascoltavo le discussioni, che
si prolungavano di notte per le strade; e coglievo ogni opinione, ogni convinzione, ogni fede nello
scontro con quelle degli altri. Si discuteva con una passione che era come un crepitare e un guizzare di
fiamme, non prendevo mai parte alle discussioni ma ascoltavo con unintensit che oggi mi fa
rabbrividire, perch ero completmente indifeso. Le mie opinioni personali non potevano tener testa a
impressioni cos soverchianti per forza e per numero. Molte cose mi ripugnavano, ma non ero in grado
di confutarle. Altre mi attraevano, ma non avrei saputo dire perch. Non avevo ancora il senso della
divisione dei linguaggi che cozzavano gli uni contro gli altri. Non sarei in grado di rievocare
fisicamente, e neppure di imitare, uno solo di quegli uomini che sentivo discutere. Avvertivo soltanto il
contrasto delle opinioni, il nocciolo duro delle convinzioni, era una specie di crogiuolo stregato che
fumava e ribolliva, ma tutti gli ingredienti che in esso galleggiavano conservavano il proprio odore e si
potevano riconoscere.
Mai in vita mia ho sentito tanta irrequietezza negli uomini come in quei sei mesi. Fino a che
punto si distinguessero gli uni dagli altri come persone singole non aveva molta importanza; la prima
cosa a cui avrei guardato negli anni successivi allora la notavo appena. Invece ero attento a ogni
convinzione, anche quando mi ripugnava. Molti oratori abituati a parlare in pubblico e sicuri del fatto
loro mi sembravano dei ciarlatani. Ma poi, durante le discussioni per la strada, quando tutto si
disperdeva in mille rivoli e gli uomini che cercavano di convincersi a vicenda non erano affatto degli
oratori, allora la loro inquietudine mi contagiava e li prendevo sul serio, uno per uno.
Non suoni, presuntuoso o frivolo se definisco questo periodo il mio apprendistato aristofanesco.
Allora, leggendo Aristofane, mi colpirono la forza e la coerenza con cui ogni sua commedia si ispira a
una trovata centrale, sempre sorprendente, dalla quale si dipana lintera vicenda. Nella Lisistrata, la
prima che ho letto, uno sciopero delle mogli, che si rifiutano di concedersi ai loro mariti, mette fine alla
guerra tra Atene e Sparta. Di queste trovate centrali in Aristofane ce ne sono molte, ma poich la
maggior parte delle sue commedie sono andate perdute, ne conosciamo poche. Avrei dovuto essere
cieco per non notare la somiglianza con ci che vedevo intorno a me: anche qui tutto dipendeva da un
unico presupposto centrale, il movimento folle del denaro. Non era una trovata, era la realt, la cosa
perci non era affatto comica, era orribile, ma la forma, se cercavi di abbracciarla come un tutto, era
simile a una commedia di Aristofane. Si potrebbe dire che lo sguardo crudele di Aristofane offriva
l'unica possibilit di tenere unito ci che si frantumava in mille schegge.
Da allora mi  rimasta unavversione incrollabile per la rappresentazione, a teatro, di rapporti
puramente privati. Nel conflitto fra la Vecchia e la Nuova Commedia, entrambe di derivazione
ateniese, fin da allora io presi partito per la Vecchia, pur senza rendermi conto fino in fondo del perch.
Solo ci che tocca la collettivit nel suo insieme mi pare degno di essere rappresentato a teatro. La
commedia di carattere, che prende di mira questo o quellindividuo, mi ispira sempre una certa
vergogna, anche se si tratta di una buona commedia;  come se mi fossi rifugiato in un nascondiglio
che abbandono soltanto in caso di necessit, per nutrirmi o per bisogni analoghi. Per me la commedia,
come al tempo dei suoi inizi aristofanei, trae vita dal suo interesse generale, dalla capacit di
contemplare il mondo nelle sue connessioni pi vaste. Muovendo da queste connessioni, deve fare e
disfare audacemente, deve concedersi delle trovate che sfiorino la follia, deve annodare, dividere,
variare, confrontare, deve inventare nuove strutture che le consentano nuove trovate, non deve mai
ripetersi n rendersi troppo facile, insomma deve pretendere il massimo dallo spettatore, scuoterlo,
strapazzarlo, sfinirlo.
 certo una riflessione assai tardiva quella che mi fa dire che scelsi sin da allora il tipo di
dramma al quale in seguito mi sarei dedicato. Eppure credo di non sbagliarmi; non si spiegherebbe
altrimenti come mai il ricordo dellultimo anno passato a Francoforte sia totalmente dominato dalla
turbolenza degli avvenimenti pubblici e insieme, come se si trattasse dello stesso mondo, dalle
commedie di Aristofane, nellimpressione violenta della prima lettura. In mezzo non vedo nulla, una
cosa trapassa nellaltra, e la stretta contiguit dei due ricordi pu avere un solo significato: in quel
periodo furono queste le esperienze per me decisive, che si influenzarono lun laltra in maniera
determinante.
Tuttavia, nello stesso periodo agiva qualcosa che era in rapporto con Gilgamesh e che fungeva
da contrappeso. Qualcosa che riguardava il destino delluomo singolo, distinto da tutti gli altri, preso
per s solo: lincombere della morte su di lui e il dubbio se egli debba accettarla.
PARTE SECONDA
TEMPESTA E COSTRIZIONE*
Vienna 1924-1925
* Il titolo originale di questa parte   Sturm und Zwang , con evidente allusione al movimento
dello  Sturm und Drang .
Vita con mio fratello
Allinizio di aprile del 1924 andai ad abitare insieme a Georg in una stanza della Praterstrasse
22, in casa della signora Sussin. Era una stanza buia, la pi interna del suo appartamento, e la finestra
dava sul cortile. Vi passammo insieme quattro mesi, un periodo non particolarmente lungo. Ma era la
prima volta che vivevo da solo con uno dei miei fratelli, e in quel periodo avvennero molte cose.
Nacque tra noi un rapporto molto stretto, io avevo assunto la veste di mentore, Georg mi
chiedeva consiglio su ogni cosa, e specialmente su tutti i problemi morali. Quasi ogni sera, in quei
quattro mesi passati insieme, parlammo di ci che  lecito, di ci che  doveroso, di ci che  da
aborrire in ogni circostanza, ma anche delle esperienze che avremmo voluto fare, delle cose che
avremmo voluto conoscere - interrompendo il lavoro al grande tavolo quadrato vicino alla finestra,
dove stavamo seduti, ciascuno coi suoi libri e i suoi quaderni. Eravamo separati soltanto da uno
spigolo, ci bastava alzare la testa per guardarci in faccia. Georg era gi allora di un bel palmo pi alto
di me, bench avesse sei anni di meno. Da seduti eravamo quasi alti uguali. A Vienna avevo deciso
discrivermi alla facolt di chimica (anche se non ero affatto sicuro di rimanerci), e mancava un mese
allinizio del semestre. Dato che al liceo di Francoforte di chimica non mi avevano insegnato nulla, era
proprio ora che cominciassi ad acquisire qualche nozione sullargomento. Nelle quattro settimane che
mi restavano volevo recuperare il terreno perduto. Avevo davanti a me il manuale di chimica
inorganica, che, essendo un testo di teoria privo di qualsiasi connessione con la pratica, mi interessava
persino, e andavo avanti spedito.
Ma per quanto profondamente fossi immerso nella mia lettura, quale che fosse largomento di
cui mi stavo occupando, Georg aveva sempre il permesso di interrompermi con le sue domande.
Frequentava una delle classi inferiori del  Realgymnasium  alla Stubenbastei, aveva solo tredici anni.
Imparava volentieri e facilmente, solo in disegno, materia che in quella scuola era presa molto sul serio,
aveva qualche difficolt. Era tanto avido di conoscenze quanto lo ero stato io alla sua et, e su ogni
cosa gli venivano in mente domande molto sensate. Non chiedeva quasi mai spiegazioni su cose che
non aveva capito, tutto ci che poteva leggere lo capiva con facilit; solo voleva saperne di pi, voleva
conoscere altri particolari che completassero lesposizione schematica dei manuali. A molte delle sue
domande ero in grado di rispondere l per l, senza riflettere n documentarmi. Ero felice di potergli
dare qualcosa, fino a quel momento avevo tenuto tutto quanto per me, non avevo avuto nessuno con cui
parlare di quelle cose. Georg capiva che ogni interruzione mi faceva piacere e che non ponevo alcun
limite alle sue domande. In poche ore si toccavano i temi pi svariati, questo mi rendeva pi viva la
chimica, ancora un po estranea e minacciosa, tanto pi che in fin dei conti non escludevo di
dovermene occupare per quattro anni, o forse anche di pi. Georg minterrogava sugli autori latini,
sulla storia (qui, appena possibile, portavo il discorso sui Greci), su questioni di matematica, botanica e
zoologia; ma le domande predilette erano quelle di geografia, sui paesi del mondo e i loro abitanti.
Sapeva che era questo largomento su cui potevo dirgli di pi; qualche volta dovevo farmi forza per
riuscire a smettere, tanta era la voglia di raccontargli in tutti i particolari le cose che avevo imparato dai
miei esploratori. E qui non gli risparmiavo i miei giudizi sul comportamento degli uomini.
Parlando della lotta contro le malattie nei paesi tropicali mi lasciavo trascinare dallentusiasmo.
Non avendo ancora superato del tutto il dolore per la rinuncia alla medicina, gli trasmettevo la mia
antica aspirazione ingenuamente e senza alcun ritegno.
Amavo la sua insaziabilit. Sedendomi davanti ai libri, gi mi rallegravo al pensiero delle sue
domande. Avrei sofferto pi io del suo silenzio che lui del mio. Se fosse stato prepotente o calcolatore
avrebbe potuto ridurmi alla sua merc con la massima facilit. Una sera al nostro tavolo senza le sue
domande sarebbe stata logorante, penosa. Ma Georg non era certo cos: le sue domande non avevano
secondi fini, proprio come le mie risposte. Georg voleva conoscere, io comunicargli ci che sapevo; e
le nuove conoscenze suscitavano da sole nuove domande.  strano che non mi abbia mai messo in
imbarazzo. La sua insaziabilit spaziava allinterno dei miei limiti. Forse le nostre inclinazioni erano
naturalmente affini, forse gli comunicavo ci che sapevo con tanta passione da cancellare in lui il
desiderio di sapere altre cose: fatto sta che Georg faceva solo domande alle quali io sapevo rispondere e
non mi mortificava mai; eppure sarebbe stato facile, se solo mi avesse messo a confronto con le mie
lacune. Eravamo entrambi del tutto aperti, non ci nascondevamo nulla. In quel periodo dipendevamo
luno dallaltro, nessuno ci era vicino, uno solo era limperativo che avevamo di fronte: lui non doveva
deludermi, io non dovevo deluderlo. Per nessuna ragione avrei rinunciato alle nostre serate di studio
al grande tavolo quadrato sotto la finestra.
Venne lestate, le serate si allungarono, cominciammo a lasciare aperte le finestre che davano
sul cortile. Due piani pi in basso, proprio sotto di noi, cera la bottega del sarto Fink, anche la sua
finestra era aperta e il ronzio sommesso della macchina da cucire si sentiva fin su da noi. Lavorava fino
a notte fonda, lavorava sempre. Lo sentivamo consumando al solito tavolo il pasto serale, lo sentivamo
sparecchiando, lo sentivamo quando ci mettevamo a leggere e lo dimenticavamo soltanto quando il
nostro colloquio diventava cos appassionante che ci avrebbe fatto dimenticare qualsiasi cosa. Ma poi
quando andavamo a letto, stanchissimi, perch la giornata era cominciata presto, sentivamo di nuovo il
ronzio della macchina da cucire.
Il pasto serale consisteva di pane e yogurth, e per un certo periodo di pane solo, perch la nostra
convivenza era cominciata con una piccola catastrofe, della quale ero io lunico responsabile. Per
vivere non avevamo certo da scialare, ma tutto ci di cui avevamo bisogno era stato calcolato e la
somma sarebbe stata sufficiente anche per un pasto serale un po pi abbondante. Ricevevo in anticipo
il denaro per tutto il mese, che in parte veniva dal nonno e per il resto dalla mamma, lo portavo sempre
con me e mi ero proposto di amministrarlo nella maniera migliore. Avevo gi una certa esperienza; a
Francoforte ero vissuto sei mesi senza la mamma con i miei fratelli pi piccoli, e davvero non era stato
facile, nellultima fase dellinflazione galoppante, riuscire a cavarsela provvedendo a tutto. In
confronto a Francoforte, vivere a Vienna mi sembrava un gioco da ragazzi.
E lo sarebbe stato, senonch avevo fatto i conti senza il Wurstelprater. Era vicinissimo, a meno
di un quarto dora da casa nostra, e data lenorme importanza che aveva avuto nei miei anni infantili
passati a Vienna, sembrava ancora pi vicino. Invece di tenere il mio fratello pi piccolo lontano dalle
sue seduzioni, lo portai laggi insieme a me. Un pomeriggio di sabato gli mostrai quelle meraviglie, ma
qualcuna non cera pi. Anche quelle che ritrovai, tuttavia, furono piuttosto deludenti. Georg aveva
lasciato Vienna a cinque anni e, non avendo conservato alcun ricordo del Wurstelprater, si era dovuto
basare sui miei racconti, che avevo ornato di tutte le meraviglie. Non era una vergogna che il fratello
maggiore, apparentemente onnisciente, il fratello che gli aveva parlato del Prometeo di Eschilo, della
Rivoluzione francese, della legge di gravit e della teoria dellevoluzione, pretendesse di ammannirgli
ora il Terremoto di Messina nel Tunnel degli orrori, il tutto preceduto dalla Bocca dellinferno?
Dovevo avergliela dipinta davvero a fosche tinte, perch, quando finalmente trovammo il
Tunnel degli orrori e davanti a noi si spalancarono le fauci dellInferno, nelle quali i diavoli, senza
fretta, gettavano i peccatori infilzandoli sui forconi, Georg mi guard stupito e disse :  Sul serio una
volta ti spaventavi a vedere questa roba? .  No, io    no, avevo gi otto anni, ma voi, che eravate
piccolissimi, s . Mi accorsi che ero sul punto di perdere la sua stima. Ma Georg non voleva, teneva
troppo alle nostre discussioni serali, bench fossero appena incominciate, perci non mostr il minimo
desiderio di entrare a vedere il    Terremoto di Messina, lattrazione che ci aveva indotti ad andare fin
l. Io ero contento di potermi trarre dimpaccio, la voglia di vedere il Terremoto era passata anche a
me, e mi affrettai dunque a portarlo via. Cos ne ho conservato il ricordo in tutto il suo antico
splendore.
Ma non riuscii a cavarmela cos a buon mercato, per fargli dimenticare la delusione dovevo pur
offrirgli qualcosa, e mi gettai sui giochi dazzardo del Prater, che in realt non mi avevano mai
interessato. Ce nerano moltissimi, per tutti i gusti, ma noi ci concentrammo sul lancio dellanello,
perch avevamo visto varie persone vincere una dopo laltra. Feci tentare Georg, che non ebbe fortuna,
allora provai io stesso, ma sbagliai, provai di nuovo e sbagliai, i miei tiri sembravano stregati. Presto mi
lasciai a tal punto trascinare dal gioco che Georg mi ammon tirandomi per la manica; ma io non mi
diedi per vinto. Georg vide svanire a poco a poco tutto il nostro mensile, era perfettamente in grado di
valutarne le conseguenze ma non disse nulla, neppure che gli sarebbe piaciuto tentare di nuovo. Capiva,
credo, che provavo un senso di insopportabile vergogna nel tirare cos male davanti a lui, una cosa
inspiegabile, e che assolutamente dovevo riscattarmi con una serie di tiri azzeccati. Mi guardava con gli
occhi sbarrati e di tanto in tanto era scosso da un brivido, mi sembrava che assomigliasse a uno di quei
pupazzi meccanici che si trovavano davanti al Tunnel degli orrori. Continuai ostinatamente a tirare, ma
sempre peggio. Le due figuracce, quella di prima e quella di adesso, si mescolavano e si fondevano in
una sola. Il gioco mi sembrava cominciato da poco, ma certo durava da un pezzo, perch di colpo tutto
il nostro denaro per il mese di maggio era svanito.
Se si fosse trattato di me soltanto, non mi sarei sentito cos in colpa. Ma cera Georg, io ero
responsabile della sua sopravvivenza, facevo, per cos dire, le veci di un padre, gli assegnavo da
meditare i migliori princpi, cercavo di infondergli alti ideali. Nel laboratorio di chimica, che proprio in
quei giorni avevo cominciato a frequentare, mi venivano in mente per tutto il giorno le cose che di sera
avrei detto a Georg, cose che si sarebbero impresse cos profondamente nel suo animo che mai pi
avrebbe potuto dimenticarle. Proprio in virt dellamore fraterno, che allora era diventato il mio
sentimento dominante, mi ero persuaso che un uomo deve rispondere di ogni frase che pronuncia, e che
perfino ununica falsit avrebbe potuto condurre Georg su una strada sbagliata e danneggiarlo per la
vita. E ora avevo dissipato tutto il nostro mensile di maggio! Nessuno avrebbe dovuto saperlo, e men
che mai la famiglia Sussin, presso la quale abitavamo: temevo che se lavessero saputo ci avrebbero
cacciato via.
Per fortuna nessun conoscente era stato spettatore del mio misfatto, e Georg cap
immediatamente che bisognava star zitti. Ci consolammo a vicenda con virili propositi. A mezzogiorno
eravamo soliti pranzare da Benveniste, una trattoria a due passi dal Carl-Theater, dove ci aveva portato
il nonno. Ora non pi. Ci saremmo accontentati di yogurth e pane. E per la sera di pane soltanto. Dove
avrei trovato i soldi (almeno per lo yogurth e il pane) non lo dissi, non lo sapevo ancora.
Credo che questa piccola disgrazia, che mi ero meritato, ci abbia avvicinati di pi luno
allaltro, ancor pi del gioco serale di domande e risposte. Per un mese intero facemmo davvero una
vita grama. Senza la colazione che la signora Sussin ci portava ogni mattina, non so proprio come
avremmo potuto resistere. Aspettavamo con una fame da lupi il caffelatte mattutino con due panini a
testa. Ci alzavamo pi presto del solito, ci lavavamo pi presto del solito, e quando la signora entrava
in camera con il vassoio eravamo gi seduti al tavolo quadrato. Evitavamo i gesti nervosi che avrebbero
tradito la nostra bramosia, e sedevamo rigidi, come se avessimo tutti e due qualcosa da ripassare
mentalmente. La signora Sussin ci teneva a scambiare due frasi mattutine, dovevamo sempre
informarla di come avevamo dormito, ed eravamo ancora fortunati se ci veniva risparmiato il resoconto
di come aveva dormito lei.
Ogni mattina la signora ci parlava con enfasi di suo fratello, che si trovava in prigione a
Belgrado,  Un vero idealista!  : cominciava sempre cos, di getto, e mai lo nominava senza
premettere la parola  idealista . In realt non diceva nulla sulle sue convinzioni politiche, tuttavia era
fiera di lui, perch era amico di Henri Barbusse e di Romain Rolland. Era un uomo malato, aveva
cominciato fin da giovane a soffrire di tubercolosi, la prigione era un vero veleno per lui, che avrebbe
avuto bisogno invece di un vitto sostanzioso e abbondante. Quando entrava con la colazione e il buon
caff fumante, la signora Sussin pensava alle cose che suo fratello non aveva, ed era naturale che
parlasse di lui.  Ha cominciato presto, ha cominciato gi a scuola. Alla sua et  e indicava Georg 
era gi un idealista. A scuola arringava i compagni e veniva punito. Gli insegnanti erano dalla sua
parte, ma avevano lobbligo di punirlo lo stesso . Non approvava la caparbiet del fratello, per dalla
sua bocca non usciva mai una parola di biasimo. Lei e la sorella, che non essendo sposata viveva in
casa dei coniugi Sussin, avevano dovuto ascoltare sulle opinioni politiche del fratello una quantit di
cose spiacevoli. I serbi legittimisti le avevano tanto poco in simpatia quanto i buoni austriaci, e cos lei
e sua sorella si erano abituate una volta per sempre a considerare la politica una cosa incomprensibile,
che preferivano lasciare agli uomini.
Mosche Pijade - cos si chiamava il fratello - si era sempre considerato un rivoluzionario e uno
scrittore. E che in quanto tale non fosse il primo venuto era dimostrato dai nomi dei suoi amici francesi.
La prigionia e ancor pi la malattia e la fame del fratello occupavano intensamente i pensieri della
signora Sussin. Le sarebbe piaciuto fargli arrivare la colazione che portava a noi, e perci pensare a lui
tutte le mattine era il meno che potesse fare. In questo modo prolungava ogni volta la nostra
spasmodica attesa del cibo, ma in compenso il racconto della fame di suo fratello ci rendeva pi forti. A
lui non sarebbe mai venuto in mente di dire che aveva fame. A casa, sin da quando era ragazzo, non si
accorgeva mai di aver fame, preso comera dai suoi nobili ideali. Cos era diventato il nostro sostegno,
e la storia della signora Sussin era attesa ogni mattina non meno del caffelatte con i buoni panini. Fra
laltro proprio in quelloccasione Georg sent parlare per la prima volta della tubercolosi, alla quale
avrebbe poi dedicato tutta la vita.
Georg ed io uscivamo insieme. Subito a sinistra, nel cortile, vedevamo il signor Fink, il sarto,
seduto gi da un pezzo davanti alla macchina da cucire. Era il primo rumore che sentivamo al mattino,
subito dopo il risveglio, cos come di notte era stato lultimo rumore che avevamo sentito prima di
addormentarci. Passando davanti alla finestra del suo bugigattolo, salutavamo quelluomo silenzioso
dagli zigomi doloranti. Vedendolo con gli spilli in bocca avevo la sensazione che un lungo spillo gli
attraversasse le guance e che per questo non potesse parlare. Se nonostante tutto diceva qualche parola,
io mi meravigliavo; gli spilli, anche quelli che teneva fra le labbra, sembravano essersi dissolti.
L, nella finestra del bugigattolo, cera la macchina da cucire da cui Fink non si separava mai -
era un uomo giovane, che non usciva mai di casa. Quando cominciai a conoscerlo un po meglio, ormai
era estate, la finestra era aperta, in cortile si sentiva il ronzio della macchina da cucire che
accompagnava sommessamente le risate di sua moglie, una florida donna bruna che riempiva di s tutta
la bottega. Chi voleva entrare dal sarto Fink per fargli unordinazione e bussava alla porta della
stanzetta in cui egli viveva con la sua famiglia esitava un momento prima di entrare, per ascoltare
ancora un attimo il riso della moglie, come se non credesse alle proprie orecchie. Colui che bussava
sapeva benissimo che la gioia con cui veniva accolto nella bottega non era in realt destinata a lui, era
la gioia che emanava da quel corpo rigoglioso che lasciava il suo odore su ogni cosa. Lodore si
impregnava delle risate e viceversa, e, di tanto in tanto, vi si univano le grida rivolte a Camilla, la
figlioletta di tre anni. Alla bambina piaceva giocare soprattutto sulla soglia, proprio dietro la porta, e
anche per questo i clienti si erano abituati ad aprirla con cautela : la prima cosa che si udiva, fra gli
squilli di risa, erano le parole:  Camilla, lascia passare, fai entrare il signore . Diceva sempre  il
signore , anche se io non avevo ancora diciannove anni, e lo diceva anche quando io ero nella stanza e
stava bussando una donna. Quando vedeva che si trattava di una donna, la moglie di Fink per un po
smetteva di ridere, ma non rettificava mai la sua frase; la cosa del resto non mi stupiva, dato che il
signor Fink era un sarto da uomo. Allora egli alzava gli occhi per un attimo, gli spilli in bocca. Un
grande spillo crudele gli trapassava le guance, come faceva a parlare? In sua vece parlavano le risate
della moglie.
Karl Kraus e Veza
Era naturale che la prima volta li sentissi nominare insieme: le voci che parlavano di loro due
provenivano dalla medesima fonte, la fonte da cui allora mi giungeva tutto ci che era nuovo; infatti, se
al mio arrivo a Vienna fossi stato affidato soltanto a me stesso e alle lezioni universitarie, che di l a
breve avrei dovuto frequentare, difficilmente mi sarebbe bastato per una nuova vita. Facevo visita agli
Asriel ogni sabato pomeriggio nella loro casa della Heinestrasse, proprio accanto alla ruota del Prater, e
da loro venivo a sapere una tale quantit di cose che mi sarebbero bastate per anni : nomi del tutto
nuovi per me, che mi apparivano sospetti proprio per questo, perch prima non li avevo mai sentiti.
Ma il nome che sentivo nominare pi spesso dagli Asriel era quello di Karl Kraus. Era luomo
pi severo e pi grande che vivesse a Vienna. Non si lasciava impietosire da nessuno. Nelle sue letture
attaccava tutto ci che esiste di brutto e di marcio. Pubblicava una rivista che scriveva interamente da
solo. Nessun intervento era gradito, non accettava contributi da nessuno, alle lettere non rispondeva.
Ogni parola, ogni sillaba contenuta nella  Fackel  era scritta di suo pugno. La  Fackel  era come un
tribunale, in cui Karl Kraus era lunico accusatore e lunico giudice. Di avvocati difensori non ce
nerano, del resto non servivano, Kraus era talmente giusto che non accusava mai nessuno che non lo
meritasse. Non sbagliava mai, era impossibile che Kraus si sbagliasse. Tutto ci che scriveva era esatto
fino allultima virgola, mai uno scrittore aveva dato prova di una simile precisione. Curava
personalmente ogni singolo capoverso, chi avesse voluto trovare nella  Fackel  un errore di stampa
avrebbe potuto rompercisi il capo per settimane. La cosa pi intelligente che potesse fare era
rinunciarci. Kraus odiava la guerra e durante il conflitto mondiale era riuscito, malgrado la censura, a
pubblicare sulla  Fackel  molte cose contro la guerra. Aveva scoperto abusi e denunciato casi di
corruzione sui quali tutti gli altri avevano tenuto la bocca chiusa. Era un vero miracolo che non fosse
finito in prigione. Aveva scritto una tragedia di ottocento pagine, intitolata Gli ultimi giorni
dellumanit, nella quale era rappresentato tutto quello che era successo durante la guerra. Quando ne
leggeva dei brani, si restava come fulminati. In sala non volava una mosca, il pubblico non osava quasi
respirare. Leggeva da s tutte le parti, dai profittatori ai generali, dalla Schalek ai poveri diavoli, vittime
della guerra, e tutti avevano una voce cos autentica che sembravano in carne e ossa davanti
allascoltatore. Chi aveva ascoltato le pubbliche letture di Kraus non ne voleva pi sapere del teatro,
che noia, il teatro, in confronto a Kraus, lui da solo era un intero teatro, anzi era meglio - e questo
prodigio universale, questo gigante, questo genio portava il comunissimo nome di Karl Kraus.
Tutto avrei potuto credere di lui eccetto quel nome, non era possibile che uno che si chiamava
in quel modo facesse tutto ci che gli veniva attribuito. Continuando a frastornarmi con le loro
informazioni su Karl Kraus, gli Asriel - entrambi, sia la madre sia il figlio, ci prendevano gusto -
ironizzavano su quella mia diffidenza riguardo al nome, il nome non conta, ripetevano tutte le volte,
quel che conta  la persona, altrimenti noi, lei o io, dato che abbiamo un nome armonioso, saremmo
superiori a un uomo come Karl Kraus. Si pu immaginare una cosa pi ridicola, pi assurda?
Mi ficcarono in mano il fascicolo rosso, e che si chiamasse  Die Fackel ,  La Fiaccola , mi
piacque assai; eppure assolutamente non mi riusc di leggerlo. Inciampavo nelle frasi, non ne capivo il
senso. Quando finalmente riuscivo a capire qualcosa, mi sembravano soltanto delle battute di spirito
che non dicevano nulla. E poi si parlava di fatterelli locali, di errori di stampa, tutte cose che mi
sembravano assolutamente irrilevanti.  Non sono altro che sciocchezze, come fate a leggere questa
roba? Allora preferisco un quotidiano,  pi interessante, almeno ci si capisce qualcosa, qui bisogna
rompersi la testa, e lo stesso non se ne cava fuori nulla! . Ero sinceramente indignato con gli Asriel,
mi facevano venire in mente il padre di un mio compagno di scuola di Francoforte, quello che quando
andavo a trovarlo mi leggeva sempre qualche passo dello scrittore locale Friedrich Stoltze e alla fine di
ogni poesia diceva:  Chi non lo sa apprezzare va fucilato. E' il pi grande poeta che sia mai esistito .
Raccontai, non senza sarcasmo, lepisodio del poeta dialettale francofortese. Insomma, riuscii a mettere
gli Asriel alle strette e, incalzandoli, li ridussi cos a mal partito che dimprovviso cominciarono a
parlare di certe signore raffinatissime che non perdevano una lettura di Karl Kraus ed erano talmente
affascinate dalla sua persona che si sedevano sempre in prima fila, perch egli potesse notare il loro
entusiasmo. Ma leffetto che quella descrizione ebbe su di me fu un vero fiasco:  Signore raffinate! 
replicai.  E magari impellicciate! Profumate ed estetizzanti! Come non si vergogna il vostro Karl
Kraus di parlare davanti a gente simile! .
 Ma non sono affatto come dici tu\ Sono donne di alta cultura! Perch mai non dovrebbe
parlare davanti a loro? Afferrano al volo ogni allusione; lui non ha ancora terminato una frase e loro
sanno gi di che si tratta. Hanno in mente tutta la letteratura inglese e francese, non soltanto quella
tedescal Conoscono Shakespeare a memoria, per non parlare di Goethe. Sono donne talmente colte che
non puoi fartene unidea! .
 E come fate a saperlo? Avete parlato con loro? Parlate con gente simile? Il profumo non vi
stordisce? Io non parlerei con una donna del genere neppure un minuto. Non ne sarei capace. Anche se
fosse bellissima le volterei le spalle, dicendole tuttal pi: Eviti di blaterare su Shakespeare. Si
rivolterebbe nella tomba per il disgusto. E lasci stare Goethe. Il Faust non  roba da scimmiette .
Ma a quel punto gli Asriel pensarono di avere partita vinta, perch gridarono all'unisono:  E
Veza! Lo sa chi  Veza? Ha mai sentito parlare di lei? .
Questa volta s che il nome mi colp. Mi piacque subito, bench non volessi ammetterlo. Mi
ricordava una delle mie stelle, la stella Vega della costellazione della Lira, e il mutamento di
consonante me lo fece apparire ancora pi bello. Dissi soltanto in tono brusco:  Che razza di nome 
mai questo? Non c nessuno che si chiami cos. Sarebbe un nome fuori del comune. Ma non esiste .
 Esiste eccome. Noi la conosciamo, abita con sua madre nella Ferdinandstrasse. A dieci minuti
da qui.  davvero una creatura meravigliosa, con un viso spagnolo.  cos raffinata e sensibile che
davanti a lei nessuno si azzarderebbe a dire una volgarit. Ha letto pi lei di tutti noi messi insieme. Sa
a memoria delle poesie inglesi lunghissime, e mezzo Shakespeare per giunta. E Molire, Flaubert,
Tolstoj. E' quanti anni ha questo portento? .  Ventisette .  E ha gi letto tutte queste cose? .
 Sicuro, e anche di pi. Ma legge con intelligenza. Se qualcosa le piace, sa perch. Sa
spiegarne le ragioni. Nessuno la mette nel sacco .  E si siede in prima fila da Karl Kraus .  S, ad
ogni lettura .
Il 17 aprile 1924 doveva aver luogo la trecentesima lettura di Karl Kraus. Era stata prenotata la
sala grande del Konzerthaus. E neppure quella, dicevano, sarebbe stata abbastanza grande per
contenere tutti gli appassionati. Ma gli Asriel pensarono in tempo ai biglietti e insistettero die andassi
anchio. Perch star sempre a litigare sulla  Fackel ? Tanto valeva che ascoltassi una buona volta il
granduomo. Cos avrei potuto giudicare da me. Hans sfoder il suo sorriso pi altezzoso; e non sorrise
lui solo allidea che chiunque (figurarsi uno studentello arrivato da Francoforte fresco fresco dopo la
maturit) presumesse di resistere al fascino di Karl Kraus in persona; perfino la sua graziosa e svelta
mammina non pot trattenere un sorrisetto mentre continuava a ripetermi quanto mi invidiasse quel
primo incontro con Karl Kraus.
Alice Asriel mi prepar con consigli appropriati. La veemenza con cui gli ascoltatori
manifestavano il loro assenso non doveva spaventarmi: non erano i soliti viennesi da operetta che si
davano appuntamento da Kraus, non erano dei buontemponi da osteria e neppure gli adepti di un
cenacolo di esteti decadenti alla Hofmannsthal : era la vera Vienna intellettuale, la parte migliore e pi
sana di quella citt in apparente declino. La prontezza con cui quel pubblico sapeva cogliere anche
lallusione pi sottile mi avrebbe sbalordito, la gente rideva gi quando Kraus apriva la bocca per
parlare, e non aveva ancora finito che la sala intera si scatenava. Kraus aveva educato bene il suo
pubblico, poteva farne ci che voleva, e dire che era tutta gente di elevata cultura, quasi soltanto
professori universitari, o per lo meno studenti. Non le era mai capitato di vedere tra il pubblico una
faccia stupida, avevi un bel cercarla, era tempo perso. Leggere sul viso degli ascoltatori la reazione ai
punti pi salienti del discorso di Kraus era sempre stato per lei un grande divertimento. Le dispiaceva
moltissimo non venire alla lettura, ma preferiva di gran lunga quelle che si svolgevano nella sala media
del Konzerthaus, l veramente non sfuggiva nulla di nulla. Nella sala grande - bench la voce di Kraus
la reggesse benissimo - qualcosa per forza andava perduto, e lei era talmente fanatica di ogni parola di
Kraus che ci teneva a non perderne nemmeno una. Perci questa volta mi aveva ceduto il suo biglietto,
assistere alla trecentesima lettura significava pi che altro un omaggio a Kraus, e laffluenza sarebbe
stata comunque tale che avrebbe fatto poca differenza che lei ci fosse o no.
Io sapevo che gli Asriel vivevano in grandi ristrettezze - bench non se ne parlasse mai :
cerano tante questioni pi importanti, di carattere intellettuale, che li assorbivano completamente.
Eppure insistettero per offrirmi il biglietto: soltanto per questa ragione la signora Asriel rinunci ad
assistere alla trionfale ricorrenza.
La serata aveva anche uno scopo recondito che mi era stato taciuto, ma lo scopersi da solo, e
non appena Hans ed io prendemmo posto nella sala, piuttosto indietro, cominciai a osservare
furtivamente il pubblico intorno a me. Hans stava facendo, non meno furtivamente, la stessa cosa;
ciascuno nascondeva allaltro che stava cercando qualcuno, eppure cercavamo entrambi la stessa
persona. Dimenticando che la giovane signora dal nome inconsueto prendeva sempre posto in prima
fila, speravo, bench non avessi mai visto un suo ritratto, di notarla improvvisamente nella nostra. Non
riconoscerla subito mi sembrava inconcepibile, dopo la descrizione che me ne avevano fatto: la pi
lunga delle poesie inglesi che lei sapeva a memoria era The Raven (Il corvo) di Poe, e lei stessa aveva
laspetto di un corvo, un corvo che un incantesimo aveva tramutato in una donna spagnola. Hans era
troppo irrequieto per interpretare a dovere la mia irrequietezza, guardava ostinatamente verso le prime
file, scrutando le porte che sul davanti davano accesso alla sala. Improvvisamente balz in piedi, ma
senza darsi delle arie, anzi, sembrava in soggezione e disse :  Eccola.  entrata proprio adesso . 
Dov'?  dissi io, senza domandare di chi stesse parlando. Dov?. In prima fila, in fondo a sinistra.
In prima fila, proprio come pensavo .
Da quella distanza vedevo pochissimo, eppure riconobbi i capelli corvini e me ne rallegrai.
Trattenni le osservazioni ironiche che mi ero preparato, preferivo tenerle in serbo per dopo. Quasi
subito arriv Karl Kraus, che fu salutato da applausi cos scroscianti come mai li avevo sentiti, neppure
ai concerti. Sembr - il mio occhio non era ancora esercitato - non prestarvi molta attenzione, indugi
solo un poco, in piedi, la sua figura sembrava lievemente curva. Quando si sedette e cominci a parlare
fui sorpreso dalla sua voce, nella quale vibrava qualcosa dinnaturale, una specie di prolungato
gracidio. Ma quellimpressione si dilegu in fretta, la voce mut all'improvviso e seguit a mutare in
continuazione, e quasi subito rimasi sbalordito dalla ricchezza e dalla variet dei suoi toni. Tanto era il
silenzio che allinizio laccolse, che sembrava davvero di essere al concerto, ma lattesa era diversa,
completamente diversa. Fin dal primo momento, e per tutta la durata dello spettacolo, era il silenzio che
precede la tempesta. Gi la prima battuta, in realt era soltanto unallusione, venne anticipata da risate
che mi spaventarono. Suonavano entusiastiche e fanatiche; soddisfatte e minacciose a un tempo,
avevano addirittura preceduto le parole alle quali si riferivano. Ma anche quando quelle parole furono
pronunciate, come avrei potuto comprenderle? Alludevano a episodi locali, che non soltanto avevano a
che fare con Vienna, ma appartenevano ormai allintimit fra Kraus e il suo pubblico, che proprio
quelle parole stava aspettando avidamente. Non erano ascoltatori isolati a ridere, ridevano molte
persone insieme. Mentre guardavo obliquamente davanti a me, fissando uno spettatore alla mia sinistra
per cercar di capire la strana anomalia delle sue risate, di cui mi sfuggivano i motivi, dietro di me
risuonavano risate identiche, e cos pure a due o tre posti di distanza, da ogni altro lato; soltanto allora
mi accorsi che anche Hans accanto a me - nel frattempo lavevo quasi dimenticato - rideva esattamente
nello stesso modo. Erano sempre molte persone insieme che ridevano, e il loro era sempre un riso
affamato. Non ci misi molto a capire: quella gente era venuta per un banchetto, non per festeggiare
Karl Kraus.
Non so che cosa disse Kraus la sera del mio primo incontro con lui. Le centinaia di conferenze
ascoltate in seguito vi si sono sovrapposte. Ma forse non lo sapevo nemmeno allora, tutto preso
comero da quel pubblico che mi faceva paura. Karl Kraus lo vedevo male, un volto che ringiovaniva
verso il basso, cos mobile che non si poteva fissare su nulla, penetrante ed estraneo come quello di un
animale mai visto, diverso da tutti quelli che si conoscevano. Ero sconcertato dai crescendo improvvisi
di cui quella voce era capace, la sala era molto grande, eppure nella voce di Kraus vibrava un tremito
che si comunicava a tutta la sala. I sedili e le persone sembravano cedere a quel tremito, non mi sarei
meravigliato se i sedili si fossero piegati. La dinamica di quella sala gremita fino allultimo posto sotto
leffetto della voce di Kraus - era sempre presente anche quando taceva - davvero non si pu
descrivere, cos come non si pu descrivere l''Esercito di spettri delle fiabe. Ma credo che sia questa
limmagine che meglio la pu rendere. Ci si immagini l''Esercito di spettri che prende posto in una
sala, rinchiuso da colui che lha evocato e guidato, costretto a sedere in silenzio e poi incessantemente
richiamato alla sua vera, selvaggia natura. Non che questa visione si avvicini molto alla realt, tuttavia,
poich non ne conosco nessuna che sia pi precisa, rinuncio a dare unidea di comera Karl Kraus in
azione.
Ad ogni modo, durante lintervallo uscii dalla sala e Hans mi fece conoscere la giovane signora
che meglio di chiunque altro poteva testimoniare sulle impressioni che io avevo appena provato su di
me. Ma lei era molto calma e controllata, in prima fila tutto sembrava pi facile da sopportare. Aveva
un aspetto assai inconsueto, un essere con qualcosa di prezioso che nessuno si sarebbe aspettato di
vedere a Vienna, ma piuttosto in una miniatura persiana. Larco alto delle sopracciglia, le lunghe ciglia
nere che muoveva ora in fretta ora adagio, proprio come un virtuoso, mi facevano sentire in imbarazzo.
Anzich guardarla negli occhi le fissavo le ciglia ed ero stupito da quella bocca cos piccola.
Non mi domandava, disse, come mi era sembrata la lettura, perch non voleva mettermi in
imbarazzo.  Lei  qui per la prima volta  aggiunse, con un tono da padrona di casa, quasi che la sala
fosse casa sua e lei, dal suo posto in prima fila, dispensasse agli ospiti tutto ci che quella serata poteva
offrire. Conosceva i visitatori, sapeva sempre chi stava entrando e osserv senza sbagliarsi che io ero
nuovo. Mi sembrava di essere invitato da lei e le ero grato per lospitalit, che consisteva nel prender
nota della mia esistenza. Il mio accompagnatore - il tatto non era il suo forte - disse :   davvero un
gran giorno per lui  indicandomi con un movimento della spalla.  Questo non  detto;  disse lei  da
principio  sconcertante. Non mi sentivo affatto preso in giro; bench avvertissi in ognuna delle sue
frasi un sottofondo canzonatorio, ero felice che la sua osservazione corrispondesse cos esattamente al
mio stato danimo. Ma proprio questa capacit di comprensione mi sgoment, come pure le sue ciglia
che ora si muovevano con una certa solennit, quasi che su alcune cose importanti dovessero tacere.
Cos dissi la frase pi semplice e meno impegnativa che in quella circostanza avrei potuto dire:  Gi, 
davvero sconcertante . Poteva sembrare una frase sgarbata, ma non per lei, che infatti mi domand: 
Lei  svizzero? .
Non cera nulla al mondo ohe sarei stato pi volentieri. Nei tre anni che avevo passato a
Francoforte il mio amore per la Svizzera si era trasformato in una rovente passione. Sapevo che la
madre di Veza era una  spagnola , il suo cognome da nubile era Caldern e ora viveva con il terzo
marito, un uomo vecchissimo di nome Altaras; Veza, perci, aveva certo capito dal mio nome che
anchio ero uno  spagnolo . Perch allora mi aveva domandato se ero proprio ci che avrei voluto
essere pi di ogni altra cosa al mondo? Dellantico dolore per il distacco da Zurigo non parlavo con
nessuno, e soprattutto mi sarei guardato dal fare una simile figuraccia davanti agli Asriel, i quali,
spocchiosi e arroganti comerano, o forse proprio a causa di Karl Kraus, si sentivano orgogliosissimi di
essere viennesi. Perci la bella dama del corvo non poteva aver saputo da nessuno della mia sventura, e
la sua prima domanda diretta mi giunse dritta al cuore. Fui colpito pi profondamente da quella
domanda che non dalla lettura, che per me - anche qui lei aveva colto nel segno - per il momento era
solo sconcertante. Le risposi :  Purtroppo no  volendo dire con questo che purtroppo non ero
svizzero. Con quella frase mi misi nelle sue mani. Con la sola parola  purtroppo  rivelai di me stesso
pi di quanto a quellepoca sapesse di me ogni altra persona. Lei parve comprenderlo, ogni sfumatura
dironia scomparve dai tratti del suo viso e disse:  A me piacerebbe essere inglese . Hans, al suo
solito modo, la sommerse con un diluvio di chiacchiere, del quale riuscii ad afferrare soltanto questo:
che si poteva conoscere Shakespeare anche senza essere inglesi e che ormai gli inglesi di oggi non
avevano con Shakespeare pi nulla in comune. Ma lei non gli bad pi di quanto gli badassi io, bench
- come mi accorsi subito - non le sfuggisse una parola di quello che Hans stava dicendo.
 Dovrebbe ascoltare una lettura shakespeariana di Karl Kraus.  gi stato in Inghilterra? . 
S, da bambino. Ci sono andato a scuola per due anni.  stata la mia prima scuola .  Io ci vado
spesso, a trovare dei parenti. Lei mi deve raccontare della sua infanzia in Inghilterra. Venga presto a
trovarmi! .
Ogni affettazione era sparita, anche la civetteria con cui aveva fatto gli onori della serata. Parl
di cose che erano importanti per lei e le stavano a cuore, per rispondere alla cosa importante per me cui
subito aveva accennato con tanta facilit, ma in un modo non offensivo. Quando tornammo in sala
Hans, nel poco tempo che ci rimase, mi domand in fretta due o tre volte di seguito come lavevo
trovata, ma io feci finta di non capire, e solo quando mi accorsi che era sul punto di pronunciare il suo
nome dissi, per prevenirlo:  Chi? Veza? . Ma era gi ricomparso Karl Kraus, nella sala si scaten
luragano e il nome di Veza ne fu sommerso.
Il buddhista
Non credo di averla rivista dopo la fine della lettura, ma anche se fosse accaduto non avrebbe
avuto importanza, perch nel frattempo Hans aveva aperto le sue cateratte. Mi fu riversato addosso un
sottile flusso di chiacchiere, dal quale era assente tutto ci che era servito alloratore per conquistare il
pubblico: la passione convinta, lira, il disprezzo. Ogni cosa che Hans diceva passava accanto al suo
interlocutore come se fosse rivolta a unaltra persona, che per era assente.  Naturalmente  e 
ovviamente  erano le parole che usava di pi, accompagnavano ogni sua frase per rafforzarla, e invece
le toglievano la poca forza che aveva. Hans sapeva che le sue affermazioni non avevano peso e quindi
cercava di innalzarle su un piano generale, nella speranza di metterle al sicuro. Ma il suo piano
generale non era meno debole di quanto fosse lui stesso, per disgrazia nulla di quel che diceva veniva
creduto. Nessuno lo riteneva un bugiardo, era un uomo troppo debole per inventarsi alcunch; ma
invece di usare una parola ne usava cinquanta e perci delle cose che aveva in mente, cos diluite, non
restava pi nulla. Ripeteva la stessa domanda tante di quelle volte e cos in fretta da non lasciare al suo
interlocutore il tempo materiale di rispondere. Diceva: Sul serio?, Questo non mi va gi ,  Lo
sappiamo , interpolando a mo dinteriezione queste brevi frasi nei suoi interminabili discorsi, forse
per dare ad essi unenfasi maggiore.
Gi da bambino Hans era esile, ma adesso era talmente sottile che tutti i vestiti gli ballavano
addosso. Laspetto pi saldo e risoluto lo assumeva quando nuotava, per questo non faceva che parlare
di nuoto. I  feloni  (dir pi avanti chi sono) tolleravano la sua presenza quando andavano a fare il
bagno alla Kuchelau, anche se in realt egli non era dei loro. Hans in realt non faceva parte di nessun
gruppo, stava sempre ai margini. Era piuttosto sua madre che attirava in casa dei giovanotti per
assistere ai loro tornei verbali, e organizzava le cose in modo che suo figlio in quelle occasioni parlasse
poco, in un certo senso per dovere di ospitalit, e perch la conversazione riuscisse interessante. Hans
in compenso ascoltava con attenzione, recepiva tutto, starei per dire con ingordigia, e non appena i veri
contendenti se nerano andati, il torneo si ripeteva, come un postludio, fra Hans e qualche amico intimo
della famiglia che rimaneva pi a lungo, credendo di poter aspirare ai favori della madre. Cos ogni
disputa e ogni tema venivano rimasticati, finch di ognuno di essi, che pure, espresso con spontaneit,
aveva una sua vita e un suo fascino, non restava che un sapore stantio.
Hans a quel tempo non era ancora consapevole del suo difficile rapporto con gli altri. Cerano
sempre tanti giovani in casa, e immancabilmente avevano luogo nuove tenzoni - sotto lo sprone dello
sguardo ammirato della signora Asriel; niente sfuggiva ad Alice, niente le sembrava che andasse troppo
per le lunghe. I contendenti si trattenevano finch ne avevano voglia, ma nessuno li obbligava a restare,
andavano e venivano a loro piacimento. Grazie alla socievolezza della signora Asriel - vivere
liberamente in mezzo agli altri le piaceva molto ed era anzi un suo bisogno naturale - in casa di Hans
gli ospiti non mancavano mai. E grazie a lei Hans, che viveva di imitazione intellettuale e ne era
intimamente costituito, aveva sempre qualcosa da imitare, le  suggestioni intellettuali , come
venivano chiamate, erano inesauribili. Hans non si accorgeva di non essere invitato con piacere, perch
tutti gli ambienti non troppo rigidamente borghesi ricevevano volentieri sua madre, e lei, com ovvio,
portava sempre con s quel suo figlio che riteneva tanto intelligente.
Dopo il 17 aprile, che fu davvero un gran giorno per me, perch in quella stessa data e nello
stesso luogo erano entrate nella mia vita le due persone che per moltissimo tempo lavrebbero
dominata, dopo quel 17 aprile cominci un periodo di simulazione che dur quasi un anno. Avrei
rivisto molto volentieri la donna-corvo, ma non volevo assolutamente che gli altri si accorgessero di
questo mio desiderio. Lei mi aveva invitato ad andare a trovarla, e gli Asriel, sia la madre che il figlio,
ritornavano continuamente su quellinvito, chiedendomi se non volevo accettarlo. Dato che reagivo con
malgarbo, e anzi davo a intendere di non averne affatto voglia, pensarono che fossi troppo timido e per
incoraggiarmi mi fecero capire che erano disposti a venire con me. Erano stati a trovarla gi pi di una
volta, presto ci sarebbero tornati e - semplicemente - mi avrebbero portato con s. Ma era proprio
quello che pi mi atterriva. Alle chiacchiere di Hans mi ero ormai abituato - non le prendevo pi troppo
sul serio, ma il pensiero di quelle chiacchiere a casa di Veza era troppo sgradevole, e altrettanto
sgradevole era la prospettiva che Alice poi mi avrebbe chiesto di raccontarle per filo e per segno come
avevo trovato questo o quello. Davanti agli Asriel non avrei mai potuto parlare dellInghilterra e mai e
poi mai sarei riuscito a dire una sola parola riguardo alla Svizzera: e parlare di questo era proprio ci
che mi attirava sopra ogni altra cosa.
Alice non voleva privarsi di quella gioia, e ogni sabato, quando andavo dagli Asriel, arrivava di
punto in bianco la sua domanda, gentile ma insistente :  Quando andiamo a trovare Veza? . Per me
era gi sgradevole sentir pronunciare il suo nome, mi sembrava talmente bello da non doversi proferire
cos, davanti a chiunque. Perci facevo finta di trovarla antipatica, evitavo di pronunciarne il nome e
parlavo di lei con scarso rispetto.
A casa di Alice conobbi Fredl Waldinger, che fu per qualche anno il miglior compagno di
conversazione che potessi desiderare. A dire il vero la pensavamo diversamente quasi su tutto, eppure
non arrivammo mai n a offenderci n a litigare. Fredl non si lasciava sopraffare n prendere alla
sprovvista, e alla foga delle mie tumultuose esperienze opponeva una resistenza placida e allegra.
Quando lo incontrai per la prima volta era appena tornato dalla Palestina, dove era vissuto sei mesi in
un kibbutz. Intonava volentieri canzoni ebraiche, ne sapeva molte, aveva una bella voce e le cantava
bene. Non cera bisogno di pregarlo, per lui intonare una canzone a met di un discorso era naturale,
usava le canzoni come riferimenti, erano le sue citazioni.
Altri giovani che incontrai in quello stesso ambiente si ammantavano di una certa qual boria da
grandi letterati : il loro modello, se non era Karl Kraus, era Weininger o Schopenhauer. Le sentenze
pessimistiche o misogine erano particolarmente apprezzate, bench nessuno di essi fosse misogino o
.misantropo. Avevano tutti unamica con cui andavano damore e daccordo e, insieme a lei e agli altri
amici (dal nome di uno di essi, un certo Felo, si chiamavano i  feloni ), andavano a fare il bagno alla
Kuchelau, dove regnava unatmosfera sana, cordiale e vigorosa. Eppure le frasi taglienti, argute e
sprezzanti venivano considerate da quei giovani il pi bel fiore dello spirito. Era assolutamente vietato
pronunciarle in forma inesatta, e buona parte della stima che gli uni avevano per gli altri dipendeva
dallattitudine a prendere la forma linguistica di quelle trovate non meno sul serio di come avrebbe
preteso Karl Kraus, il vero maestro di tutti quei gruppi. Fredl Waldinger li frequentava un po alla
lontana, li accompagnava volentieri a fare i bagni, ma non era un fanatico di Karl Kraus, per lui
esistevano cose non meno importanti di Kraus, e altre a cui teneva addirittura di pi.
Ernst Waldinger, il suo fratello maggiore, che aveva gi pubblicato delle poesie ed era tornato
dalla guerra con una grave ferita, aveva sposato una nipote di Freud ed era amico di Josef Weinheber
(la loro amicizia era fondata sulla comune concezione dellarte). Entrambi erano legati ai modelli
classici, la severit della forma aveva per loro una grande importanza. Il cesellatore di cammei era il
titolo di una poesia di Ernst Waldinger che si poteva definire programmatica, e perci fu scelto come
titolo di una sua raccolta poetica. Fredl Waldinger doveva in parte la propria libert interiore a questo
fratello, per il quale nutriva una grande stima. Ma non andava oltre la stima, menar vanto del successo
esteriore non era nel suo carattere. I soldi non facevano colpo su di lui, e neppure la notoriet; tuttavia
non gli sarebbe mai venuto in mente di disprezzare lautore di un libro di poesie solo perch costui
cercava a poco a poco di farsi un nome. Quando conobbi Fredl, era appena uscito Boot in der Bucht (La
barca nella baia) di Weinheber. Fredl aveva con s il libro e lo lesse ad alta voce, un paio di poesie gi
le sapeva a memoria. Mi piaceva moltissimo che prendesse sul serio le poesie, a casa mia le poesie
erano disprezzate, le chiamavano  poesiole  per partito preso. Ma le vere citazioni di Fredl, come ho
gi detto, erano le canzoni, i canti popolari ebraici.
Fredl, mentre cantava, teneva la mano destra sollevata a mezzaria, con il palmo aperto rivolto
verso lalto come un guscio, sembrava che offrisse qualcosa di cui dovesse scusarsi. Il suo aspetto era
umile e nel contempo sicuro di s, faceva quasi pensare a un monaco itinerante, il quale, tuttavia,
invece di fare la questua, portava tra la gente i suoi doni. Fredl non cantava mai a piena voce, ogni
mancanza di misura sembrava estranea al suo carattere, alla grazia campagnola con cui si conquistava il
cuore degli ascoltatori. Fredl si rendeva certamente conto della sua bravura e ne era compiaciuto, come
ogni altro cantore; ma pi che allautocompiacimento dava importanza al suo modo di sentire, e di esso
recava testimonianza: il suo amore per la vita dei campi, la cura della terra, la sua attivit manuale,
chiara, umile, ma anche esigente. Raccontava volentieri che aveva degli amici arabi, non faceva
differenze tra arabi ed ebrei, ogni alterigia fondata sulla superiorit culturale gli era estranea. Era forte e
sano e avrebbe potuto fare tranquillamente a pugni con i suoi coetanei, eppure non ho mai conosciuto
un uomo pi mite, la sua mitezza era tale che non entrava in competizione con nessuno. Essere il primo
o lultimo per lui era la stessa cosa; Fredl non si inseriva in alcuna graduatoria e sembrava che neanche
si accorgesse dellesistenza delle graduatorie.
Con lui entr nella mia vita il buddhismo, al quale Fredl si era accostato attraverso la poesia. I
Canti dei monaci e delle monache, nella traduzione di Carl Eugen Neumann, lo avevano affascinato.
Ne recitava a memoria lunghi brani, in una cantilena ritmata, incantevole nella sua stranezza. In
quellambiente tutto dedito alla discussione intellettuale, che ogni volta assumeva la forma di una gara
fra due giovani contendenti, nella quale le opinioni valevano se erano sostenute con arguzia e incisivit,
in quellambiente senza pretese scientifiche, dove contavano la scioltezza, la versatilit, la variet della
conversazione, la cantilena di Fredl, sempre uguale a se stessa, mai chiassosa, mai ostile, mai esausta,
non poteva che sortire leffetto di una sorgente inesauribile ma un poco monotona.
La sua conoscenza del buddhismo, tuttavia, andava oltre quelle cantilene, bench esse gli
apparissero singolarmente familiari. Fredl sapeva anche orientarsi con sicurezza nel campo della
dottrina. Conosceva bene il canone pli, nella parte tradotta da Carl Eugen Neumann, e cos pure i libri
dei Medi e dei Lunghi Discorsi, il Libro dei Frammenti, il Cammino della Verit - insomma tutto ci
che era stato pubblicato lo conosceva a fondo e lo illustrava durante le nostre lunghe conversazioni con
un tono cantilenante, simile a quello delle sue canzoni.
Io ero ancora tutto pervaso dalle esperienze collettive del periodo di Francoforte, quando, di
sera, mi univo alle manifestazioni, ascoltavo i comizi e mi sentivo profondamente emozionato dalle
discussioni che poi continuavano per le strade. Uomini fra loro diversissimi, borghesi e operai, giovani
e vecchi, si davano sulla voce a vicenda con una tale foga, un tale accanimento, una tale sicurezza delle
proprie opinioni che un diverso parere sembrava inconcepibile; eppure il loro interlocutore si
dichiarava convinto del contrario con lo stesso accanimento. Poich il tutto si svolgeva di notte e io non
ero abituato a stare per la strada a quellora, avevo limpressione che quelle dispute non dovessero mai
finire, che dovessero continuare per sempre, e dormire, ormai, non fosse pi possibile, tale era
limportanza che ciascuno dava alle proprie convinzioni.
Unesperienza particolarissima degli anni di Francoforte, unesperienza che avevo vissuto di
giorno, era stata la massa. Abbastanza presto, circa un anno dopo il mio arrivo a Francoforte, avevo
assistito sulla Zeil a un corteo operaio. Era una manifestazione di protesta contro lassassinio di
Rathenau. Io mi trovavo sul marciapiede, dovevano esserci accanto a me altre persone che guardavano,
per non le ricordo. Vedo ancora le figure alte e vigorose che marciavano dietro lo striscione delle
Adler-Werke. Marciavano compatti lanciando intorno a s sguardi di sfida, le loro grida mi colpirono
come se fossero rivolte proprio a me. Il corteo singrossava continuamente, le persone che vi entravano
avevano qualcosa in comune, non tanto nellaspetto quanto nel comportamento. Il corteo non finiva
mai, ne sentivo emanare una salda convinzione, che diventava sempre pi salda. Mi sarebbe piaciuto
essere uno di loro, non ero un operaio, eppure quelle grida mi toccavano come se lo fossi. Non so se le
persone accanto a me abbiano provato la stessa sensazione, non le vedo, comunque non ricordo
nessuno che abbia lasciato il marciapiede per entrare nel corteo, pu darsi che i cartelli inalberati da
alcuni gruppi di manifestanti abbiano trattenuto la gente dal farlo.
Il ricordo di quella manifestazione, la prima che ho vissuto in modo cosciente, rimase vivissimo
in me. Non riuscivo a dimenticarne lattrazione fisica, il violento desiderio di partecipare,
indipendentemente da ogni considerazione o ragionamento, cos come non furono certo i dubbi di un
qualche genere a trattenermi dal passo estremo di unirmi al corteo. In seguito, quando cedetti al mio
impulso e mi trovai realmente in mezzo alla massa, ebbi la sensazione che fosse un fenomeno simile a
quello che in fisica  noto come forza di gravit. Ma questa,  ovvio, non era una vera spiegazione di
quel fatto sorprendente. Infatti non eri n prima, come individuo isolato, n dopo, come parte della
massa, un oggetto inanimato, e la metamorfosi che si verificava allinterno della massa, un mutamento
completo della coscienza, era un fatto che penetrava in profondit, rimanendo per enigmatico. Che
cosera? Era questo che volevo sapere. Questo enigma non mi ha pi dato pace, mi ha perseguitato in
tutta la parte migliore della mia vita, e seppure sono arrivato a qualcosa, lenigma nondimeno  rimasto
tale.
A Vienna ho incontrato alcuni giovani coetanei con i quali la conversazione era sempre
piacevolissima: da una parte mincuriosivano quando parlavano delle loro esperienze pi importanti e
dallaltra erano pronti ad ascoltarmi quando io tiravo fuori le mie. Il pi paziente di tutti era Fredl
Waldinger, ma poteva permetterselo, es-sendo immune da qualsiasi contagio: la mia descrizione
dellesperienza della massa - allora la chiamavo cos - lo metteva di buon umore, ma non mi sentii mai
preso in giro da lui. Io parlavo (Fredl laveva capito benissimo) di uno stato di ebbrezza, di
unintensificazione delle possibilit di esperienza, di un accrescimento della persona, che, superate le
proprie limitazioni, incontrava altre persone in una condizione analoga e con esse formava ununit
superiore. Lui dubitava dellesistenza di una simile unit superiore, e ancor pi del valore di
unintensificazione dellesperienza in stato di ebbrezza. Buddha gli aveva svelato che la vita non ha
valore se non riesce a liberarsi da qualsiasi attaccamento alla vita stessa. La sua meta era la graduale
estinzione della vita, il nirvana, che mi sembrava simile alla morte. Fredl negava, con molti argomenti
di grande interesse, che il nirvana e la morte fossero la stessa cosa - tuttavia era innegabile che dal
buddhismo egli aveva assorbito la tendenza a porre laccento sulla negazione della vita.
Attraverso la discussione le nostre posizioni si rafforzavano. Grazie allinfluenza reciproca
stavamo soprattutto diventando pi attenti e pi cauti. Fredl andava sempre pi a fondo nello studio dei
tsti religiosi del buddhismo, non si limitava pi alle traduzioni di Carl Eugen Neumann, che tuttavia
rimasero le pi vicine al suo cuore. Si immergeva nella filosofia indiana, ne studiava le fonti su testi
inglesi che traduceva in tedesco con laiuto di Veza. Io mi sforzavo di apprendere pi cose riguardo alla
massa della quale parlavo. Avevo comunque deciso di studiare il fenomeno che tanto occupava la mia
mente e che per me era diventato lenigma di tutti gli enigmi, ma forse, senza Fredl, non mi sarei
interessato cos presto alle religioni indiane, per le quali sentivo una grande ripugnanza, perch
moltiplicavano la morte con la dottrina della trasmigrazione. Durante le nostre discussioni, mi rendevo
conto con un senso di imbarazzo di poter opporre alla complessa dottrina seguita da Fredl - una delle
pi significative e profonde che luomo abbia creato - soltanto la descrizione un po sparuta di ununica
esperienza, che egli definiva pseudo-mistica. Esponendo le sue idee, Fredl poteva richiamarsi a un gran
numero di spiegazioni, interpretazioni e catene causali - mentre io non ero in grado di esibire neppure
una spiegazione dellunica esperienza della quale parlavo con tanto fervore. Lestrema caparbiet con
cui mi ci aggrappavo - proprio perch non riuscivo a spiegarla - doveva sembrare a Fredl un po corta
di vedute, forse addirittura senza senso. E lo era; ma se dovessi dire dove si trovavano i miei veri punti
di forza, li indicherei proprio l dove ero sopraffatto da esperienze per le quali non riuscivo a trovare
una spiegazione. Nessuno  mai riuscito a togliermele dalla testa, neppure io stesso.
Ultimo viaggio sul Danubio
Il messaggio
Nel luglio 1924, terminato il primo semestre allUniversit di Vienna, andai ospite per tutta
lestate in Bulgaria. Ero stato invitato a Sofia in casa delle sorelle di mio padre. Una tappa a Rustschuk,
dove avevo trascorso i primi anni della mia infanzia, non era neppure prevista, dato che l non era
rimasto nessuno che potesse invitarmi. Col passar degli anni tutti i miei parenti si erano trasferiti a
Sofa, che, essendo la capitale, era diventata sempre pi importante trasformandosi a poco a poco in
una grande citt. Le mie vacanze non dovevano essere un ritorno nella citt natale, bens unoccasione
per visitare il maggior numero possibile di parenti. Ma la cosa fondamentale doveva essere il viaggio
allingi, il viaggio sul Danubio.
Poich Bucco, il fratello maggiore di mio padre, che allora abitava a Vienna, aveva alcuni affari
da sbrigare in Bulgaria, decidemmo di partire insieme. Fu un viaggio completamente diverso da quelli
che ricordavo dallepoca della mia infanzia, quando passavamo la maggior parte del tempo in cabina e
la mamma ci pettinava ogni giorno con un pettine rigido per toglierci i pidocchi; le navi erano sporche,
e in viaggio era impossibile non prenderseli. Questa volta non si parl mai di pidocchi, dividevo la
cabina con lo zio, un gran burlone, lo stesso zio che quandero molto piccolo si divertiva a prendermi in
giro impartendomi la sua solenne benedizione. Durante il viaggio rimanemmo quasi sempre in coperta.
Lo zio aveva bisogno di gente per raccontare le sue storielle, cominci con alcuni conoscenti incontrati
per caso e ben presto fu attorniato da un folto gruppo di ascoltatori ai quali ammarini le sue barzellette
con viso impassibile, ammiccando appena di tanto in tanto. Ne aveva un repertorio assai vasto, ma il
mio interesse, avendole sentite moltissime volte, si era completamente esaurito. Ai discorsi seri non era
in grado di reggere per molto tempo. In cabina, tuttavia, si sent in dovere di dare al nipote che aveva
appena iniziato gli studi universitari qualche consiglio utile per la vita. Ma i suoi consigli mi
annoiavano ancor pi dei suoi scherzi; perch, se  vero che conoscevo anche troppo bene tutti i suoi
accorgimenti per strappare il riso e lapplauso,  altrettanto vero che trovavo i suoi consigli oltremodo
irritanti.
Non avendo la pi pallida idea di ci che in effetti mi passava per la mente, quegli stessi
consigli avrebbe potuto rivolgerli a qualsiasi altro nipote. Dellutilit della chimica ne avevo fin sopra i
capelli. Non cera parente di una certa et che non si dilungasse su quel tema, tutti si aspettavano da me
laccesso a un nuovo campo che ad essi finora era precluso. Nessuno dei miei parenti era andato oltre
listituto superiore di commercio, e adesso si stavano accorgendo a poco a poco che, al di l delle
operazioni di compravendita, nelle quali avevano sufficiente esperienza, era ormai indispensabile
procurarsi delle cognizioni specifiche di carattere tecnico-scientifico di cui erano ancora del tutto
digiuni. Io sarei dovuto diventare lo specialista in chimica della famiglia e, grazie alle mie conoscenze,
sarei riuscito a estendere il campo delle loro iniziative commerciali. Di tutte queste cose parlavamo in
cabina ogni notte prima di addormentarci, era una specie di preghiera serale, sia pure piuttosto breve.
La benedizione con cui egli, quand'ero bambino, si era fatto gioco di me deludendomi
immancabilmente, mentre io la prendevo cos sul serio che ogni volta mi mettevo sotto il palmo della
sua mano con gioiosa impazienza, per via delle belle parole iniziali ( Yo ti bendigo... ) - quella
benedizione di cui da tanto tempo non volevo pi sentir parlare, perch si era tramutata nella
maledizione del nonno e nella morte improvvisa di mio padre, questa volta era intesa sul serio: proprio
io avrei portato fortuna alla famiglia, accrescendone il benessere con le mie conoscenze nuove,
moderne, europee. Zio Bucco, per, si interrompeva presto, perch, prima di addormentarsi
definitivamente, doveva ancora raccontare almeno due o tre storielle. Al mattino, poi, tornava di
buonora in coperta, dove lo aspettava il suo uditorio.
Il battello era pieno zeppo, un numero incalcolabile di persone stavano sedute o accampate in
coperta, ed era un vero piacere serpeggiare da un gruppo allaltro ascoltando i loro discorsi. Cerano
studenti bulgari che tornavano a casa per le vacanze, ma anche gente che lavorava gi, come ad
esempio un gruppo di medici che avevano rinfrescato le proprie conoscenze in Europa. Uno di loro,
con un immenso barbone nero, mi sembrava di conoscerlo; niente di strano: mi aveva aiutato a venire
al mondo, era il dottor Menachemoff di Rustschuk, il medico di famiglia, di lui in casa si parlava
spessissimo, tutti gli volevano bene, quando lavevo visto lultima volta non avevo ancora compiuto sei
anni. Non lo presi del tutto sul serio, come tutto ci che faceva parte di quel periodo balcanico della
mia vita, di quel periodo barbaro (cos almeno pensavo), e fui sorpreso - presto attaccammo discorso -
dalla quantit di cose che quelluomo sapeva e delle quali sinteressava. Aveva seguito i progressi della
scienza, e non solo nel proprio campo. Rispondeva in modo critico, discutendo di tutto, senza rifiutare a
priori ci che dicevo io solo perch era detto da un ragazzo di diciannove anni, e nei nostri discorsi la
parola  denaro  non fu pronunciata neppure una sola volta.
Di tanto in tanto, mi disse, aveva pensato a me; era sempre stato sicuro che, dopo la morte
improvvisa di mio padre - evento che nessuno era stato in grado di spiegare in modo soddisfacente - io
avrei potuto studiare soltanto medicina, perch il mistero di quella morte avrebbe di sicuro impegnato
la mia mente fino alla fine dei miei giorni. Anche se quellenigma si fosse rivelato insolubile, sarebbe
stato lo stesso uno sprone fortissimo: se mi fossi dedicato alla medicina cercando di risolverlo, avrei
certamente fatto nuove e importanti scoperte. Egli era presente quando mio padre, tornando
precipitosamente dallInghilterra, mi aveva salvato la vita dopo quella tremenda scottatura. A mio
padre dovevo la vita due volte. Un anno e mezzo dopo, a Manchester, io non avevo potuto salvarlo e,
poich mi era rimasto quel debito verso di lui, avevo il dovere di pagarlo salvando altre vite. Lo disse
con la massima semplicit, senza pathos n toni ampollosi, eppure in bocca sua la parola  vita 
suonava come un bene prezioso e soprattutto raro, il che, data la folla enorme ammassata in coperta,
faceva davvero uno strano effetto.
Provai vergogna davanti a lui, vergogna soprattutto per lipocrisia con cui giustificavo di fronte
a me stesso lassurda decisione di studiare chimica. Per non dissi nulla, temevo di fare una figura
indegna. Parlai invece del mio desiderio di sapere tutto ci che al mondo vai la pena di sapere. Egli
minterruppe, indicandomi le stelle -era gi notte - e mi domand:  Conosci i nomi delle stelle? .
Allora ci indicammo a vicenda le costellazioni, cominciai io additando la Lira, con Vega, perch era
stato lui a fare la domanda, poi il dottore addit il Cigno, con Deneb, perch la sua domanda doveva
pur basarsi su qualcosa. E cos ci mostrammo lun laltro tutta la volta celeste, senza che nessuno dei
due potesse sapere in anticipo quale sarebbe stata la prossima stella indicata dallaltro. Presto lintero
firmamento fu esaurito, anche se non avevamo tralasciato una sola costellazione; un duetto simile non
lavevo mai cantato con nessuno; poi il dottore mi disse :  Sai quanti uomini sono morti nel frattempo?
, intendendo il breve lasso di tempo che avevamo dedicato allelencazione delle stelle. Io non dissi
niente, lui non fece cifre.  Tu non li conosci. La cosa non ti riguarda. Un medico li conosce. La cosa lo
riguarda .
Quando lavevo incontrato - allimbrunire - il dottore stava seduto in mezzo a un gruppo di
persone che conversavano animatamente; poco lontano alcuni studenti cantavano a squarciagola ardenti
canzoni bulgare. Il mio compagno di viaggio mi aveva detto gi a Vienna che sulla nave avremmo
trovato il dottor Menachemoff, chiss come sarebbe stato contento di rivedermi, dopo tanto tempo
(erano passati tredici anni). Io non ci avevo pi pensato, poi, di colpo, mi ero trovato di fronte la sua
barba nera. - Quanto avevo odiato, nel tempo trascorso, una barba nera simile a quella! - Forse era stato
proprio un residuo di quellantico sentimento ad attirarmi nelle vicinanze della sua barba. Sapevo che
era lui, quella era la barba di un medico, e in preda a sentimenti discordanti lo avevo guardato fisso in
faccia, e lui, interrompendo la sua frase in mezzo a una discussione, mi aveva detto:
 Sei tu, lo sapevo, sei proprio tu. Eppure non ti ho riconosciuto. Come avrei potuto, del resto.
Quando ti ho visto lultima volta non avevi ancora compiuto sei anni .
Assai pi di me il dottore viveva immerso nei tempi passati. Io avevo voltato le spalle a
Rustschuk con una certa arroganza, quella era lepoca in cui ancora non sapevo leggere. Dalle persone
rimaste laggi, che ogni tanto inopinatamente incontravo in Europa, non mi aspettavo nulla. Invece il
dottore, che era sempre rimasto a Rustschuk, non aveva mai perso di vista i suoi antichi pazienti, e da
quelli che avevano lasciato Rustschuk da bambini si aspettava imprese straordinarie. Sapeva della
maledizione del nonno, quando eravamo partiti per lInghilterra tutta la citt ne aveva parlato, ma era
troppo fiero della propria scienza per poter credere alla sua efficacia. La morte di mio padre, pur
seguita a cos breve distanza, era rimasta per lui un mistero, e poich nessuno era riuscito a risolverlo,
gli sembrava naturale che io consacrassi la mia vita alla soluzione di quel mistero, o di altri analoghi
enigmi.
 Ricordi le sofferenze di allora?  disse, ritornando di colpo con il pensiero alle ustioni che
avevo subito.  La pelle non cera pi. Solo la testa era stata risparmiata dallacqua bollente. Era acqua
del Danubio. Forse non lo sapevi. E ora navighiamo tranquilli su quello stesso Danubio .  Ma non 
lo stesso,  dissi io   sempre un altro. Le sofferenze non le ricordo pi, ma ricordo benissimo il
ritorno del babbo .
 Fu quasi un miracolo,  disse il dottor Menachemoff,   stato il suo ritorno che ti ha salvato.
Ecco come un uomo diventa un grande medico. Un uomo a cui  successa una cosa simile nella
primissima infanzia dve diventare un medico. Sarebbe impossibile fare qualsiasi altra cosa.  per
questo che tua madre si  trasferita a Vienna con voi bambini subito dopo la morte di tuo padre. Sapeva
che l avresti trovato tutti i grandi maestri di cui hai bisogno. Che ne sarebbe di noi, senza la scuola di
medicina di Vienna!  sempre stata una donna intelligente, tua madre. Ho sentito dire che  piuttosto
malaticcia. Ci penserai tu a lei. Il migliore dei medici lavr in casa, sar suo figlio. Vedi di finire in
fretta; poi specializzati, ma senza esagerare .
E qui mi fu prodigo di consigli per i miei studi universitari. Per quante obiezioni facessi - sia
pure con titubanza - il dottore non ci faceva caso, purch si trattasse di medicina. Ma parlammo anche
di altri argomenti, e a tutto il resto egli rispose a tono; diceva solo cose che aveva lungamente meditato.
Era un uomo duttile e saggio, pieno di speranza e di sollecitudine; solo a poco a poco compresi che una
cosa non aveva capito e che non lavrebbe capita mai. Egli non poteva credere che non sarei diventato
un medico, in fondo dopo un solo semestre restavano aperte molte possibilit. Tale era la mia vergogna
che smisi di fare sforzi per svelargli la verit e lasciai cadere quel tema cos imbarazzante. O forse in
effetti cominciai a vacillare in quel momento. Quando egli mi chiese notizie dei miei fratelli ed io,
come sempre, parlai solo del minore, esaltando con grande orgoglio il suo grande talento, nemmeno
fosse stato mio figlio, il dottor Menachemoff volle sapere che cosa avrebbe studiato lui.  Medicina 
risposi, sentendomi sollevato: quella, infatti, era ormai una decisione presa.  Due fratelli - due medici
 disse lui ridendo.  E perch non il terzo? . Ma era solo una battuta, e infatti non ebbi bisogno di
spiegargli i motivi per cui quella del medico non sarebbe stata la professione adatta per Nissim.
Sulla mia vocazione, in ogni caso, non aveva dubbi. Durante il viaggio ci incontrammo in
coperta ancora un paio di volte. Mi present a parecchi suoi colleghi dichiarando con semplicit:  Un
futuro luminare della scuola di medicina viennese . Non suonava come una fanfaronata, sembrava una
cosa naturale. Per me diventava sempre pi difficile esporgli la crudele, inequivocabile verit. Parlava
tanto di mio padre, era stato presente quando mio padre era ritornato per salvarmi la vita, come avrei
potuto deluderlo?
Fu un viaggio bellissimo, vidi un numero incalcolabile di persone e con molte di esse attaccai
discorso. Un gruppo di geologi tedeschi osservava le formazioni intorno alle Porte di Ferro e ne
discuteva con parole per me incomprensibili. Uno storico americano cercava di illustrare alla propria
famiglia le campagne di Traiano. Era diretto a Bisanzio, il vero tema delle sue ricerche. Solo sua
moglie gli dava retta, le figlie, due belle ragazze, preferivano chiacchierare con gli studenti. Parlando
inglese facemmo un po amicizia; le ragazze si lamentavano del padre che viveva sempre nel passato;
loro, invece, che erano giovani, vivevano nel presente. Come dubitarne? Lo dicevano con una tale
convinzione... Alcuni contadini salirono a bordo con ceste di frutta e verdura. Un facchino portava sulla
schiena un intero pianoforte, camminava in fretta sulle assi di legno, alla fine lo mise gi. Era piccolo,
con il collo taurino e tutto muscoli, ma neppure oggi riesco a capire come potesse farcela da solo.
A Lom Palanka Bucco e io scendemmo. Dovevamo pernottare, e il mattino seguente proseguire
in treno per Sofia attraverso i Balcani. Il dottor Menachemoff, che tornava a Rustschuk, rest sul
piroscafo. Quando mi congedai da lui non sentendomi affatto a posto con la mia coscienza, egli mi
disse: Non dimenticare quel che mi aspetto da te . E aggiunse:  Non lasciarti sviare da nessuno,
capisci? Da nessunol . Non aveva mai usato un tono cos energico, le sue parole suonarono come un
comando, e io sospirai profondamente.
Per tutta la notte che passammo a Lom tormentati dalle cimici, non chiusi occhio neanche per
un attimo e continuai a riflettere sul significato della sua ultima frase. Il dottore si era certo accorto che
avevo tradito. Aveva simulato. Avendo io rinunciato a dirgli la verit in modo chiaro e
incontrovertibile, poi mi ero vergognato del mio inganno. Ma anche lui aveva simulato. Aveva fatto
finta di non capire cosa mi era successo. Senza aspettare il mattino andai dallo zio Bucco, tanto anche
lui non poteva dormire in quella camera infestata dalle cimici, e gli domandai :  Coshai detto al dottor
Menachemoff? Gli hai detto che cosa studio? .  Certo, chimica, che cosa avrei dovuto dirgli? .
Allora lo sapeva davvero, e aveva tentato di riportarmi sulla retta via. Lui solo aveva fatto quello che
avrebbe fatto mio padre: aveva cercato di concedermi la libert di scegliere da me. Era stato testimone
di ci che era accaduto fra me e mio padre ed era lunico ad averlo custodito. Si era trovato sulla nave
che mi riportava laggi e mi aveva trasmesso un messaggio che agli occhi del mondo non era di sua
competenza. Laveva fatto con astuzia, rifiutando di prender atto di ci che era successo. Gli stava a
cuore lintegrit del messaggio, il testo nella sua purezza. Non aveva avuto riguardi per la situazione in
cui mi trovavo nel momento in cui venivo raggiunto da quel messaggio.
Loratore
A Sofia nelle prime tre settimane abitai dalla zia Rachel, la sorella minore di mio padre. Era la
pi amabile di tutti i fratelli, una bella donna diritta, alta e imponente, affettuosa e allegra. Aveva due
espressioni caratteristiche: o la si vedeva con il volto ridente o le si leggeva in viso una convinzione
sostenuta con temperamento e passione, la sua causa era sempre disinteressata, era piuttosto una fede,
un ideale. Aveva un marito abbastanza anziano, un uomo avveduto e stimato per il suo senso di
giustizia, e tre figli, il pi giovane dei quali aveva otto anni e portava, come me, il nome del nonno. La
loro era una casa piena di vita, allegra e chiassosa, tutti ridevano continuamente e si chiamavano
gridando da una stanza allaltra, nessuno poteva isolarsi, chi voleva un po di pace correva fuori e la
trovava pi facilmente per la strada che non a casa propria. Ma cera in famiglia un punto fermo e
pacifico, il consorte e padre - e quello che gli passava per la mente era per tutti un mistero. Non apriva
quasi mai bocca, e si lasciava carpire solo qualche sentenza, peraltro inappellabile: pronunciava un s o
un no, una frase brevissima, ma cos piano che si faceva fatica a sentirlo. Quando voleva dire qualcosa
tutti tacevano, non occorreva intimare il silenzio. Per un attimo, cos breve che faceva un effetto
inquietante, non si udiva un rumore, poi arrivava, a voce bassa, appena percepibile, con parole contate
e un po vaghe, la sentenza, la decisione. Subito dopo ricominciava il baccano, era difficile dire se
erano pi squillanti gli strilli di quei ragazzi scatenati o la voce acuta della madre che chiedeva,
raccomandava, domandava qualcosa.
Per me quel trambusto era nuovo. Quei ragazzi erano tutti protesi verso lattivit fsica, di libri
non parlavano mai, di sport invece moltissimo. Erano dei giovani vigorosi, attivi, che non riuscivano a
star fermi un momento e provocandosi allegramente si davano lun laltro continui spintoni. Il padre,
che aveva un carattere completamente diverso, sembrava auspicare e favorire quelleccesso di vitalit
fsica. Mi aspettavo in ogni momento di sentirgli gridare  Ya basta! , e quando il tumulto era al
culmine guardavo dalla sua parte. Lui se ne accorgeva benissimo, nulla gli sfuggiva, e sapeva ci che
mi aspettavo da lui, ma non diceva nulla e il tumulto continuava; cessava soltanto, per breve tempo,
quando tutti e tre i ragazzi uscivano di casa contemporaneamente.
Ma dietro questo incoraggiamento alla vitalit cera una convinzione, un metodo. La famiglia
stava per emigrare. Insieme a molte altre famiglie aveva deciso di lasciare la citt e il paese entro poche
settimane. La Palestina, cos si chiamava allora, era la meta agognata; sarebbero stati fra i primi a
partire, erano considerati dei pionieri e ne erano altamente consapevoli. Lintera comunit degli  
spagnoli  di Sofa, e non solo di Sofa ma di tutto il paese, si era convertita al sionismo. Non stavano
male in Bulgaria, non subivano alcun tipo di persecuzione, non esistevano ghetti n casi di opprimente
miseria, eppure cerano fra loro dei capipopolo che avevano acceso la scintilla e non si stancavano di
predicare il ritorno alla Terra Promessa. I loro discorsi, notevoli da pi di un punto di vista,
stigmatizzavano il separatismo altezzoso degli  spagnoli  : tutti gli ebrei sono'uguali, dicevano, ogni
forma di isolamento  riprovevole, e non si pu certo dire che negli ultimi tempi siano stati gli 
spagnoli  a essersi distinti per le loro imprese in favore dellumanit. Gli  spagnoli  sono caduti,
anzi, in una sorta di profondo torpore spirituale, ed  tempo che si destino e si gettino dietro le spalle,
come uninutile fissazione, la loro alterigia.
Un mio cugino, Bernhard Arditti, passava per essere loratore pi focoso di tutti, capace di
autentici prodigi di persuasione. Era il figlio maggiore di quel Josef Arditti, ossessionato dal  diritto ,
che accusava di furto tutti i membri della famiglia e sguazzava nei processi, e della leggiadra Bellina,
una donna che sembrava uscita da un quadro di Tiziano e non pensava ad altro, giorno e notte, che al
modo di fare dei regali per rallegrare il cuore del suo prossimo, chiunque esso fosse. Bernhard, pur
essendo avvocato, non aveva il minimo interesse per la pratica legale, probabilmente la voglia gli era
passata a causa di suo padre, che si sentiva felice solo in mezzo agli articoli e ai commi. Giovanissimo,
Bernhard si era convertito al sionismo e aveva scoperto la propria eloquenza che aveva messo al
servizio della causa. Quando arrivai a Sofia, tutti parlavano di lui. Migliaia di persone si riunivano per
ascoltarlo, la sinagoga maggiore quasi non bastava a contenerle tutte. La gente si congratulava con me
per quel cugino, compiangendomi per il fatto che non avrei potuto ascoltarlo di persona: nelle poche
settimane del mio soggiorno, infatti, non era prevista nemmeno una riunione. Tutti erano travolti e
conquistati dalle sue parole; fra coloro che conobbi, e furono moltissimi, nemmeno uno faceva
eccezione, era come se unonda immensa li avesse afferrati e trascinati in un mare, ormai ne facevano
parte. Non incontrai una sola persona che si opponesse alla sua causa. Bernhard si rivolgeva ai suoi
seguaci in spagnolo, ma li fustigava per la loro superbia che si fondava proprio sulluso di quella
lingua. Adoperava il vecchio spagnolo, ed io mi resi conto con stupore che nel linguaggio da me
considerato un idioma infantile, un dialetto poverissimo da usare nelle cucine, si potevano trattare
problemi generali e infondere negli uomini tanta passione da indurli a pensare seriamente di
abbandonare ogni cosa, voltando le spalle a un paese in cui vivevano da generazioni, doverano
riconosciuti e stimati e non se la passavano affatto male, per emigrare in una terra sconosciuta,
promessa da migliaia di anni ma che a quellepoca non era affatto la loro terra.
Ero giunto a Sofia in un momento critico. Niente di strano, dunque, che in quella situazione non
si trovasse in casa un letto per me. Uno dei ragazzi dovette andare a dormire da unaltra parte per farmi
posto. Tanto pi notevole fu dunque laffabile ospitalit che mi accolse. Gli zii stavano chiudendo la
casa, preparando i bagagli, e al solito trambusto, che evidentemente in quella casa regnava sovrano, si
univa la confusione di un trasferimento affatto insolito. Sentivo nominare altre famiglie in cui
succedeva la stessa cosa. Lemigrazione interessava un intero gruppo di famiglie, era la prima iniziativa
del genere di ampia portata, e raramente si parlava daltro.
Andando a spasso, per vedere Sofia o anche solo per sfuggire al baccano di quella casa, mi
capitava sovente di incontrare mio cugino Bernhard; proprio lui coi suoi discorsi era stato il promotore
di tutto, o, per lo meno, aveva dato limpulso decisivo alliniziativa di cui ho appena parlato. Era un
uomo tarchiato e lievemente pingue, con sopracciglia cespugliose, di circa dieci anni pi vecchio di me,
ma giovanile nellaspetto e sempre in movimento; aveva la caratteristica di non parlare mai di fatti
privati (lesatto contrario di suo padre). Il suo tedesco era talmente armonioso e sicuro che sembrava la
sua lingua materna; tutto ci che diceva appariva immutabile, eppure restava incandescente e fluido,
una specie di lava che mai si raffredda. Se provavo a fargli unobiezione, soltanto per metterlo alla
prova, la spazzava via con ironica superiorit, e al tempo stesso sembrava scusarsi per la propria
dimestichezza con la discussione politica, ridendo in maniera magnanima e per nulla offensiva.
Quel che mi piaceva era il fatto che non dava alcun peso alle cose materiali. Poich le scartoffie
non lo interessavano, o meglio non le poteva soffrire, non si occupava mai di questioni dinteresse.
Camminando al suo fianco per le strade larghe e pulite di Sofia, ti chiedevi soltanto come facesse a
sbarcare il lunario. Era evidente che aveva bisogno di un nutrimento particolare: che viveva di ci che
gli riempiva lanima. Forse le sue parole facevano effetto sugli altri proprio perch non gli accadeva
mai di forzarle e deformarle in modo da farle coincidere con il proprio quotidiano tornaconto. Poich
non voleva nulla per s, gli altri credevano in lui, ed egli credeva in se stesso perch i suoi pensieri non
si perdevano mai dietro al guadagno.
A Bernhard confidai che non avevo la minima intenzione di fare il chimico. Studiavo chimica
solo per salvare le apparenze e prepararmi, intanto, a fare altre cose.
 Perch questo sotterfugio?  mi chiese.  Tua mamma  una persona cos intelligente! .
 Ma si  lasciata influenzare da gente volgare. Quando era malata ad Arosa ha conosciuto delle
persone che sanno vivere, come si dice, e che nella vita hanno avuto successo. Adesso vuole che
anchio impari a vivere; a modo loro, per, non a modo mio .
 Attento!  disse Bernhard, fissandomi ad un tratto con uno sguardo serissimo, come se in quel
momento mi vedesse per la prima volta come persona.  Stai attento! Senn sei perduto. Quella razza
la conosco bene. Anche mio padre voleva che stessi dietro a tutti i suoi processi .
Non disse altro, largomento era troppo privato per interessarlo oltre. Ma era chiaro che stava
dalla mia parte. Solo quando gli dissi che volevo scrivere in tedesco, e in nessunaltra lingua, scosse il
capo con disappunto e replico:  Perch? Impara lebraico, piuttosto!  quella la nostra lingua. Credi
che esista al mondo una lingua pi bella? .
Incontravo volentieri Bernhard, perch era riuscito a sottrarsi alla servit del denaro.
Guadagnava poco, ma nessuno era stimato come lui; neppure uno degli schiavi del commercio -
categoria alla quale appartenevano quasi tutti i membri della mia famiglia - lo biasimava. Bernhard
sapeva diffondere a piene mani una speranza che a loro serviva molto di pi della ricchezza e della
normale felicit. Sentivo che voleva conquistarmi; ma non brutalmente, magari con un discorso durante
una manifestazione di massa, bens da uomo a uomo, come se pensasse che sarei potuto diventare
altrettanto utile alla causa quanto lui stesso. Gli domandai quale fosse il suo stato danimo quando
parlava: non smarriva per caso la sua identit, non temeva di perdersi nella massa entusiasta?
 Mai! Mai!  mi disse con grandissima risolutezza.  Quanto pi loro sono entusiasti, tanto pi
io mi sento me stesso. La gente si pu tenere in pugno come cera molle, si pu farne tutto quello che si
vuole. Si pu spingerla ad appiccare il fuoco alle proprie case, non ci sono limiti a questo potere. Prova
anche tu! Basta volerlo! Tu non abuserai di questo potere! Anche tu, come me, lo userai per una causa
giusta, per la nostra causa .
 Io,  gli dissi  lesperienza della massa lho avuta a Francoforte. Ero io a essere come cera.
Non posso dimenticarlo. Vorrei sapere che cos. Vorrei proprio riuscire a capirlo .
 Non c niente da capire.  dappertutto lo stesso. O sei una goccia che si dissolve nella massa
o sei luomo che sa dare una direzione alla massa. Non hai altra scelta .
Gli sembrava ozioso chiedersi che cosa fosse in realt la massa. La accettava come un dato, una
realt che si pu evocare al fine di raggiungere determinati scopi. Ma io gli domandai se chiunque ha il
diritto di evocare la massa, purch ne sia capace.
 No, non certo chiunque!  disse Bernhard con la massima decisione. Solo chi la usa per la
vera causa .
 E come fa a sapere che  la vera causa? .
  una cosa che si sente, si sente qui!  e si batt pi volte il petto con forza.  Chi non la sente
non  capace di far nulla! .
 Ma allora quel che conta  solo credere nella propria causa. E magari lavversario crede nella
causa opposta! .
Lo dissi esitando, tastando il terreno, non avevo intenzione n di criticarlo n di metterlo in
imbarazzo. Non ci sarei riuscito, del resto, era troppo sicuro di s, volevo solo arrivare a una cosa che
sentivo in maniera indistinta e che, dallepoca di Francoforte, non aveva cessato di occupare la mia
mente anche se non riuscivo a capirla bene. Ero stato afferrato dalla massa, era unebbrezza, nella
massa ti perdevi, dimenticavi te stesso, ti sentivi immensamente dilatato e al tempo stesso appagato,
qualsiasi cosa sentissi, non la sentivi per te stesso, era lesperienza pi altruistica che tu avessi mai
conosciuto, e poich legoismo che ti era stato inculcato da tutti ti circuiva di continuo e in fondo ti
minacciava, avevi bisogno di quella frastornante esperienza altruistica come dello squillo di tromba del
Giudizio Universale, e dunque ti astenevi dal disprezzare la massa o dallo sminuirla. Al tempo stesso
sentivi per di non essere pi padrone di te, di non essere libero, ti stava succedendo qualcosa di
inquietante, per met vertigine, per met paralisi, comera mai possibile tutto questo insieme? Che
cosera?
Tuttavia non mi aspettavo affatto che Bernhard, loratore, proprio nel momento in cui aveva
raggiunto il culmine della sua capacit di suggestione, rispondesse  questo mio interrogativo, peraltro
ancora inarticolato. Gli opponevo resistenza, pur apprezzandolo. Diventare un suo seguace non mi
sarebbe bastato. Di gente da seguire ce nera a volont, conoscevo sostenitori e paladini delle cause pi
svariate. In fondo - anche se ancora non lo dicevo a me stesso - consideravo Bernhard come un essere
che aveva la facolt di trasformare gli uomini in massa.
Tornando nella casa di zia Rachel, vedevo che essa era dominata dalle emozioni che Bernhard
suscitava da anni con i suoi discorsi in quella famiglia, non meno che in tante altre. Per tre settimane
fui testimone dellatmosfera della partenza imminente. Il momento culminante fu laddio alla stazione.
Centinaia di persone si erano radunate per accompagnare i parenti. Gli emigranti, si trattava di
parecchie famiglie che occupavano tutto il treno, furono sommersi dai fiori e dalle invocazioni, la gente
cantava, benediceva, piangeva, era come se la stazione fosse stata costruita soltanto per quelladdio,
come se lavessero fatta cos grande proprio perch potesse accogliere quella ricchezza di affetti.
Bambini tenuti in braccio venivano fatti sporgere dai finestrini degli scompartimenti, i vecchi,
soprattutto donne gi un poco avvizzite, stavano in piedi lungo il binario con gli occhi pieni di lacrime,
non vedevano pi i loro bambini e salutavano quelli sbagliati. Erano i loro nipoti che se ne stavano
andando, i nipoti partivano e i vecchi restavano, questa era limpressione - non del tutto esatta - della
partenza. Unattesa immane riempiva latrio della stazione, forse i nipoti erano l in funzione di
quellattesa e del momento delladdio.
Loratore era venuto con gli altri ma rimaneva a Sofia.  Ho ancora da fare,  disse  non posso
andar via. Devo far coraggio a chi ancora non se la sente . Si ferm allingresso della stazione, non si
fece avanti, sembrava che preferisse rimanere in disparte, in incognito, nascosto sotto una cappa
magica che doveva renderlo invisibile. Ogni tanto qualcuno lo salutava, chiamandolo in causa, e questo
sembrava irritarlo. A un certo punto la gente lo preg con insistenza di dire due parole. Sin dalla prima
frase si trasform in un altro uomo, focoso e risoluto, sembrava che le sue stesse parole lo facessero
sbocciare, e subito seppe trovare e donare ai presenti le parole di benedizione e di augurio di cui essi
avevano bisgno per affrontare limpresa.
Dalla casa di zia Rachel, ormai vuota e abbandonata, mi trasferii nella casa di zia Sophie, la
sorella maggiore di mio padre. Dopo la baraonda delle settimane precedenti, tutto qui mi sembrava
sciapo e ovattato, come per una sorta di diffidenza verso qualsiasi iniziativa che andasse al di l del
solito tran tran quotidiano. Si condividevano, certo, le idee degli emigranti, ma non se ne parlava,
leccitazione veniva risparmiata per le occasioni solenni, e nel frattempo si faceva la solita vita. Quella
casa era il regno della ripetizione, vi imperava la routine della mia infanzia pi remota, che ormai per
me aveva perso ogni significato; le avevamo voltato le spalle partendo per lInghilterra, e la via verso
linfanzia mi era sbarrata dal fatto atroce avvenuto a Manchester. Ascoltavo i discorsi casalinghi di
Sophie, grande esperta di diete e clisteri, donna premurosissima che non aveva mai niente da
raccontare, ascoltavo suo marito, uomo prosaico e di poche parole, e il prosaico figlio maggiore, che
con molte parole diceva altrettanto poco, e infine, delusione delle delusioni, ascoltavo la loro figlia
Laurica, la compagna di giochi della mia infanzia che a cinque anni volevo assassinare con la scure.
Gi nelle proporzioni c'era qualcosa che non tornava: io me la ricordavo alta, molto pi alta di
me, e adesso era pi piccola, graziosa, civettuola, e pensava solo a sposarsi, a trovar marito. Dovera la
sua pericolosit, che ne era dei suoi quaderni che tanto avevo invidiato? Non ne sapeva pi nulla, nel
frattempo aveva disimparato a leggere, non ricordava affatto la scure con cui lavevo minacciata e
neppure le proprie urla. Non era stata lei a spingermi nellacqua bollente, cero caduto da solo, non ero
rimasto a letto per settimane,  ti sei solo scottato un po ; e quando, pensando che avesse dimenticato
soltanto le cose che la riguardavano da vicino, le ricordai la maledizione del nonno, scoppi in una
risata argentina come la servetta di unopera buffa.  Figurarsi, un padre che maledice il figlio, sono
cose che non esistono, te lo sarai inventato tu, sono solo favole, e a me le favole non piacciono ; allora
le rinfacciai che a Vienna avevo assistito a innumerevoli scenate fra il nonno e la mamma, tutte
incentrate su quella maledizione, e che il nonno scappava via infuriato senza neanche salutare, e la
mamma, affranta, piangeva poi per ore e ore; ma lei se la cav con aria saputa dicendo :  Sono solo
fantasie,  tutto frutto della tua immaginazione .
Potevo dire tutto ci che volevo, non serviva a niente, non era successo niente di tremendo, non
succedeva mai niente di tremendo. Allora tirai fuori - di malavoglia -lincontro con il dottor
Menachemoff sul battello del Danubio. Avevamo parlato per ore e ore, e lui si ricordava ogni cosa.
Aveva tutto cos chiaro davanti agli occhi come se fosse successo il giorno prima. Il dottor
Menachemoff era stato, a Rustschuk, anche il medico della famiglia di Laurica e lei lo conosceva
meglio di me, perch prima di trasferirsi a Sofia aveva abitato a lungo laggi. Ma anche di fronte a
questo argomento la sua risposta fu pronta:  In provincia la gente si riduce cos.  gente sorpassata.
Sono tutte cose che sinventano. Non hanno nientaltro a cui pensare. Credono a un sacco di
stupidaggini. Sei caduto nellacqua da solo. Non sei stato affatto cos male.
Tuo padre non  tornato da Manchester. Era troppo lontano. Allora viaggiare mica costava
poco. Tuo padre non era pi a Rustschuk. Quando mai il nonno avrebbe potuto maledirlo? Il dottor
Menachemoff non sa niente. Solo la famiglia conosce queste cose .
 E tua madre? . Il giorno prima la zia Sophie aveva parlato di quando mi aveva tirato fuori
dallacqua e tolto i vestiti, e tutta la pelle era venuta via.  La mamma non ricorda pi niente  disse
Laurica.   un po svanita per via dellet. Ma non bisogna dirglielo .
Ero esasperato dalla sua testardaggine e dalla sua ristrettezza di vedute. Niente le importava
eccetto una cosa, un vero chiodo fisso: sposarsi, trovare finalmente marito. Aveva ventitr anni e
temeva di essere considerata, ormai, una vecchia zitella. Mi subissava di domande, supplicandomi di
dirle la verit: poteva ancora piacere a un uomo? Avevo diciannove anni, dovevo conoscere quella
sensazione. Mi veniva voglia di baciarla? Con quella pettinatura mi veniva voglia di baciarla di pi o di
meno che con quella del giorno prima? La trovavo magra? Era carina, certo, ma magra proprio no.
Sapevo ballare io? Per piacere a un uomo non cera occasione migliore che il ballo. Una sua amica si
era fidanzata proprio a un ballo. Ma lui, poi, le aveva detto che quella promessa non contava, gli era
solo venuto in mente cos, ballando. Secondo me una cosa simile poteva capitare anche a lei? Che ne
pensavo?
Niente, ne pensavo, alle sue domande non sapevo proprio cosa rispondere, e, per quanto veloci
mi piovessero addosso, restavo impenetrabile. Non provavo ancora nessuna sensazione, bench avessi
diciannove anni, le dissi. Non sapevo affatto se una donna mi piaceva o no. Da che cosa avrei dovuto
accorgermene? Erano tutte stupide, con loro non si poteva mai parlare di niente. Erano tutte come lei,
non si ricordavano niente. Come fa a piacere una persona che non ricorda niente? La sua pettinatura era
sempre uguale, certo che era magra, perch mai una donna non dovrebbe essere magra? No, non
sapevo ballare. Ci avevo provato una volta, a Francoforte, ma pestavo continuamente i piedi della
ragazza. E poi un uomo che si fidanza durante un ballo  un cretino. Chi si fidanza  sempre un cretino.
La ridussi alla disperazione, ma almeno la riportai alla ragione. Per ottenere una risposta
cominci a ricordare. Non ne venne fuori molto, ma la scure alzata la vedeva ancora davanti a s,
continuava a sognarla, lultima volta laveva sognata quando il fidanzamento della sua amica era
andato in fumo.
Allo stretto
Allinizio di settembre andammo ad abitare in casa della signora Olga Ring: bellissima, con un
profilo da romana antica, era una donna orgogliosa e appassionata che nella vita non voleva nulla senza
dare qualcosa in cambio. Il marito era morto da parecchio tempo; il loro amore era diventato
leggendario fra gli amici, eppure nella signora Olga non degener in un culto per il defunto, anche per
il fatto che nei suoi confronti lei non si sentiva colpevole. Non temeva di pensare al marito, perci non
falsific mai la sua immagine e rimase se stessa. Ebbe molti pretendenti, ma neppure un momento di
debolezza, e si conserv bella fino alla tarda, terribile fine.
La signora Olga trascorreva la maggior parte dellanno presso la figlia sposata, a Belgrado.
Nella casa di Vienna, dove niente era stato cambiato, o meglio, nella sua parte pi remota, un
minuscolo stanzino, viveva il figlio Johnnie, pianista di bar, che ai propri occhi e a quelli di sua madre
non era affatto un fallito, ma certo lo era per il resto della famiglia. Anche Johnnie era bellissimo,
proprio il ritratto della signora Olga, eppure assai diverso, perch tutta la sua figura era pi corpulenta.
Ci si stupiva che non andasse in giro vestito da donna, spesso lo prendevano per una donna. Adulatore
consumato, accettava tutto quello che gli davano, il suo braccio era sempre teso, la mano sempre
aperta. Pensava che tutto questo, e anche di pi, gli spettasse di diritto, perch suonava bene il
pianoforte. Nel suo bar era il beniamino del pubblico, suonava sia le canzonette pi in voga sia quelle
dei tempi andati, per imparare un pezzo gli bastava suonarlo una volta, era una specie di inventario
vivente dei rumori della notte. Di giorno dormiva nel suo stanzino, dove entrava appena il suo letto. Il
resto della casa, ammobiliata con pesante decoro borghese, veniva affittato.
Per un certo periodo Johnnie aveva avuto il compito di riscuotere la pigione per conto della
madre, detrarne una piccola parte e spedire il resto a Belgrado. Questo, almeno, era lincarico, ma di
fatto le sue detrazioni si mangiavano lintera pigione e per la madre non restava pi niente. A Belgrado
le arrivavano soltanto dei conti da pagare e, dato che non sapeva come saldarli - dal suo felice
matrimonio non le era rimasto nientaltro che quellappartamento -, bisognava trovare un sistema
migliore. Sua nipote, Veza, si incaric di affittare la casa e di incassare la pigione mese per mese;
provvedeva lei a pagare i conti e solo quello che restava doveva essere consegnato a Johnnie, se ne
aveva bisogno. Johnnie ne aveva sempre bisogno, e la signora Olga continuava a non ricevere neppure
un centesimo. Ma lei non si lagnava, adorava quel figlio.  Mio figlio, il musicista  diceva sempre di
lui, e, poich in ogni cosa che diceva si sentiva limpronta della sua fierezza, chi non conosceva
Johnnie avrebbe potuto ritenerlo, nonostante il suo nome da bar, uno Schubert in incognito.
Eravamo contenti di entrare in quella casa; bench ammobiliata da altri, era pur sempre una
casa tutta per noi. Avevamo di fronte la visione della Scheuchzerstrasse e, bench non si trattasse di
Zurigo, il mio paradiso, eravamo pur sempre a Vienna, il paradiso della mamma. Tornavamo a Vienna
dopo cinque anni, nel frattempo per me cera stata villa Yalta, a Zurigo, e per la mamma il sanatorio
di Arosa in mezzo al bosco; e poi cera stata la vita di pensione e inflazione a Francoforte. Era ben
strano che dopo tutto questo potessimo ancora immaginare unesistenza in comune priva di tensioni.
Eppure parlavamo tutti, ciascuno a modo suo, come se a Vienna dovesse cominciare una nuova ra di
salute, di studio e di pace.
Ma cera un inconveniente, che si chiamava Johnnie Ring. La nostra stanza di soggiorno e sala
da pranzo confinava con il suo stanzino e quando la famiglia, finalmente riunita, sedeva a tavola, la
porta si apriva e si affacciava la figura grassoccia di Johnnie, avvolta soltanto in una vecchia vestaglia,
che salutando con un  Bacio la mano, gentile signora!  ci passava davanti, ciabattando veloce verso
la toilette. Era nei patti che potesse servirsene, ma ci eravamo scordati di escludere lora dei pasti,
durante i quali ci avrebbe fatto piacere non essere disturbati. Johnnie, invece, giungeva sempre
puntualmente non appena avevamo immerso i cucchiai nella minestra - forse le nostre voci lavevano
svegliato ricordandogli le sue necessit, o forse, invece, era soltanto curioso di conoscere il nostro
menu. Infatti non tornava indietro subito ma faceva in modo di ripassare, frusciando, diretto al suo
stanzino quando nei nostri piatti cera gi la pietanza. Era proprio un fruscio, bench Johnnie non fosse
vestito di seta; quel rumore nasceva dal suo modo di muoversi e dalla rapida successione di almeno una
dozzina di  bacio la mano mi scusi gentile signora bacio la mano mi scusi bacio la mano mi scusi
gentile signora bacio la mano mi scusi . Doveva passare dietro la sedia della mamma e, con
unagilissima piroetta, si infilava di stretta misura tra lo schienale e il buffet senza mai sfiorarla
neppure una volta. La mamma, tesissima, si aspettava ogni volta che lui la toccasse con quella sua
vestaglia bisunta, respirava profondamente quando il pericolo era passato e Johnnie era sparito dietro la
porta dello stanzino, e alla fine ogni volta ripeteva la stessa frase :  Sia ringraziato Iddio, altrimenti
avrei perso lappetito. Noi ci rendevamo conto che quelluomo suscitava in lei un enorme disgusto,
senza sospettarne il vero motivo, e una cosa ci stupiva, il fatto che lei rispondesse sempre con grande
gentilezza alle sue parole. Nella scelta del saluto -  Bene alzato, signor Ringl  - lironia non mancava
di certo, ma non era percepibile, il tono era innocente, gentile, persino affabile. Il sospiro di sollievo
quando Johnnie era passato non era mai tanto forte che egli potesse udirlo dietro la porta chiusa dello
stanzino; per il resto, la conversazione proseguiva come se Johnnie non fosse comparso affatto.
In altri momenti, soprattutto di sera, Jhnnie coinvolgeva la mamma in una conversazione cui
lei era incapace di sottrarsi. Cominciava a lodare i suoi tre ragazzi, cos bene educati.   una cosa da
non credere, gentilissima signora, sono belli come principini! .  I miei figli non sono belli, signor
Ring  rispondeva indignata mia madre.  Per un uomo la bellezza non conta .  Non lo dica,
gentilissima signora, la bellezza  un grande aiuto! Se sono belli, avranno pi successo nella vita. Potrei
raccontarle tanti episodi! Da noi al bar viene il giovane Tisza. Chi erano i Tisza - non occorre che glielo
dica. Vivono ancor oggi in Ungheria. Una persona incantevole, questo giova-ne Tisza!  una vera
bellezza, non  soltanto carino, ed  un tale rubacuori! Li ha tutti ai suoi piedi. Suono per lui tutto ci
che desidera, e ogni volta mi ringrazia, mi ringrazia in modo speciale per ogni pezzo. Meraviglioso!
dice, e mi guarda con intenzione. Lo ha suonato in modo meraviglioso, caro Johnnie!. Quel che
desidera glielo leggo negli occhi. Mi getterei nel fuoco per lui. Dividerei con lui la mia ultima
vestaglia! E come mai il giovane Tisza  cos? Educazione, gentilissima signora,  tutta questione di
educazione. Le buone maniere sono met del buon cuore.  la madre che conta. Oh, che fortuna avere
una mamma come lei! Chiss se i suoi tre angeli si rendono conto del tesoro che possiedono in una
mamma come lei! Ce n voluto di tempo prima che io riuscissi a dire grazie a mia madre. Non che io
voglia paragonarmi ai suoi tre angeli, gentilissima signora! .  Ma perch li chiama angeli, signor
Ring? Dica pure birbanti, non mi offendo mica. Non sono sciocchi, questo  vero, ma non  merito
loro, mi sono data abbastanza da fare per istruirli .  Vede, gentilissima signora, vede che ora lo
ammette,  lei che si  data da farei Lei, soltanto lei! Senza di lei, senza il suo sacrificio, forse
sarebbero davvero diventati dei birbanti .
 Sacrificio  : ecco la parola magica con cui Johnnie catturava la mamma. Se egli avesse
saputo limportanza che aveva assunto per lei la parola  sacrificio , e con essa tutti i suoi derivati,
certo lavrebbe usata pi spesso. Da molto tempo la mamma aveva cominciato a dire che aveva
sacrificato la sua vita per noi; era lunica traccia di religione che le fosse rimasta. Man mano che la sua
fede nellesistenza di Dio si affievoliva, e che in lei la presenza di Dio si sentiva sempre meno, fino a
svanire quasi del tutto, sempre pi aumentava ai suoi occhi limportanza del sacrificio. Sacrificarsi non
era soltanto un dovere, era latto pi eccelso che potesse compiere un essere umano; ma non per
comandamento divino (Dio era troppo lontano per occuparsene) ; ci che contava era il sacrifcio in s,
il sacrificio che deriva dal proprio impulso pi profondo. Anche nellestrema concentrazione di quella
parola, il sacrificio era una realt complessa e dilatata nel tempo, si estendeva per ore, per giorni, per
anni - il sacrificio era la vita di tutte le ore che lei non aveva vissuto.
Una volta che Johnnie laveva catturata con quella parola magica, poteva continuare a parlarle
per tutto il tempo che voleva. La mamma non lo congedava, casomai era lui a lasciarla, per portare a
spasso Nerone, il suo cane lupo, oppure perch suonava il campanello che annunciava una visita.
Arrivava un giovanotto che spariva con Johnnie e con Nerone nello stanzino e l restava per ore, fino a
quando non arrivava il momento di andare al bar a suonare il pianoforte. Dallo stanzino non trapelava il
minimo rumore, Nerone, abituato a dormire l, non abbaiava mai. Non si riusciva a capire se Johnnie e
il giovanotto stessero parlando tra loro. La mamma non si sarebbe mai abbassata sino ad origliare alla
porta, che quei due parlassero era perci solo una sua supposizione. Nello stanzino non avrebbe mai
gettato neppure unocchiata (lo evitava come la peste); tuttavia era davvero minuscolo, ci stava un letto
o poco pi, e che ben due persone (una delle quali era il florido Johnnie) e un cane di grossa taglia
resistessero cos allo stretto per tanto tempo senza fare il minimo rumore le dava parecchio da pensare.
Non diceva mai nulla, ma io sentivo quando ci stava pensando. La sua vera preoccupazione, per, era
che potessi pensarci io, cosa che a me non veniva neanche in mente, non mi interessava affatto. Una
volta la mamma mi disse:  Credo che quel giovanotto si metta a dormire sotto il letto. Ha sempre
unaria cos pallida e stanca. Forse non ha una stanza propria, e Johnnie, per compassione, lo lascia
dormire un paio dore sotto il letto .  E perch non sopra?  dissi io in tutta innocenza.  Pensi che
Johnnie sia troppo grasso e non ci sia posto per tutti e due? .  Ho detto sotto il letto  rispose la
mamma, e lanciandomi unocchiata penetrante aggiunse :  Che strane idee ti vengono in mente? . A
me non veniva in mente proprio nulla, ma lei, ad ogni buon conto, preveniva i miei pensieri
confinandoli nello spazio sotto il letto, in modo che sopra ci fosse posto per il cane, il che
probabilmente le sembrava innocuo. Se avesse potuto guardarmi dentro si sarebbe stupita, agli
avvenimenti dello stanzino non pensavo affatto, ne ero distolto da unaltra cosa che riguardava lei;
quella s che mi sembrava oscena, anche se allora non avrei adoperato questa parola.
A sbrigare i lavori domestici veniva in casa tutte le mattine una donna in stato di avanzata
gravidanza, la signora Lischka. Si tratteneva oltre il pasto di mezzogiorno, per lavare i piatti, poi se ne
tornava a casa sua. Veniva soprattutto per i lavori pesanti: per il bucato e per battere i tappeti.  Per i
lavori leggeri non ne ho bisogno,  diceva la mamma  li posso fare da me . Nel suo stato, nessuno
voleva darle lavoro, spieg la mamma, tutti temevano che, essendo la gravidanza cos avanzata, quella
donna non fosse in grado di fare le cose per bene. Ma lei aveva assicurato che lavorava con coscienza,
voleva soltanto esser messa alla prova. Allora la mamma, presa da compassione, le aveva permesso di
venire. Era stato un rischio, sarebbe stato spiacevole se improvvisamente si fosse sentita male, o se,
addirittura, si fosse verificato il lieto evento - su ci la mamma, per riguardo alla nostra giovane et,
non si esprimeva in modo pi preciso e ci risparmiava ulteriori particolari. La donna aveva garantito
che mancavano ancora due mesi e che, nel frattempo, poteva ancora eseguire a fondo tutti i lavori di
casa. I fatti dimostrarono che aveva detto la verit, il suo zelo era straordinario.  Potrebbero prenderla
a esempio anche le donne non incinte  diceva la mamma.
Una volta, tornando a casa per il pranzo, guardai gi in cortile dal pianerottolo delle scale: vidi
la signora Lischka che batteva i tappeti, faceva fatica a non darsi dei colpi sul ventre, a ogni colpo si
girava con uno strano movimento rotatorio. Sembrava che distogliesse con disprezzo lo sguardo dal
tappeto, come se quella vista la disgustasse, come se non volesse vederlo per nessun motivo. Aveva il
viso paonazzo, dallalto, a quella distanza, sembrava alterato dallira, il sudore le grondava sul viso
rosso, stava urlando qualcosa che non capivo. Poich intorno a lei non vidi nessuno con cui potesse
parlare, pensai che gridando in quel modo sincitasse a battere i tappeti con pi forza.
Sconvolto, entrai in casa e domandai alla mamma se aveva visto la signora Lischka gi in
cortile. Sarebbe salita subito in casa, fu la risposta, quel giorno avrebbe ricevuto anche il pranzo, nei
giorni in cui batteva i tappeti riceveva anche il pranzo. Per contratto la mamma non era affatto tenuta a
darle da mangiare ( per contratto  disse la mamma), ma quella donna le faceva davvero una gran
pena. La signora Lischka le aveva detto che era abituata a non mangiare niente per tutto il giorno, si
cucinava qualcosa la sera tornando a casa. Ma la mamma non aveva cuore di vederla lavorare digiuna e
nei giorni in cui batteva i tappeti le dava anche il pranzo. Lei era sempre cos contenta che batteva i
tappeti con un impegno tutto speciale. Quando tornava su con i tappeti era tutta in sudore, e in cucina
non si poteva resistere per la puzza; perci in quei giorni la mamma serviva lei stessa il pranzo e
lasciava la signora Lischka in cucina con la sua fame. Le dava un piatto pieno fino allorlo, un piatto
enorme, nessuno di noi, diceva, neppure Georg, che era il pi piccolo, riusciva a mangiare cos tanto.
Poco dopo era sparito tutto, forse la signora Lischka un po di cibo lo metteva in un pacchetto per
portarselo a casa nella borsa. Davanti a lei,  la signora , non mangiava mai, pensava che non stesse
bene. Parlammo di tutto questo a tavola. Io domandai perch la signora Lischka non ricevesse il pranzo
tutti i giorni. La mamma rispose che anche quando faceva il bucato riceveva qualcosa, un po meno,
per. Ma nei giorni in cui il lavoro era leggero, allora no, per contratto lei non era tenuta a darle nulla,
del resto la signora Lischka era riconoscente per quello che riceveva, pi riconoscente di me, in ogni
caso.
Di  riconoscenza  si parlava spesso; quando, indignato per qualcosa, criticavo la mamma, lei
era subito pronta ad accusarmi dingratitudine. Una discussione pacata fra noi era impossibile. Io
dicevo senza riguardi quel che pensavo, ma soltanto quando ero in collera, perci le mie parole
avevano sempre un tono offensivo. Lei si difendeva come meglio poteva. Quando si sentiva con le
spalle al muro ritornava ai sacrifici che faceva per noi da ben dodici anni e mi rimproverava di non
dimostrare la minima riconoscenza nei suoi riguardi.
I suoi pensieri erano rivolti allo stanzino sovrappopolato del nostro appartamento, e al pericolo
che quella promiscuit poteva rappresentare per noi; parlava apertamente soltanto della pigrizia di
Johnnie, del cattivo esempio dato da un uomo adulto che, o se ne sta sdraiato sul letto tutto il santo
giorno, oppure gironzola per la casa seminudo con addosso una lurida vestaglia, ma, dentro di s,
pensava a ogni sorta di vizi e depravazioni di cui io non sospettavo nulla. I miei pensieri, invece, erano
rivolti alla cucina nella quale si trovava la signora Lischka, che ci era grata perch qualche volta
riceveva un piatto di minestra, tanto che quando mi incontrava non mancava mai di proclamare con
voce piena di gioia :  Avete proprio una buona mamma!  e, per rafforzare le sue parole, scuoteva
vigorosamente il capo. La signora Lischka rappresentava per la mamma e per me unoccasione
permanente per confermarci nelle nostre idee: alla mamma riconfermava il suo buon cuore, perch,
senza esservi tenuta per contratto, ogni tanto le dava da mangiare, e in me riconfermava un certo
senso delle convenienze, che mi faceva sentire come una colpa il fatto che la signora Lischka lavorasse
da noi in quelle condizioni. Era una specie di torneo dellautocompiacimento nel quale ci gettavamo
come due instancabili cavalieri. Data lenergia che impiegavamo in quelle tenzoni, avremmo potuto
battere tutti i tappeti del caseggiato, e di sicuro ce ne sarebbe ancora avanzata per lavare la biancheria.
Ma era una questione di principio, di questo eravamo entrambi convinti: il principio della riconoscenza,
pensava lei, della giustizia, pensavo io.
Fu cos che in casa nostra entr la diffidenza. Per la mamma era un male che in casa ci fosse
quel segreto, lo stanzino sovrappopolato di Johnnie, mentre io ero preso da un senso di spavento per la
presenza di quella donna in stato di avanzata gravidanza che si arrabattava in cortile o in cucina. Avevo
sempre paura che non ce la facesse, tutto a un tratto avremmo sentito strillare, saremmo accorsi in
cucina e lavremmo vista per terra in un lago di sangue. Gli urli, mimmaginavo, erano quelli del
neonato, e la signora Lischka la vedevo gi morta.
Il dono
Non ricordo un anno pi opprimente di quello che passammo tutti insieme nella
Radetzkystrasse, pigiati in quel piccolo appartamento.
Appena entrato in casa, mi sentivo osservato. Non andava mai bene niente di quello che facevo
o dicevo. Tutto era cos vicino, la stanzetta da letto e di studio nella quale cercavo di rifugiarmi il pi in
fretta possibile era posta fra il soggiorno comune e la camera da letto della mamma e dei miei fratelli.
Impossibile sgattaiolarvi dentro senza esser visto, e cos tutte le volte, appena tornavo a casa,
cominciavano i saluti e le spiegazioni in soggiorno. Era un vero interrogatorio, e anche se non
arrivavano subito le accuse vere e proprie, gi le domande tradivano sfiducia. Ero stato in laboratorio o
ero andato a sentire qualche lezione, tanto per perder tempo?
A domande di quel genere mi ero esposto da solo con la mia loquacit. Ero abituato a parlare
soprattutto delle lezioni che trattavano argomenti non troppo lontani dalla comune capacit di
comprensione. La storia dEuropa dopo la Rivoluzione francese risultava a chiunque pi accessibile
che non la fisiologia delle piante o la chimica-fisica. Anche se non parlavo della chimica-fisica, ci non
significava che non mi ci dedicassi con sufficiente impegno. Ma una cosa sola contava, quello che
dicevo, e le mie stesse parole mi venivano ritorte contro come capi daccusa: mi occupavo pi del
Congresso di Vienna che dellacido solforico!  In questo modo ti disperdi,  era la formula  cos non
andrai mai avanti .
 Devo andare a sentire quelle lezioni,  rispondevo io  altrimenti soffoco. Non posso mica
lasciar perdere tutto ci che mi interessa sul serio solo perch studio una materia che non mi va gi .
 Gi, ma perch non ti va gi? Fai di tutto per prepararti a non esercitare nessuna professione.
Hai paura che da un momento allaltro la chimica possa cominciare a interessarti. Eppure  una
professione che ha un grande avvenire - ma tu sei prevenuto e ti chiudi a doppia mandata. Non
sporcarsi le mani, per carit! Lunica cosa pulita sono i libri. Vai a sentire tutte le lezioni possibili e
immaginabili solo per leggere altri libri.  una cosa che non ha fine. Non hai ancora capito come sei
fatto? Hai gi cominciato da bambino. Per ogni libro da cui impari una cosa nuova hai bisogno di altri
dieci libri per saperne ancora di pi. Una lezione che ti interessa  una nuova lista. Largomento ti
interesser sempre pi. La filosofia dei Presocratici! Benissimo, dovrai farci su un esame. Non c
niente da fare. Prendi appunti, hai gi riempito quaderni su quaderni, a che ti servono i libri che vorresti
leggere in pi? Credi che non sappia tutto quello che hai gi scritto sulla tua lista? Sono spese che non
possiamo affrontare. E anche se potessimo, per te sarebbe un male. Continuerebbero ad attirarti sempre
pi e ti distoglierebbero dal tuo compito principale. Tu stesso dici che in questo campo Gomperz 
molto conosciuto, non hai detto che gi suo padre era famoso per il suo libro sui Pensatori greci? .
 S,  la interruppi   unopera in tre volumi, mi piacerebbe leggerli, vorrei proprio averli .
 Ecco, mi basta nominare il padre del tuo professore, e subito tu metti in programma la lettura
di unopera scientifica in tre volumi! Non penserai che te la regali davvero! Ti dovrai accontentare del
figlio. Prendi appunti e studia sui tuoi quaderni .
 Va troppo per le lunghe. Ci mette tanto di quel tempo, tu sapessi. Vorrei leggere pi avanti,
non posso aspettare che Gomperz arrivi a Pitagora, gi adesso vorrei sapere qualcosa su Empedocle e
su Eraclito .
 Di autori antichi ne hai gi letti moltissimi a Francoforte. A quanto pare erano sempre quelli
sbagliati. Dappertutto trovavo in giro quei libracci che sembravano tutti uguali. Come mai non hai letto
anche i filosofi greci? Fin da allora ti interessavi a certe cose che poi in seguito non hai saputo
utilizzare .
 Allora i filosofi non mi piacevano. Da Platone mi teneva lontano la teoria delle idee, che
riduce il mondo a pura apparenza. Aristotele non lho mai potuto soffrire.  il filosofo onnisciente che
vuole incasellare tutto. Con lui hai limpressione di esser imprigionato in uninfinit di cassetti. Se
allora avessi saputo dellesistenza dei Presocratici, credimi pure, li avrei letti parola per parola. Ma
nessuno me ne aveva mai parlato. Tutto cominciava con Socrate, era come se prima di Socrate nessuno
al mondo avesse mai pensato. E devi sapere che Socrate non mi  mai piaciuto molto. Forse evitavo i
grandi filosofi perch erano suoi discepoli .
 Devo proprio dirti come mai non ti piaceva? . Avrei preferito che non me lo dicesse. Anche
sulle cose di cui non sintendeva, la mamma aveva sempre unopinione personalissima; sapevo che non
poteva aver ragione, eppure quello che diceva mi colpiva ogni volta e si depositava come una nebbia
sulle cose che amavo. Sentivo che cercava deliberatamente di rovinarmi il gusto di quelle letture, solo
perch pensava che mi avrebbero fuorviato. Ero sempre sul punto di entusiasmarmi per le cose pi
diverse, e questo, data la mia et, la mamma lo trovava ridicolo e poco virile. Era il rimprovero che
sentivo pi spesso sulle sue labbra allepoca della Radetzkystrasse.
 Socrate non ti piace perch  troppo ragionevole, parte sempre dalla vita di ogni giorno, ha i
piedi per terra, parla volentieri del lavoro manuale .
 Non era per certo un gran lavoratore. Parlava tutto il giorno .
 Per questo non lo potete soffrire, proprio voi che non aprite mai bocca! Oh, come vi capisco!
. Eccolo di nuovo lantico sarcasmo ohe avevo conosciuto cos presto, quando la mamma mi
insegnava il tedesco.  Crto, vorresti essere soltanto tu a parlare, e hai paura della gente come Socrate,
che esamina per filo e per segno quel che uno dice e non chiude un occhio su niente .
Era apodittica come un Presocratico; chiss che il mio amore per i Presocratici, che cominciavo
a conoscere soltanto ora, non dipendesse proprio dal suo modo di essere, ormai diventato parte di me.
Con quanta sicurezza esprimeva sempre le sue opinioni! Ma si possono ancora chiamare opinioni?
Ogni frase che mia madre pronunciava aveva la forza di un articolo di fede: ogni proposizione
esprimeva una certezza. Non conosceva il dubbio; non su di s, almeno. Ma forse era meglio cos; il
dubbio, se lavesse conosciuto, avrebbe avuto la stessa forza delle sue asserzioni, e cos avrebbe
dubitato di s in ogni fibra, sino a farsi a pezzi.
Poich mi sentivo con le spalle al muro, attaccavo in tutte le direzioni. Ricacciato con le spalle
al muro, attingevo dalla resistenza che sentivo in me la forza di attaccare di nuovo. Di notte mi sentivo
solo; i miei fratelli, che davano man forte alla mamma, sottolineando con le loro maliziose battute le
critiche che lei mi rivolgeva, dormivano gi, e anche la mamma era ormai a letto; cos finalmente ero
libero, e chiuso nella mia stanzetta sedevo al mio minuscolo tavolino per leggere o scrivere,
interrompendomi per guardare con affetto il dorso dei miei libri. Le file dei miei libri non aumentavano
pi a blocchi interi, come a Francoforte. Ma la corrente non si dissecc mai del tutto, di occasioni per
ricevere un regalo ce nerano ancora, e chi avrebbe mai osato regalarmi qualcosa che non fosse un
libro?
La chimica, la fisica, la botanica, e anche la zoologia generale erano le materie che avevo
intenzione di studiare di notte, e il fatto che vi dedicassi perfino le ore notturne non era visto dalla
mamma come un inutile spreco di energia elettrica. Ma i libri di studio non restavano aperti a lungo, i
quaderni universitari nei quali prendevo svogliatamente appunti durante le lezioni erano ben presto
sostituiti dai veri quaderni, dai miei quaderni, nei quali annotavo scrupolosamente tutti i miei momenti
di esaltazione, ma anche i miei tormenti. Prima di addormentarsi, la mamma vedeva ancora filtrare da
sotto la porta la luce accesa nella mia stanza, il rapporto che avevamo nella Scheuchzerstrasse di
Zurigo si era invertito. Lei poteva certo immaginare quel che io stavo facendo al mio tavolinetto, ma
siccome, ufficialmente, restavo alzato per studiare, e questo era stato approvato una volta per tutte,
quella mia abitudine doveva accettarla senza dir nulla.
La mamma era convinta di dover vigilare sui miei passi in quel periodo, e per buoni motivi.
Non si fidava della chimica: non mi attraeva abbastanza e temeva che alla lunga il mio interesse
sarebbe cessato. Per tener conto delle sue preoccupazioni materiali - bench intuissi che erano
infondate - io avevo rinunciato a studiare medicina (solo perch erano studi troppo lunghi) e di questo,
certo, la mamma aveva preso atto e apprezzava il  sacrificio  implicito in questa mia decisione. Lei
aveva sacrificato la sua vita per noi, le malattie e gli sfinimenti che di tanto in tanto la colpivano
dimostravano quanto le fosse costato quel sacrificio. Era venuto il momento che anchio, essendo il
primogenito, mi sacrificassi. Cos rinunciai alla medicina, che consideravo una professione
disinteressata, un servizio reso allumanit, per scegliere una professione che tutto era fuorch
disinteressata: il futuro, la mamma lo udiva da ogni parte, apparteneva alla chimica. Ai chimici si
aprivano impieghi promettenti nellindustria, la chimica era utile, utilissima, chi riusciva a inserirsi in
quel campo guadagnava splendidamente, e che io mi piegassi o fossi disposto a piegarmi a tanta utilit
era considerato dalla mamma un sacrificio assai apprezzabile. Ma sarei davvero andato avanti a
studiare per quattro anni? Su questo aveva forti dubbi. Solo a una condizione ben precisa avevo
accettato di studiare chimica: a Georg, che dopo i mesi trascorsi insieme nella Praterstrasse amavo pi
di qualsiasi altra persona al mondo, doveva esser concesso di studiare medicina al posto mio. Gli avevo
trasmesso tutto il mio entusiasmo per quella disciplina, ed egli non desiderava altro che poter fare un
giorno ci a cui io avevo rinunciato per amor suo.
I dubbi della mamma erano giustificati. Io avevo la mia interpretazione della faccenda, il mio
non era affatto un sacrificio, perch non mi ero messo a studiare chimica con lintenzione di diventare
sul serio un chimico che guadagna bene. Avevo una prevenzione invincibile contro tutte le attivit
esercitate con lunico scopo di far quattrini e non per unintima vocazione. Tenevo tranquilla la
mamma lasciandole credere che un giorno o laltro mi sarei impiegato come chimico in unindustria.
Ma di questo non parlavo mai, mi limitavo a tollerare una sua tacita supposizione. Esisteva tra noi una
sorta di armistizio: io rinunciavo a tutti i miei discorsi sul fatto che solo una professione ispirata da una
vocazione  degna di essere intrapresa e che si possono apprezzare soltanto le professioni pi utili agli
altri che a se stessi. Lei, in compenso, evitava le descrizioni del futuro dominato dalla chimica. La
mamma non aveva dimenticato ci che era accaduto durante la guerra solo pochi anni prima, ricordava
bene limpiego dei gas asfissianti, e credo che non le sia stato facile mandar gi questo aspetto della
chimica, perch anche nel periodo della disillusione e della chiusura in se stessa il suo odio per la
guerra rimase fortissimo. Cos tacevamo entrambi sul futuro poco attraente che mi attendeva in virt
del mio sacrificio. La cosa principale era che andassi ogni giorno in laboratorio, per abituarmi con un
tirocinio regolare a unoccupazione che avrebbe richiesto molta disciplina e certo non avrebbe
alimentato n la mia insaziabile avidit di conoscenze n le mie esaltazioni poetiche.
La mamma non sospettava che la stessi ingannando sulla natura della mia impresa. Neppure per
un istante mi ero seriamente proposto di abbracciare la professione del chimico. Frequentavo il
laboratorio, ci passavo le ore migliori della giornata, facevo quel che mi dicevano di fare non peggio
degli altri studenti; inventai persino una motivazione per giustificare ai miei occhi quellattivit.
Desideravo ancora imparare e far mio tutto ci che al mondo era degno di essere conosciuto, la mia
convinzione che non solo ci fosse desiderabile, ma anche possibile, era ancora intatta. Non vedevo
limiti da nessuna parte, n nella capacit di assimilazione della mente umana, n nella mostruosit di
una creatura fatta soltanto delle cose che ha imparato e di quelle che vuole imparare. Non era ancora
mai capitato che un campo qualsiasi del sapere da me affrontato con impeto e seriet mi suscitasse un
sentimento di frustrazione. Avevo avuto, certo, dei cattivi insegnanti, che non sapevano comunicare
nulla, assolutamente nulla, e per di pi riuscivano a ispirare negli allievi un senso di ripugnanza per la
loro materia. Uno di questi insegnanti era stato, a Francoforte, proprio il professore di chimica. Delle
sue lezioni non mi era rimasto molto di pi delle formule dellacqua e dellacido solforico; durante quel
paio di esperimenti che ci aveva illustrato i suoi gesti mi riempivano di disgusto. Era come se davanti a
noi fosse seduto un bradipo vestito da uomo, che pi passavano le ore pi diventava lento
nellarmeggiare alle sue apparecchiature. Cos, al posto di una vaga idea della chimica, era rimasta una
vera lacuna. Ebbene, questa lacuna si trattava ora di colmarla, ed era talmente grande che a questo
scopo potevo addirittura studiare chimica alluniversit.
Non esistono limiti alle possibilit di autoinganno. Ricordo bene che mi ripetevo ogni momento
questa motivazione quando, a casa mia, venivo ammonito con insistenza a non dedicarmi ad altro, a
concentrarmi soltanto sulla chimica. Niente avrei conosciuto tanto a fondo quanto la chimica, di cui
non sapevo quasi nulla. Questo era il sacrificio con cui volevo espiare la mia colpevole ignoranza,
mentre la medicina, cui avevo rinunciato, era il dono che facevo a mio fratello per dimostrargli il mio
amore. Georg era parte di me, insieme avremmo dato fondo a tutto lo scibile umano, e allora nulla
avrebbe potuto separarci mai pi.
Laccecamento di Sansone
Fra le accuse che in quellanno mi venivano rivolte pi spesso ce nera una che mi dava del filo
da torcere: io non sapevo come va il mondo, ero accecato, non volevo saperlo. Mi ero messo i
paraocchi ed ero deciso a non togliermeli mai. Ero sempre alla ricerca delle cose che avevo conosciuto
attraverso i libri. Vuoi che mi limitassi a un solo tipo di libri, vuoi che ne ricavassi le cose sbagliate
-fatto sta che ogni tentativo di parlare con me di come va il mondo in concreto era condannato al
fallimento.
 Per te o le cose si pongono sul piano dei grandi principi morali, oppure non ti interessano. La
parola libert, che ti piace cos tanto, in bocca tua  una vera barzelletta. Non esiste al mondo una
persona meno libera di te. Sei incapace di porti di fronte a un fatto con animo imparziale, senza tirar
subito fuori tutti i tuoi pregiudizi, tant che alla fine il fatto non si vede pi. E questo, alla tua et, non
sarebbe poi cos grave, se non ci fosse questa ostinata resistenza, questa tua caparbiet, il tuo fermo
proposito di lasciare le cose come stanno, senza modificarle di una virgola. Tu di tutto ci che 
sviluppo, maturazione graduale, miglioramento, e soprattutto sforzo di essere utili agli altri, con tutti i
tuoi paroioni, non hai davvero la pi pallida idea. Il male di fondo  il tuo accecamento. Forse avrai
anche imparato qualcosa da Michael Kohlhaas. Solo che tu non sei un caso interessante. Lui ha pur
dovuto mettersi a fare qualcosa, a un certo punto. E tu, che cosa fai? .
S, era vero, non volevo imparare come va il mondo. Avevo la sensazione che basti guardare e
capire qualcosa di riprovevole per diventarne corresponsabili. Non volevo imparare, se imparare
significa esser costretti a percorrere quella via. Era dallapprendimento per imitazione che io mi
difendevo. Mi difendevo coi paraocchi, in questo la mamma aveva ragione. Non appena mi accorgevo
che qualcuno mi consigliava qualcosa soltanto perch nel mondo si usava cos, io mimpuntavo, come
se non capissi quel che la gente pretendeva da me. Ma per altre vie arrivavo Io stesso vicino alla realt,
molto pi vicino di quanto supponesse la mamma, e forse, a quellepoca, di quanto io stesso potessi
immaginare.
Una via verso la realt, infatti, passa attraverso le immagini.*  Non credo che ne esista una
migliore. Ci teniamo stretti a ci che non muta e cos riusciamo a far affiorare ci che muta
perennemente. Le immagini sono reti, quel che vi appare  la pesca che rimane. Qualcosa scivola via e
qualcosa va a male, ma uno riprova, le reti le portiamo con noi, le gettiamo e, via via che pescano,
diventano pi forti.  importante, per, che queste immagini esistano anche al di fuori della persona, in
lui sono anchesse soggette al mutamento. Deve esserci un luogo dove uno possa ritrovarle intatte, e
non uno solo di noi, ma chiunque si senta nellincertezza. Quando ci sentiamo sopraffatti dal fuggire
dellesperienza, ci rivolgiamo a unimmagine. Allora lesperienza si ferma, e la guardiamo in faccia.
Allora ci acquietiamo nella conoscenza della realt, che  nostra, anche se qui era stata prefigurata per
noi. Apparentemente, essa potrebbe esistere anche senza di noi. Ma questa apparenza  ingannevole,
limmagine ha bisogno della nostra esperienza, per destarsi. Cos si spiega che certe immagini
rimangano assopite per generazioni: nessuno  stato capace di guardarle con lesperienza che avrebbe
potuto ridestarle.
Forte si sente colui che trova le immagini di cui la sua esperienza ha bisogno. Saranno molte,
ma non possono essere troppe, perch la loro funzione consiste proprio nel tenere insieme la realt, che
altrimenti si disperderebbe in mille rivoli. E neanche dovrebbe essere ununica immagine, che fa
violenza a chi la possiede, non lo abbandona e gli impedisce di trasformarsi. Sono molte le immagini di
cui abbiamo bisogno, se vogliamo una vita nostra, e se le troviamo presto, non troppo di noi andr
perduto.
Io ho avuto la fortuna di trovarmi a Vienna, quando pi avevo bisogno di queste immagini.
Contro la falsa realt da cui mi sentivo minacciato, la realt della piattezza, della rigidezza, dellutile,
dellangustia, dovevo trovare laltra realt, che era vasta a sufficienza perch potessi dominare anche le
sue durezze, senza soccombere.
Capitai davanti ai quadri di Brueghel. Il luogo in cui li vidi per la prima volta non era la vera
sede di quelle meraviglie, il Kunsthistorisches Museum. Fra una lezione e laltra allistituto di Fisica o
di Chimica trovavo il tempo di fare una capatina a Palazzo Liechtenstein. Dalla Boltzmanngasse
scendevo in quattro salti la scalinata dello Strudlhof, e subito mi trovavo in quella meravigliosa
pinacoteca, che oggi non esiste pi. Fu l che vidi i miei primi Brueghel. Che importa se erano delle
copie? Vorrei proprio vedere luomo imperturbabile, senza sensi e senza nervi, che trovandosi
improvvisamente di fronte a quei quadri si domandasse: saranno copie o originali? Se anche fossero
state copie di copie, io non ci avrei proprio fatto caso, perch erano La parabola dei ciechi e Il trionfo
della morte. Tutti i ciechi che ho visto in seguito sono usciti dal primo di quei due quadri.
Lidea della cecit mi perseguitava sin da quando, nei primi anni dellinfanzia, mi ero preso il
morbillo e per qualche giorno avevo perso la vista. Ed ecco ora sei uomini ciechi, in una fila storta, che
si tengono uniti gli uni agli altri per il bastone o per la spalla. Il primo, che li guida,  gi finito nel
fossato, il secondo, che sta per cadrgli addosso, ha la faccia rivolta verso lo spettatore: le orbite sono
vuote e la bocca, aperta per lo spavento, scopre i denti. Tra lui e il terzo la distanza  maggiore che tra
gli altri, entrambi stringono ancora saldamente nella mano il bastone che li unisce, ma il terzo ha
avvertito uno scarto, un movimento incerto, ed esitando appena si sta alzando sulla punta dei piedi, il
suo volto, che  visto di profilo - un solo occhio cieco -, non tradisce paura ma un accenno di domanda,
mentre dietro di lui il quarto, che  ancora fiducioso, appoggia la mano sulla sua spalla e ha il viso
rivolto in su, verso il cielo. La bocca  spalancata, come se in essa egli sperasse di ricevere dallalto
qualcosa che agli occhi non  concesso. Il lungo bastone nella mano destra  soltanto suo, ma egli non
vi si appoggia. Di tutti e sei  quello con la fede pi salda,  fiducioso sino al rosso delle calze, e gli
ultimi due, dietro di lui, seguono devotamente i suoi passi, ognuno ricalcando le orme di quello che lo
precede. Anchessi hanno la bocca aperta, di meno, per, il fossato  lontano, non si aspettano e non
temono nulla e non hanno domande da fare. Se tutto non dipendesse a tal punto da quegli occhi ciechi,
ci sarebbe qualcosa da dire sulle dita dei sei, che afferrano e toccano in modo diverso da coloro che
vedono; e anche i piedi sentono il terreno in maniera diversa.
Questunico quadro sarebbe bastato per riempire una pinacoteca, ma subito dopo mi trovai
inaspettatamente davanti - sento ancora oggi lo shock - Il trionfo della morte. Centinaia di morti, di
scheletri, attivissimi scheletri, sono occupati a trascinare con s un numero altrettanto grande di uomini
vivi: sono figure dogni genere, in massa o isolate, riconoscibili per ceto sociale, tese in uno sforzo
inaudito; la loro energia supera di molto quella dei viventi che stanno attaccando. Sappiamo che i morti
vinceranno, ma ancora non hanno vinto. Si sta dalla parte dei vivi, si vorrebbe aiutarli a difendersi, ma
si rimane sconvolti nel vedere che i morti sembrano pi vivi di loro. La vitalit dei morti, se cos
vogliamo chiamarla, ha un unico scopo: afferrare i vivi e portarli via con s. I morti non si distraggono,
non si disperdono in iniziative diverse, vogliono tutti ununica cosa, quella soltanto; i vivi, invece, sono
attaccati alla propria esistenza, ma ciascuno a modo suo. Tutti si agitano, nessuno si arrende, in quel
quadro non ho trovato un solo uomo stanco di vivere, la vita va strappata a tutti con la forza, nessuno 
disposto a cederla spontaneamente. Lenergia di questa difesa, variata in cento modi,  passata dentro
di me, da allora mi sono spesso sentito come se fossi io tutti quegli uomini che lottano contro la morte.
Capivo che si trattava di massa, da una parte come dallaltra, e che, per quanto il singolo senta
la propria morte da solo, la stessa cosa vale per ogni altro singolo, e perci si deve pensare a tutti i
singoli.
Qui,  vero, la morte ancora trionfa; ma leffetto non  quello di una battaglia che ormai  vinta
una volta per tutte; la battaglia continua, si rinnova sempre, e, se la viviamo come in questo quadro,
non saremo affatto sicuri che lesito sar sempre lo stesso. Il trionfo della morte di Brueghel  stata la
prima cosa che mi ha dato fiducia nella mia lotta. Ogni altro Brueghel che ho poi visto al
Kunsthistorisches Museum vi ha aggiunto un nuovo pezzo di realt, e ogni volta  stato un dono, un
dono perenne. Sono stato centinaia di volte davanti a ogni quadro di Brueghel, li conosco tutti come le
persone che mi sono pi care, e fra i libri che avevo progettato e che mi rimprovero di non aver portato
a termine ce n anche uno che contiene tutte le mie esperienze con Brueghel.
Ma non furono questi i primi quadri che andai a cercare. A Francoforte, per arrivare allo
Stdelsches Kunstinstitut, si deve attraversare il Meno. Contemplavo il fiume e la citt, e poi respiravo
profondamente, per trovare il coraggio di affrontare la cosa terribile che mi attendeva. Sansone
accecato dai Filistei, il grande quadro di Rembrandt, mi spaventava, mi torturava e mincatenava l.
Vedevo quella scena come se si stesse svolgendo sotto i miei occhi: e poich raffigurava lattimo in cui
Sansone  privato della vista, essere testimoni in quel caso era davvero raccapricciante. Davanti ai
ciechi avevo sempre sentito un particolare malessere, e non li avevo mai fissati a lungo, pur essendone
affascinato. Poich non potevano vedermi, davanti a loro mi sentivo in colpa. Ma qui non era
raffigurata la loro condizione, la cecit, bens laccecamento.
Ecco Sansone disteso, il petto nudo, la camicia tirata gi, il piede destro sollevato di sbieco a
mezzaria, le dita rattrappite da un dolore folle. Un soldato con elmo e corazza, chino su di lui, gli ha
piantato il ferro nellocchio destro, il sangue gli sprizza sulla fronte, i capelli di Sansone sono tagliati
corti, sotto di lui c un soldato che gli tiene ferma la testa contro il ferro. Un altro scherano occupa la
parte sinistra del quadro.  piantato a gambe larghe, piegato su Sansone, e impugna con tutte e due le
mani lalabarda, puntandola verso locchio sinistro di Sansone, che rimane spasmodicamente chiuso.
Lalabarda attraversa met del quadro,  la minaccia dellaccecamento che sar ripetuto. Sansone ha
due occhi come tutti, ma dello sgherro che impugna lalabarda si vede un occhio soltanto; quellocchio,
fissando il volto imbrattato di sangue di Sansone,  tutto concentrato nel compimento dellopera.
La luce, che scaturisce da un punto esterno al gruppo in cui tutto accade, investe Sansone in
pieno.  impossibile distogliere lo sguardo, laccecamento non  ancora ma sta per diventare cecit,
non ci si pu aspettare clemenza o misericordia. Laccecamento vuol essere visto, e chi lo ha visto una
volta sa per sempre che cosa vuol dire, e dovunque si trovi continua a vederlo. Ci sono due occhi, nel
quadro, che sono fissi sullaccecamento, non lo lasciano un istante, sono gli occhi di Dalila che fugge
trionfante, in una mano le forbici, nellaltra i capelli recisi di Sansone. Ha paura delluomo di cui
stringe i capelli? Vuole sfuggire a quell'unico occhio che a Sansone  rimasto, sia pure per poco? Dalila
guarda indietro verso Sansone, sul suo volto si legge lodio e la tensione omicida, su di esso cade
copiosa la luce, proprio come sul volto dellaccecato. La bocca di Dalila  semiaperta:  I Filistei ti
sono addosso, Sansone I  ha appena gridato.
Sansone capisce la lingua di Dalila? Comprende certo la parola Filistei, il nome della gente di
lei, la stessa gente che egli ha vinto e ucciso. Fra la prima mutilazione e la seconda, Dalila guarda
ancora verso di lui, non risparmier locchio rimasto, non grider  Grazia! , non si getter davanti al
coltello, non ricoprir il volto di Sansone con i capelli che tiene in mano per restituirgli la forza di un
tempo. Che cosa sta fissando il suo sguardo rivolto indietro? Locchio accecato e quello che sta per
esserlo.  in attesa che il ferro colpisca ancora. La volont di Dalila muove lintera scena. Gli uomini
con la corazza, luomo con lalabarda sono i suoi scherani. Dalila ha privato Sansone della sua forza,
Dalila tiene in pugno la forza di Sansone e lo odia e lo teme ancora, e fintanto che pensa al suo
accecamento continuer a odiarlo, e per questo, per odiarlo sempre, ci penser in eterno.
Questo quadro, di fronte al quale ho sostato tante volte, mi ha insegnato che cos lodio. Lo
avevo provato molto presto, lodio, assai troppo presto, a cinque anni, quando volevo uccidere con la
scure la mia compagna di giochi. Ma questo non significa ancora sapere ci che si  provato, per
riconoscerlo occorre che esso appaia davanti ai nostri occhi, ma in altri. Reale diventa soltanto ci che
riconosciamo perch gi lo abbiamo vissuto. Prima esso giace in noi, senza che possiamo nominarlo,
poi improvvisamente si erge come immagine, e allora ci che  accaduto agli altri prende corpo in noi
come ricordo: ora  reale.
Prime glorie intellettuali
I giovani che frequentavo avevano una cosa in comune, anche se per tutto il resto erano assai
diversi tra loro: si interessavano soltanto a questioni intellettuali. Sapevano perfettamente tutto ci che
cera scritto sui giornali, ma si emozionavano soltanto quando parlavano di libri. Alcuni libri, pochi,
erano al centro dellattenzione, sarebbe stato riprovevole non conoscerli. Tuttavia non si pu dire che i
nostri discorsi ripetessero, in qualsiasi forma, un'opinione corrente o dominante; ciascuno leggeva quei
libri per conto suo, ne recitava dei passi di fronte agli altri, ne citava lunghi brani a memoria. Le
critiche non solo erano ammesse, ma anzi desiderate, ci si sforzava di scoprire i punti deboli che
potessero far vacillare la pubblica reputazione di un libro; e sviscerando con passione ciascuno di quei
punti, grande importanza veniva attribuita alla logica, alla prontezza e allarguzia. A parte tutto ci che
era stato stabilito una volta per tutte da Karl Kraus, nulla era incrollabile, e anzi ci piaceva moltissimo
trovar da ridire su tutte le opinioni che con troppa facilit e rapidit avevano avuto successo.
I libri che contavano davvero erano quelli che lasciavano pi spazio alla discussione. I tempi
della massima influenza di Spengler, dei quali ero stato testimone alle tavolate della pensione di
Francoforte, sembravano ormai lontani; o forse a Vienna linfluenza di Spengler non era mai stata
altrettanto decisiva. Tuttavia, una nota di pessimismo era presente inconfondibilmente anche qui. Sesso
e carattere di Otto Weininger - bench apparso ormai da ventanni - entrava ancora in ogni
discussione. Tutti i libri pacifisti che avevo amato a Zurigo, durante la guerra, erano ormai messi in
ombra da Gli ultimi giorni dellumanit. La letteratura del decadentismo non contava pi nulla.
Hermann Bahr era ormai fuori gioco, aveva recitato troppe parti, in nessuna delle quali, ormai, veniva
pi preso sul serio. Latteggiamento che gli scrittori avevano tenuto nei confronti della guerra, e
soprattutto durante la guerra, influiva in modo decisivo sul loro prestigio. Il nome di Schnitzler, per
esempio, non veniva attaccato, pur non essendo Schnitzler particolarmente attuale, nessuno si
permetteva di deriderlo, perch egli - a differenza di tanti altri - non si era mai piegato alla propaganda
bellica. Non era certo un momento favorevole per la Vecchia Austria. La monarchia, or ora andata in
pezzi, era ormai screditata, e monarchiche, mi dicevano, erano rimaste soltanto le beghine. Della
mutilazione dellAustria e della strana sopravvivenza di Vienna - una capitale ormai troppo grande -
come una sorta di idrocefalo erano tutti ben consapevoli. Ma non per questo si rinunciava alle pretese
intellettuali di una vera metropoli. La gente sinteressava ancora a tutto ci che accadeva nel mondo,
proprio come se il mondo fosse in trepida attesa di quel che si pensava a Vienna, e restava fedele al
gusto tipicamente viennese, alle tradizioni viennesi, soprattutto in campo musicale. Che si fosse portati
o no per la musica, ai concerti si andava lo stesso, anche nei posti in piedi.
Il culto di Gustav Mahler, che nel resto del mondo era ancora relativamente sconosciuto come
compositore, a Vienna aveva gi raggiunto un suo primo apice: la sua grandezza era incontestata.
Non cera quasi conversazione nella quale non venisse fuori il nome di Freud, un nome non
meno compatto di quello di Karl Kraus, con quel cupo dittongo e la d finale, ma certo pi attraente
quanto a significato.** Erano allora in circolazione tutta una serie di nomi monosillabici, che sarebbero
bastati per le esigenze pi diverse, ma Freud era un caso particolare: alcune parole da lui create erano
gi entrate nelluso comune. Dai personaggi pi autorevoli del mondo universitario era ancora
sdegnosamente ignorato. Ma gli atti mancati, in compenso, erano diventati una specie di gioco di
societ. Per poter usare spesso quel termine cos amato, la gente li produceva in serie; in ogni
conversazione, per quanto assai animata e apparentemente del tutto spontanea, lo si poteva indovinare
sulla bocca del proprio interlocutore: ora viene un atto mancato. E subito dopo latto mancato era l,
materializzato, e si poteva procedere compiaciuti alla sua spiegazione, svelando quali processi
lavevano generato; in quel modo si poteva parlare di s allinfinito, senza stancarsi n dare
limpressione dinsistere in modo inopportuno sulle proprie faccende private: si stava anzi
contribuendo a chiarire un fenomeno di interesse generale, anzi di interesse scientifico.
Comunque, me ne accorsi ben presto, questa era la parte pi illuminante della dottrina
freudiana. Quando si parlava di atti mancati, non avevo mai la sensazione che qualcosa venisse fatto
rientrare a tutti i costi in uno schema preordinato e sempre uguale a se stesso, che, perci, veniva presto
a noia. E poi i suoi atti mancati ciascuno li inventava a modo suo. Capitavano episodi divertenti,
qualche volta sfuggiva persino un vero atto mancato che, evidentemente, non era stato programmato.
Con i complessi di Edipo, invece, la situazione era diversa. Sui complessi di Edipo tutti si
accapigliavano, ognuno voleva il suo, oppure venivano usati per scagliarsi contro i presenti. Ogni volta
che partecipavi a una riunione monciana potevi metterti lanimo in pace: o il tuo complesso di Edipo lo
menzionavi da te, oppure trovavi qualcun altro che, dopo averti lanciato unocchiata impietosa e
penetrante, tinchiodava al tuo Edipo. In un modo o nellaltro a ciascuno (anche ai figli postumi)
toccava il suo Edipo, e alla fine si ritrovavano tutti ugualmente colpevoli, potenzialmente erano tutti gli
amanti della propria madre e gli assassini del proprio padre, ciascuno, nellalone mitico di quel nome,
diventava un re di Tebe in incognito.
Io avevo i miei dubbi sullintera faccenda, forse perch, sin da bambino, avevo conosciuto una
forma di gelosia omicida e mi rendevo ben conto che le sue motivazioni erano affatto diverse. Ma
anche se uno degli innumerevoli sostenitori di quella teoria freudiana fosse riuscito a persuadermi che
essa era universalmente valida, mai e poi mai avrei accettato di chiamarla con quel nome. Sapevo chi
era Edipo, avevo letto Sofocle, nessuno mi poteva defraudare dellinaudita mostruosit di quel destino.
Quando arrivai a Vienna, quel destino era stato ridotto a una tiritera che tutti ripetevano, tutti, nessuno
escluso, nemmeno il pi altero spregiatore della plebe si sentiva superiore allEdipo freudiano.
Bisogna ammettere, tuttavia, che perdurava ancora leffetto della guerra appena conclusa.
Nessuno poteva dimenticare le manifestazioni di ferocia omicida di cui era stato personalmente
testimone. Molti vi avevano partecipato attivamente, e adesso erano tornati. Costoro sapevano bene di
quali atrocit erano stati capaci - per obbedire agli ordini - e ora si aggrappavano avidamente a tutte le
spiegazioni che la psicoanalisi metteva a disposizione riguardo alle loro inclinazioni omicide. La
banalit della coazione collettiva alla quale si erano assoggettati si rispecchiava nella banalit di quella
spiegazione. Gi il solo constatare che chiunque beneficiasse del complesso edipico diventava
immediatamente un essere inoffensivo faceva davvero uno strano effetto. Moltiplicandosi per mille,
anche il destino pi spaventoso si volatilizza, si riduce a un granellino di sabbia. Il mito penetra
nelluomo, lo afferra alla gola, lo scuote. Ma la legge di natura a cui il mito viene ridotto non  altro
che il piffero che lo fa ballare alla sua musichetta.
I giovani che frequentavo io non erano mai stati in guerra. Ma andavano tutti alle pubbliche
letture di Karl Kraus e conoscevano - a memoria, si potrebbe dire -Gli ultimi giorni dellumanit. Era
questo il loro modo di fare i conti con la guerra, che certo aveva offuscato la loro giovinezza, e per
conoscere la guerra  difficile indicare un metodo pi concentrato e al tempo stesso pi legittimo. Cos
quei giovani avevano sempre la guerra davanti agli occhi, e dato che nessuno di loro era scampato ai
suoi pericoli e quindi non cera ragione di volerla dimenticare, il pensiero della guerra li occupava di
continuo. Quei giovani non studiavano la struttura psicologica degli uomini in quanto massa, la
struttura che li aveva spinti ad andare in guerra docilmente, con entusiasmo, e che ancora adesso,
parecchi anni dopo la sconfitta, li rendeva - sia pure in modo diverso - prigionieri della guerra. Su
queste cose non era stato detto quasi nulla, una teoria di questi fenomeni ancora non esisteva. Ci che
Freud sosteneva in proposito - come avrei constatato di l a breve - era del tutto inadeguato. Perci quei
giovani si accontentavano della psicologia dei processi individuali, cos come Freud la offriva, con
quella sua incrollabile sicurezza di s. Potevo dire qualsiasi cosa sullenigma della massa, il mio
rompicapo fin dallepoca di Francoforte: a quei giovani sembrava impossibile discutere con me su quel
tema, perch mancavano le formule intellettuali per farlo. I fatti non riconducibili a una formula per
loro non esistevano, non erano altro, sicuramente, che una mia fantasia, del tutto priva di consistenza,
altrimenti o Freud o Kraus ne avrebbero pur parlato, in un modo o nellaltro.
Non cera nulla, per il momento, che potesse colmare la lacuna che avvertivo. Ma non molto
tempo dopo, nellinverno immediatamente successivo del 1924-1925, ebbi l''illuminazione che
determin tutto il resto della mia vita. Devo proprio chiamarla 'illuminazione, perch fu unesperienza
legata a una luce particolare; ci che mi invest allimprovviso fu un sentimento di violenta espansione.
Camminavo svelto, con insolita energia, in una strada di Vienna, camminai per tutto il tempo
dellilluminazione. Non ho mai dimenticato quel che mi accadde quella notte. Lilluminazione mi 
rimasta nella memoria come un fatto istantaneo; dopo cinquantacinque anni (tanti ne sono passati
esattamente) la sento ancora come qualcosa che in me non si  esaurito. Il contenuto intellettuale della
mia illuminazione  cos semplice e scarno che il suo effetto sembrerebbe inspiegabile; eppure da essa
ho tratto, come da una rivelazione, la forza per dedicare trentacinque anni della mia vita e, fra questi,
venti anni interi, al tentativo di chiarire che cos veramente la massa, come il potere nasca dalla massa
e come, a sua volta, esso agisca sulla massa. Allora non mi rendevo conto di quanto la natura della mia
impresa dipendesse dal fatto che a Vienna esisteva un uomo come Freud: il solo fatto che di lui si
parlasse cos tanto gi significava che ciascuno pu giungere da solo, per propria decisione e volont, a
spiegare le cose. Poich le idee di Freud non mi bastavano (non spiegavano la cosa per me pi
importante), ero onestamente e ingenuamente convinto di dover battere strade diverse, del tutto
indipendenti da Freud. Avevo bisogno di Freud come avversario, questo mi era chiaro anche allora. Ma
che lo usassi inoltre come una specie di modello, nessuno sarebbe riuscito a farmelo accettare.
Lilluminazione che ricordo con tanta chiarezza ebbe luogo nella Alserstrasse. Era notte, nel
cielo mi colpiva il riverbero rosso della citt, lo contemplavo guardando in alto. Dato che non facevo
attenzione a dove mettevo i piedi, incespicai lievemente pi volte e, proprio mentre stavo incespicando,
la testa in su, il cielo rosso sopra di me (che in realt cos non mi piaceva), mi balen improvvisamente
lidea che esistesse una pulsione di massa in perpetuo contrasto con la pulsione della personalit e che
tutto il corso della storia umana potesse essere spiegato mediante il conflitto fra queste due pulsioni.
Magari non sar stata unidea nuova; ma per me lo era, perch mi colp con violenza inaudita. Mi
sembrava che tutto ci che stava capitando nel mondo si potesse ricondurre a quel principio; La massa
esisteva: lavevo gi constatato a Francoforte, e a Vienna lavevo sperimentato di nuovo; qualcosa
costringeva gli uomini a farsi massa, era un fatto evidente, inconfutabile; poi la massa si scomponeva
di nuovo nei singoli, questo era altrettanto evidente; e cos pure che quei singoli aspiravano a
ridiventare massa. Esisteva una tendenza che spingeva gli uomini verso la massa e una tendenza che li
allontanava dalla massa, su ci non avevo dubbi, mi sembravano due tendenze cos forti e cos cieche
che le percepivo come pulsioni, e cos le chiamai. Ma che cosa fosse la massa in s, questo non lo
sapevo, era un enigma che allora mi proposi di risolvere, mi sembrava lenigma pi importante, e
comunque quello che subito risalta nel nostro mondo.
Ma come suona fiacco, estenuato, esangue quello che vado dicendo. Ho parlato di  violenza
inaudita  : fu proprio cos, perch lenergia che ad un tratto mi pervase mi costrinse a camminare pi
in fretta, quasi a passo di corsa. Sfrecciai per la Alserstrasse, la percorsi fino alla circonvallazione in
tutta la sua lunghezza e mi sembr di averci messo un attimo, avevo un ronzio nelle orecchie, il cielo,
immutato, era ancora rosso, come se quel colore gli fosse stato assegnato per leternit; di nuovo
incespicai, ma senza mai cadere, inciampare era una parte integrante di quel mio moto. Lesperienza di
un movimento come quello non lho avuta mai pi, e neanche me la sarei augurata: era un movimento
troppo strano, troppo estraneo a me, molto pi rapido del consueto; era unestraneit che veniva da
dentro, ma che io non dominavo.
Patriarchi
Laspetto esotico di Veza lo notavano tutti, ovunque andasse dava nellocchio. Unandalusa che
non era mai stata a Siviglia, ma di Siviglia parlava come se ci fosse nata e cresciuta. Ciascuno di noi
laveva gi incontrata nelle Mille e una notte, sin da quando aveva preso in mano quel libro per la
prima volta. Nelle miniature persiane era unimmagine familiare. Eppure, nonostante questubiquit
orientale, non era una figura di sogno, limmagine di Veza era ben definita, il suo aspetto non si
offuscava, non si dissolveva, manteneva chiari i suoi contorni e la sua luminosit.
Alla sua bellezza, che lasciava senza parole, opponevo una forte resistenza. Giovane e
inesperto, appena uscito dalladolescenza, sgraziato e maldestro, di fronte a lei mi sentivo un Calibano,
nonostante la mia giovine et; ero goffo, insicuro, dai modi grossolani, incapace di servirmi in sua
presenza di quella che era forse la mia unica risorsa: la parola; cos, prima di incontrarla provai a
escogitare le ingiurie pi assurde che dovevano servirmi da corazza contro di lei.  Affettata  era di
tutte la pi lieve;  sdolcinata , mi dicevo,  ricercata , era solo una  principessa  che sapeva usare
met del linguaggio, la met raffinata, una donna lontana da tutto ci che  autentico, spietato, severo e
inflessibile. Eppure, per confutare quelle accuse, bastava ripensare alla lettura del 17 aprile. La sala non
aveva acclamato Karl Kraus per la sua raffinatezza, ma per la sua severit, e durante lintervallo,
quando lavevo conosciuta, Veza mi era parsa composta e piena di dignit, e non aveva cercato alcun
pretesto per sottrarsi alla seconda parte del programma. Da allora a ogni lettura - ormai non ne perdevo
una - la cercavo furtivamente con lo sguardo, e la trovavo sempre. La salutavo da lontano, non avevo
mai osato avvicinarmi, ed ero costernato quando lei non mi notava; ma Veza per lo pi rispondeva al
mio saluto.
Anche l dava nellocchio, era la figura pi esotica di quelluditorio. Poich sedeva sempre in
prima fila, certamente Karl Kraus laveva notata. Mi sorpresi a domandarmi quale impressione ne
avesse lui. Non applaudiva mai, neppure questo poteva essergli sfuggito. Ogni volta era l, allo stesso
posto: un omaggio cui neppure Kraus poteva essere indifferente. Gi in quel primo anno, durante il
quale, nonostante il suo invito, non mi arrischiai a farle visita, provai una crescente irritazione per quel
posto in prima fila. Ma poich non comprendevo da che cosa derivasse quella mia irritazione, mi
inventavo le ragioni pi stravaganti. Laggi la voce arrivava troppo forte, non si poteva resistere a quei
crescendo improvvisi. Come non sprofondare sotto terra per il pudore e la vergogna davanti a certi
personaggi degli Ultimi giorni dellumanit? E come faceva quando non riusciva a frenare le lacrime,
ascoltando I tessitori o il Re Lear? Come poteva sopportare che Kraus la vedesse piangere? Ma forse
voleva proprio questo! Che fosse fiera delleffetto che su di lei avevano le parole di Kraus? Era un atto
di adulazione mettersi a piangere davanti a tutti? Eppure, di questo ero sicuro, non era affatto una
donna sfacciata, avevo anzi limpressione che fosse estremamente pudica, pi di chiunque altro; e
invece, davanti a Karl Kraus, ostentava ogni suo sentimento, ogni sua reazione a quel che aveva appena
udito. Al termine della lettura, Veza non si avvicinava al podio; mentre molti cercavano di farsi avanti,
lei no, restava in piedi e guardava, nientaltro. Anchio, dopo le letture, ero sempre talmente scosso e
turbato che rimanevo nella sala ancora per un bel po e applaudivo in piedi, finch mi dolevano le
mani. In quello stato la perdevo di vista, senza i suoi capelli nerissimi, quasi blu, e quella nitida
scriminatura non sarei riuscito a ritrovarla. Finita la lettura, Veza non faceva nulla in cui io potessi
cogliere una mancanza di dignit. Non restava nella sala pi a lungo di tanti altri, e quando Kraus
veniva a fare linchino, Veza non era fra gli ultimissimi.
Forse ci che cercavo era proprio la sua approvazione; dopo ognuna di quelle letture, che si
trattasse dei Tessitori, del Timone o degli Ultimi giorni dellumanit, leccitazione durava a lungo, le
letture di Kraus erano i momenti culminanti della mia esistenza. Vivevo nella trepida attesa di quei
momenti, ci che mi accadeva nel frattempo giaceva in un mondo profano. In sala me ne stavo da solo,
non parlavo con nessuno, e facevo in modo di essere solo anche nel momento di lasciare la sala.
Osservavo Veza per evitarla, non sapevo quanto grande fosse il mio desiderio di sedere al suo fianco.
Finch lei stava in prima fila, sotto gli occhi di tutti, mi sarebbe stato comunque assolutamente
impossibile. Ero geloso del dio che mi riempiva tutto; bench dinanzi a lui non cercassi affatto di
chiudermi, in nessuna parte di me, bench ogni poro della mia pelle fosse aperto per lui, non volevo
concedergli quella esotica creatura coi capelli neri e la riga in mezzo, che sempre gli sedeva cos vicino
e rideva e piangeva per lui, piegandosi sotto il turbine della sua eloquenza. Avrei voluto star seduto
accanto a lei, ma non l davanti, soltanto dove il dio non potesse vederla, e noi due, io e lei, potessimo
raccontarci con gli sguardi leffetto che ci facevano le sue parole.
Sin da quel periodo, quando ancora mi aggrappavo allorgogliosa risoluzione di non andare a
trovarla, ero geloso di Veza e non sospettavo affatto che stavo radunando le mie forze per rapirla al dio.
A casa mi sembrava di soffocare sotto le persecuzioni della mamma, provocate dal mio
comportamento; ma intanto vedevo davanti a me listante in cui avrei suonato alla porta di Veza.
Ricacciavo quel pensiero lontano da me come un oggetto, ma esso mi veniva ancora pi vicino. Per
non cedere, mi mettevo a pensare agli Asriel, e al diluvio di chiacchiere che mi avrebbe investito. 
Com andata? Che cosa ha detto? Proprio come pensavo! Quello non le piace.  naturale . Sentivo
gi gli ammonimenti della mamma, che sarebbe venuta a sapere tutto in un baleno. Nelle domande e
nelle risposte che andavo immaginando anticipai quel che poi accadde davvero. Mentre continuavo a
evitare scrupolosamente di avvicinarmi a Veza e non riuscivo a escogitare nulla da dirle che non fosse
o troppo grossolano o troppo insulso, gi mi figuravo tutti i discorsi maligni e odiosi che in seguito
avrei sentito sul suo conto nella nostra casa.
Avevo sempre saputo, a dispetto dei divieti che mi ero imposto, che un giorno o laltro sarei
andato a trovarla, e ogni volta che la vedevo alle conferenze di Kraus mi sentivo rafforzato in questa
consapevolezza. Ma quando accadde davvero, in un pomeriggio libero, era passato pi di un anno dal
giorno del suo invito. Nessuno lo venne a sapere, i miei piedi trovarono da soli la via per la
Ferdinandstrasse, io mi rompevo la testa per trovare una spiegazione plausibile, che non suonasse n
immatura n servile. Le sarebbe piaciuto essere inglese, aveva detto, che cosa poteva esserci di pi
naturale, quindi, che farle qualche domanda sulla letteratura inglese? Avevo ascoltato da poco il Re
Lear, una delle letture pi grandiose di Karl Kraus; di tutti i drammi di Shakespeare era quello che mi
faceva pensare di pi. Non riuscivo a liberarmi dallimmagine del vecchio nella landa. Veza, di sicuro,
lo sapeva tutto in inglese. Cera qualcosa nel Re Lear a cui non potevo rassegnarmi. Di questo volevo
parlarle.
Quando suonai, Veza mi apr personalmente e mi salut come se mi stesse aspettando. Lavevo
vista pochi giorni prima alla lettura, nella sala media del Konzerthaus. Per caso, cos pensavo io, le ero
finito vicino e alla fine anchio ero balzato in piedi applaudendo freneticamente. Mi ero comportato
come un invasato, avevo alzato le braccia e battendo le mani avevo gridato  Evviva! Evviva Karl
Kraus! . Non la finivo pi, nessuno la finiva pi, abbassai le mani soltanto quando cominciarono a
farmi male e accanto a me notai una persona che se ne stava l come in trance, senza applaudire. Era
lei, ma non sapevo se si era accorta di me.
Attraverso il corridoio buio mi condusse nella sua stanza, dove fui accolto da una calda,
luminosa atmosfera. Mi sedetti fra quadri e libri, ma senza osservarli con molta attenzione, perch lei si
mise al tavolo, di fronte a me, e disse :  Lei non mi ha notato. Ero al Lear . Le dissi che lavevo
notata benissimo: perci ero venuto a trovarla. Poi le domandai perch Lear, alla fine, dovesse morire.
Era vecchissimo, certo, aveva patito enormemente, sofferenze atroci, eppure avrei preferito uscire dalla
sala con lidea che egli avesse superato tutto e vivesse ancora. Lear doveva vivere per sempre. Se in un
dramma moriva un altro eroe, un giovane, ero pronto ad accettarlo, soprattutto se era uno di quei tanti
smargiassi o attaccabrighe che di solito, appunto, son chiamati eroi; ad essi concedevo di buon grado la
morte: la loro fama era proprio dovuta al fatto che avevano dispensato la morte a piene mani. Ma Lear,
che era gi cos vecchio, doveva diventare ancora pi vecchio. Non si sarebbe mai dovuto sapere che
moriva. In quel dramma cerano gi tanti morti. Almeno un personaggio doveva restare in vita e questi
era lui.
 Perch proprio lui? Non merita finalmente il riposo? .
 La morte  un castigo. Lear merita di vivere .
 Proprio il pi vecchio? Il pi vecchio deve vivere ancora? Mentre tanti giovani lhanno
preceduto nella morte, e sono stati defraudati della vita? .
 Quando muore il pi vecchio muore pi vita. Muoiono tutti i suoi anni. Ci che si perde con
lui  molto di pi .
Allora lei vorrebbe che certa gente vivesse quanto i patriarchi della Bibbia? .
 S! S! Lei no? .
 No. Potrei fargliene vedere uno. Abita due porte pi in l. Pu anche darsi che si faccia vivo
mentre lei  ancora qui .
 Lei sta alludendo al suo patrigno. Ne ho sentito parlare .
 Non pu aver sentito nulla che si avvicini alla verit. La verit la conosciamo soltanto noi,
mia madre ed io .
Quel tema era venuto troppo in fretta, non avrebbe voluto parlarne subito. Era riuscita a
proteggersi da lui nella propria stanza, nella propria atmosfera. Se avessi immaginato quanta fatica le
era costata, forse avrei evitato largomento dei vecchi, che proprio perch ormai cos vecchi dovrebbero
poter vivere per sempre. Ero giunto dal Re Lear a lei quasi come un cieco e, grato per aver vissuto al
suo fianco unesperienza meravigliosa, mi sentivo in dovere di parlargliene. Ero in debito verso Lear
perch era stato Lear a condurmi da lei. Senza Lear ci avrei certo impiegato pi tempo ancora: ebbene,
adesso ero seduto l, tutto preso da Lear, come avrei potuto non rendergli omaggio? Sapevo che cosa
Shakespeare significava per lei, ero convinto che di nulla avrebbe parlato pi volentieri. Non mi era
venuto in mente di farmi raccontare dei suoi viaggi in Inghilterra e lei non aveva pensato alla mia
infanzia laggi. Eppure, al nostro primo incontro, mi aveva invitato proprio perch gliene parlassi.
Lavevo colpita nel punto pi dolente, la vita con quel patrigno era per tutte e due, per sua madre e per
lei, un vero tormento. Presto quelluomo avrebbe compiuto novantanni: ed ecco che arrivavo io a dirle
- cos sembrava - che per un uomo cos vecchio la cosa migliore era vivere per sempre.
La colpii cos profondamente durante la mia prima visita che poco ci manc che non fosse
anche lultima. Fece uno sforzo per ricomporsi (aveva la sensazione di doversi giustificare per essersi
cos visibilmente spaventata) e mi raccont - con uno sforzo notevole - come aveva organizzato la sua
vita in quellinferno.
Lappartamento in cui Veza viveva con la madre era composto da tre camere in fila abbastanza
grandi, le cui finestre davano sulla Ferdinandstrasse. Era al piano ammezzato, piuttosto in basso, dalla
strada era facile farsi sentire. Dalla porta di casa un corridoio portava alle stanze, che si aprivano sulla
sinistra; a destra si trovavano la cucina e gli altri locali di servizio, e dietro la cucina una cameretta buia
per la domestica, talmente nascosta che nessuno ci pensava mai.
Delle tre stanze sulla sinistra, la prima era la camera da letto dei genitori. Il patrigno di Veza, un
vecchio magrissimo di circa novantanni, era sdraiato nel letto, oppure sedeva dritto, in vestaglia,
nellangolo davanti al fuoco. Poi veniva la camera da pranzo, usata, perlopi, soltanto quando cerano
ospiti. La terza era la camera di Veza, se lera arredata secondo il suo gusto, coi colori che le
piacevano, piena di libri e di quadri, seria e ariosa al tempo stesso; si entrava in quella stanza con un
sospiro di sollievo e non la si lasciava volentieri, era talmente diversa dal resto della casa che quanderi
sulla soglia credevi di sognare. La soglia severa di unoasi fiorita, che pochissimi potevano varcare.
Linquilina di quella stanza esercitava sugli altri un dominio che aveva dellincredibile. Non era
un dominio basato sul terrore, s'imponeva senza chiasso, a Veza bastava inarcare lievemente le
sopracciglia per scacciare dalla soglia gli importuni. Il nemico principale era il patrigno, Mento Altaras.
In epoche precedenti, delle quali non ero stato testimone, quando la lotta era ancora aperta, i confini
non tracciati, e nessuno sapeva se la pace sarebbe mai stata fatta, il patrigno, di tanto in tanto,
spalancava la porta allimprovviso e batteva pi volte minacciosamente sulla soglia con il suo bastone.
Alto e allampanato, stava l in piedi nella sua vestaglia, la testa sottile, torva ed emaciata assomigliava a
quella di Dante, del quale non aveva mai sentito parlare. Poi, per qualche istante, smetteva di battere e
lanciava spaventose minacce e maledizioni in lingua spagnola; e restava l, sulla soglia, un poco
picchiando e un poco maledicendo, finch i suoi desideri, voleva arrosto o vino, non venivano
soddisfatti.
La figliastra, appena adolescente, aveva cercato di difendersi alla meglio chiudendo a chiave dal
di dentro le due porte della sua stanza - quella comunicante con la camera da pranzo e quella che dava
nel corridoio. Poi, man mano che cresceva e diventava pi attraente, le chiavi cominciarono a sparire;
quando il fabbro ne portava delle altre, sparivano anche quelle. La madre usciva, la domestica non
sempre era in casa, e il vecchio, nonostante let, quando voleva fortemente qualcosa aveva la forza di
tre uomini, e sarebbe stato capace di sopraffare la moglie, la figliastra e la domestica messe insieme.
Cera di che aver paura. Madre e figlia non sopportavano lidea di essere separate per sempre. Per poter
restare nella casa della madre, Veza invent una tattica per domare il vecchio, una tattica che
richiedeva una perspicacia, una forza e una perseveranza inaudite per una diciottenne. La tattica
consisteva in questo: se usciva dalla sua stanza, il vecchio non otteneva nulla. Poteva picchiare con il
suo bastone, strepitare, imprecare, minacciare, tutto era vano. Nessuno gli dava n vino n arrosto
finch non tornava in camera sua; poi, quando li chiedeva di nuovo, vino e arrosto arrivavano
immediatamente. La figliastra, senza saper nulla di Pavlov, aveva inventato questo metodo
pavlo-viano. Ci vollero parecchi mesi perch il vecchio si rassegnasse al suo destino. Se rinunciava alle
sue aggressioni riceveva bistecche sempre pi succulente, e vini dannata sempre pi pregiati. Ma se di
nuovo si lasciava trascinare dallira e compariva urlando e maledicendo sulla soglia vietata, allora
veniva punito, e fino a sera non riceveva nulla n da mangiare n da bere.
Il vecchio aveva trascorso la maggior parte della sua vita a Sarajevo. L da bambino vendeva
pannocchie calde per le strade. Di quei suoi inizi si parlava spesso. Essi risalivano alla met dellaltro
secolo ed erano diventati il pezzo forte della sua leggenda, o meglio il suo preludio. Su quel che era
successo dopo non si riusciva a sapere nulla, il salto era immenso, ma prima di ritirarsi, ormai vecchio,
dai suoi affari, era diventato uno degli uomini pi ricchi di Sarajevo e di tutta la Bosnia. Possedeva
uninfinit di case (tutti dicevano che fossero quaranta-sette) e grandi boschi. I figli, che continuavano
le sue attivit, facevano una vita da gran signori e non cera da meravigliarsi che avessero voluto
allontanare il vecchio da Sarajevo. Egli pretendeva che vivessero in modo frugale e appartato, senza
mettere in mostra la loro ricchezza. Era un uomo notoriamente avaro e duro di cuore, non dava mai un
soldo in beneficenza, e questa era considerata una vergogna inaudita. Compariva di punto in bianco,
inatteso, ai grandi ricevimenti offerti dai suoi figli e usava il bastone per cacciare gli ospiti dalle loro
case.
I figli riuscirono a farlo risposare a Vienna (era vedovo e aveva ormai passato la settantina).
Una vedova bellissima e molto pi giovane di lui, Rachel Caldern, fu lesca a cui il vecchio non seppe
resistere. Appena raggiunse Vienna, i figli si sentirono sollevati. Il maggiore acquist - cosa, allora,
poco comune - un aereo privato, che fece salire notevolmente il suo prestigio nella citt natale. Di tanto
in tanto arrivava a Vienna e consegnava al padre spessi rotoli di banconote, il vecchio pretendeva che il
denaro gli fosse dato in quella forma.
Nei primi anni il vecchio usciva ancora da solo, non voleva che nessuno lo accompagnasse.
Indossava un cappotto logoro che gli ballava addosso, un paio di pantaloni sdruciti, e teneva sempre
nella mano sinistra un cappello sbrindellato che sembrava tirato fuori dal bidone della spazzatura; egli
lo riponeva in un luogo segreto e non voleva che nessuno glielo pulisse. Non si capiva perch lo
prendesse sempre con s, dal momento che non lo metteva mai.
Un giorno la domestica torn a casa tutta tremante: disse che aveva appena visto il signore
allangolo di una strada in un quartiere del centro, il cappello era rovesciato per terra davanti a lui, e in
esso un passante aveva gettato una moneta. Non appena rincas, il vecchio fu messo alle strette e
sinfuri a tal punto che temettero che ammazzasse la moglie con il pesante bastone che portava sempre
con s. La moglie era una donna mite e affabile, che normalmente evitava di scontrarsi con lui; quella
volta per non cedette. Gli prese il cappello e lo gett via. Rimasto senza cappello, il vecchio non and
pi a chiedere lelemosina, ma per uscire di casa continu a indossare il suo frusto cappotto e i
pantaloni sdruciti. La domestica, che gli veniva mandata dietro per tenerlo docchio, lo seguiva per la
lunga passeggiata fino al Naschmarkt. Ma aveva di lui una tale paura che l lo perdeva di vista. Il
vecchio tornava a casa con un cartoccio pieno di pere e le mostrava trionfante alla moglie e alla
figliastra: le aveva ricevute gratis da una donna del mercato, che non aveva voluto neppure un soldo;
riusciva a darsi unaria cos affamata e mal ridotta che le donne del Naschmarkt, tuttaltro che tenere,
avevano compassione di lui e gli davano, di nascosto, della frutta che neanche era marcia.
In casa aveva altro a cui badare: doveva nascondere gli spessi rotoli di banconote nella sua
camera da letto, in modo da averli sempre a portata di mano. I materassi dei due letti ne erano pieni
zeppi, fra il tappeto e il pavimento si era formato un secondo tappeto di carta moneta, di tutte le scarpe
che aveva poteva metterne un solo paio: le altre le aveva riempite di banconote. Nel suo cassetto della
biancheria cera almeno una dozzina di paia di calze che nessuno poteva toccare e di cui egli
controllava spesso il contenuto. Solo due paia, portate a turno, erano destinate al suo uso personale. Sua
moglie riceveva per le spese di casa una somma settimanale, concordata con precisione con il figlio
maggiore in un apposito incontro. Il vecchio aveva cercato di sottrargliene una parte, ma poich tutto
ci aveva avuto delle ripercussioni sul suo vino e sul suo arrosto (ne divorava quantit spropositate),
alla fine aveva preferito lasciar perdere.
Mangiava talmente tanto, e non solo allora dei pasti, che i familiari temevano per la sua salute.
Sin dalla prima colazione pretendeva arrosto e vino; per lo spuntino delle dieci, ben prima dellora di
pranzo, ancora vino e arrosto. Di contorno non voleva mai nulla; quando sua moglie, per evitare che
mangiasse troppa carne, cercava di soddisfare il suo appetito offrendogli del riso o della verdura, lui
con disprezzo mandava indietro il piatto e, se la moglie insisteva, dalla rabbia buttava tutto sul tappeto;
mangiava soltanto la carne, la divorava in un baleno -ma gliene davano sempre troppo poca -, ne
voleva di pi, sempre di pi. La sua fame feroce, di quellunico cibo sanguinolento, era quasi
insaziabile. Sua moglie chiam un medico, un uomo pacato e pieno di esperienza, che veniva anche lui
da Sarajevo e del vecchio sapeva tutto, capiva la sua lingua e poteva servirsene per conversare a lungo
con lui. Ma il medico non riusc a visitarlo. Non aveva bisogno di nulla, disse il vecchio, magro era
sempre stato, la sua unica medicina era arrosto e vino, e se non gliene davano a volont sarebbe andato
a mendicarlo per strada. Aveva notato che nulla faceva tanto spavento ai suoi familiari quanto quel suo
vizio di chiedere lelemosina. E infatti quella minaccia, che era seria, la presero sul serio. Il medico lo
mise in guardia : se avesse continuato a mangiare in quel modo non sarebbe vissuto pi di due anni;
come tutta risposta il vecchio gli lanci una tremenda maledizione. Voleva carne, nientaltro che carne,
non aveva mai mangiato altro in vita sua, non aveva certo intenzione di farsi menare per il naso a
ottantanni, ya basta!
Due anni dopo, al suo posto, mor il dottore. Il vecchio era sempre contento quando moriva
qualcuno, ma quella volta la sua gioia fu tale che per diverse notti rimase sveglio festeggiando levento
con arrosto e vino. Un secondo medico ripet lo stesso tentativo; non aveva nemmeno cinquant'anni ed
era un tipo vigoroso e molto carnale, ma ebbe ancor meno fortuna del primo. Il vecchio gli volt le
spalle senza dire una parola e lo mand via senza prendersi neppure la briga di lanciargli una
maledizione. Mor anche lui, come il predecessore; ma ci mise un po di pi. Il vecchio non fece caso
alla sua morte. Sopravvivere, ormai, era diventato per lui una seconda natura, aveva arrosto e vino a
sufficienza per nutrirsi, che bisogno cera di un altro medico come vittima sacrificale? In realt fecero
ancora un tentativo, una volta che la moglie, ammalata, si lament con il proprio medico di quel che le
toccava sopportare. Soffriva per la mancanza di sonno, suo marito si svegliava a met della notte e
pretendeva il suo cibo. Da quando lui usciva meno, era ancora peggio. Il medico, un tipo temerario (ma
forse ignorava il destino dei suoi due predecessori), volle a tutti i costi dare unocchiata al vecchio, il
quale, per lappunto, stava divorando la sua bistecca al sangue nel letto a fianco, senza preoccuparsi
affatto della moglie malata. Il medico lo invest, strappandogli il piatto di mano: Ma che cosa gli
saltava in mente? La sua vita era in pericolo! Non sapeva che stava per diventare cieco? Allora, per la
prima volta, il vecchio si spavent; ma la ragione dello spavento si chiar solo in seguito.
Nel suo modo di nutrirsi nulla cambi. In compenso rinunci del tutto a uscire di casa e, di tanto
in tanto, cominci a chiudersi a chiave in camera da letto per unora o due, cosa che prima non aveva
mai fatto. Se qualcuno bussava, egli non rispondeva. Lo sentivano rovistare nel camino e, sapendo
quanto fosse affascinato dal fuoco, supponevano che se ne stesse seduto davanti al camino a meditare:
se avesse avuto voglia del solito cibo, certamente si sarebbe fatto vivo. Cos, infatti, avveniva
regolarmente; ma una volta la figliastra, abituata comera a giocare a nascondino con le proprie chiavi,
prese con s la chiave della porta che separava la camera da letto dei genitori dalla sala da pranzo e di
colpo, quando sent che il vecchio armeggiava nel camino, entr nella sua stanza. Lo trov con un
rotolo di banconote in mano, che il patrigno gett nel fuoco sotto i suoi occhi; altri rotoli erano sparsi
sul pavimento l accanto, altri ancora erano ormai inceneriti nel camino.  Lasciami stare  disse il
vecchio, indicando i rotoli non bruciati sul pavimento.  Non ho tempo. Non ho ancora finito . Stava
bruciando i suoi soldi per non lasciarli a nessuno, ma ne aveva talmente tanti che la stanza era ancora
piena zeppa di banconote.
Bruciare i soldi fu il primo segno di debolezza del vecchio Altaras. Quel terzo medico non era
stato chiamato per lui ed egli laveva ricevuto senza interesse, come se la faccenda non lo riguardasse;
consumando in sua presenza il solito pasto, voleva fargli capire quanto gli fossero indifferenti la moglie
e le sue lamentele. Ma poi era rimasto impressionato dalla brutalit di quelluomo, e si era spaventato
davvero. Forse ogni tanto cominciava a dubitare di poter tirare avanti all'infinito; la minaccia ai suoi
occhi, in ogni caso, laveva turbato. Tutte le volte che poteva, si metteva a contemplare il denaro e il
fuoco - e ci che amava pi di ogni cosa era vedere luno dissolversi nellaltro.
Una volta scoperto, non si diede pi la pena di chiudere a chiave e si dedic apertamente alla
sua impresa. Per impedirglielo ci sarebbe voluta la forza di parecchi uomini. La moglie, impotente, non
sapeva cosa fare, e cos, dopo averci pensato su per un po, scrisse al figlio maggiore del vecchio che
viveva a Sarajevo. Questi, malgrado la sua prodigalit, quando apprese che il padre aveva distrutto
volontariamente tanto denaro, si precipit a Vienna e fece al vecchio un discorso molto serio. N Veza
n sua madre seppero mai di che cosa lavesse minacciato. Ma fu certamente una minaccia pi terribile
del solitario ammonimento del medico - forse linterdizione e linternamento in una clinica, dove
avrebbe dovuto dire addio alla carne e al vino nelle quantit abituali. La minaccia, comunque, fu
efficace. Il vecchio conserv nei suoi nascondigli i rotoli superstiti di banconote, ma non ne bruci pi
e dovette sottoporsi a periodiche ispezioni nella sua stanza.
Veza era riuscita a salvare laria che respirava (e aveva solo diciotto anni) dai colpi di bastone,
dalle minacce e dalle maledizioni di quelluomo sinistro; ma tutto questo laveva segnata. Ormai
capitava raramente che il vecchio comparisse sulla soglia della sua stanza. Un paio di volte al mese
succedeva ancora che egli spalancasse la porta e a una certa distanza si ergesse, alto e allampanato,
davanti ai visitatori di Veza, i quali rimanevano pi stupiti che spaventati. Pur tenendo in mano il
bastone, non batteva, non imprecava, non minacciava pi: veniva a chiedere aiuto. Adesso era la paura
a spingerlo davanti alla porta vietata. Diceva:   Mi hanno rubato i soldi. I soldi stanno bruciando .
Siccome nessuno lo sopportava, viveva molte ore da solo, e ogni tanto lo assaliva unangoscia
tremenda che sempre si riferiva ai suoi soldi. Da quando non poteva pi bruciarli da s, ne veniva
derubato : le fiamme invadevano la sua stanza, decise a prendersi con la forza i soldi che non venivano
pi sacrificati spontaneamente.
Egli non veniva mai quando Veza era sola, ma quando sentiva delle voci nella stanza di lei.
Sentiva ancora bene, se Veza aveva ospiti se ne accorgeva subito. Il campanello alla porta, i passi
davanti alla sua camera, le voci animate in corridoio e poi nella stanza di Veza, che parlavano in una
lingua a lui sconosciuta, il fatto di non poter vedere chi fosse: tutto ci scatenava in lui il terrore che
qualcuno tramasse segretamente un attentato contro il suo denaro. Nel primo periodo delle mie visite lo
vidi due o tre volte e fui colpito dalla sua somiglianza con Dante.
Era come se Dante fosse uscito dalla tomba. Avevamo appena parlato della Divina Commedia,
quando di colpo la porta si apr e ce lo trovammo davanti, sembrava quasi avvolto in un lenzuolo e
agitava il bastone, verso lalto, non per difendersi, ma per accusare:  Mi arrobaron las paras - mi
hanno rubato i soldi! . No, non era Dante, ma piuttosto un personaggio del suo Inferno.
Lo sfogo
Il 24 luglio 1925, la vigilia del mio ventesimo compleanno, ci fu lo sfogo.  un argomento di
cui da allora non ho mai parlato e mi riesce difficile farlo adesso.
Avevo in programma un giro a piedi attraverso le montagne del Karwendel insieme a Hans
Asriel. Volevamo vivere nella maniera pi modesta possibile, dormendo nelle baite. Non sarebbe stata
una grande spesa. Hans, che lavorava alle dipendenze del signor Brosig, fabbricante di articoli in pelle,
era riuscito a risparmiare lo stretto necessario dal suo magro stipendio. Era attentissimo nelle spese, e ci
era costretto, perch viveva con la madre, il fratello e la sorella in condizioni economiche assai
precarie.
Hans fece tutti i conti per il nostro giro, che sarebbe durato meno di una settimana. Dopo, forse,
avremmo potuto fermarci da qualche parte per unaltra settimana, perch io volevo utilizzare quel
periodo anche per lavorare, e precisamente per cominciare il mio libro sulla massa. A questo scopo
preferivo starmene completamente solo in un posto qualsiasi fra le montagne, ma non ne parlai in modo
esplicito, per non offendere Hans. Tanto pi minuziosi erano in compenso i nostri piani per il giro
attraverso il Karwendel. Hans, che era un ragazzo assai metodico, computava, chino sulle carte, ogni
tratto di strada e ogni vetta. Le prime settimane di luglio trascorsero in quei preparativi, su cui riferivo a
casa durante lora dei pasti. La mamma ascoltava tutto senza dire n s n no; ma intanto io davo
sempre maggiori particolari, da noi non si sentiva parlare daltro, come potevo pensare perci che la
mamma avesse delle obiezioni? Mi sembrava, anzi, che anche lei prendesse parte a quei progetti con il
pensiero. La nostra meta doveva essere Pertisau, sul lago di Achen. Una volta la mamma accenn
persino alla possibilit che lei stessa andasse in vacanza a Pertisau e ci aspettasse li. Non che lidea
fosse seria, e infatti fu subito lasciata cadere, ma le mie discussioni con Hans per mettere a punto i
dettagli continuarono. Il mattino del 24 luglio la mamma dichiar improvvisamente che mi dovevo
togliere quel progetto dalla testa, quel giro non potevo farlo, non avevo abbastanza soldi per
concedermi quel lusso. Dovevo gi essere contento di poter studiare; non mi vergognavo di avanzare
simili pretese, quando cera gente che non sapeva neppure come tirare avanti?
Fu un duro colpo, perch arriv allimprovviso, dopo che per varie settimane la mamma aveva
benevolmente tollerato i nostri progetti, e addirittura manifestato per essi un certo interesse. Dopo quasi
un anno di convivenza soffocante e piena di attriti, avevo bisogno di andarmene e di sentirmi libero.
Negli ultimi tempi la pressione era diventata sempre pi intollerabile, e dopo ogni bisticcio,
imbarazzante e penoso, mi rifugiavo nel pensiero del nostro viaggio. Le nude rocce calcaree di cui mi
avevano tanto parlato mi apparivano in una luce radiosa, ed ecco che un mattino, durante la colazione,
la mannaia cal inesorabile, mozzandomi il fiato e la speranza.
Avevo una gran voglia di prendere a pugni le pareti, ma mi controllai, in modo da evitare
unesplosione di violenza fisica di fronte ai miei fratelli. Tutto avvenne sulla carta, ma non, come le
altre volte, in frasi comprensibili e ragionevoli; non mi servii neppure dei soliti quaderni, afferrai
invece un grande blocco di carta da lettere, quasi nuovo, e cominciai a riempire di caratteri cubitali un
foglio dopo laltro:  Soldi, soldi, sempre soldi  e nella riga dopo lo stesso, e nella riga dopo di nuovo,
finch il foglio era pieno; allora lo strappavo e ricominciavo a scrivere -  Soldi, soldi, sempre soldi  -
sul foglio seguente. Non avevo mai scritto a lettere cos grandi, perci i fogli si riempivano in fretta, i
fogli gi staccati erano sparsi intorno a me sul grande tavolo della camera da pranzo, aumentavano
sempre pi, finch non cominciarono a cadere sul pavimento. Il tappeto intorno al tavolo ne fu ben
presto disseminato, io non riuscivo a smettere, era un blocco da cento fogli, li riempii uno a uno. I miei
fratelli si accorsero che stava succedendo una cosa insolita perch recitavo quel che stavo scrivendo, a
voce non troppo alta, per la verit, ma chiaramente udibile :  Soldi, soldi, sempre soldi  echeggiava
per tutta casa. Avvicinatisi cautamente, tirarono su un foglio e lessero ad alta voce quel che cera
scritto: Soldi, soldi, sempre soldi . Poi Nissim, il secondogenito, si precipit in cucina dalla mamma
e le disse:  Elias  diventato matto. Vieni a vedere! .
La mamma non venne, per mi mand la seguente ambasciata:  Che la smetta
immediatamente. Con quello che costa la carta da lettere! . - Ma io non lascoltai e continuai a
scrivere come un forsennato. Forse in quel momento ero diventato matto; ma, comunque la cosa possa
esser definita, la parola in cui per me si concentrava ogni oppressione, ogni bassezza, aveva acquistato
su di me un potere irresistibile, mi dominava completamente. Non badavo a niente, n alle urla dei miei
fratelli che mi prendevano in giro (ma il minore, Georg, lo faceva senza entusiasmo, essendosi
spaventato moltissimo), n alla mamma, che alla fine si degn di entrare nella stanza, forse irritata da
tutto quello spreco di carta, o forse non pi tanto sicura che davvero si trattasse di una  commedia ,
come aveva detto all'inizio. Ma quando si fece viva, non le badai pi che ai fratelli, non avrei badato a
nessuno, ero invasato da quella parola, che consideravo lessenza di ogni inumanit. Continuavo a
scrivere e la forza della parola che mi ossessionava non veniva meno, non odiavo la mamma, odiavo
soltanto quella parola, e finch cera carta il mio odio non si estingueva. Quel che fece impressione alla
mamma fu soprattutto la velocit folle dei miei gesti. La mia mano correva sui fogli, ma io ero senza
fiato come se avessi corso, non avevo mai fatto niente a quella velocit.  Era come un treno rapido, 
disse poi la mamma  con tutto il peso di un rapido a pieno carico . Ecco la parola che la mamma non
era mai sazia di sbandierare, pur sapendo benissimo quanto mi angustiasse, eccola riprodotta in
migliaia di esemplari, con insensata prodigalit, una prodigalit incompatibile con la sua essenza,
eccola evocata senza tregua, come se quella parola potesse essere spesa a volont, come se fosse
possibile spenderla fino in fondo. Non  escluso che la mamma abbia avuto paura sia per la mia sorte
sia per la sorte della sua parola chiave, che stavo dilapidando a piene mani.
Non mi accorsi che a un certo punto la mamma era uscita dalla stanza, e neanche del momento
in cui rientr. Finch non avevo finito il blocco, non potevo rendermi conto di nulla. Ma ecco che ad un
tratto vidi nella stanza il dottor Laub, il nostro medico di famiglia, un vecchio professionista. Mia
madre era in piedi mezzo nascosta dietro di lui, con il viso girato dallaltra parte, sapevo che era lei ma
non potevo guardarla negli occhi, si nascondeva dietro il dottore, e solo allora mi resi conto che
qualcuno un attimo prima aveva bussato energicamente alla mia porta.  Che cosha il nostro
ragazzino?  domand il dottor Laub con il suo tono grave. La sua lentezza, le pause che faceva dopo
ogni frase, il suo modo energico di calcare su ogni parola, lindicibile futilit delle sue autorevoli
spiegazioni, la sua abitudine di ricollegarsi allultima visita come se in mezzo ci fosse stato il nulla
(lultima volta era itterizia; e ora?), tutte queste cose insieme fecero il loro effetto, riportandomi alla
ragione. Bench mi restasse ancora qualche foglio, smisi immediatamente di scrivere.
 Ma che cosa scriviamo con tanto zelo?  disse il dottor Laub, mettendoci uneternit per
arrivare alla fine della frase. Saltando gi dal rapido sul quale ero sfrecciato sulla carta fino a quel
momento, gli porsi, con un ritmo che andava pi daccordo con il suo, lultimo foglio. Il dottore lo
lesse con solennit. La pronunciava, quella parola, come lavevo scritta io, ma nella sua bocca non
suonava satura dodio, suonava circospetta, come se uno dovesse pensarci su dieci volte prima di
lasciarsi scappare una parola cos preziosa. La sua leggera balbuzie la faceva suonare parsimoniosa,
osservai fra me; eppure rimasi tranquillo, stranamente non si riattizz il mio furore. Il dottore lesse tutto
quel che era scritto su quellultimo foglio e, dato che ne avevo riempito pi di met ed egli non
acceler mai il suo ritmo, ci mise un bel po di tempo. Nessun  soldo , neppure uno, and perduto, e
io, quando ebbe finito, fraintesi un suo gesto e pensai che volesse da me un altro foglio per continuare
la lettura di tutti quei soldi. Ma, quando glielo porsi, egli fece cenno di no e disse: Va bene cos. Per
ora pu bastare . Poi si schiar la voce, mi pos una mano sulla spalla e domand, come se del miele
gli gocciolasse dalla bocca:  E adesso mi racconti un po: che cosa ne vogliamo fare di questi soldi? .
Non so se sia stata astuzia o ingenuit, comunque mi si sciolse la lingua e gli raccontai per filo e per
segno tutta la storia del Karwendel, con la mamma che aveva ascoltato per settimane senza fare la
minima obiezione, e che anzi quasi interveniva nei nostri progetti con le sue proposte, e ora di punto in
bianco diceva di no a tutto. Nel frattempo non era accaduto nulla che avesse modificato la situazione, il
suo era un atto di puro arbitrio, come quasi tutto ci che succedeva in casa nostra. Volevo andarmene di
casa, lontanissimo, allaltro capo del mondo, dove non avrei pi dovuto sentire quella maledetta parola.
 Ah, ecco,  disse lui, indicando col braccio i fogli disseminati sul pavimento  per questo
quella parola labbiamo scritta tante volte, per metterci bene in testa che non vogliamo pi sentirla
nominare. Ma, prima di andarcene allaltro capo del mondo,  meglio che facciamo quel giro tra le
montagne del Karwendel. Ci far bene. A quella prospettiva il cuore mi si allarg, mi parlava con un
tono cos sicuro come se lui potesse disporre dei soldi necessari, come se lui li avesse messi da parte.
Cominciai a prestargli ascolto in un altro modo e a riporre in lui qualche speranza, e forse adesso
penserei a quelluomo con gratitudine se egli non avesse subito rovinato tutto con quella sua
imperdonabile saggezza:  Dietro c dellaltro  dichiar.  I soldi non centrano. Centra lEdipo. Un
caso lampante che con i soldi non ha niente a che vedere . Mi diede un buffetto e se ne and via. La
porta che dava sullanticamera era rimasta aperta. Udii la domanda preoccupata della mamma e il suo
responso :  Lo lasci andare. Domani stesso,  la cosa migliore.  quello che ci vuole per lEdipo .
Con ci la cosa fu decisa. Per la mamma lautorit suprema era rappresentata dai medici.
Quando si trattava di una sua malattia, le piaceva consultarne pi d'uno. Cos poteva scegliere tra i
diversi pareri quello che le andava pi a genio, senza trasgredire di testa sua le indicazioni di nessuno.
Per noi, invece, un medico e un parere dovevano bastare, e a questultimo bisognava attenersi. Il
viaggio era ormai deciso, non ci furono altre parole. Potevo andare in montagna con Hans per due
settimane. Restai a casa ancora due giorni. Non furono sollevate altre accuse. Ero considerato in
pericolo, la mia psiche era labile, tutti quei fogli che avevo scritto erano stati tirati su, accuratamente
piegati e messi da parte. Dopo un simile spreco di carta, bisognava almeno conservarli in quanto
sintomo di un disturbo mentale.
In quegli ultimi giorni di permanenza a casa non mi sentii meno oppresso; ma ormai avevo la
prospettiva di andarmene lontano. Riuscii a tenere la bocca chiusa, contrariamente alle mie abitudini, e
ci riusc anche la mamma.
Lautodifesa
Il 26 Hans ed io partimmo per Scharnitz. Di l cominci la nostra escursione a piedi attraverso il
Karwendel. Le brulle montagne calcaree, incise da profonde gole, mi fecero una grande impressione;
nel mio stato, mi fecero bene. In realt ancora non sapevo quanto stessi male. Comunque era come se
avessi lasciato ogni cosa dietro di me, ogni cosa superflua, la famiglia in primo luogo, per cominciare
tutto da capo sulle rocce brulle, senza niente, nientaltro che un sacco da montagna che conteneva
pochissima roba, ma pi che sufficiente per vivere due settimane. E forse sarebbe stato ancora meglio
non avere nemmeno lo zaino. Una cosa importante, per, il sacco la conteneva : due quaderni e un
libro, destinati alla seconda settimana di vacanza. Volevo fermarmi in un posto che mi piacesse e l
cominciare il lavoro alla mia opera, come pretenziosamente la chiamavo. Uno dei due quaderni
doveva servirmi per le annotazioni e le obiezioni al libro che avevo portato con me, un libro sulla
massa. Prendere le distanze dalle cose che gi erano state dette sullargomento doveva essere la base
del mio lavoro. Sapevo gi (mi era bastato sfogliarlo) quanto poco quel libro mi soddisfacesse, e avevo
deciso di liberare la massa da tutti i  ghirigori , cos li chiamavo, per averla di fronte pura e inviolata
come una montagna che avrei scalato per primo, libero da ogni preconcetto. Nel secondo quaderno
volevo liberarmi dal senso di oppressione che avevo accumulato in casa, e inoltre annotare ci che mi
colpiva nel nuovo paesaggio e negli uomini che lo popolavano.
Fu un bene per i miei grandi propositi che durante la gita fossero messi da parte. Gli strumenti
per realizzarli giacevano in fondo allo zaino, e io non tirai fuori n i quaderni n il libro e neanche dissi
a Hans che li avevo portati. In compenso accolsi in me la montagna a pieni polmoni, mi sembrava quasi
di poterla respirare. Anche se non mancammo di toccare pi di una vetta, quel che mi stava a cuore non
era il panorama che si godeva dallalto, ma la sconfinata distesa brulla che ci lasciavamo alle spalle e
che si stendeva davanti a noi. Tutto era pietra, nientaltro che pietra, persino la volta del cielo mi
appariva come un alleggerimento non del tutto compatibile e, ogni volta che vedevamo un corso
dacqua, in cuor mio provavo un certo fastidio per il fatto che Hans vi accorreva per bagnarsi anzich
farne a meno e continuare il cammino.
Hans non poteva sapere in quale stato danimo io avessi intrapreso quellescursione. Delle
difficolt che avevo avuto in casa non dicevo nulla. Ero troppo orgoglioso per parlarne e poi, se anche
lo avessi fatto, difficilmente Hans mi avrebbe capito. Mia madre godeva di grande prestigio presso gli
Asriel, era considerata una donna originale e intelligente, che sapeva pensare e giudicare con la propria
testa, senza farsi condizionare dalle sue origini borghesi. Delleffetto che aveva esercitato su di lei il
periodo di Arosa, quando tutto ci che doveva alle sue origini familiari era come ritornato a nuova vita,
Alice Asriel non sospettava nulla. Per Alice mia madre era quella di un tempo, la giovane vedova
orgogliosa e caparbia del primo periodo che avevamo trascorso a Vienna. Alice la considerava una
donna ricca, come un tempo era stata lei stessa, e non gliene voleva per questo, giacch non aveva il
minimo sentore dellangustia mentale che a quella ricchezza si accompagnava. O, forse, mia madre
nascondeva agli occhi di Alice quanto fosse cambiata: come avrebbe potuto parlare di soldi davanti a
unamica dinfanzia, che ora viveva in ristrettezze, senza offrirle il suo aiuto? Cos i soldi, che fra la
mamma e me erano largomento principale, leterno ritornello, il motivo di bisticci quotidiani, nelle sue
conversazioni con Alice erano tab, e Hans credeva di aver motivo di invidiarmi per la nostra sana
situazione economica.
Ma parlavamo di tutto il resto, ininterrottamente, con Hans tacere era quasi impossibile. Lui si
sentiva costretto a entrare in competizione con me e perci mi strappava di bocca ogni frase che
cominciavo, la terminava e la corredava di aggiunte che sembravano non finire mai. Per dire pi cose
di me, parlava pi in fretta, negandosi il tempo di riflettere. Gli ero grato per quel viaggio, lidea era
stata sua, era lui che laveva preparato. Cos feci con Hans uno strano gioco: finch i nostri discorsi non
toccavano la montagna, ero pronto a parlare di tutto. Egli, notando che, non appena nominava cime ed
eventuali ascensioni, io dirottavo la conversazione sui libri, pens che i discorsi sulla montagna mi
annoiassero. E siccome oltre alle rocce brulle e sempre uguali non cera nientaltro da vedere, sarebbe
stato davvero improduttivo continuare a disquisire su quel tema. Cos anche Hans smise presto di
parlare della montagna, che io volevo tutta per me, intatta, come il mio compito. Allora non avrei certo
usato la parola  compito , con la quale cerco adesso di sintetizzare ci che a quel tempo sentivo.
Avevo bisogno di avere davanti a me una mole brulla e improduttiva, perch stavo per dedicarmi a un
compito (la mia opera appunto) che per molto tempo sarebbe rimasto improduttivo. Non sarebbe stata
unimpresa di tipo minerario, la mia, a quella mole non avrei tolto nulla, avrebbe conservato il suo
carattere minaccioso, sarebbe rimasta intatta, senza per questo venirmi in uggia o in odia Lavrei
attraversata in lungo e in largo, da un capo allaltro, lavrei toccata in molti punti, senza mai
dimenticare, neppure per un attimo, che mi era ancora sconosciuta.
Il Karwendel taciuto, nel quale entrai subito dopo il mio ventesimo compleanno, si pone
allinizio della fase pi lunga della mia vita, che fu anche, per il suo contenuto, la pi importante.
 gi una cosa strana che allora io abbia trascorso cinque o sei giorni, momento per momento,
con una persona che parlava senza tregua, e che le abbia sempre risposto a tono (credo proprio che fra
noi non ci sia stato un attimo di silenzio), senza dire una sola parola sui luoghi che stavamo
attraversando, e senza un cenno alla pressione tormentosa che avevo subito nellultimo anno. I discorsi
sui libri uscivano leggeri e inconsistenti dalle nostre labbra, le cose che dicevo, certo, le pensavo, e cos
pure Hans, ammesso che trovasse in s la forza di pensare, ma erano solo chiacchiere intercambiabili,
nientaltro. Avremmo potuto benissimo parlare di altri libri, anzich di quelli di cui stavamo
discutendo. Hans era soddisfatto perch riusciva a starmi dietro, o addirittura a precedermi, e io lo ero
perch riuscivo a non dirgli nulla di ci che davvero mi occupava la mente. Non potrei ripetere
nemmeno una frase, nemmeno una sillaba di quelle chiacchiere, i veri torrenti della nostra passeggiata
sulle rocce calcaree: filtrando tra le rocce, sono svanite senza lasciare traccia.
Ma le parole, sembra, non possono essere usate impunemente in quel modo; infatti, quando
arrivammo a Pertisau sul lago di Achen, la catastrofe giunse inaspettata e improvvisa. Hans si sdrai al
sole sulla riva del lago, mentre io, anzich fare come lui, mi misi a camminare su e gi lungo la
spiaggia. Hans aveva incrociato le mani sotto la testa e teneva gli occhi chiusi. Faceva caldo, il sole era
alto, pensai che si fosse addormentato. Cos non mi curai di lui e rimasi a passeggiare poco lontano,
lungo la riva. La sabbia scricchiolava sotto i miei pesanti scarponi da montagna, mi chiesi se il rumore
non lavesse svegliato e mi voltai verso di lui. Hans aveva gli occhi spalancati e guardava fisso i miei
movimenti, con un odio cos forte da diventare palpabile. Non ritenendolo capace di un sentimento
intenso - proprio di questo in lui si sentiva la mancanza - il suo odio mi stup e da principio non pensai
affatto che fosse rivolto contro di me e potesse avere delle conseguenze. Mi fermai, appoggiandomi al
parapetto, vicino allacqua, in modo da poterlo vedere con la coda dellocchio: Hans taceva e senza
muoversi continuava a guardarmi con gli occhi sbarrati, a poco a poco compresi che lodio gli
impediva di parlare. Il suo silenzio era per me una novit, come il sentimento da cui sembrava dettato.
Io non mi opposi, lo rispettai, fra noi le parole avevano perso ogni valore, ce neravamo scambiate
troppe. Questo stato devessersi prolungato per un bel pezzo. Hans era come paralizzato, ma il suo
sguardo no, lintensit di quello sguardo crebbe a tal punto che mi venne in mente la parola
assassinio. Feci qualche passo in direzione del mio zaino, che era rimasto per terra accanto al suo, lo
sollevai e senza neppure mettermelo in spalla mi allontanai. Egli vide che gli zaini non erano pi vicini,
si sciolse dalla sua rigidit e alzandosi in piedi con un balzo prese il suo. In un attimo lo vidi per via,
come lama aperta di un coltello, che scendeva a gran passi, senza degnarmi di uno sguardo, la strada
per Jenbach.
Camminava svelto, ed io esitai finch non lebbi perso di vista, poi mi misi a camminare nella
stessa direzione, proprio a Jenbach pensavo di prendere il treno per Innsbruck. Mi accorsi ben presto
che per me era un grande sollievo essere solo, completamente solo. Fra noi non cera stata una parola -
sarebbe bastata una parola e, attraverso altre parole, avremmo potuto rimediare a tutto; ma sarebbero
diventate subito centomila parole, il solo pensarci mi dava la nausea. Egli aveva taciuto, la frattura,
dunque, era irreparabile. Non cercai di trovare una spiegazione per quel silenzio. Non ero preoccupato
per lui, si era allontanato con decisione, senza annunciare per filo e per segno le sue intenzioni, come
faceva di solito. Camminando tastavo il fondo dello zaino e sentivo il libro e i quaderni. Non glieli
avevo fatti vedere, non gli avevo neppure detto che li portavo con me. Sapeva che dopo lescursione
volevo fermarmi una settimana da qualche parte, a lavorare, gli avevo detto. Saremmo rimasti insieme
anche in quella settimana? Di questo non si era parlato. Forse Hans si aspettava un chiaro invito da
parte mia per la seconda settimana. Ma io non lavevo invitato. A Pertisau lescursione era finita, il
Karwendel era dietro di noi, la via per Jenbach lungo la valle dellInn era breve, e l avremmo trovato
la stazione, con il mio treno per Innsbruck e, in direzione opposta, il suo treno per Vienna.
E and proprio cos. Lo vidi a Jenbach mentre attraversavo i binari. Stava in piedi poco lontano
da me, aspettava sul binario dovera annunciato il treno per Vienna. Mi sembr un po indeciso, aveva
perso la sua rigidit, lo zaino gli pendeva floscio sulle gracili spalle, e il suo bastone da montagna, mi
sembr, aveva perso la punta. Ma non fece alcun tentativo di raggiungermi sul mio binario. Chiss, pu
anche darsi che mi abbia seguito, ma in tal caso si nascose dietro qualche vagone. Io presi posto sul
mio treno e partii senza rimorsi in direzione di Innsbruck, ero riuscito a sfuggire a una riconciliazione
in extremis, tutto ci che sentivo per Hans era una specie di gratitudine per non essermelo trovato sul
mio binario, dove una spiegazione sarebbe stata difficilmente evitabile. Compresi solo molto tempo
dopo che la vera disgrazia di Hans era questa : creava da solo le distanze fra s e le persone che gli
erano pi vicine. Costruire distanze era il suo talento, le costruiva talmente bene che poi sia per laltro
sia per lui stesso superarle diventava impossibile.
A Innsbruck presi un treno per Kematen, allimbocco della valle del Sellrain. Vi passai la notte
e il giorno seguente cominciai a risalire la valle, avevo intenzione di affittare una stanza a Gries e
cominciare lass la settimana di solitudine con i miei quaderni.
Era un giorno di pioggia, quasi di tempesta, quello in cui mi misi in marcia attraverso banchi di
nebbia; la pioggia mi frustava la faccia, era la prima volta che facevo unescursione da solo, e linizio
non era incoraggiante. Presto fui bagnato fradicio, i vestiti mi si incollavano addosso, per sfuggire a
quel tempaccio camminavo troppo in fretta e avevo il fiato corto. La settimana prima, con quel sole
smagliante, era stato tutto troppo facile. Mi sembrava giusto dover pagare un prezzo per la mia
solitudine. La pioggia mi scorreva sul viso, la bevevo a gocce, potevo vedere soltanto due passi davanti
a me. Di tanto in tanto su un cascinale lungo la via leggevo un versetto della Bibbia che mi salutava in
quella giornataccia. Un simile invito alla devozione sembra quasi una presa in giro quando uno  zuppo
da capo a piedi, e io mi guardai dal bussare a uno di quei lindi cascinali adorni di sentenze bibliche.
Non mi ci volle molto, forse due ore, per raggiungere la parte alta e pianeggiante della valle. A Gries, il
capoluogo, trovai presto una stanza in affitto, apparteneva a un contadino che era anche il sarto del
paese. Fui accolto gentilmente, i miei abiti si asciugarono, verso sera una schiarita annunci tempo
buono per il giorno seguente, e cos cominciai i miei preparativi. Spiegai ai miei ospiti che, nei dieci
giorni in cui contavo di trattenermi, avevo alcune cose da studiare e che perci avrei dedicato al lavoro
le mie mattinate. Mi diedero un tavolino pieghevole, che sistemai nel minuscolo giardino intorno alla
casai Mi alzavo prestissimo e uscivo appena preso il caff, con le mie matite, i due quaderni e il libro
che sappiamo. La prima mattina fu meravigliosamente limpida e fresca. Che i miei ospiti scuotessero il
capo, non mi stupiva; mi stupivo piuttosto di me stesso, di riuscir ad aprire lass quel libro che mi
ripugnava sin dalla prima parola e che ancora oggi, dopo cinquantacinque anni, mi ripugna allo stesso
modo:  il libro di Freud intitolato Psicologia delle masse e analisi dellio.
Vi trovai allinizio, come spesso in Freud, delle citazioni di autori che si erano occupati dello
stesso argomento, soprattutto Le Bon. Gi quellesordio mi irritava. Quasi tutti gli autori si erano chiusi
alla massa. La sentivano estranea o sembravano temerla e, quandanche si accingevano a studiarla,
questo era il loro atteggiamento: Stammi alla larga, non mi toccarei Sembrava che vedessero nella
massa quasi una lebbra, una specie di malattia della quale bisognava individuare e descrivere i sintomi.
Per loro era decisivo confrontarsi con la massa conservando la mente lucida, senza lasciarsi sedurre,
senza smarrirsi. Le Bon, lunico che tentava una descrizione esauriente della massa, probabilmente
aveva davanti agli occhi gli inizi del movimento operaio e la Comune di Parigi. Nelle sue letture era
stato influenzato da Taine, il cui modo di raccontare la Rivoluzione francese laveva affascinato, in
particolare il racconto dei massacri di settembre. Freud aveva subito limpressione repulsiva di un altro
tipo di massa: da uomo maturo, di sessantanni o quasi, aveva vissuto a Vienna lentusiasmo per la
guerra. Che opponesse resistenza a quel genere di massa, che anchio avevo conosciuto da bambino,
era pi che comprensibile. Ma Freud non disponeva di alcuno strumento adatto per la sua impresa. Per
tutta la vita si era occupato di processi che si svolgono nellindividuo, nel singolo essere umano. Come
medico, vedeva continuamente lo stesso paziente, per la durata di un lungo trattamento. La sua vita
trascorreva fra i suoi pazienti e la scrivania. Alla vita militare aveva preso parte tanto poco quanto a
quella della Chiesa: due fenomeni, esercito e Chiesa, che sfuggivano ai concetti da lui creati e usati fino
a quel momento. Troppo serio e coscienzioso per trascurare limportanza di questi due fenomeni,
Freud, in quella sua tardiva ricerca, aveva provato a esaminarli pi da vicino, sostituendo per
lesperienza diretta che gli mancava con le descrizioni di Le Bon, le quali si basavano su
manifestazioni completamente diverse del fenomeno massa.
Ci che aveva messo insieme in questa maniera risultava insoddisfacente e incongruo anche per
un lettore inesperto di ventanni.  vero che mancavo di qualsiasi esperienza teorica, ma nella pratica
conoscevo la massa dallinterno. A Francoforte mi ero lasciato per la prima volta travolgere dalla
massa, senza opporre resistenza. Da allora non avevo mai dimenticato come ci si lasci travolgere
volentieri dalla massa. Proprio questo mi aveva stupito. Vedevo la massa intorno a me, ma la vedevo
anche dentro di me, e una spiegazione che servisse a prender da essa le distanze mi era di scarsissimo
aiuto. Nella trattazione di Freud mi mancava soprattutto il riconoscimento del fenomeno, che mi
sembrava per sua natura non meno elementare della libido o della fame. Il problema non era di
sbarazzarsene, riconducendolo a particolari costellazioni della libido. Si trattava, piuttosto, di coglierlo
nella sua pienezza, come una realt sempre esistita ma ora pi che mai presente; una realt da esplorare
alle radici ma innanzitutto da sperimentare prima di descriverla: descriverla senza averla vissuta era un
modo di imbrogliare i lettori.
Non avevo ancora scoperto nulla, mi ero solo proposto un compito, ecco tutto. Ma dietro quel
proposito cera gi la volont di dedicarci una vita intera, tutti gli anni, tutti i decenni necessari per
venirne a capo. Per mettere in evidenza il carattere fondamentale e ineluttabile del fenomeno, allora
parlavo di una pulsione di massa, che collocavo, con uguali diritti, accanto alla pulsione sessuale. Le
prime annotazioni sulla ricerca di Freud furono esplorative e maldestre. Non testimoniavano molto pi
della mia insoddisfazione per ci che leggevo, della mia resistenza, e del fermo proposito di non
lasciarmi persuadere o turlupinare. Ci che temevo pi di tutto, infatti, era la sparizione di fenomeni
della cui esistenza non potevo dubitare, perch li avevo sperimentati su di me. Dalle discussioni in casa
nostra avevo imparato fino a che punto si pu esser ciechi se non si vuol vedere. Cominciai a capire che
coi libri le cose non vanno diversamente, che bisogna stare allerta, che  pericoloso rimandare la
critica per inerzia e accettare per buono tutto ci che ci viene propinato.
Cos, in quelle dieci mattinate nella valle del Sellrain, imparai a stare allerta quando leggevo.
Quei giorni - dal 1 al 10 agosto 1925 - segnarono linizio della mia vita intellettuale indipendente. Dal
netto distacco da Freud presi le mosse per lavorare a un libro che avrei pubblicato soltanto trentacinque
anni dopo, nel 1960.
In quei giorni conquistai anche la mia indipendenza come persona. Le giornate, infatti, erano
lunghe, e io ero solo; dopo le cinque ore di lavoro della mattina cominciava un colloquio con me stesso
che durava tutto il resto della giornata, e si svolgeva soprattutto durante la passeggiata pomeridiana.
Esplorai la valle, salii fino a Praxmar e anche pi in alto, raggiungendo i passi che portavano alle
vallate vicine. Due o tre volte arrivai in cima al Rosskogel, il monte che domina Gries. Della fatica ero
felice, e anche di raggiungere le mete che mi ero prefisso; quelle, infatti, a differenza della grande meta
che reputavo lontana, anzi lontanissima, erano raggiungibili. Parlavo molto, ad alta voce, per articolare,
esprimere in parole, ordinare e allontanare da me il caos di odio, risentimento e senso di oppressione
che avevo accumulato nellultimo anno. Lo confidavo allaria intorno a me, ai grandi spazi, e al vento
che soffiava limpido in ogni direzione. Sentire che il vento portava via le parole cattive, che svanivano
lontano, mi dava felicit. Non suonavano ridicole, perch non arrivavano allorecchio di nessuno. E
tuttavia mi guardavo dalle parole arbitrarie, non mi lasciavo sfuggire un solo pensiero che non aspirasse
a prender forma dopo esser stato lungamente compresso. Replicavo alle accuse che mi avevano offeso
e angosciato senza alcun riguardo e con assoluta sincerit, non cerano ascoltatori che avrei potuto
ferire. Non tacqui nemmeno una delle risposte che avevano preso forma dentro di me; erano frasi
violente, nuove, che non seguivano modelli precostituiti.
Linterlocutore principale di tutte queste mie repliche era lei, mia madre, trasformatasi ormai
nel mio nemico implacabile, dal momento che si era assunta il compito di sradicare in me tutto ci che
lei stessa aveva seminato. Di questo ero convinto, ed era un bene, donde altrimenti avrei tratto la forza
per oppormi e non soccombere? Ero ingiusto; ma come avrei potuto non esserlo? In quella lotta
allultimo sangue, non vedevo quel che io le avevo fatto, non mi rendevo conto che io stesso avevo
istigato le reazioni del mio avversario con larroganza e la crudele seriet delle mie convinzioni. Non
era il tempo della giustizia, era il tempo della libert, e nessuno qui poteva usare le mie parole contro di
me fino a mozzarmi il respiro.
Alla sera mi sedevo allosteria e scrivevo una buona parte di tutte queste cose nel secondo
quaderno, quello riservato alle discussioni con me stesso.
Questo quaderno lho ritrovato e riletto. A distanza di cinquantaquattro anni, quella lettura mi
ha spaventato. Che furore, che pathos! Vi ho ritrovato ogni frase dalla quale mi ero sentito minacciato e
offeso. Non una di quelle frasi era stata dimenticata o tralasciata, tutte le accuse pi brucianti e pi
ingiuste vi erano state registrate. Ma ho trovato anche tutte le mie risposte, e in esse una passione che
andava molto oltre il bersaglio e tradiva forze micidiali di cui allora non ero consapevole. Se non ci
fosse stato nientaltro, se, a partire da quel periodo, non avessi provato a spingermi in tutte le direzioni
alla ricerca di un sapere da mettere al servizio di quella passione, tutto ci avrebbe avuto un esito
nefasto e violento, e certo non sarei qui a giustificare la collera immane di quei dieci giorni.
La sera losteria si riempiva di contadini e forestieri, si beveva e si cantava, ma io riuscivo a
tenermi fuori dal gioco. Stavo seduto al mio tavolo con un bicchiere di vino, tacevo e scrivevo. Da
quello studentello smunto, occhialuto e antipatico che ero, avrei avuto pi di un motivo per attaccare
discorso e bere con gli altri, in modo da far dimenticare il mio aspetto insignificante. Ma ero tutto preso
dalla mia autodifesa; seguivo con occhio attento tutto ci che accadeva intorno, facendo in modo per
che nessuno se ne accorgesse, e sembravo profondamente immerso nelle cose che stavo scrivendo,
sicch alla fine nessuno badava pi a me. Dato che avevo davanti il mio moscatello, nessuno mi poteva
portar via il posto. Sentivo che non dovevo lasciarmi invischiare nella conversazione. Avrebbe
spezzato il filo del mio soliloquio e tolto vigore alla mia autodifesa. Davanti a quelle persone del tutto
estranee non avrei potuto essere me stesso. A loro, lodio di cui ero pervaso sarebbe parso pura follia;
daltra parte non ero affatto disposto a recitare una parte.
Tuttavia, perfino in quelle insolite circostanze, riuscii a farmi degli amici. Erano dei bambini,
tre maschietti, che si facevano vivi alle sei del mattino sotto la mia finestra. Il pi piccolo aveva cinque
anni, il pi grande otto. Il primo giorno mi avevano visto seduto al mio tavolino mentre scrivevo e
avevano trovato la cosa talmente insolita che erano rimasti a guardarmi per un pezzo, e alla fine mi
avevano domandato tutti insieme come mi chiamavo. Li trovai cos simpatici che gli dissi subito il mio
nome. Ma loro con quel nome non riuscivano a raccapezzarsi, lo ripetevano con aria dubbiosa,
scuotendo il capo. Con quel nome ero diventato pi estraneo di prima. Allora il pi grande ebbe
unidea brillante e spieg agli altri:  Ma questo  il nome di un cane! . Da quel momento mi vollero
bene come a un cane. Al mattino erano il mio orologio e mi svegliavano chiamandomi per nome.
Quando mi ritiravo con Freud e il mio quaderno, se ne stavano a lungo allineati in silenzio senza
disturbare. Ma dopo un po cominciavano ad annoiarsi e se ne andavano via trotterellando, in cerca di
cani migliori.
Al pomeriggio, quando partivo per le mie spedizioni, erano l in attesa, e ogni volta mi
accompagnavano per un tratto di strada. Io gli domandavo i nomi degli animali e delle piante nel
dialetto locale e minformavo sui loro genitori e parenti. I bambini sapevano di non doversi allontanare
troppo dal villaggio e di colpo si fermavano tutti insieme, come se si fossero messi daccordo. La cosa
a cui tenevano di pi era il mio saluto con un cenno della mano. Quando una volta mi dimenticai di
farlo, il mattino seguente mi rimproverarono. In quei giorni di apparente mutismo, quei bambini mi
fecero compagnia. Nel mio stato di esaltazione, alimentato dalle minacce, dalle maledizioni e dalle
promesse della mia autodifesa, nessuna creatura umana avrebbe potuto essermi pi cara di quei
bambini. Quando, al mattino, si mettevano in fila accanto al mio tavolo - non troppo vicino, per non
disturbare - e guardavano mentre scrivevo, io sentivo la loro presenza come una specie di meritata
benedizione.
* Bilder:  immagini  ma anche  quadri  (N.d.T.).
** Freude: gioia, kraus: crespo, irto (N.d.T.).
PARTE TERZA
LA SCUOLA DELLASCOLTO
Vienna 1926-1928
Il rifugio
Verso la met di agosto ritornai a Vienna. Dellincontro con la mamma non conservo alcun
ricordo. La libert che mi ero conquistato con la resa dei conti fra le montagne ebbe su di me un
effetto sconvolgente. Cercai, senza ritegni n sensi di colpa, lunica persona dalla quale mi sentivo
attratto, lunica a cui potevo parlare come il cuore mi dettava. Quando andavo da Veza per parlare dei
libri e dei quadri che amavamo, non dimenticavo mai con quanta energia e risolutezza lei si era
conquistata la sua libert: la stanza in cui tutto era come piaceva a lei e nella quale poteva occuparsi
delle cose che le erano congeniali.
La sua lotta era stata assai pi dura della mia. Il vegliardo era sempre l, e anche se le sue non
erano pi vere aggressioni, latteggiamento era ostile, non pensava che a se stesso, e per sfuggire al suo
assedio bisognava che gli altri lo assediassero a loro volta e lo tenessero docchio in continuazione:
tutto questo rispondeva al carattere di Veza assai meno di quanto rispondessero al mio carattere gli
scontri con la mamma, i quali erano pur sempre veri scontri, fra avversari che sapevano benissimo ci
che avevano da rimproverarsi.
Ormai il rifugio che Veza si era creata era diventato anche il mio rifugio. Potevo andarci in
qualsiasi momento, non giungevo mai inopportuno, le mie visite erano gradite, anche se nessuno le
pretendeva da me come un dovere. Si parlava sempre di cose appassionanti. Arrivavo pieno di cose da
dire e me ne andavo con lanimo altrettanto colmo. In un paio dore i miei pensieri subivano ogni volta
una sorta di processo alchemico: dopo, sembravano pi puri, pi limpidi, ma non meno urgenti. In
modo diverso e sorprendente continuavano a occuparmi anche nei giorni seguenti, finch gli
interrogativi che mi ponevo erano tali e tanti da costituire un buon motivo per unaltra visita.
Parlavamo anche di tutto ci che durante quella prima visita, in maggio, era stato taciuto a causa
della mia impetuosa perorazione affinch la vita di re Lear potesse non finire mai. Tuttavia non mi
lamentavo della situazione che si era creata in casa. Ero troppo orgoglioso per dire a Veza la verit. E
poi mi aggrappavo allimmagine pubblica di mia madre, come se quellimmagine avesse la forza di
restituirle la personalit di un tempo. Aveva solo quarantanni, era ancora considerata una bella donna,
la vastit delle sue letture era diventata proverbiale fra le persone che la conoscevano. Non credo che
mia madre leggesse a quel tempo molti libri nuovi, ma in compenso non dimenticava nulla e aveva
sempre ben presente tutto ci che aveva letto in passato; quindi, purch non dovesse affrontare
argomenti che conosceva solo indirettamente attraverso di me, nelle conversazioni con gli altri le sue
parole suonavano nobili e intelligenti. Solo di fronte a me lasciava trasparire fino a che punto fossero
morte le sue idee di una volta. Quando ci scontravamo con particolare accanimento, mi accusava di
essere stato io a ucciderle.
Nei primi mesi, forse per met dellanno, di queste cose non parlai con Veza durante le mie
visite. Lei preferiva che io non dicessi nulla di mia madre. La stimava una donna superiore, molto
superiore a s, ed io cominciai a intuire le doti straordinarie che le attribuiva una volta che mi
domand, quasi con timidezza, come mai mia madre non avesse pubblicato nulla. Era fermamente
convinta che avesse scritto dei libri e quando io (pur sentendomi lusingato) dissi che non era vero, Veza
non si lasci distogliere dalla sua idea e trov perfino una spiegazione al fatto che mia madre tenesse
segreta la sua attivit di scrittrice.  Ci considera tutti dei chiacchieroni. E ha ragione. Noi ammiriamo i
grandi libri e non facciamo che parlarne. Lei li fa e ci disprezza moltissimo, tant che dei suoi libri non
parla con nessuno. Un giorno o laltro verremo a sapere sotto quale pseudonimo li pubblica. Allora ci
vergogneremo di non essercene mai accorti . Continuai a sostenere che non era possibile, se la
mamma avesse scritto dei libri, me ne sarei accorto di sicuro.  Lo fa soltanto quando  sola. Durante i
suoi ritiri in sanatorio, lontana da voi. Non  mica malata davvero. Non vuole altro che un po di pace
per poter scrivere. Lei rimarr sbalordito quando legger i libri di sua madre! .
Mi sorpresi a desiderare che avesse ragione, pur essendo sicurissimo che era impossibile. Veza
riempiva tutti di fiducia in se stessi. Riusc persino, sia pure solo a met, a farmi sperare di nuovo in
una persona alla quale avevo tolto ogni fiducia. Veza non sapeva quanto il distacco mi fosse facilitato
dalleffetto contraddittorio delle sue parole. Quando la mamma, che non perdeva occasione per
rinfacciarmi la mia ingratitudine, dipinse a tinte fosche il proprio avvenire - ormai aveva perduto anche
il figlio primogenito, che si era annichilito e immeschinito con le proprie mani, sicch per lei era come
se non esistesse -allora in me si ridest lillusione che davvero in segreto fosse una scrittrice: chiss,
forse  vero, pensai, forse riuscir a consolarsi cos.
Ma ancora pi importante era che tutto, in quelle visite, era diverso da come lavevo conosciuto.
Il recente passato si dissolveva; io non avevo storia. False idee da tempo radicate si correggevano, ma
senza conflitti. Non mi sentivo costretto a ribadire la mia fedelt a quelle idee soltanto perch venivano
attaccate.
Veza sapeva molte poesie a memoria, ma non usava molestare il suo prossimo recitandole in
continuazione. Ne avevamo una in comune: il Prometeo di Goethe. Voleva ascoltarla dalla mia voce,
ed io gliela lessi. Non la recit insieme a me, anche se avrebbe potuto farlo senza difficolt: voleva
davvero ascoltare; e quando alla fine mi disse:  Non si  perso nulla , la mia gioia fu davvero
incontenibile e solo dopo un po mi resi conto che Veza aveva in mente di recitare una poesia ancora
pi lunga e voleva che io lascoltassi in una disposizione danimo favorevole. La poesia era The Raven
di Edgar Allan Poe, Veza ne era come invasata. La poesia  lunghissima, Veza laveva imparata a
memoria molto tempo prima e quella volta me la recit in tutta la sua lunghezza. Il mio stupore per
quell'invasamento non le cre problemi (eppure di solito reagiva con estrema suscettibilit agli stati
danimo altrui). Sentivo che non dovevo interromperla e, quando mi venne voglia di gridare  Bastai ,
temetti di non essere mai pi invitato da lei se avessi ceduto al mio impulso. Cos ascoltai The Raven
fino alla fine e anchio ne fui conquistato. Quel corvo mi prese i nervi, cominciai a sussultare al ritmo
della poesia e, quando essa fin e io continuai a sussultare ancora per un poco, Veza, guardandomi,
disse tutta allegra :  Adesso ci  cascato anche lei. Per me  stata la stessa cosa. Bisognerebbe sempre
recitare le poesie ad alta voce, anzich leggerle in silenzio per conto proprio .
Presto, com ovvio, cominciammo a parlare di Karl Kraus. Veza mi domand perch alle
letture la evitavo in quel modo. Credeva di saperlo, e se davvero la ragione era quella, si sentiva in
dovere di rispettarla: ero talmente preso, che non avevo voglia di parlare con nessuno, volevo portar via
tutto dentro di me cos comera, senza analizzarlo, senza discuterlo. Anche lei ci andava volentieri da
sola, ma dopo preferiva parlarne, piuttosto che restare in silenzio. Non si poteva essere daccordo con
tutto ci che Kraus diceva. Veza aveva la pi grande ammirazione per Karl Kraus, ma non si lasciava
imporre da lui le cose che si dovevano o non si dovevano leggere. Mi mostr i Franzsische Zustnde
(Situazioni francesi) di Heine. Lo conoscevo? Era uno dei libri pi divertenti e intelligenti che lei
conoscesse. Laveva cominciato tre anni prima, dopo un viaggio a Parigi, e ora lo stava rileggendo.
Rifiutai di prendere in mano il volume. Non cera autore che Karl Kraus avesse vietato pi
severamente di Heine. Non le credevo, pensavo che volesse farmi uno scherzo, e persino come scherzo
mi spaventava. Ma lei, che ci teneva moltissimo a dimostrarmi la sua indipendenza di giudizio, mi mise
il titolo sotto il naso, lo lesse ad alta voce, sfogli persino il libro davanti a me e disse :  Allora, 
convinto adesso? .  Non lavr mica letto! E' gi abbastanza grave che labbia qui a portata di mano!
. Heine ce lho tutto: eccolo, guardi qui! . Apr lo sportello di una libreria, quella con i libri pi cari,
 I libri senza i quali non vorrei vivere  disse, e l si trovavano, anche se non al primo posto, le opere
complete di Heine. Dopo questo colpo, che mi aveva inferto intenzionalmente, Veza mi mostr ci che
speravo: Goethe, Shakespeare, Molire, il Don Juan di Byron, Les Misrables di Victor Hugo, Tom
Jones, Vanity Fair, Anna Karenina, Madame Bovary, Lidiota, I fratelli Karamazov, e infine un autore
che amava moltissimo, lo Hebbel dei Diari. Non tir gi dallo scaffale tutti i libri che aveva, ma solo
quelli che per lei significavano di pi. Adorava i romanzi, quelli che mi mostr li aveva letti e riletti, e
anche in ci dimostrava la sua indipendenza da Karl Kraus.  Lui non sinteressa ai romanzi. E neppure
ai quadri. Non sintressa a nulla che possa mitigare la sua collera.  una cosa magnifica, ma
inimitabile. La collera devessere dentro di noi, non si pu prenderla a prestito da nessuno .
Suonava pi che naturale, ma per me fu uno shock. La vedevo davanti a me seduta in prima fila
alle letture di Karl Kraus, radiosa e impaziente, e forse un momento prima aveva letto una pagina di
Heine, tratta magari dai Franzsische Zustnde! Come osava presentarsi proprio l, davanti ai suoi
occhi? Ogni frase di Karl Kraus era un ordine perentorio, chi non obbediva era inutile che andasse
laggi. Da un anno e mezzo non perdevo una sola delle sue letture e ne ero totalmente preso, come da
una Bibbia. Non una sua parola mi suscitava dei dubbi. Mai, in nessuna circostanza, avrei agito contro
il suo insegnamento. Kraus era i miei princpi. Kraus era la mia forza. Se non avessi potuto pensare a
lui, neppure per un giorno avrei tollerato gli stupidi armeggii al laboratorio di chimica. Quando leggeva
Gli ultimi giorni dellumanit, Kraus per me popolava Vienna. Non sentivo che le sue voci. Ce nerano
altre? Solo da lui si poteva trovare la giustizia, o meglio, trovarla no, Kraus stesso era la giustizia. Gli
sarebbe bastato corrugare la fronte, e avrei rotto i rapporti col mio migliore amico. Mi sarebbe bastato
un cenno, e per lui mi sarei gettato nel fuoco.
Queste cose le dissi a Veza, non potevo non dirgliele, dissi anche di pi, dissi tutto. Una
mostruosa impudicizia mi travolse e mi costrinse a svelare i miei impulsi pi segreti allasservimento.
Veza ascolt le mie parole senza interrompermi, le ascolt fino alla fine. Io parlavo con crescente
veemenza, lei era seria, mortalmente seria, quandecco, di colpo, una Bibbia le comparve tra le mani -
non so dove lavesse presa - e lei disse :  Questa  la mia Bibbia! .
Sentivo che voleva giustificarsi. Non si opponeva al fatto che professassi una fede cos assoluta
nel mio dio. Ma, bench non fosse credente in senso stretto, prendeva la parola dio pi seriamente di
me, e non concedeva a nessun uomo il diritto di farsi dio. La Bibbia era il libro che leggeva pi spesso.
Amava i libri storici, ma anche i Salmi, i Proverbi e i libri profetici. Soprattutto amava il Cantico dei
Cantici. Conosceva bene la Bibbia, pur non citandola mai. Non la imponeva a nessuno, eppure, in
fondo, valutava la letteratura basandosi sulla Bibbia e secondo i precetti della Bibbia valutava anche le
persone.
Ma  unimmagine scolorita quella che sto dando di Veza, elencando i suoi interessi
intellettuali. I titoli di libri famosi, uno dopo laltro, suonano come altrettanti concetti. Bisognerebbe
estrarne un singolo personaggio, e descrivere come nasceva, a poco a poco, dalle parole di Veza, per
dare unidea della vita rigogliosa e caparbia che esso viveva dentro di lei. Non nasceva in una volta
sola, si formava nel corso di molti colloqui, e solo dopo parecchie visite avevi la sensazione di
conoscerlo. Allora non dovevi pi attenderti delle sorprese, le sue reazioni erano note, potevi contarci,
il segreto del personaggio si era completamente calato in quello di Veza.
Dallet di dieci anni, sempre avevo avuto la sensazione di essere costituito da molti personaggi
diversi; ma era una sensazione vaga, non avrei saputo dire chi era il personaggio che parlava in un dato
momento per bocca mia, n perch ad esso succedesse in seguito un altro personaggio. Era una corrente
multiforme, che, nonostante la nettezza delle esigenze e delle convinzioni che acquisivo man mano,
non si esauriva mai. Desideravo abbandonarmi alla corrente, e ci riuscivo, per non la vedevo. Adesso,
con Veza, avevo conosciuto una persona che, per costruire la propria molteplicit, aveva trovato e
utilizzato i personaggi della grande letteratura. Li aveva trapiantati in s, fiorivano in lei, ormai poteva
disporne a suo piacimento. Per me erano sorprendenti la chiarezza e la nettezza di tutto questo,
lassenza di qualsiasi casualit, la mancanza di ogni elemento spurio che non facesse realmente parte di
lei. In Veza cera una tale consapevolezza, che quei personaggi sembravano scolpiti sulle Tavole della
legge. Ogni personaggio vi era segnato in tutta la sua purezza, si stagliava davanti agli occhi con
contorni precisi, e viveva come una persona reale, definito soltanto dalla sua verit, non cera
dannazione che potesse dissolverlo.
Osservare Veza che si muoveva lentamente in mezzo ai suoi personaggi era uno spettacolo
appassionante. Erano il suo scudo contro Karl Kraus, che mai sarebbe riuscito a scalfirlo, quei
personaggi rappresentavano la sua libert. Lei non si lasci mai soggiogare da Karl Kraus, e fu molto
generoso, da parte sua, darmi retta, quando giunsi davanti a lei legato mani e piedi. Ma una cosa si
avvertiva in Veza ancor pi intensamente della sua contenuta ricchezza: il suo segreto.
Il segreto di Veza stava nel sorriso. Lei ne era conscia e sapeva evocarlo, ma, una volta
comparso, non era pi in suo potere mandarlo via: il sorriso non se ne andava, era come se quel sorriso
fosse il suo vero volto, finch Veza non sorrideva la sua bellezza era ingannevole. A volte, sorridendo,
chiudeva gli occhi, le ciglia nere si abbassavano e sfioravano le guance. Era come se si guardasse dal di
dentro, illuminata dal suo stesso sorriso. Come si vedeva? Era questo il suo segreto; eppure, anche se
taceva, gli altri non si sentivano esclusi. Il suo sorriso passava, come un arco scintillante, da lei a coloro
che la guardavano. Non esiste nulla di pi irresistibile dellinvito a entrare nello spazio interno di un
essere umano. E se la persona sa usare molto bene le parole, il suo silenzio accresce al massimo la
seduzione. Cerchiamo di arrivare sino alle sue parole, e speriamo di trovarle dietro il sorriso:  l che
esse attendono il visitatore.
In Veza cera un nodo che non poteva sciogliersi, perch era satura di tristezza. Alimentava
continuamente la sua tristezza, era sensibile a ogni dolore, purch fosse il dolore di un altro; soffriva
lumiliazione altrui come se a subirla fosse stata lei stessa. E questo senso di pena non le bastava,
doveva rovesciare sugli umiliati una pioggia di elogi e di doni.
Di quei dolori lei sentiva il peso anche quando da lungo tempo si erano quietati. La sua tristezza
era abissale: racchiudeva e conservava in s tutto ci che era ingiusto. Veza era molto orgogliosa, ed
era facile ferirla; ma a tutti concedeva la stessa vulnerabilit ed era convinta di essere circondata da
persone sensibili che avevano bisogno della sua protezione e che lei non dimenticava mai.
La colomba della pace
 straordinario quante cose possano nascere da dieci giorni di libert. Dal 1 al 10 agosto 1925
avevo tracciato in completa solitudine la mia linea di demarcazione nei confronti di Freud e mi ero
anche difeso dalle accuse di mia madre, gettando al vento durante il giorno le cose che poi la sera
mettevo per iscritto; e proprio perch mia madre non ne sapeva nulla, mi presi la soddisfazione di
essere pi duro, pi incisivo e pi efficace di quanto non sarei stato in sua presenza. Quella breve
parentesi di libert, che mi avrebbe nutrito per tutta la vita, mi sarebbe rimasta sempre presente, non
fossaltro perch in ogni fase della mia esistenza, qualunque cosa mi capitasse, ritornavo ad essa con il
pensiero.
In quei giorni, mentre stendevo la mia accusa, con frasi cos violente che oggi mi fanno paura,
mi appariva un volto che - cos pensavo - non centrava per nulla. Non avevo fatto attenzione al suo
sorriso, e ora quel volto non sorrideva; mi parlava invece, serio e inflessibile, della guerra che aveva
combattuto. Era il volto di Veza. Mi parlava della sua libert. Il vecchio allampanato che allora
conoscevo soltanto dalle tremende parole di Veza (tanto pi tremende in quanto nessuno se le sarebbe
aspettate da lei) aveva perso la sua guerra contro Veza. Io, sconcertato, cercavo di scacciare quella
visione, ma le parole continuavano a uscire dalla bocca di Veza, dandomi pi forza per la mia impresa.
Alla lotta per la libert di quei dieci giorni Veza prese parte con la sua propria lotta. Quando tornai a
Vienna, mi sentii spinto verso di lei e cominci tra noi un dialogo inesauribile, andavo a trovarla
sempre pi spesso, e questo dialogo prese il posto del vecchio dialogo, che era degenerato in una lotta
di potere e da essa era stato devastato: di tutto ci nessuno avrebbe potuto stupirsi, ma ne fu sconvolta
la persona che aveva avuto la peggio: mia madre.
A settembre era tornata a casa, ma latmosfera era mutata. Per due mesi restammo ancora
insieme nella Radetzkystrasse. Il fuoco che ci aveva acceso era ormai estinto. Il mio sfogo di luglio
laveva spaventata, quella volta il medico aveva pronunciato il suo verdetto contro di lei. Non mi
attaccava, non mimponeva nulla. Io non la criticavo, perch ormai potevo parlare con Veza. Non
tenevo nascoste le mie visite in quella casa, e parlavo apertamente, pur senza scendere nei dettagli,
delle inclinazioni letterarie di Veza. Forse, anzi, ne parlavo fin troppo apertamente, soprattutto quando
elogiavo la sua cultura, il suo gusto, la sua capacit di giudizio. Per un po la mamma mi ascolt senza
reagire in maniera diretta. Ma poi cominci a mostrarsi profondamente irritata dalle interruzioni
durante lora dei pasti. Quando Johnnie Ring doveva uscire dal suo bugigattolo e passava nel soggiorno
appiattendosi dietro la sedia della mamma, lei storceva il viso in una smorfia di disgusto e neanche
rispondeva al suo saluto. Al ritorno Johnnie si metteva a balbettare, tanto gli era penoso quel silenzio,
met dei suoi discorsi adulatori gli restavano in gola; ma la mamma continuava a tacere fino a quando
egli non aveva richiuso dietro di s la porta dello stanzino.
Subito dopo si scatenava il finimondo contro Vienna, quella sentina di vizi dove pi niente
veniva fatto come si deve. La mattina i viennesi poltrivano a letto, oppure erano esteti, che
chiacchieravano soltanto di libri. Fannulloni e impudenti comerano, si piazzavano in pieno giorno nei
musei, davanti ai quadri. E il risultato era uno solo, nessuno voleva pi lavorare, perch stupirsi dunque
della disoccupazione se non cerano pi uomini capaci di affrontare la vita? E magari Vienna fosse
stata soltanto una sentina di vizi, era anche una citt provinciale, ormai. In tutto il mondo pi nessuno
attribuiva importanza alle cose che capitavano a Vienna, bastava nominarla perch la gente storcesse la
bocca in una smorfia di disprezzo. Perfino Karl Kraus (del quale fino a quel momento non si era mai
interessata) veniva citato come testimone dellinferiorit di Vienna. Lui s che sapeva di che cosa
parlava, lui del mondo se ne intendeva, e la gente che strapazzava era la stessa che poi correva a frotte
ad ascoltarlo per ridere dei propri vizi! Un tempo, nei giorni gloriosi del Burgtheater, tutto era diverso,
allora Vienna era ancora una citt che contava qualcosa. Forse era anche per via dellimperatore: con
tutto ci che si poteva dire contro di lui, era stato un uomo con un altissimo senso del dovere. Vecchio
comera, sedeva ancora, giorno dopo giorno, davanti alle sue carte. Ma ora? Conoscevo una sola
persona che non pensasse prima di tutto a divertirsi? E in una citt simile si dovevano educare dei
giovani a diventare uomini? Era solo tempo perso; a Parigi s, a Parigi sarebbe stata unaltra cosa.
Avevo la sensazione che quellodio improvviso per Vienna fosse rivolto in realt a una persona
determinata, della quale non veniva fatto il nome. Solo a pensarci mi venivano i brividi, bench mia
madre evitasse accuratamente ogni accusa contro di me. Il solo fatto che avesse incluso per la prima
volta i musei nel catalogo dei vizi e se la prendesse con quelli che perdevano tempo davanti ai quadri
gi mi sembrava sospetto. Non cera nessuno che nominasse Veza senza paragonarla a un quadro, e
siccome di quadri ne erano stati chiamati in causa parecchi, gi si era creato un piccolo museo. Tutto a
un tratto, durante uno di quei rabbiosi attacchi contro Vienna, sarebbe saltato fuori il nome di Veza.
Che cosa avrei fatto allora? Alla prima offesa contro quella persona me ne sarei andato di casa, per
sempre.
Ma prima di arrivare a tanto la mamma, allinizio dellinverno, si ritir a Mentone, in Riviera, e
di l cominci a scrivermi delle lettere imploranti. Era abbandonata da tutti, diceva, in albergo nessuno
la poteva soffrire, la gente diffidava di lei, le donne avevano paura dei suoi sguardi, soprattutto quando
sedevano col marito in sala da pranzo. Rimasi impressionato, perch in quelle descrizioni cera
qualcosa della sua forza di un tempo. A ci si aggiungevano minuziosi ed esaurienti resoconti su ogni
sorta di disturbi fisici. Bench sapessi fin dal tempo di Arosa che si trattava spesso di mali immaginari,
non per questo li prendevo meno sul serio. Comunque, ciascuna delle sue lettere sfociava e culminava
in vere e proprie esplosioni di odio, un odio cos cieco e selvaggio che cominciai a temere per la vita di
Veza.
Ora infatti, per lettera, faceva apertamente il suo nome. Le attribuiva i moventi pi bassi e
diceva su di lei le cose pi orribili, senza alcun ritegno. Veza aveva capito il mio lato debole, il mio
amore per i libri, e lo sfruttava spudoratamente non parlandomi daltro. Veza, che era una donna e non
aveva niente da fare, poteva anche permettersi di vivere da esteta. Se non ne provava disgusto, erano
fatti suoi, ma attirarvi un giovane che si stava preparando alla lotta per lesistenza era un vero crimine.
Lo faceva per pura vanit, con lunico scopo di attrarre una nuova vittima nelle sue reti; che cosa
poteva mai significare, infatti, una creatura ridicolmente giovane come me per una donna esperta come
Veza? Il mio risveglio sarebbe stato atroce, quando fosse venuto il turno della sua prossima conquista.
Ero talmente candido e ingenuo che lei, mia madre, non poteva pensare a me senza sentirsi angosciata.
Era decisa a salvarmi. Via, lontano da Vienna! Quella sentina di vizi, la citt dei Johnnie e delle Veza -
che non per nulla erano cugini - non faceva per noi.
Pensava di trasferirsi a Parigi con i miei fratelli. Avrebbero continuato le scuole laggi, per poi
frequentarvi anche luniversit. Era chiaro che ormai non potevamo pi vivere insieme. A ventun anni
dovevo andare per la mia strada. Ma cerano parecchie citt, in Germania per esempio, la cui atmosfera
non era appestata dagli esteti e dove avrei potuto continuare proficuamente i miei studi. Non temeva
pi che lasciassi la chimica, poich ormai avevo resistito due anni. Temeva soltanto Vienna, dove mi
sarei certamente rovinato, in un modo o nellaltro. Non dovevo credere che Veza fosse uneccezione, a
Vienna vivevano migliaia di persone come lei, persone senza scrupoli e avide di piaceri, che per
soddisfare la propria vanit non esitavano a strappare i figli alle madri, per gettarli poi in un cantuccio
quando ne avevano abbastanza. Di casi del genere ne conosceva a bizzeffe. Non me ne aveva mai
parlato per non confondermi le idee sulle donne, ma ormai era tempo che sapessi come andavano le
cose nel mondo - ben diversamente da comerano descritte nei libri.
Per tutto il tempo in cui rimase a Mentone, fino a marzo inoltrato, risposi alle sue lettere.
Sapevo che l era completamente sola, e le sue lamentele sulla diffidenza che la circondava da ogni
parte mi preoccupavano. Dalle ingiurie contro Veza, che prendevano la met delle sue lettere, mi
sentivo colpito e addolorato. Temevo che potessero giungere sino all'aggressione fisica, e cercai, sia
pure con poche speranze, di intervenire sul suo stato danimo per farle cambiare idea. Le raccontavo
tante altre cose che capitavano a Vienna, per esempio le mie discussioni con la vicina di posto in
laboratorio, una ragazza emigrata dalla Russia che mi piaceva molto; oppure che un nano, arrivato da
poco, con il suo piglio chiassoso e risoluto dominava lintera aula; e poi tutte le letture di Karl Kraus
(adesso che la mamma laveva ufficialmente accreditato come spregiatore di Vienna, non poteva pi
come prima voltare la testa dallaltra parte ogni volta che si parlava di lui). In tutte le mie lettere dicevo
molto chiaramente che ero deciso a rimanere a Vienna. Dei suoi attacchi contro Veza non tenevo conto,
e cercavo di non prenderli troppo sul serio. Solo due o tre volte, non di pi, replicai con parole
indignate manifestando i miei veri sentimenti, che erano quelli di una persona profondamente offesa.
Lei, allora, cambiava subito tono e moderava il suo odio per circa una settimana. Ma dopo un paio di
lettere ricominciava tale e quale, e io ero al punto di prima.
Il suo stato mi rendeva inquieto, ma soprattutto ero preoccupato per Veza. Conoscevo la sua
sensibilit, Veza si sentiva colpevole di tutto ci che le capitava intorno, e di molte altre cose ancora.
Se avesse avuto il minimo sentore di ci che mia madre pensava e scriveva di lei, di sicuro si sarebbe
ritirata, e non avrebbe pi voluto vedermi per nessun motivo. Finch non ne avesse saputo una sillaba,
tutto sarebbe andato bene. Ogni settimana ero turbato da una lettera che arrivava da Mentone: in quei
giorni non andavo a trovare Veza, per evitare che lei si accorgesse di qualcosa.
La casa era stata disdetta fin dallinizio dellanno, i miei fratelli abitavano presso una famiglia e
io mi ero preso una stanza in affitto. In marzo la mamma and a Parigi, dove vivevano alcuni parenti e
molti amici, e cominci a guardarsi intorno per preparare il trasferimento estivo. Per la fine di maggio
annunci il proprio arrivo a Vienna. Voleva fermarsi un mese per sistemare ogni cosa. Dopo sei mesi,
era tempo che finalmente ci parlassimo di nuovo.
Quando venni a sapere di quella visita minacciosa, ebbi paura. Ora la situazione diventava
rischiosa, dovevo proteggere Veza ad ogni costo, bisognava evitare assolutamente che incontrasse mia
madre. Ma non doveva nemmeno sapere del suo odio, che lavrebbe turbata, e poi tra noi sarebbe
cambiato tutto. N potevo decidere come comportarmi con la mamma prima che arrivasse. Mi aveva
annunciato che sarebbe scesa in una pensione proprio dietro lOpera, fuori della citt leopoldina, perci
non dovevo temere un incontro casuale con Veza. Il tempo di preparare Veza non mi mancava. Non
avrebbe dovuto sapere pi di ci che era strettamente necessario, quel tanto che occorreva perch
acconsentisse al mio desiderio di evitare la mamma, non di pi.
Confidai a Veza che mia madre desiderava che io lasciassi Vienna. Qualcuno le aveva spiegato
che per me sarebbe stato meglio frequentare una grande universit tedesca nella quale insegnava un
chimico di fama mondiale, e poi far di tutto per laurearmi con lui. A Vienna, a quel tempo, non cera un
solo professore che godesse di un cos alto prestigio. Dalla laurea dipendeva in gran parte il mio futuro
di chimico. Questo non significava, diceva la mamma, che pi tardi non potessi tornare a Vienna:
nessuno pu sapere con precisione quale sar il proprio futuro. Naturalmente la mamma aveva notato
che qualcosa mi tratteneva a Vienna. Io le avevo scritto che non volevo andar via a nessun costo.
Adesso stava per arrivare, decisa a fare un ultimo tentativo, e avrebbe cercato in tutti i modi di
persuadermi. Ma non ci sarebbe riuscita, la chimica mi era del tutto indifferente, non avevo intenzione
di esercitare la professione di chimico. Nessuno meglio di Veza sapeva ci che volevo diventare e che
cosa avrei fatto nella vita, comunque e dovunque.
Veza mi domand perch mai ero tanto preoccupato. Se non volevo andar via, nessuno poteva
costringermi, dopo tutto.
 Non si tratta di questo,  dissi  tu, mia madre non la conosci abbastanza. Quando vuole
qualcosa, adopera ogni mezzo per imporre le sue idee. Verr a trovarti, ne parler con te. Ti convincer
che per me la cosa migliore  lasciare Vienna. Ti porter a un punto tale che sarai tu a raccomandarmi
di partire. E io non potrei mai perdonartelo. Ci allontaner luno dallaltra. Ho una paura terribile che
parli con te .
 Mai. Mai. Mai. Non ci riuscir mai! .
 Ma io ho paura, e quando sar qui non avr pi un istante di pace. Tremo al pensiero del suo
arrivo. Tu stessa hai unaltissima opinione delle sue doti intellettuali, della sua forza di volont. Non
hai idea di ci che sarebbe capace di dire. E io nemmeno, del resto; sai, le cose le vengono in mente di
punto in bianco, e di colpo tu ti accorgi che ha proprio ragione e le prometti tutto quello che vuole; e
allora - allora, che ne sar di noi? .
 Non la vedr. Te lo prometto. Lo giuro. Cos non succeder nulla. Sarai tranquillo allora? .
 S, s, ma solo se farai quel che mi dici .
Le dissi che non doveva rispondere a nessuna telefonata, a nessuna lettera della mamma,
insomma doveva evitarla con la massima astuzia e circospezione. La mamma, del resto, avrebbe abitato
nel primo distretto, ed evitarla perci non sarebbe stato difficile. Ma se, inopinatamente, fosse arrivata
una sua lettera, avrebbe dovuto consegnarmela, dissi, ancor prima di aprirla. Quando vidi con quanta
facilit Veza mi aveva creduto, cominciai a sperare. Non solo mi avrebbe consegnato senza aprirla
qualsiasi lettera di mia madre, ma, se lo desideravo, non lavrebbe mai letta, neppure dopo di me, e non
le avrebbe mai risposto.
La mamma arriv, e sin dal nostro primo colloquio notai che anche lei ci teneva molto a evitare
un confronto con Veza: limmagine della nemica, cos come se lera costruita, voleva conservarsela
nella sua scostante integrit. Sentiva che quellimmagine si sarebbe dissolta nel nulla se avesse visto
Veza in carne e ossa anche una sola volta. Dalle mie lettere, che aveva riletto a Parigi una dopo laltra,
aveva concluso che a nessun costo avrei lasciato subito Vienna. Credeva di aver capito che, ancor pi
di Veza, non volevo perdere Karl Kraus. A Mentone, dove si sentiva esclusa perch non conosceva
nessuno, la mamma dava per scontato che io vedessi Veza ogni giorno. A Parigi, dove aveva i suoi
parenti e molte conoscenze, non ne era stata pi tanto sicura. La sua diffidenza si era ramificata, era
diventata pi sottile, aveva cominciato a leggere nelle mie lettere molte cose che prima non aveva
notato. Le avevo scritto della mia compagna di laboratorio, che mi faceva pensare a Dostoevskij. Era
una vera delizia parlare con lei di Dostoevskij, per merito suo cominciavo addirittura ad andare
volentieri in laboratorio. La mamma era stata colpita dallespressione  una vera delizia , alla quale a
Mentone, appena ricevuta la lettera, non aveva fatto caso, e aveva riflettuto sul fatto che io passavo in
laboratorio tutta la mia giornata. Durante i lunghi procedimenti di analisi quantitativa cera tanto di
quel tempo per parlare...
 Vedi ogni tanto quella Eva,  mi domand  la tua russa del laboratorio? .
 S, certo, andiamo quasi sempre a mangiare insieme. Sai, quando parliamo di Ivan
Karamazov, che lei detesta, non possiamo smettere come se niente fosse. Allora si va insieme a
mangiare qualcosa alla taverna del Regina e si continua a parlarne, e cos pure quando ritorniamo per la
Wahringerstrasse verso listituto, non smettiamo un istante; e poi, quando siamo di nuovo davanti ai
nostri alambicchi, di che cosa credi che parliamo? .
 Di Ivan Karamazov! Da voialtri cera proprio da aspettarselo! Lei, naturalmente, sar tutta per
Aliosa! Io invece ho cominciato a capire Ivan, da qualche anno lo considero il pi interessante dei
fratelli Karamazov .
La mamma era talmente contenta dellesistenza di questa mia collega che inizi una
conversazione con me su alcuni personaggi letterari, proprio come ai vecchi tempi. Ricord litterizia
che mi ero preso nella Radetzkystrasse, pi di un anno prima. Era lunico periodo al quale ripensavo
con piacere; costretto a letto per varie settimane, avevo letto Dostoevskij, tutti i volumi rossi
delledizione Piper, dal primo allultimo.  Insomma, devi esser grato allitterizia,  disse la mamma 
altrimenti ora non riusciresti a cavartela con la tua Eva . Quel  tua  mi diede una fitta, era come se
mi spingesse fra le braccia di Eva con le sue stesse mani. La ragazza mi piaceva davvero, e la cosa mi
aveva anche creato qualche conflitto. Tuttavia, in un improvviso soprassalto di astuzia, lasciai correre,
perch sentivo che la mamma mi stava osservando con grandissima attenzione. Dissi addirittura:
 S,  vero. Parlarne con lei  meraviglioso. Eva vive in Dostoevskij e prende tutto molto sul
serio. In quellaula non c nessunaltra persona oltre me con cui lei potrebbe parlarne .
Appena fra noi tornava la letteratura, mia madre mi piaceva di nuovo. Naturalmente era
impossibile non notare lintento che laveva guidata nel dare quella certa piega alla nostra
conversazione. Era un sondaggio, voleva stabilire quale peso aveva per me lattraente collega rispetto a
unaltra donna. Che cosa contava, per me? Poteva forse contare anche di pi in futuro? Ritornando a
Dostoevskij, volle sapere se Eva, la mia collega, aveva qualcosa in comune con le figure femminili di
Dostoevskij. La domanda suonava gi foriera di nuove ansie, ma io la tranquillizzai: no davvero, era
proprio fuori strada. Eva era una persona straordinariamente intelligente, il suo vero talento era la
matematica, in chimica-fisica se la cavava meglio lei di tutti gli studenti di sesso maschile. La sua vita
emotiva - nonostante le inclinazioni intellettuali - era molto ricca, ma era una ragazza di sentimenti
coerenti e costanti, i voltafaccia repentini ai quali la mamma aveva pensato con la sua domanda
sembravano estranei alla sua natura.
 Ne sei proprio sicuro?  disse la mamma.  Si possono prendere degli abbagli spaventosi.
Avresti mai pensato che un giorno saresti arrivato a odiarmi? .
Sorvolai su questa frase, era la prima provocazione dal momento del suo arrivo a Vienna;
preferivo tornare al tema iniziale del nostro colloquio.
 Certo che ne sono sicuro,  replicai  ogni giorno passo molte ore con lei.  quasi un anno che
va avanti cos. Credi che esista qualcosa di cui non abbiamo ancora parlato? .
 Pensavo che parlaste soltanto di Dostoevskij .
 S, perlopi  cos,  largomento di cui parliamo pi volentieri. Puoi immaginare un modo
migliore, per conoscere una persona, che parlare con lei di tutto quello che c in Dostoevskij? .
Ci aggrappammo entrambi a questa colomba della pace. Eva Reichmann si sarebbe meravigliata
se avesse conosciuto il ruolo che la mamma le aveva attribuito. Certo non sarebbe stata contenta di
entrare nei nostri discorsi in quella maniera, perch, in sostanza, mia madre e io volevamo una cosa
sola: evitare un altro argomento. In ogni caso non dissi nulla sul suo conto che non pensassi davvero, e,
attraverso le mie stesse parole, Eva mi diventava sempre pi cara. Bench mia madre parlasse di lei con
tanta insistenza, non la presi affatto in antipatia. Eva fu davvero la nostra colomba della pace. Dopo
quei sei mesi di assenza di mia madre e il carteggio tempestoso che cera stato fra noi, io mi aspettavo
un bruttissimo scontro. Adesso tutti e due, lo si avvertiva chiaramente, ci stavamo scaricando della
nostra avversione e della nostra angoscia.
 Revenons  nos moutons  disse improvvisamente la mamma, unespressione che le piaceva,
ma che negli ultimi anni, durante i nostri conflitti, non aveva mai usato, neppure una volta.  Ormai
dovresti sapere quali sono i miei progetti . Il trasferimento a Parigi era fissato per lestate. Sarebbe
stato un periodo faticoso per lei. Prima di affrontarlo voleva fare una cura, voleva andare a Bad
Gleichenberg come lanno passato, le aveva fatto bene. Avevo voglia di occuparmi io dei fratelli per
quel periodo? Era importante che facessero delle vere vacanze, subito dopo sarebbe iniziato per loro un
periodo difficile: lambientamento nelle nuove scuole francesi, per di pi in classi abbastanza alte, alla
soglia ormai del bachot, lesame di maturit francese. Saremmo potuti andare tutti e tre insieme nel
Salzkammergut, questo lavrebbe tranquillizzata molto, avrei fatto a lei e ai fratelli un vero servizio.
Capivo a che cosa mirava e accettai senza esitare. Non cera nulla, dissi, che avrei fatto pi
volentieri. Dopo, forse, non avrei pi visto i fratelli per un anno intero. E poi anchio avevo voglia di
andare in vacanza da qualche parte. Ci saremmo trovati un bel posticino. La mamma era sbalordita.
Sentivo che aveva una domanda a fior di labbra. Ma non la fece. Per poco non la feci io per lei.
Arrivammo a una sorta di compromesso. La mamma disse :  Ma tu non hai altri progetti per lestate?
.  E che genere di progetti per lestate dovrei avere? .
Il colloquio poteva finire cos, e sarebbe andato bene a tutti e due. La mia unica, assillante
preoccupazione era stata che lei potesse offendere Veza, o comunque farle del male. Invece Veza non
era stata nominata neppure una volta. Ma che cosa sarebbe successo nei prossimi colloqui, durante le
quattro settimane e pi che la mamma avrebbe passato a Vienna? Era un periodo lungo. Volevo essere
del tutto sicuro, e prevenire qualsiasi sgrade-vole eventualit. La conversazione sulla mia collega mi
aveva lasciato unimpressione piacevole. Fu il diavolo a ispirarmi, o fu davvero langoscia per Veza?
Dissi :  Sai, Eva, la mia collega, mi ha chiesto se questestate sarei andato in montagna. Non le ho
risposto niente di preciso. Avresti nulla in contrario se venisse nella nostra stessa zona? Non nello
stesso posto, naturalmente, magari a unora di strada, poco pi poco meno. Cos potremmo fare ogni
tanto una gita insieme. Avrebbe di sicuro un buon ascendente sui ragazzi. La vedrei soltanto qualche
volta, magari una o due volte la settimana, e il resto del tempo lo dedicherei a loro .
La proposta la entusiasm.  Perch non dovresti vederla anche pi spesso? Vedi che qualche
progetto per lestate lavevi fatto. Sono molto contenta che tu me ne abbia parlato. Le due cose si
possono conciliare magnificamente. Lei  una cos brava persona. E anche se te lha chiesto per prima,
non  il caso di biasimarla. Una volta sarebbe stato inconcepibile. Ma adesso le donne sono tutte cos .
 No, no,  dissi io  le cose non stanno come tu immagini. Fra noi non c proprio nulla .
 Quel che non c oggi, pu nascere domani  disse la mamma. Non aveva certo molto tatto,
una cosa simile con lei non mi era mai capitata. Che cosa non avrebbe fatto, pur di allontanarmi da
Veza! Con la mia improvvisa alzata dingegno avevo comunque scoperto lunica maniera per
proteggere Veza. Dovevo parlare a mia madre di altre donne. Per questa volta mi era venuta in aiuto
una collega che per caso lavorava vicino a me in laboratorio. Mi era davvero molto simpatica, ed era
sconveniente, da parte mia, alimentare in mia madre lidea che fosse la mia amica, o che potesse
diventarlo. La situazione rimase per me un po imbarazzante anche quando ne parlai con Eva, e lei,
comprensiva e generosa comera, approv a posteriori la mia condotta. Ma ormai era cosa fatta, e
arrivai alla conclusione che non potevo fermarmi l: dovevo inventare delle donne e parlarne alla
mamma. Non doveva sapere pi nulla di me e di Veza, mai pi. Presto la mamma sarebbe stata lontana,
a Parigi, Veza sarebbe rimasta a Vienna e io, in quel modo, lavrei salvata da tutte le cose tremende che
la mamma avrebbe potuto farle.
La signora Weinreb e il boia
La signora Weinreb, presso la quale avevo affittato una stanza bella e spaziosa nella Haidgasse,
era la vedova di un giornalista morto in et avanzata. Lei era assai pi giovane e gli sopravviveva ormai
da molti anni. Tutta la casa era piena dei ritratti del defunto giornalista, una specie di nonno con barba
benigna. La signora, con la sua cupa faccia canina, parlava sempre con grande devozione del marito,
come se anche da morto fosse molto superiore a lei, intellettualmente e moralmente, e una piccola parte
di questa sua venerazione la trasferiva sugli studenti universitari. Ogni studente poteva diventare un
dottor Weinreb, non nominava mai suo marito senza chiamarlo  dottore . Nelle foto di gruppo coi
suoi colleghi, davanti alle quali mi sentivo in dovere di trattenermi per un po in contemplazione, egli
risaltava non soltanto a causa della barba, ma anche perch era sempre al centro della fotografia. Di
rado la signora diceva  mio marito , neppure a distanza di tanti anni dalla sua morte si era scordata
che sposarlo era stato per lei un grande onore, e perci le rarissime volte in cui le saliva alle labbra
lespressione  mio marito  si interrompeva spaventata, come se le fosse sfuggita una bestemmia, e
dopo un attimo di esitazione aggiungeva, come in estasi, il nome completo di titolo:  il dottor Weinreb
. Di sicuro lo aveva chiamato cos per un pezzo prima delle nozze, e non  escluso che avesse
continuato anche dopo, durante il loro matrimonio.
Ero venuto a sapere della stanza attraverso una famiglia di amici, il loro figlio vi aveva abitato
per un anno. Poi la cosa era finita male, e vedremo perch. Quel giovane timido, noto per la sua
mitezza, si era trovato in una situazione incresciosa ed era stato perfino trascinato in tribunale. Mi
avevano detto di stare in guardia, non tanto dalla vedova, quanto dalle due donne che vivevano con lei.
Mi aspettavo di trovare un luogo di depravazione, per volevo abitare in una zona non troppo lontana
dalla casa di Veza, seppure non vicinissima, e la Haidgasse, una piccola traversa della Taborstrasse, mi
andava veramente benissimo: se non era proprio un satellite della Praterstrasse, che allora, con i suoi
dintorni, dominava la mia esistenza, era comunque in una zona limitrofa. Quando andai a vedere la
camera, fui sorpreso dalla pulizia e dallordine che regnavano in tutta la casa; il suo aspetto non
avrebbe potuto essere pi borghese, dappertutto si vedevano le foto del distinto vecchio signore e
davanti a ciascuna di esse la moglie che ne tesseva le lodi. Neppure la stanza che avrei dovuto abitare
io era esente da quei ritratti, ma alle sue pareti il defunto compariva un po meno, tre o quattro pose in
tutto. Mi era stato detto che preferivano affittare la stanza a uno studente. Il mio predecessore era stato
un impiegato di banca, che guadagnava gi ed era indipendente dalla madre; ma il suo stipendio era
modesto, e siccome non frequentava luniversit non sarebbe certo andato molto lontano. La signora
Weinreb si guard bene, tuttavia, dallaggiungere altri particolari sul suo conto; lo nomin soltanto
perch aveva abitato prima di me in quella stanza, che da allora non era pi stata occupata; ma non
prese partito n per lui n contro di lui. La donna che aveva il compito di vigilare su di lei e che aveva
intentato il processo contro quel giovane stava in cucina, proprio l accanto. Tutte le porte erano aperte,
e la signora Weinreb non diceva nulla senza interrompersi a ogni istante e tendere lorecchio con
apprensione verso la cucina.
Molto presto, sin dalla mia prima visita, mi resi conto che la signora era oppressa da un peso da
cui niente poteva liberarla. Poich nominava il marito defunto quasi a ogni frase, pensai che
quelloppressione fosse connessa con la sua vedovanza. Forse non aveva circondato il vecchio di tutte
le cure che egli avrebbe desiderato. Questo, in realt, mi sembrava poco plausibile, nella sua vita non
cerano stati altri uomini, di questo ero certo. Eppure la signora Weinreb tendeva sempre lorecchio a
una voce, si atteneva ai suoi ordini, e certo non era la voce del suo defunto marito.
La governante, che abitava con lei e mi aveva aperto la porta di casa, dopo avermi affidato alla
padrona, era subito sparita in cucina. Era una donna robusta e massiccia di mezza et: le sue fattezze
corrispondevano esattamente a quelle che allora mimmaginavo dovessero essere le fattezze di un boia.
Aveva gli zigomi molto sporgenti e unespressione truce sul volto, che il sorriso rendeva ancor pi
minaccioso. Non mi sarei meravigliato se, come benvenuto, mi avesse mollato un ceffone. Invece fece
un viso da gatto, che per, essendo proporzionato alla sua mole, faceva un effetto sinistro. Ecco da chi
dovevo stare in guardia.
La moglie del dottor Weinreb mi apr con grande impeto la porta della camera da affittare
(camminava sempre come se fosse sul punto di cadere in avanti), entr nella stanza subito dopo di me,
si assicur che la porta alle sue spalle restasse spalancata, e grid addirittura, cosa che mi parve senza
senso,  Subito! Subito!  con la faccia rivolta indietro, pi o meno come una domestica grida alla sua
padrona  Vengo subito! ; poi cominci a illustrarmi i pregi della stanza, e soprattutto i ritratti del
defunto marito. A ogni frase che diceva si aspettava una conferma o un incoraggiamento.
Allinizio supponevo che li aspettasse da me, ma presto mi resi conto che la conferma doveva
venire dallesterno; dato che in casa non avevo visto nessun altro, pensai che si trattasse della persona
poco rassicurante che mi aveva ricevuto e, con mio grande disappunto, per tutto il tempo della visita mi
sembr di averla continuamente davanti agli occhi. Ma linteressata rest in cucina e non intervenne
affatto nella nostra conversazione.
Mi chiesi dove fosse finita la terza persona che avrebbe dovuto abitare in quella casa.
Lincidente giudiziario del mio predecessore era sorto per causa sua. Ma essa non si fece vedere, forse
non abitava pi l, o forse, chiss, era stata allontanata proprio per via dello scandalo che aveva
provocato e che aveva reso difficile riaffittare la stanza. Della sua bellezza contadinesca, delle sue
lunghe trecce bionde - si diceva che quanderano sciolti i suoi capelli arrivassero quasi fino a terra -,
delle sue arti di seduttrice avevo sentito parlare molto, sia pure in maniera poco chiara. Il suo nome mi
piaceva e mi era rimasto impresso nella memoria, tutti i nomi boemi mi sembravano belli, ma il suo,
Ruzena, mi piaceva particolarmente. Speravo che fosse lei ad aprirmi la porta, e invece al suo posto mi
era comparsa davanti sua zia, il boia; il ceffone che mi aspettavo da lei me lo sarei meritato, perch ero
davvero curioso di vedere Ruzena. Forse quella truce accoglienza era un avvertimento. Poich la
vicenda era finita sui giornali, era ovvio supporre che qualcuno sarebbe venuto non tanto per vedere la
stanza, quanto piuttosto per vedere Ruzena.
Ma in fondo mi andava bene che di Ruzena non ci fosse traccia, cos potevo prendere in affitto
la stanza, che in effetti mi era piaciuta, senza temere complicazioni. La signora Weinreb era contenta
che volessi entrare subito, sembrava sollevata dal fatto che non chiedessi un po di tempo per riflettere
e aggiunse :  Vedr, nellatmosfera in cui viveva lui si trover bene, era un uomo molto istruito .
Ormai sapevo di chi stava parlando, anche se non faceva il suo nome. La signora mi condusse fuori e
grid verso la cucina:  Il giovanotto viene subito, va soltanto a prendere i bagagli . La governante,
della quale ho dimenticato il nome, perch sin dallinizio per me fu semplicemente il boia, venne
fuori e disse, sempre sorridendo:  Non  il caso di aver paura, da noi non la morde nessuno . Stava in
piedi nel vano della porta della cucina, alta e massiccia comera lo riempiva tutto, e appoggiandosi
allindietro contro gli stipiti con tutte e due le braccia, sembrava che avesse intenzione di saltarmi
addosso. Non feci pi attenzione a lei e andai a prendere la mia roba.
Nei primi giorni che trascorsi nella nuova camera, la casa era molto silenziosa. Uscivo al
mattino presto per andare al laboratorio di chimica, e a mezzogiorno restavo nei pressi delluniversit,
di solito mangiavo alla taverna del Regina. Alla sera, quando chiudeva il laboratorio, Veza veniva a
prendermi. Andavamo a passeggio, oppure laccompagnavo a casa, e solo a tarda ora, a volte dopo le
undici, me ne tornavo nella Haidgasse. Trovavo sempre il letto rifatto e ben rimboccato, non sapevo chi
lo avesse preparato per la notte. Del resto non stavo a rifletterci, davo per scontato che ci pensasse la
governante. Di notte non sentivo alcun rumore. La signora Weinreb, che abitava e dormiva nella stanza
vicina, camminava silenziosamente nelle sue morbide ciabatte di feltro, immaginavo che scivolasse da
un ritratto allaltro, per eseguire le sue devozioni.
Una sera, alla fine della settimana, tornai a casa presto, ero stato invitato a teatro e volevo
cambiarmi dabito. Sentii che cera qualcuno nella mia stanza, entrai e rimasi di sasso. Davanti al mio
letto, profondamente chinata in avanti, stava una contadina, le braccia bianche e voluttuose saldamente
infilate sotto il mio piumino, che stava sprimacciando. Parve non accorgersi del mio arrivo, perch si
chin ancor di pi, volgendo verso di me un posteriore addirittura immenso, e continu a percuotere
vigorosamente il piumino, come se volesse sculacciarlo. I capelli biondissimi erano raccolti in due
grosse trecce annodate sopra la testa, che in quella posizione sfiorava il piumino. Il tocco contadinesco
era dato dalla gonna a pieghe, che arrivava fino a terra; non potevo fare a meno di notarla, lavevo
davanti al naso. Diede ancora un paio di colpi al piumino, come se non avesse la pi pallida idea che le
stavo dietro. Non potendo vederla in faccia, non volevo parlare per primo, e mi schiarii la voce con
imbarazzo; quel suono decise di sentirlo, si sollev e si gir di scatto, con un movimento cos ampio
che quasi mi sfior. Eravamo in piedi, vicinissimi luno allaltra; forse tra noi sarebbe passato un foglio
di carta, certo non di pi. Era pi alta di me e molto bella, una specie di Madonna del Nord che ora
teneva le braccia come se, al posto del piumino, stesse per abbracciare me; ma lentamente le lasci
ricadere, arrossendo. Sentivo che aveva la capacit di arrossire a comando. Emanava un odore come di
lievito. La sua bellezza mi invest in pieno, e sono certo che, se fosse stata tutta nuda come le sue
braccia, trovandomi cos vicino a lei avrei perso la testa, come del resto chiunque altro; invece rimasi
immobile e non dissi niente. Allora lei, finalmente, apr la piccola bocca e disse con una vocina
pigolante :  Sono Ruzena, gentile signore . Il nome, sul quale i miei pensieri indugiavano da un bel
po, non manc di fare il suo effetto, e neppure il  gentile signore  fu detto a caso, il titolo che mi
spettava sarebbe stato tuttal pi signorino. Chiamandomi cos, Ruzena faceva di me un uomo
esperto, un uomo al quale si cede senza opporre resistenza. Ma quella voce pigolante rovin
completamente leffetto della sua apparizione e della sua arrendevolezza. Era come se un minuscolo
pulcino provasse a parlare, e tutto ci che prima avevo visto - le braccia bianche e vigorose che
sprimacciavano il piumino, le fulgide trecce, la mole torreggiante del suo didietro, con un che di
enigmatico che per non mi allettava - tutto questo si dissolse in quei poveri suoni queruli, e persino il
suo nome, che mi aveva riempito di tanta attesa, spar, era ormai per me un nome qualunque.
Lincantesimo di Ruzena era svanito del tutto, doveva essere una ben misera creatura colui che si
lasciava sedurre da quella voce.
Tutto ci mi balen per la mente ancor prima di rispondere al suo saluto, e quando lo feci il mio
tono fu cos freddo e indifferente che lei si scus, questa volta pigolando pi in fretta, di essersi fatta
trovare nella mia stanza. Non voleva disturbare, mi stava solo preparando il letto come tutte le sere, non
aveva pensato che sarei tornato cos presto. Il mio tono divent sempre pi sprezzante, dissi soltanto : 
S, va bene  e, mentre lei si allontanava con movimenti piuttosto agili dato il suo peso, mi torn in
mente tutta la storia, cos comera apparsa sul giornale, e le altre cose che mi erano state raccontate a
voce.
Il giovanotto (il mio predecessore), una sera, rincasando dalla banca, se lera trovata davanti al
suo letto. Lei aveva attaccato discorso e l, sui due piedi, lo aveva sedotto. Lui era timidissimo e
inesperto e quindi, cosa rara a Vienna, non aveva mai avuto unamica. La zia di Ruzena aveva capito
che era incapace di difendersi e in tribunale laveva accusato di aver rotto la promessa di matrimonio.
Lui aveva negato tutto, e i giudici, visto che tipo era, avrebbero certo creduto alla sua innocenza, ma
poich Ruzena era incinta, fu condannato a pagarle un indennizzo. Quelluomo inerme e incapace di
difendersi era diventato lo zimbello generale, tutti lo reputavano innocente, ma proprio per questo la
cosa aveva fatto scalpore. Era davvero buffo che un tipo come quello fosse stato accusato e condannato
per aver prima sedotto una donna e poi infranto la promessa di sposarla.
Ruzena prov ancora due o tre volte a prepararmi il letto per la notte. Ma sapeva di non aver
molte speranze; la zia aveva scoperto da un pezzo che avevo unamica, la quale ogni tanto, di sera,
veniva a prendermi e, quando vide che era sempre la stessa, cominci a fare scarso affidamento sui
preparativi di Ruzena. I pochi tentativi che seguirono non furono altro che routine. Presto dimenticai
tutto, e solo qualche settimana dopo, quando in quella casa ebbi unesperienza davvero terrorizzante,
ricominciai a pensare a Ruzena.
Un pomeriggio - ero tornato a casa in anticipo - sentii dei forti rumori provenienti dalla cucina.
Schiocchi di frusta come su un corpo umano, pigoli, strilli, implorazioni, suppliche, un fischio
sibilante, poi ciaf! ciaf! ciaf! e, in mezzo a tutto questo, una voce profonda e severa, che cominciai a
intendere solo quando compresi a chi apparteneva. Sembrava la voce di un uomo, ma era invece quella
della zia:  Eccoti qua! Ecco! To! To! To! . I guaiti e i pigoli si facevano sempre pi forti, non
cessavano, anzi aumentavano, e anche le minacce della voce profonda diventavano pi forti e
incalzanti. La smetteranno, pensai, e allinizio rimasi in perfetto silenzio; ma non la smettevano, anzi,
era sempre peggio. Accorsi in cucina e vidi Ruzena inginocchiata davanti al tavolo, il busto denudato,
mentre la zia accanto a lei teneva in mano una frusta che stava alzando proprio in quel momento e con
la quale colp, ciaf!, il dorso di Ruzena.
Le due donne erano messe in maniera tale che, entrando, le si vedeva benissimo, nessun
particolare poteva sfuggire: i seni di Ruzena, le spalle di Ruzena, lespressione furente sul ceffo del
boia, la frusta sibilante. Solo che il tutto non suonava pi cos spaventoso come dalla mia stanza; non
appena vidi, anzich udire soltanto, smisi di crederci, mi sembrava di essere a teatro, solo molto pi
vicino, e le cose erano sistemate persino troppo bene, in modo che nulla potesse sfuggirmi. E poi
sapevo che a quel punto avrebbero dovuto smettere subito, perch, nonostante il baccano, riuscii a
farmi notare. Invece di lasciar cadere la frusta, la zia la tenne sollevata ancora per un po; ma Ruzena,
per sbaglio, continu a pigolare come se la frusta lavesse colpita di nuovo. La zia la invest: 
Vergognati! Tutta nuda! ; poi si volt verso di me:  Questa bimba cattiva non d retta alla zia. Merita
un castigo .
Ruzena smise di pigolare e, non appena le fu ordinato di vergognarsi, premette le mani contro i
seni, che con quel gesto si gonfiarono, diventando ancora pi vistosi; poi strisci dietro il tavolo, pi
lentamente che pot; la sua mole, a terra, non era meno imponente di quella di sua zia, saldamente
piantata davanti a me. La zia continu la ramanzina infantile che doveva servire a spiegare la scena. 
Bimba deve obbedire. Imparare che ha solo zia, se no nessuno al mondo. Bimba cattiva. Senza zia 
perduta. Ma zia tiene occhi aperti! Zia sta attenta! . Le parole non venivano fuori spedite, erano
pesanti, massicce, e dopo ogni frase la frusta salutare aveva un guizzo. Ma non colpiva pi, non
avrebbe pi raggiunto la schiena della bimba colpevole, rannicchiata dallaltra parte del tavolo. La
nudit di Ruzena in quel nascondiglio era ancora pi evidente, e certo femminilmente assai provocante;
ma il chiacchiericcio infantile rivolto a quella creatura cos rigogliosa la riduceva al rango
dellimbecillit. La sua sottomissione, parte integrante della scena, e forse elemento essenziale da
esibire, non era meno disgustosa, per me, del piglio da carnefice della zia. Uscii dalla cucina, facendo
finta di credere alla scena: la bimba disubbidiente aveva ricevuto un meritato castigo. Quando, senza
lasciar trapelare il mio imbarazzo, sparii dalla cucina per tornarmene in camera, diventai io un
imbecille ai loro occhi, il che mi salv da ulteriori attentati.
Da allora fui lasciato in pace, e non le vidi pi, n tutte e due insieme, n Ruzena da sola. Ogni
tanto sentivo la zia che parlava con la signora Weinreb, nella stanza accanto. Di colpi non se ne
udivano; ma io ero molto stupito che la zia le parlasse con il tono che si usa coi bambini. La voce,
tuttavia, suonava pi rassicurante che minacciosa. Era evidente che la signora Weinreb faceva qualcosa
che le era stato proibito, ma non riuscivo a immaginare di che cosa si trattasse, e per il momento lasciai
perdere. Udire la voce del boia dallaltra parte della parete non era certo gradevole, mi aspettavo ad
ogni istante unincresciosa esplosione. Ma non si udivano n guaiti n pigolii, solo qualcosa che
suonava come una serie di assicurazioni. La signora Weinreb aveva una voce profonda, cupa, mi
sarebbe piaciuto ascoltarla ancora, quasi mi dispiaceva quando smetteva di parlare.
Una notte mi svegliai e vidi qualcuno nella mia stanza. La signora Weinreb, in vestaglia, stava
in piedi davanti al ritratto del marito, lo stacc con cautela dalla parete e guard dietro, come per
cercare qualcosa. La vedevo benissimo, la stanza era rischiarata dalle luci della strada, le tende non
erano tirate. Accost il naso al muro e lo sfior avanti e indietro, annusando, e intanto stava attenta a
tener fermo il ritratto con entrambe le mani. Poi annus con uguale lentezza il retro. La stanza era
talmente silenziosa che la sentivo annusare. Il suo viso, che in quel momento non vedevo, perch mi
voltava la schiena, mi era sempre sembrato il muso di un cane. Con un rapido movimento la signora
Weinreb rimise il ritratto al suo posto e scivol verso la parete attigua, avvicinandosi al ritratto
seguente. Questo, assai pi grande, aveva anche una pesante cornice, e io mi domandai se la signora
avrebbe avuto la forza di tenerlo su da sola. Ma non scesi dal letto: pensavo che si muovesse nel sonno
e non volevo spaventarla. La signora sollev anche quel ritratto, tenendolo forte con tutte e due le
mani; ma lannusare alla parete non era pi cos lieve, la sentivo ansimare e gemere piano piano per lo
sforzo. Poi barcoll, e sembr che fosse sul punto di lasciarlo cadere; invece riusc a posarlo sul
pavimento, con il retro in evidenza, senza per lasciarlo andare del tutto. Si allung di nuovo pi che
pot e, mentre con la punta delle dita toccava il listello superiore della cornice, continu ad annusare la
parete nel punto in cui il ritratto era stato appeso. Quando ebbe finito, si accoccol sul pavimento e si
dedic al retro. Pensavo che continuasse ad annusare poich sentivo lo stesso rumore al quale, in quel
breve tempo, mi ero abituato. Ma vidi invece con stupore che stava leccando il retro del ritratto. Lo
faceva di proposito, allungando molto la lingua proprio come un cane, la signora Weinreb sembrava
contenta di essersi tramutata in cane. Ci mise un bel po a leccarlo tutto, il ritratto era grande. Poi si
alz in piedi, lo sollev con un certo sforzo e, senza tentare n di guardare la foto del marito, n di
toccarla, riappese il ritratto al suo chiodo e scivol svelta, senza far rumore, fino al ritratto successivo.
Nella mia camera di ritratti del dottor Weinreb ce nerano quattro, e lei non ne tralasci neanche uno, il
suo dovere lo fece con tutti. Gli altri due, per fortuna, non erano pi grandi del primo, e cos pot
svolgere la sua mansione rimanendo in piedi; non essendo pi accovacciata per terra, non si mise a
leccare, si limit ad annusare.
Poi usc dalla stanza. Pensando ai molti ritratti del marito defunto sparsi per la casa, calcolai che
quella procedura potesse facilmente tenerla occupata per met della notte. Mi chiesi se non fosse gi
stata da me altre volte a quello scopo, senza che mi accorgessi di nulla a causa del mio sonno pesante.
Perci mi proposi di abituarmi a un sonno pi leggero, in modo che la cosa non si ripetesse mai pi :
volevo essere sveglio, quando la signora Weinreb veniva da me.
Backenroth
Quando entrai nel terzo semestre, dal vecchio Istituto nero di fumo allinizio della
Whringerstrasse mi trasferii nel nuovo Istituto di Chimica allangolo della Boltzmanngasse.
Allanalisi qualitativa dei primi due semestri seguiva ora lanalisi quantitativa, sotto la guida del
professor Hermann Frei. Il professore era un uomo piccolo e gracile, che senza molestare nessuno era
fatto in buona parte di senso dellordine, e dunque sembrava fatto apposta per lanalisi quantitativa. I
suoi gesti erano cauti, quasi aggraziati, gli piaceva mostrare come si deve procedere per eseguire un
lavoro veramente accurato; e poich in quelle analisi si impiegavano minime quantit di materia, lui
stesso sembrava quasi un essere senza peso. La sua gratitudine per le dimostrazioni di benevolenza che
aveva ricevuto era fuori del normale. Non aveva il dono di impressionare gli studenti con asserzioni
scientifiche; il suo campo era la pratica, lesecuzione delle analisi in senso stretto, e in quella era abile,
sicuro, veloce e, malgrado la sua grande delicatezza, aveva nel piglio un che di risoluto.
Delle frasi che diceva restavano impresse soprattutto le sue attestazioni di deferenza, che
ripeteva piuttosto spesso. Era stato assistente del professor Lieben, che lo aveva aiutato nella carriera, e
ogni tanto lo nominava, ma sempre cos, in questo modo enfatico e prolisso:  Come il mio venerato
maestro, il professor dottor Adolf Lieben, era solito dire... . Costui, un chimico, aveva lasciato dietro
di s una buona fama; venne fondata una societ che portava il suo nome e aveva il compito di vegliare
sul progresso della scienza e sulla carriera dei soci. In bocca al professor Frei, Adolf Lieben era
diventato una figura mitica; eppure non diceva un gran che su di lui, si limitava a nominarlo in quel
modo. Ma cera un personaggio del passato che per il professor Frei contava ancora di pi, molto di
pi, bench ne parlasse raramente, e senza mai chiamarlo per nome. Vi alludeva con una frase ben
precisa, sempre la stessa, e allora la sua gracile personcina si animava di un fervore che lasciava
sbalorditi, bench nellintero Istituto di Chimica non ci fosse una sola persona che condividesse la sua
fede.
 Quando verr il mio Imperatore, mi trasciner in ginocchio fino a Schnbrunn! . Non cera
che lui ad attendere e augurarsi il ritorno dellimperatore e, se pensiamo che dieci anni prima il vecchio
imperatore era ancora in vita, come non stupirsi che nessuno, assolutamente nessuno fosse almeno in
grado di comprendere quel suo desiderio? Tutti, assistenti e studenti, prendevano la dichiarazione di
fede del professor Frei come un segno di bizzarria; forse proprio per questo egli la proclamava con
tanta veemenza e decisione; su quel punto, a dispetto del suo candore, non si faceva la minima illusione
: sapeva di essere solo come un cane nellaugurarsi fervidamente il ritorno dellimperatore. Mi
chiedevo a chi pensasse, quando diceva  il mio Imperatore  : al giovane Karl, del quale nessuno
sapeva immaginare che tipo fosse, o proprio allimperatore Francesco Giuseppe, redivivo?
Forse era anche un po merito del suo venerato maestro, il professor dottor Adolf Lieben,
rampollo di una stimata famiglia di banchieri ebrei, se il professor Frei non si lasciava sfuggire il
minimo accenno di animosit nei riguardi degli ebrei. Ci teneva molto a essere giusto, e trattava
ciascuno secondo i suoi meriti. La sua correttezza arrivava al punto che neppure i nomi degli ebrei
galiziani li pronunciava in modo diverso da tutti gli altri nomi, mentre parecchi dei suoi assistenti li
trovavano irresistibilmente buffi. Quando il professore non era presente, poteva succedere che qualcuno
strascicasse uno di quei nomi, sciogliendolo voluttuosamente fra la lingua e il palato. Cera uno
studente, figurarsi che stranezza, di nome Josias Kohlberg, un ragazzone furbo e gioviale il quale non si
lasciava guastare il buonumore da nessuno, neanche da uno che per chiedergli qualcosa strascicasse il
suo nome; abile e rapido nello sbrigare il suo lavoro, non cercava la confidenza dei compagni, non
strisciava davanti a nessuno, n manifestava il minimo desiderio di avere con gli assistenti un rapporto
che non fosse strettamente professionale. Alter Horowitz, che lavorava accanto a lui - la voce soffocata,
i movimenti lenti -, era il suo malinconico opposto; mentre laspetto di Kohlberg faceva venire in
mente un giocatore di calcio, Alter Horowitz non si poteva immaginarselo se non chino sui libri,
bench io non lo avessi mai visto con in mano un volume del quale non dovesse servirsi per motivi di
studio.
I due si completavano bene ed erano inseparabili; facevano tutto insieme, come due gemelli; si
poteva pensare che non avessero bisogno di nessun altro. Ma non era cos, perch a due passi da loro
lavorava un terzo studente, anchegli originario della loro patria, la Galizia: si chiamava Backenroth.
Non ho mai saputo quale fosse il suo nome di battesimo, o forse lo sapevo e lho dimenticato. Era
lunica persona bella della nostra aula: un ragazzo alto, snello, con occhi chiarissimi, intensi e
luminosi, e capelli biondi tendenti al rosso. Raramente rivolgeva la parola a qualcuno poich il tedesco
lo conosceva appena, e raramente guardava in faccia le persone. Ma se per caso una volta lo faceva,
limmagine che veniva in mente era quella di Ges da giovane, com raffigurato in alcuni dipinti. Di
lui non sapevo nulla e stargli vicino mi metteva in soggezione. La sua voce lavevo sentita, con i suoi
connazionali parlava o yiddish o polacco; quando mi accorgevo che stava dicendo qualcosa, senza
rendermene conto mi avvicinavo a lui per udire la sua voce, bench non comprendessi una sola parola.
Era una voce morbida, sconosciuta e straordinariamente dolce, tanto che mi domandavo se non fossero
i suoni cinguettanti del polacco a simulare tanta dolcezza. Ma quando parlava yiddish, la voce non
suonava diversa; io mi dicevo che anche quella era una lingua dolcissima, e ne sapevo quanto prima.
Notai che Horowitz e Kohlberg non parlavano con lui nello stesso modo in cui parlavano tra
loro. Horowitz evitava di abbandonarsi alla sua tristezza e sembrava pi concreto e obiettivo del solito,
mentre Kohlberg, anzich ridere e scherzare, dava limpressione, in presenza di Backenroth, di stare
sullattenti con il pallone in mano. Nessuno dei due, era chiaro, si considerava al suo livello; ma
neppure una volta mi azzardai a domandare la ragione di tanto rispetto, di tanto riguardo. Era pi alto di
loro, ma anche pi innocente e sensibile, sembrava quasi che Horowitz e Kohlberg si sentissero in
dovere di fargli da scudo e di iniziarlo a certe situazioni della vita. Ma da Backenroth emanava una luce
che non veniva mai meno. Ne parlai a un collega col quale avevo fatto amicizia; ma questi, preferendo
sottrarsi a quella sensazione, che pure avvertiva, prov a scherzarci su e disse che tutto dipendeva dal
colore dei capelli, non era n rosso n biondo, ma una via di mezzo, leffetto era quello dei raggi del
sole. Del resto, anche gli assistenti erano in soggezione davanti a Backenroth. A causa delle sue
difficolt linguistiche, i contatti con lui passavano perlopi attraverso Horowitz o Kohlberg, ma gli
assistenti pronunciavano il suo nome in modo tutto diverso, con riservatezza e riguardo, mentre
strascicavano  Horowitz  e  Kohlberg  in tono vagamente canzonatorio.
Era evidente che tutti e due, ma soprattutto Kohlberg, cercavano di proteggere Backenroth dalle
offese da cui essi sapevano difendersi, a cui essi erano avvezzi. Mi domandavo se fosse davvero cos
necessario. Backenroth mi sembrava protetto dalla sua ignoranza della lingua, e anche da una cosa che
non senza un certo imbarazzo definisco fulgore, perch in quel periodo non ammettevo alcuna
autorit, n religiosa n mondana, e tendevo piuttosto a sottoporle tutte a una critica assolutamente
impietosa. Tuttavia, neppure una volta entrai in laboratorio senza accertarmi che Backenroth fosse al
suo posto, col suo camice bianco, alle prese con le ampolle e i beccucci, che cos poco gli si
addicevano. Nella sua attivit di laboratorio dava quasi la sensazione di essere mascherato, ma io non
credevo a quel travestimento e aspettavo che da un momento allaltro lo gettasse via, per palesarsi ai
nostri occhi nella sua vera natura. Per non avevo unidea chiara di quale fosse la sua vera natura; di
una cosa sola ero certo: lambiente chimico, con il suo trafficare tra soluzioni, preparati, distillati e
pesate, non era il mondo che faceva per lui. Backenroth era un cristallo, non duro e refrattario per, ma
un cristallo sensibilissimo che nessuno doveva permettersi di prendere in mano.
Quando guardavo verso il suo posto ed egli era l, mi sentivo tranquillo, ma solo per poco, il
giorno dopo mi assaliva di nuovo il dubbio e temevo che non fosse venuto. La mia vicina, Eva
Reichmann, la russa di Kiev con la quale parlavo di tutto, era lunica persona alla quale potevo
confidare le mie apprensioni riguardo a Backenroth. Con quelle paure ci giocavo un poco, non le
prendevo del tutto sul serio, e lei, che era una donna di una seriet incantevole - tutto ci che
riguardava gli esseri umani era sacro per Eva - me lo fece notare dicendo:  Lei ne parla come se fosse
malato. Ma non  affatto malato.  soltanto bello. Come mai la bellezza maschile le fa tanta
impressione? .  Maschile? Maschile? La sua bellezza  quella di un santo. Non so che cosa stia
facendo qui. Che cosa ci fa un santo in un laboratorio di chimica? Tutta un tratto sparir .
Sul pensiero di come sarebbe sparito indugiammo per parecchio tempo. Si sarebbe dissolto in
vapori rossastri, per ritornare al sole, dal quale era venuto? Oppure avrebbe voltato le spalle alla
chimica per iscriversi a unaltra facolt? E quale? Eva Reichmann lo avrebbe visto bene nei panni di un
nuovo Pitagora. Lunione della geometria con le stelle e con la musica, delle sfere celesti, disse, era
quel che ci voleva per un giovane come lui. Eva conosceva a memoria un gran numero di poesie russe
che mi recitava volentieri e mi traduceva malvolentieri. Era una bravissima studentessa, affrontava la
chimica-fisica con maggiore facilit di qualunque collega di sesso maschile.  E' la materia pi facile 
diceva spesso della matematica.  Ogni volta, che c di meno la matematica, tutto diventa un gioco da
bambini .
Era alta e rigogliosa, nessun frutto aveva una pelle seducente come la sua. Mentre nel corso
della conversazione tirava fuori le sue formule matematiche con ammaliante facilit e naturalezza - e
senza i toni solenni che riservava alle poesie - la tentazione di sfiorarle le guance era davvero
fortissima; al petto, che durante i nostri scontri verbali si sollevava impetuosamente, non osavo
nemmeno pensare. Forse eravamo innamorati, ma poich tutto si svolgeva fra noi come in un romanzo
di Dostoevskij, e non nel mondo reale, non ce lo confessammo mai; soltanto oggi, a cinquantanni di
distanza, riconosco in lei e in me tutti i segni dellinnamoramento. Le nostre frasi si intrecciavano come
capelli le une alle altre, gli abbracci delle nostre parole duravano ore e ore, i lunghi e complicati
esperimenti chimici ce ne davano il tempo; e, come accade agli amanti che privano le persone che li
circondano del loro peso specfico e le inglobano nel proprio discorso amoroso, abusando di esse per
accrescere lintensit del proprio eccitamento, cos i nostri pensieri ruotavano intorno a Backenroth.
Parlavamo continuamente con apprensione del fatto che lavremmo perduto, e cos facevamo svanire il
pericolo che in effetti incombeva su di lui.
Domandai a Eva Reichmann se non le sarebbe piaciuto rivolgergli la parola. Ma lei scosse il
capo con decisione e disse:  In quale lingua? .
La lingua materna di Eva era il russo. Quando la sua famiglia, tra le pi agiate della citt, aveva
lasciato Kiev, lei aveva dodici anni. Stabilitisi i suoi a Cernovcy, va aveva frequentato in quella citt
una scuola tedesca; ma il suo tedesco aveva conservato la molle cadenza che  tipica delle donne russe.
La famiglia aveva perso la maggior parte del suo patrimonio, anche se non tutto, ma va non parlava
con rancore della Rivoluzione russa; diceva spesso, con profonda convinzione; Nessuno dovrebbe
essere cos ricco  ; e anche se il discorso cadeva su qualche speculatore dellAustria di allora,
arricchitosi con linflazione, si capiva benissimo che va stava pensando alla ricchezza passata dei
suoi. In casa va non aveva mai parlato yiddish. Mi sembrava che quella lingua le fosse estranea non
meno che a me, non la considerava particolarmente interessante e neanche ne parlava con la tenerezza
che normalmente si serba per una lingua destinata a scomparire. La vocazione di va era la grande
letteratura russa, ne era totalmente posseduta, pensava e sentiva identificandosi con i personaggi dei
romanzi russi; e bench non fosse facile trovare una persona della sua naturalezza e spontaneit
emotiva, tuttavia ogni sua reazione assumeva le forme che le erano familiari dalla lettura dei libri russi.
va opponeva una resistenza ostinata alla mia proposta di affrontare il polacco di Backenroth (ero
convinto che, con un po di buona volont, un russo potesse benissimo capire il polacco); forse davvero
non capiva quella lingua, o forse aveva succhiato con il latte materno le idee di Dostoevskij e i suoi
pregiudizi contro tutto ci che  polacco. Ogni insistente sollecitazione in questo senso fu respinta con
le mie stesse armi:  Vuole che mi metta a parlare con lui a forza di strafalcioni? I polacchi ci tengono
molto alla loro lingua. Non conosco la loro letteratura. Eppure ce lhanno. E cos' pure i russi .
Lultima frase la disse in un soffio, va era ostile per principio a ogni forma di sciovinismo, perci non
fu possibile tirarle fuori niente pi di quel  E cos pure i russi .
Rifuggiva dal parlare con Backenroth perch mancava una persona che potesse fare da
mediatore; dato che anche lei aveva di Backenroth unalta considerazione, le dava un certo fastidio
sentirlo parlare con Kohlberg e con Horowitz. Disprezzava Kohlberg perch aveva laspetto di un
calciatore e non faceva che fischiettare, mentre Horowitz lo trovava poco interessante perch aveva
laspetto di  un ebreo qualunque . Prendeva sul serio soltanto gli ebrei che, attraverso la letteratura, si
erano completamente assimilati alla lingua di un paese, senza diventare per questo dei nazionalisti
sfegatati; va rifiutava con molta coerenza i pregiudizi di tipo nazionalistico e perci i suoi preconcetti
si rivolgevano soltanto contro gli ebrei che non riuscivano a percorrere fino in fondo la strada
dellemancipazione. E non era per niente sicura che Backenroth ce lavesse fatta.  Forse  soltanto un
giovane virgulto del chassidismo  mi disse una volta lasciandomi di stucco  solo che ancora non lo sa
. Scoprii che non aveva simpatia per i chassidim.  Sono proprio dei fanatici  disse.  Sono succubi
della loro fede miracolosa, bevono e saltellano qua e l. Non hanno ancora la matematica nel sangue.
Non pensava che la matematica era la sua fede miracolosa. va, per, alimentava il nostro dialogo a
proposito di Backenroth. Era questo il discorso amoroso che potevamo concederci. Perch io
appartenevo a unaltra donna, che lei aveva visto qualche volta in laboratorio, quando veniva a
prendermi. va Reichmann era una donna troppo orgogliosa per cedere allattrazione per un uomo che
le faceva capire di sentirsi legato a unaltra donna. Finch parlavamo di Backenroth, quellattrazione
restava sottaciuta, e la paura che Backenroth potesse ad un tratto scomparire divent la paura che
lattrazione fra noi potesse esaurirsi.
Un mattino Backenroth non venne, al suo posto non cera nessuno. Pensai che fosse in ritardo e
non dissi nulla. Poi mi accorsi che va diventava sempre pi inquieta e sfuggiva i miei sguardi.  Sono
assenti tutti e tre,  disse alla fine  devessere successo qualcosa . Anche i posti di Kohlberg e di
Horowitz erano vuoti, io non me nero accorto; va, a differenza di me, Backenroth non lo vedeva nel
suo isolamento, ma sempre insieme agli altri due, gli unici ai quali rivolgesse la parola, e questo in
qualche modo la tranquillizzava; va preferiva non riconoscere del tutto la sua solitudine, che a me
faceva paura.
 Saranno insieme a una cerimonia religiosa  dissi io. Cercavo di interpretare favorevolmente
la circostanza che mancassero tutti e tre, e non lui solo. Lei invece sembrava turbata proprio da
quello.    un brutto segno  mi disse.  Gli  successo qualcosa, e quei due sono con lui .  Lei sta
pensando che sia ammalato  replicai io con una certa irritazione.  Ma in tal caso gli altri non
sarebbero rimasti a casa tutti e due .  Gi,  vero,  disse lei cercando di calmarmi  se lui  malato,
uno dei due andr a vedere come sta, e laltro verr qui .  No,  risposi  quei due non si separano
mai. Ne ha mai visto uno far qualcosa senza laltro? .   senza dubbio per questo che abitano
insieme.  mai stato da loro? .  No, ma so che hanno una stanza insieme. Lui abita vicinissimo a
loro, tre case pi in l .  Per, quante cose  riuscito a scoprire!  forse un investigatore privato? . 
Una volta li ho seguiti mentre tornavano a casa dopo il laboratorio. Kohlberg e Horowitz lo hanno
accompagnato fino a casa sua. Poi lo hanno salutato, in modo molto formale, come se fosse uno
sconosciuto, e sono tornati indietro pochi passi, verso la propria casa. Quanto a me, non mi hanno
notato .  Perch lo ha fatto? .  Volevo sapere se vive solo. Forse, pensavo,  veramente solo, e cos,
allimprovviso, mi trovo vicino a lui come per caso, e lo saluto. Pensavo di far finta di cadere dalle
nuvole, vedendo che era lui, in modo da attaccar discorso .  Ma in quale lingua? .  Oh, non  mica
difficile. Posso farmi capire anche da gente che non sa una parola di tedesco. Lho imparato da mio
nonno . Lei rise:  Parlando a gesti. Non sta bene. Non  da lei .  Di solito non lo faccio. Ma cos
avremmo rotto il ghiaccio. Lei sa da quanto tempo desidero parlargli! .  Forse avrei davvero dovuto
provare con il russo. Non avevo capito che lei ci tenesse tanto .
Cos continuammo a parlare, sempre e soltanto di Backenroth, mentre laggi i posti restavano
vuoti. La mattinata pass e cercammo di non pensarci. Cambiai discorso e mi misi a parlare di un libro
che avevo iniziato qualche giorno prima: erano i Racconti di Poe, va non li conosceva, cominciai a
raccontargliene uno, Il cuore rivelatore, che mi aveva messo addosso un grande spavento.
Provai a liberarmi da quello spavento continuando il mio racconto, ma ogni volta che guardavo
il posto vuoto sentivo langoscia crescere sempre pi. Ad un tratto la signorina Reichmann mi
interruppe dicendo :  Io mi sento male per langoscia .
In quellistante entr in aula il professor Frei accompagnato dagli assistenti (di solito erano due,
quella volta al suo seguito cerano quattro persone). Con un gesto vago fece cenno di avvicinarci;
aspett un poco, fino a quando ebbe intorno la maggior parte dei presenti, poi disse:   successa una
cosa molto triste. Bisogna che ve lo dica. Questa notte il signor Backenroth si  avvelenato con il
cianuro . Rest immobile per qualche istante. Poi scosse il capo e disse:  Sembra che fosse molto
solo. Nessuno di loro aveva notato qualcosa? . Non ottenne risposta, la notizia era troppo
sconvolgente, nellaula non cera nessuno che non si sentisse colpevole, eppure nessuno gli aveva fatto
niente. Era proprio questo: nessuno aveva provato a fare niente.
Appena il professore e il suo seguito furono usciti dallaula, la signorina Reichmann, non
riuscendo pi a trattenersi, scoppi in singhiozzi strazianti, sembrava che avesse perduto un caro
fratello. Non aveva fratelli, e Backenroth ora era suo fratello. Sapevo che anche tra noi era successo
qualcosa, ma non aveva importanza di fronte alla morte di quel giovane di ventun anni. Sapevo, inoltre,
e lo sapeva anche lei, che avevamo approfittato della figura inquietante del giovane Backenroth per
usarla nei nostri colloqui. Mese dopo mese, egli era stato tra noi, ci eravamo crogiolati alla sua
bellezza, era il nostro segreto, lo avevamo usato per difenderci da noi stessi, ma anche da lui. Nessuno
di noi due gli aveva parlato, n va n io; e che pretesti avevamo escogitato per giustificare, luno di
fronte allaltra, il nostro silenzio! Ci sentimmo in colpa e su questo si infranse la nostra amicizia. Non
mi sono mai perdonato, ma neppure a lei ho mai perdonato. Quando oggi, nel ricordo, riascolto le frasi
di va, che tanto mi incantavano per il loro accento straniero, lira mi assale e mi rendo conto di non
aver fatto lunica cosa che avrebbe potuto salvarlo: convincere va ad amarlo, invece di giocare con
lei.
I rivali
Cera un altro studente, nel nostro laboratorio, che non parlava quasi mai; ma non perch
ignorava la lingua tedesca. Veniva dalla campagna, da un paesino dellAlta Austria, credo, e sembrava
timido e affamato. I miseri vestiti che indossava, sempre gli stessi, gli ballavano addosso; forse gli
erano stati regalati da qualcuno che non li usava pi. O forse era molto dimagrito da quando era in citt,
perch certamente mangiava pochissimo. I suoi capelli non erano luminosi, ma di un rosso sbiadito,
stanco, che ben si accordava con il suo viso pallido e malaticcio. Si chiamava Hund, cio cane, ma che
razza di cane era mai quello, che non apriva la bocca e neanche restituiva il  Buon giorno ; le rare
volte in cui prendeva atto del saluto altrui, si limitava a un ruvido cenno del capo, per lo pi guardando
dallaltra parte. Non veniva mai a chiedere aiuto, non prendeva niente in prestito, non domandava mai
nulla. Adesso cade lungo disteso, pensavo io tutte le volte che guardavo nella sua direzione. Non era
molto abile, e ci metteva molto a fare le sue analisi; ma con gesti talmente misurati e rari che da essi
non si poteva capire quanto tribolasse. Non riusciva mai a prendere la rincorsa, si dava solo una
spintarella e, non appena si era messo in moto, limpulso era gi esaurito.
Una volta trov sul suo ripiano un panino col burro, ancora impacchettato, che qualcuno aveva
posato l per lui senza farsene accorgere. I miei sospetti caddero sulla signorina Reichmann, che aveva
il cuore tenero. Egli apr il pacchetto, vide ci che conteneva, lo incart di nuovo e cominci ad andare
da uno studente allaltro. Porgeva il pacchetto, dicendo con tono astioso:   roba sua?  e poi passava
al prossimo. Non dimentic nessuno, era la prima volta che in laboratorio parlava con i suoi colleghi,
ma diceva soltanto quelle tre parole, sempre le stesse. Nessuno volle riconoscere il pacchetto. Arrivato
allultimo collega e fattosi dire lultimo  no , agit in aria il pacchetto e si mise a gridare con voce
minacciosa :  Qualcuno di voi ha fame? Questa roba va a finire nel cestino della carta stracciai . Non
ottenne risposta, non fossaltro perch nessuno voleva passare per lideatore di quel tentativo fallito, e
allora Hund, furente, scagli il pacchetto nel cestino (tutta un tratto parve che di forza ne avesse anche
troppa); quando si ud qualche voce che azzard un timido  Peccato! , egli sibil:  Vada pure a
prenderselo! . Di tanta disinvoltura e di tanta risolutezza nessuno laveva ritenuto capace. Insomma,
Hund aveva cominciato a farsi rispettare, e lelemosina non era stata vana.
Pochi giorni dopo, Hund arriv in aula con un pacchetto che pos accanto a s, proprio dovera
stato messo il panino imburrato. Lo lasci chiuso per un po, dedicandosi a uno dei suoi lunghi e vani
armeggi. Non ero lunico a domandarmi che cosa contenesse mai quel pacchetto. Lipotesi che si fosse
procurato da s un panino col burro e volesse mettercelo sotto il naso fu presto lasciata cadere, giacch
il pacchetto sembrava contenere qualcosa di spigoloso. Alla fine Hund lo prese in mano, venne verso di
me e me lo sventol davanti agli occhi dicendo:  Foto! Guardi! . Suonava come un ordine, e io    non
ebbi nulla da eccepire. Nessuno si aspettava che Hund volesse mostrare qualcosa a qualcuno; ma se
prima tutti avevano notato che Hund non faceva mai nulla che implicasse un contatto con gli altri, ora
capirono subito che si trattava di un invito, e quindi, avvicinandosi al mio posto, si disposero a
semicerchio intorno a lui. Hund aspett tranquillamente che tutti si fossero radunati, come se una simile
esperienza gli capitasse spesso, poi apr il    pacchetto e cominci a mostrarci una foto dopo laltra,
eccellenti istantanee dei soggetti pi svariati : uccelli, paesaggi, alberi, persone, oggetti.
Non era pi un povero diavolo affamato, era un accanito fotografo che dedicava tutto il suo
denaro a quella passione; ecco perch si vestiva cos male, ecco perch pativa la fame. Si udirono
esclamazioni di lode, che egli ricompensava con nuove foto; ne aveva a dozzine, quella prima volta
saranno state cinquanta o sessanta, ed era sorprendente il loro contrasto, ogni tanto ce nerano alcune
dello stesso tipo, poi allimprovviso ne venivano altre, del tutto inaspettate. A modo suo, Hund ci aveva
ormai in suo potere, e quando una collega disse:  Ma signor Hund, lei  un artista!  (e lo pensava
davvero), Hund sorrise, senza contraddirla; si poteva vedere la parola  artista  scivolargli gi per la
gola, pi preziosa e prelibata di qualsiasi cibo, di qualsiasi bevanda. Tutti rimasero dispiaciuti quando
termin la sua esibizione. La collega disse:  Come fanno a venirle in mente tutti questi soggetti, signor
Hund? . La domanda era seria, come serio era stato il suo stupore, ed egli rispose con dignit e
concisione:  Basta applicarsi! . Un amante dei proverbi se ne venne fuori con la frase:  Chi la dura
la vince! , ma nessuno rise.
Hund era dunque un maestro, e alla sua arte sacrificava ogni cosa. Mangiare non era importante
per lui, finch poteva fare fotografie; e nemmeno di studiare sembrava avere una gran voglia. Pass un
mese o due, poi arriv con un nuovo pacchetto. I colleghi si radunarono immediatamente, pronti a
sgranare gli occhi, e lo spettacolo non fu meno vario del precedente. Presto fu cosa assodata che Hund
veniva in laboratorio solo per fare di tanto in tanto a noi, che eravamo il suo pubblico, la sorpresa di un
nuovo pacco di fotografie.
Non molto tempo dopo la seconda esibizione di Hund, un nuovo arrivato attir su di s
lattenzione del laboratorio: si chiamava Franz Sieghart ed era un nano. Per era ben proporzionato e di
corporatura fine e delicata; invece di montare le apparecchiature sul banco di lavoro, che per lui era
troppo alto, le montava sul pavimento. E, con le sue piccole agili dita, ci riusciva prima di tutti noi.
Mentre armeggiava l sotto, analizzando e distillando, ci parlava ininterrottamente, instancabilmente,
con voce stridula e un po gracchiante, cercando di persuaderci che egli aveva provato tutte le
esperienze che pu conoscere un uomo alto, e anche qualcuna di pi. Ci annunci inoltre la visita di
un fratello che era pi alto di tutti noi, disse, un metro e ottantanove; era capitano dellesercito, lui e
suo fratello si assomigliavano come due gocce dacqua, era davvero impossibile non confonderli;
quando fosse stato l, nella sua uniforme, non avremmo pi saputo dire chi era il chimico e chi
lufficiale. Sieghart la sapeva lunga e di solito veniva creduto; i suoi discorsi avevano una forza di
persuasione che molti di noi gli invidiavano. Dubitavamo tuttavia dellesistenza di quel fratello.
 Ancora ancora se fosse alto uno e sessantacinque  diceva la signorina Reichmann.  Ma uno
e ottantanove! Non ci credo. E perch mai dovrebbe venire qui da noi in uniforme? . A Sieghart erano
bastate un paio dore di laboratorio, che aveva passato a sfaccendare sul pavimento, per imporsi in
mezzo a noi, e non gli ci volle molto per far colpo anche sugli assistenti, visti i risultati della sua prima
analisi. Era riuscito a portarla a termine in un tempo assai minore di quello normalmente richiesto da
quei lavori piuttosto complicati, la sua rapidit derivava dalla destrezza delle sue mani - tuttavia,
annunciando troppo presto larrivo del fratello, aveva commesso un errore. La visita promessa si faceva
sospirare. Naturalmente nessuno era cos privo di tatto da rammentargliela; ma lui sembrava indovinare
i pensieri dei suoi vicini, perch, di tanto in tanto, prendeva liniziativa dicendo qualcosa che si riferiva
al fratello.  Questa settimana non pu venire. L il servizio  una cosa seria. Qui avete la vita facile, e
neanche ve ne rendete conto! Si  gi pentito da un pezzo di essersi arruolato nellesercito! Ma non lo
vuole ammettere. Che cosaltro avrebbe potuto fare, lungo com! . Sulle difficolt procurate al
fratello dalla sua alta statura Sieghart si diffondeva con abbondanti particolari. Franz Sieghart in fondo
compativa suo fratello, anche se riconosceva esplicitamente i suoi meriti, osservando, con rispetto, che
era riuscito a diventare capitano, giovane comera.
Ma alla fine largomento cominci a diventare noioso e nessuno gli diede pi retta. Appena
Sieghart tirava fuori il fratello, la gente si tappava le orecchie. Sieghart, abituato a farsi ascoltare, senti
tutto a un tratto un muro intorno a s e, pur continuando il suo discorso sullaltezza, gli cambi
rapidamente soggetto. Oltre al fratello, aveva anche delle ragazze. Tutte le ragazze che Sieghart
conosceva erano, se non di statura gigantesca come suo fratello, almeno normali. Ma qui la variet e il
numero contavano pi dellaltezza. Non che egli fosse tanto maleducato da rivelare particolari intimi
riguardanti il loro aspetto, questo no, anzi era un perfetto cavaliere che si ergeva a difesa di ciascuna
delle sue ragazze. Non le citava mai per nome; ma, per poterle distinguere e farci sapere di quale stesse
parlando, le aveva numerate, e ogni volta che doveva riferirci qualche episodio che le riguardava, usava
il numero corrispondente.  La mia amica numero 3 mi ha mollato, oggi deve restare in ufficio pi a
lungo del solito. Ma io mi consolo e vado al cinema con la mia amica numero 4 .
Aveva delle foto di tutte. Una per una, le fotografava. Era la cosa che le sue ragazze amavano di
pi: farsi fotografare da lui. A ogni rendez-vous, era quella la prima domanda.  Di un po, me le fai
oggi un paio di foto? .  Su, su, un po di pazienza  rispondeva lui.  Ogni cosa a suo tempo.
Arriver anche il tuo turno . Ci tenevano soprattutto a posare nude. Tutte foto decenti, per carit. Ma
quelle poteva mostrarle soltanto se il viso non si vedeva. Non era il tipo, lui, da commettere
indiscrezioni. Ma s, qualcuna ce lavrebbe anche mostrata. Un giorno o laltro ne avrebbe portato un
bel mucchio in laboratorio.
Tanti nudi delle sue ragazze. Ma non cera fretta. Dovevamo aver pazienza. Una volta
incominciato, non gli avremmo pi dato pace.  Sieghart, non ha qualche altro nudo? . Non poteva
mica star sempre a pensare a quello, aveva anche dellaltro per la testa, oltre alle sue ragazze. E noi
dovevamo imparare a frenare la nostra impazienza. Quando fosse arrivato il momento, avrebbe pregato
le colleghe di farsi un po in l, non era roba per i loro casti occhi. Era roba per soli uomini. Ma, per
favore, ci teneva a sottolinearlo: lui faceva solo foto decenti.
Sieghart sapeva stimolare la curiosit dellaula. Port in laboratorio una scatola da scarpe
accuratamente legata con dello spago e cominci a chiuderla a chiave nel suo armadietto. Ma, non
essendo soddisfatto di quella sistemazione, la tir fuori di nuovo, la rimise dentro, ci pens un attimo,
disse:  Cos va meglio , la tir fuori unaltra volta, e infine dichiar:  Bisogna proprio che tenga gli
occhi aperti. In realt non dovrei dirvi nulla.  tutta piena di nudi. Non ci sar mica qualche ladro, fra
voi? . Continuava a trovare scuse per rigirarci la scatola davanti agli occhi.  Che nessuno la apra a
mia insaputa! So come ho fatto i nodi. Lo so perfettamente. Qualsiasi cosa dovesse succedere, mi
riporto a casa la scatola e non se ne parla pi! Avete capito tutti? . Suonava come una minaccia, e in
effetti lo era, perch tutti ormai credevano al contenuto di quella scatola. La signorina Reichmann, che
era molto pudica, aveva un bel dire:  Guardi, signor Sieghart, che la sua scatola da scarpe non
interessa a nessuno! .  Oho!  replicava Sieghart, strizzando locchio a tutti i maschi presenti, al che
qualcuno rispondeva a sua volta con una strizzatina docchio, e tutti sapevano perch il contenuto di
quella scatola li allettava cos tanto.
Sieghart ci tenne sulla corda per molte settimane. Aveva sentito parlare di Hund, il nostro
fotografo provetto, e perci si fece descrivere da noi i suoi soggetti in tutti i particolari. Al che arricci
il naso e dichiar:  Roba vecchia! Tutta roba vecchia! Anche prima si facevano delle foto cos. Per
favore, anche a me piace la natura. Ma son capaci tutti di fotografarla. Basta andare allaria aperta e
subito, zaf zaf, ecco pronte una dozzina di istantanee. Per me,  roba vecchia. Che ci vuole! Le mie
ragazze, devo andarmele a cercare tutte le volte. Uno, prima, le deve scoprire. Poi devo corteggiarle.
Daccordo che destate ai bagni non  difficile. Ma dinverno, prima, te le devi scaldare. Altrimenti ti
dicono di no chiaro e tondo e la cosa non procede. Ma io so come si fa, non mi faccio lasciare a bocca
asciutta. Da me si fanno fotografare tutte. Forse siete convinti che mi prendano per un bambino solo
perch sono piccolo. Macch! Errore madornale. So bene come far capire quantacqua  passata sotto i
ponti. Per loro io sono un uomo come chiunque altro. Solo allora possono ottenere il loro trionfo
davanti alla macchina fotografica - e dovreste vedere come ne sono fiere! E ricevono soltanto una foto!
Una copia, non di pi, una per ogni fotografia, e solo se  venuta bene. Per quella, non voglio niente.
Cari miei, devo anche pensare ai costi. Se una vuole averne pi copie, bisogna che le paghi. E capita
spesso, le vogliono per i loro amici, faccio un bel po di soldi, e vi assicuro che i soldi non sono da
buttar via .
Ora tutte quelle amicizie di Sieghart cominciavano a spiegarsi. Lamicizia consisteva in
questo: Sieghart era il loro fotografo personale. Ma lui badava bene a non essere troppo chiaro su
questo punto, e si trincerava dietro una formula originale:  Per piacere, nessuno creda di ottenere da
me particolari pi precisi. Esiste pure una cosa che si chiama discrezione. E per me la discrezione  una
faccenda donore. Questo le mie amiche lo sanno benissimo. Mi conoscono a fondo, come io conosco
loro! .
Un bel mattino, ecco nel vano della porta un gigante in uniforme che chiede di Franz Sieghart.
Aspettando le fotografie delle ragazze, ci eravamo completamente dimenticati del fratello; fissammo
sbigottiti il lungo capitano, che terminava con una testa piccolissima e davanti aveva - come una
maschera - la stessa faccia di Franz Sieghart. Quando chiese di lui, qualcuno gli indic il posto del
nano, che in quel momento, inginocchiato per terra, stava inserendo con attenzione un piccolo e ritorto
becco di Bunsen sotto unampolla piena di alcool. Quando riconobbe le gambe in uniforme di suo
fratello, Sieghart salt su e si mise a gracchiare:  Salve. Benvenuto fra noi. La chimica, aula di analisi
quantitativa, ti porge il suo saluto. Posso presentarti i colleghi? Prima le signore, su, non far tante
moine, ti conosco! . Il capitano era arrossito.   timido  spieg il nano.  La caccia ai nudi non
farebbe per lui! .
Grazie a questa allusione la timidezza del fratello divent totale. Stava appunto cercando di fare
linchino davanti a una delle signore, quando il nano se ne usc con la storia dei nudi: il capitano
scatt indietro a met della riverenza, rosso come un tacchino, mai suo fratello sarebbe potuto diventare
altrettanto rosso, ora i due volti si distinguevano chiaramente.  Non aver paura,  disse il piccolo  ti
lascer stare.  cos compito, non potete far-vene unidea. Tutto deve andar liscio esattamente come
alle sue parate. Quella di prima era greca, mentre questa  una dama russa. E qui, tanto per cambiare,
eccoti una viennese, la signorina Frhlich, che fa onore al suo nome, e infatti ride sempre, anche se
nessuno le fa il solletico. Alla dama russa, invece, queste spiritosaggini non piacciono affatto. Nessuno
si azzarda a farle il solletico sopra i polpacci, nemmeno io, che pure avrei laltezza giusta . La
signorina Reichmann fece una smorfia e si gir dallaltra parte. Il capitano espresse con una leggera
alzata di spalle il suo rammarico per la sfacciataggine del fratello, ma questi aveva gi notato che la
riservatezza della signorina Reichmann era piaciuta al capitano:   una gran dama, questa. Coltissima
e di ottima famiglia. Non  roba per te. Che ti credi. Chi non ci farebbe un pensierino? Autocontrollo,
ci vuole! Per piacere, datti un contegno. Come ufficiale, dovresti esserci abituato .
Poi venne il nostro turno. Ma Franz Sieghart continuava a tenere saldamente al guinzaglio il
fratello, non lo lasciava andare lontano. Ci present a uno a uno e per ciascuno trov una formula
sfottente estremamente azzeccata. A tutti fu chiaro che ci aveva osservato con grande attenzione;
comunque, anche se il suo modo di presentarci era pi mordace che amichevole, le sue battute si
succedevano con tale rapidit, colpo su colpo, che non la finivamo pi di ridere, non riuscivamo a
tenere il passo, stavamo ancora ridendo di una sua battuta e lui gi faceva i suoi apprezzamenti due
persone pi in l. Ci sembr una fortuna che Hund quel giorno non fosse in laboratorio. Egli aveva
sempre guardato Sieghart con aperta ostilit, ancor prima che saltasse fuori il discorso dei nudi. Era
come se fin dal primo sguardo Hund avesse intuito quale iattura gli stava preparando linstancabile
attivit del nano. In realt Sieghart non gli aveva mai rivolto direttamente la parola, bench si fosse
informato sul suo genere di fotografie e avesse dichiarato apertamente a tutti quanto le disprezzava. Ma
ora avrebbe dovuto chiamarlo per nome e dire qualcosa su di lui, perch il fratello fu presentato a tutti,
persino a Wundel, il nostro scemo del villaggio, che conduceva unesistenza alquanto oscura. Sieghart,
insomma, non avrebbe potuto fare a meno di dire qualcosa anche sul conto di Hund, e, data levidente
suscettibilit di costui, le cose sarebbero certo finite male.
In realt le presentazioni non durarono a lungo, Sieghart sembrava tenerci in pugno tutti quanti
come suo fratello, ci tirava fuori uno dietro laltro e, dopo aver appioppato a ciascuno la sua razione, lo
metteva da parte. Il fratello, per, cadde dalla padella nella brace, la dose di sarcasmo che spett a lui
era pari a quella di tutti noi messi assieme. Cominciai a capire perch portava luniforme. Era fuggito
nellesercito per sottrarsi alla sete di dominio e alle continue beffe del nano; l, almeno, tutto era
previsto, si muoveva in base agli ordini che riceveva e non aveva da temere le imprevedibili trovate del
piccoletto. Mi chiesi perch mai fosse venuto a farci visita, doveva pur sapere a che cosa sarebbe
andato incontro. La risposta arriv subito dopo che egli si fu congedato.
 Gli ho detto, vieni un po qua a vedere la chimica, se non ti manca il fegato. Qui non si fila
come nellesercito, qui si pu anche chiacchierare, mentre si lavora. Ma lui, lui dice sempre che quando
si lavora bisogna fare silenzio. Tutti devono tenere la bocca chiusa, come le reclute. Non sapete quante
volte gli ho detto e ridetto di venire qui! Sei un fifone, certo, sei proprio un gran fifone! gli ho detto.
Non sai com fatta la vita. Nellesercito siete come sotto tutela. Non capita mai niente a nessuno. La
guerra  finita. Di guerre non ce ne saranno mai pi. Dunque a che cosa serve un esercito? Serve per i
fifoni che hanno paura della vita.  alto un metro e ottantanove e ha paura della chimica! Arrossisce a
ogni donna che vede. Ci sono cinque donne in aula e cinque volte  diventato rosso. Allora io, con i
miei otto numeri, non dovrei smettere mai di arrossire, di amiche ne ho proprio otto, n pi n meno. E
poi gli ho raccontato delle nostre signorine. In particolare gli ho parlato della distinta dama russa. Ecco
una donna che fa per te, gli ho detto; non guarda n a destra n a sinistra, ma perch  colta, non per la
fifa! Oh, la paura lo ha bloccato per un pezzo, ma alla fine  venuto; e adesso lavete visto, quel baccal
alto uno e ottantanove, ci sarebbe quasi da vergognarsi di avere un fratello cos alto.  uno che vive nel
terrore. Ha paura anche di me! Quando eravamo bambini lo facevo piangere, tanta era la paura che
aveva di me. Nessuno se n accorto? Ha paura di me! Trema come un coniglio! Il signor capitano ha
paura! Non  da ridere? Io non ho mica paura. Ne avrei di cose da insegnargli! .
Le millanterie di Sieghart, a tutto volume, erano ogni tanto assai fastidiose, ma non
pregiudicavano affatto lo svolgimento del suo lavoro. Mandava avanti abile e svelto le sue analisi, ma
nulla gli sfuggiva, nemmeno Wundel, limbroglione, che sembrava lo scemo del villaggio e che, con un
cauto sorrisetto, si aggirava per laula senza dare nellocchio, la scatolina di vetro con la sostanza
chimica nella mano adunca nascosta nella tasca destra del camice. Andava, senza fare rumore, dalluno
allaltro, a zig-zag, non seguiva lordine che ti saresti aspettato, tutto a un tratto te lo trovavi
inaspettatamente davanti, ti guardava in faccia vicino vicino, con aria supplichevole, e diceva: Signor
collega, la conosce questa? Sa di bosco . Ti metteva sotto il naso la scatolina aperta, tu aspiravi
profondamente, davi unocchiata alla sostanza e dicevi: S, certo, lho ricavata anchio , oppure: 
No, non so che roba sia . Nel primo caso Wundel voleva sapere come lavevi ottenuta; a furia di
insistere si faceva dare il quaderno con le misure e i calcoli, e tu glielo lasciavi per un po. Wundel
copiava di nascosto gli appunti e si metteva al lavoro con fiducia, tanto i risultati li conosceva in
anticipo.
Tutti sapevano che imbrogliava, ma nessuno lo denunci mai. Wundel faceva in modo che
nessuno la sapesse troppo lunga sul suo conto. Anchegli montava i suoi apparecchi, armeggiava nei
suoi alambicchi, pesava i suoi crogioli a labbra strette, e perci supponevamo che facesse il suo lavoro
come tutti gli altri e si limitasse a mettere a confronto i suoi risultati con le cifre che aveva racimolato
elemosinando i nostri appunti. Se avessimo saputo che tutti i suoi preparativi erano simulati, dal primo
allultimo, e che aveva sempre e soltanto fatto finta di lavorare, avremmo esitato a dargli un aiuto cos
costante. Non andava mai dallo stesso compagno, i suoi percorsi a zig-zag gli servivano a evitare quei
colleghi che gi lo avevano aiutato in passato; un paio di volte al mese lo vedevi aggirarsi furtivo qua e
l, ma non sempre era chiaro lo scopo di quelle sue indagini cos discrete. Aveva il talento di farsi
sottovalutare. Tanto metodo e tanta scaltrezza erano lultima cosa che ci sarebbe venuta in mente di
attribuire a quella focaccia sorridente. Proprio cos, la maschera che portava era questa: una focaccia
sorridente. I suoi occhi guardavano sempre a terra, come quelli di un cercatore di funghi, il sorrisetto,
invece, era proprio fuori posto, e cos pure la voce acuta e strascicata.
Per i suoi traffici doveva essere silenzioso, perci evitava Sieghart, che parlava sempre a voce
altissima; ma non pot impedire che questi, ben presto, cominciasse a riconoscere e a salutare in lui il
cercatore di funghi.  Noi due ci conosciamo, signor collega!  lo invest Sieghart un giorno con voce
squillante - al che Wundel trasal, spaventato -  Sa dove ci siamo conosciuti?  da un pezzo che ci
conosciamo! Provi a indovinare dov stato! Non ci arriva? A me non sfugge niente. Io non dimentico
niente . Wundel agit le braccia, impotente, come se volesse allontanarsi a nuoto dallaula; ma non gli
serv a nulla, Sieghart lo trattenne per uno degli ultimi bottoni del camice e ripet due o tre volte la sua
domanda.  Come, come, non lo sa? Ma andando per funghi, naturalmente, e dove, se no? La vedo
sempre nel bosco, quando va per funghi. Ma lei guarda sempre per terra, non c niente che lei conosca
bene come i funghi. Come farebbe altrimenti ad avere sempre il canestro pieno? Anchio per me la
cavo bene; sa, sono cos vicino al suolo. Non so proprio chi riempia il canestro di pi, se lei o io. Ma io
tengo docchio anche la gente, sono un curiosaccio matricolato, per via delle fotografie. E adesso, che
ne direbbe se le facessi vedere una fotografia che le ho fatto una volta mentre lho beccata a coglier
funghi? . Lespressione  lho beccata  Wundel non la sentiva volentieri, le chiacchiere gioviali del
nano erano per lui un vero tormento. In seguito fece del suo meglio per evitarlo, modificando
opportunamente i suoi percorsi a zig-zag; ma non sempre ci riusciva. Sieghart andava a nozze con lui.
Quando, grazie a una delle sue trovate, attaccava discorso con qualcuno, non lo mollava pi; e Wundel,
il conoscitore di funghi, era la sua vittima preferita.
Ma erano solo scaramucce. Wundel, anzi, gli era sim-patico; forse capiva la sua scaltrezza,
perch quando qualcuno parlava di lui con disprezzo, chiamandolo lo  scemo del villaggio , Sieghart
si opponeva decisamente:  Quello? Non  affatto lo scemo del villaggio.  uno che sa bene quel che
vuole. E non dice una parola di troppo . Ma in aula Sieghart aveva preso di mira una persona che
voleva far fuori, perch si trattava di un fotografo riconosciuto.
La scatola da scarpe piena di promesse giaceva dunque da un pezzo nel suo armadietto. Di tanto
in tanto la tirava fuori rigirandola a lungo fra le mani; talvolta cominciava persino a slegarla dai suoi
nodi complicati; ma appena i colleghi se ne accorgevano e facevano due o tre passi in direzione della
scatola, Sieghart, quasi colpito da unimprovvisa ispirazione, si fermava dicendo:  No, oggi non mi va.
Non ve lo meritate ancora. Prima ve lo dovete meritare sul serio! . Ma in che cosa consistesse questo
meritarselo, non lo spiegava mai. Aspettava qualcosa, ma nessuno sapeva che cosa, e intanto si
divertiva a far venire lacquolina in bocca agli sciocchi allentando i nodi della scatola, che poi veniva
subito riannodata e rimessa al suo posto; neppure frasi come  Ma va l, tanto in quella scatola non c
niente!  riuscivano a metterlo in imbarazzo.
Poi, un giorno, Hund arriv di nuovo con un pacchetto, piuttosto voluminoso questa volta, che
lasci cadere rumorosamente sul tavolo accanto a s. Non era affatto il suo stile; ma aveva imparato
proprio da Sieghart, che su molti faceva colpo, in aula il suo modo di darsi importanza aveva fatto
scuola. Hund aspett un poco, meno delle altre volte per, poi, con voce pi alta del solito, disse:  Ho
qui delle fotografie! Chi le vuol vedere? .  Se le voglio vedere!  gracchi il piccoletto, e subito corse
avanti per primo, mettendosi a fianco di Hund.  Son qui che aspetto!  disse con aria di sfida, mentre
gli altri, molto pi lentamente, si raggruppavano intorno a Hund. Questa volta vennero tutti, chiunque
fosse in grado di lasciare il suo lavoro anche solo per un attimo si fece avanti.  Io mi sono beccato il
posto migliore  disse il piccoletto; ma la frase, che avrebbe dovuto essere allegra, suon velenosa, e
altrettanto velenosa fu la replica di Hund:  Si faccia ancora pi sotto, altrimenti non vedr niente, data
la sua statura! .
 Qui la statura non centra affatto, centrano le foto.
Non sto pi nella pelle. Subito dopo aprir il mio scatolone. Tutti nudi di signorine. Non mi
dica che ha finito per specializzarsi in nudi anche lei, signor collega, sarebbe un vero peccato - o invece
siamo rimasti fedeli alla natura? Un gattino alla finestra o un pioppo bianco battuto dal vento? Un
paesaggio di montagna dello scorso inverno, con tanta bella neve? A me piacerebbe una dolce chiesetta
di paese, col camposanto intorno e magari due pie croci. Eh gi, i morti non bisogna dimenticarli.
Oppure mi piacerebbe un gallo su un mucchio di letame; e con questo non voglio dire che sia un
mucchio di letame quello che lei vuol farci vedere, signor collega, per favore, non mi fraintenda, voglio
dire un vero gallo su un vero mucchio di letame! .
 Se lei adesso non se ne va non faccio vedere pi niente a nessuno  disse Hund.  Non fa
vedere niente a nessuno, ahi, come faremo a consolarci! E allora non mi resta  - grid adesso il nano -
 che risarcirvi con i nudi delle mie signorinel Venite qui da me, riveriti signori, eccovi qualcosa che
vale la pena, la musica cambia, ve lassicuro io! .
Sieghart afferr per il braccio due colleghi e li port con s ammiccando energicamente. Gli
altri gli andarono appresso. Finalmente era giunto il momento tanto atteso. A chi interessava pi il
combattimento tra due fringuelli maschi fotografato da Hund? Accanto gli rimase un solo collega,
mentre un altro, a mezza strada, si voltava verso di lui indeciso.
 Andate, andate pure!  disse Hund.  Adesso non faccio vedere proprio niente! Oggi avevo
roba speciale, andate pure, e guardatevele bene le sue porcherie! .
Spinse via a gomitate lunico compagno che - forse per compassione - gli era rimasto fedele e
non si plac fino a quando non rimase solo al suo posto, come sempre. Non fece nulla per disturbare
lesibizione di Sieghart. Rest in piedi, cupo e silenzioso davanti al suo pacchetto, sopra il quale aveva
posato la mano destra, come per difenderlo da uninfame manomissione.
Sieghart, intanto, stava sciogliendo i nodi. Lo fece in un lampo, ecco, la scatola era aperta, e
subito il nano si mise a tirar fuori un mucchio di fotografie, che sparse sul ripiano come se niente fosse.
 Prego, prego, servitevi, riveriti signori, qui ci son donne per tutti i gusti, ognuno pu prendersi
quelle che preferisce. Ce n un paio per ciascuno. Per piacere, niente falsa modestia! Ognuno pu
mettersi insieme il suo harem. Come sarebbe? Nessuno ha il coraggio di allungare la mano verso la
felicit? Devo guidare io la mano dei signorini? Cos fifoni, signori miei? Non me lo sarei mai
aspettato. E adesso simmaginino un po che tutto questo io lho avuto davanti agli occhi come natura
lha fatto. Bisognava darsi da fare per scattare in fretta, proprio cos, che cosa credono, se non fossi
stato svelto e deciso a scattare -le signorine non si sarebbero certo spogliate una seconda volta, e poi
chiss che cosa avrebbero pensato di me! E che cosa penseranno adesso di voi le signorine, se non vi
decidete ad allungare le mani! .
Agguant la mano di uno studente che era in piedi vicino a lui e la guid in mezzo al mucchio
delle fotografie, ma, cos facendo, le comunic un tremito, come se la mano arretrasse spaventata di
fronte alle meraviglie che stava per afferrare. Sieghart, allora, ficc in mano al compagno una buona
dozzina di fotografie e grid :  Il prossimo, prego! . Ormai gli altri si facevano avanti da soli, e presto
furono l a bocca aperta, come tanti allocchi, davanti alle ragazze svestite, che si offrivano ai loro
sguardi senza assumere tuttavia pose seducenti, volgari o maliziose. A tutti gli spettatori sembrava un
atto piuttosto arrischiato, che cosa sarebbe successo se fosse arrivato un assistente, o addirittura il
professore con il suo seguito? Ma indecenti quelle fotografie non si potevano proprio definire, se no
parecchi studenti non si sarebbero azzardati a prenderle in mano davanti ai compagni. Solo il fatto che
le studentesse fossero escluse era un po imbarazzante, e di fronte alla signorina Reichmann, che
lavorava poco lontano - guardando per aria davanti a s e facendo finta di non sentire - tutti provarono
un senso di colpa.
Hund, nel frattempo, era stato completamente dimenticato, nessuno si ricordava pi che era
rimasto in aula. Tutto a un tratto egli piomb in mezzo agli studenti e alle foto, sput per terra e grid:
 Puttane, sono tutte puttanel . Poi spar, ma non fu pi la stessa cosa. Sieghart si sent offeso per le
sue amiche.  Questo le mie amiche non se lo meritano proprio  disse raccogliendo rapidamente le
foto.  Se avessi saputo una cosa simile, non avrei portato niente. Se le mie amiche lo vengono a
sapere,  finita tra noi. Devo pregare i signori della massima discrezione. Nemmeno una sillaba deve
uscire da questaula. Le scuse non basterebbero, anche se andassimo tutti in visita ufficiale dalle
signore e non la finissimo pi di chiedere scusa in coro, non servirebbe a niente. Qui ci vuole una cosa
sola: il silenzio, il silenzio pi assoluto. Posso contare sulla loro discrezione, signori, non  vero? Qui
non  stato aperto nessun pacco, e quella parola offensiva non  stata pronunciata. Anchio star zitto.
Non lo racconter neppure al mio fratellone .
Un mormone rosso
Lestate del 1926 la passai con i miei fratelli a Sankt Agatha, una piccola localit fra Goisern e
il lago di Hallstatt. Una bella, vecchia locanda, che in passato era stata una fucina, aveva uno spazioso
ristorante. Non sarebbe stata adatta a un soggiorno di adolescenti; ma proprio l accanto sorgeva, con
linsegna  Fucina di SantAgata , una pensione pi piccola e pi recente, diretta da unanziana
signora. Le stanze erano strette, modeste, e la sala da pranzo in proporzione, non ci stavano pi di due o
tre tavoli. A uno di essi sedevamo noi, con la padrona, una donna di polso, pi severa allaspetto di
quanto non fosse poi nella conversazione, perch, come si vide, non aveva pregiudizi contro le
coppiette illegali.
Di ospiti veri e propri, oltre a noi, c era solo una coppia: un regista di mezza et sempre in vena
di spiritosaggini, di carnagione scura, con folte sopracciglia e il volto un po segnato, e la sua amica,
giovanissima e slanciata, molto pi alta di lui, biondo cenere, non priva di fascino e molto
impressionata dai suoi discorsi interminabili. Per ogni cosa il regista aveva la sua spiegazione, non
cera argomento su cui non la sapesse lunga. Si metteva volentieri a parlare con me, perch gli davo
corda; lui ascoltava quel che dicevo e sembrava perfino prenderlo sul serio. Ma presto arrivava il suo
turno, e allora faceva piazza pulita di tutto ci che avevo detto io, mi prendeva in giro, faceva lo
spiritoso, sfotteva, fischiettava, recitava un mucchio di parti diverse, come a teatro - e mai una volta
finiva il suo discorso senza lanciare ad Affi, la sua amica, una lunga occhiata da trionfatore. Per lei era
naturale che lamico avesse sempre lultima parola; ma non per me. Mentre lei non fece mai il tentativo
di dire la sua, io invece ci provai ancora un paio di volte. Non appena lui mi aveva messo a terra, subito
mi rialzavo con mossa inaspettata e cominciavo a ribattere, scatenando di nuovo la sua replica
mordace. Il signor Brettschneider non era cattivo, semplicemente il suo possesso indisturbato di Affi
implicava che lei non dovesse ascoltare per troppo tempo nessuna persona di sesso maschile, fosse pure
un adolescente. La signora Banz, la padrona, ascoltava in silenzio, senza mai parteggiare per nessuno e
senza far trapelare, neppure con il pi piccolo moto del viso, il suo orientamento; eppure sapevamo che
seguiva la conversazione in ogni sua piega.
Il signor Brettschneider e Affi occupavano una cameretta accanto alla mia, e le pareti erano
talmente sottili che io sentivo tutti i rumori provenienti dalla loro stanza: fischi, scherzetti, risatine, e
spesso un brontolio soddisfatto. Solo il silenzio mancava del tutto; pu anche darsi che il signor
Brettschneider tacesse ogni tanto, quando dormiva; ma, se cos era, io non me ne accorgevo, perch
allora dormivo anchio.
Non cera da stupirsi che i nostri pensieri ruotassero intorno a quella coppia, cos male assortita,
perch, oltre a noi, erano gli unici ospiti della pensione. Ma in quelle settimane unaltra cosa mi
occupava la mente ancora di pi. Le rondini. Ce nerano uninfinit, avevano nidificato nel belledificio
della vecchia fucina. Quando stavo seduto al tavolo di legno in giardino, e scrivevo nei miei quaderni,
le rondini sfrecciavano vicinissime sopra il mio capo. Le guardavo per ore, ne ero come incantato.
Talvolta, quando i miei fratelli volevano andare a fare una passeggiata, io dicevo:  Andate pure avanti,
io vi seguo fra poco, finisco di scrivere una cosa ; ma scrivevo poco, perlopi restavo a guardare le
rondini, non volevo separarmene.
Per due giorni a Sankt Agatha si festeggi la sagra del paese, ed  questo lavvenimento che mi
 rimasto pi vivo nel ricordo. Le bancarelle erano state sistemate intorno ai tigli che si ergevano
maestosi sulla piazza antistante la vecchia fucina, ma alcune arrivavano anche fino alla casa dove
stavamo noi. Proprio sotto la mia finestra, un giovanotto aveva sistemato un tavolo sul quale aveva
ammonticchiato alla rinfusa una grande quantit di camicie da uomo. Il venditore rimescolava le
camicie con gesti rapidi e impetuosi, ne tirava su dal mucchio ora una ora unaltra, perlopi due o tre
insieme, e poi le lasciava ricadere nel mucchio gridando:
 Oggi non me ne importa un fico secco
Se faccio i soldi o se rimango a secco! .
Lo gridava con convinzione, accompagnando le sue parole con un gesto nervoso, come se non
volendo avere pi niente a che fare con quelle camicie preferisse buttarle via. Intanto le contadine
affluivano numerose al suo banco per acciuffare la merce che lui regalava. Qualcuna esaminava
dubbiosa una camicia con laria di intendersene, ma lui allora gliela strappava di mano e poi gliela
lanciava di nuovo come se volesse regalargliela, e nessuna contadina, una volta presa in mano una
camicia, rinunciava a portarsela via, sembrava che le camicie rimanessero appiccicate alle loro mani.
Quando pagavano, sembrava che i soldi lui neanche li vedesse, li gettava in uno scatolone che si
riempiva molto in fretta, mentre le pile di camicie scemavano a vista docchio. Io lo guardavo dalla mia
finestra, ero proprio sopra di lui, non avevo mai visto niente di cos rapido, e intanto continuavo a
sentire il suo grido:
 Oggi non me ne importa un fico secco
Se faccio i soldi o se rimango a secco! .
Notai che lapparente sventatezza delle sue parole si stava comunicando alle contadine, che
tiravano fuori i soldi come se niente fosse - e tutta un tratto le camicie erano finite, il banco era stato
completamente ripulito; il giovanotto, allora, alz la mano destra e gridando  Alt! Un momento! 
spar dietro langolo con la scatola di cartone piena di soldi. Dal punto in cui io mi trovavo non potevo
vedere dove fosse diretto, e pensando che avesse finito lasciai la finestra, ma prima di raggiungere la
porta della mia stanzetta udii di nuovo, se possibile ancor pi forte di prima, il suo grido :  Oggi non
me ne importa un fico secco, eccetera . Sul banco erano ricomparse un gran numero di camicie, che
egli tirava su con espressione amara e poi gettava via con gesto sprezzante. Le contadine si
avvicinavano da ogni parte e cadevano nella sua rete.
Non era una gran fiera, perci andando a zonzo fra le bancarelle finivo sempre per ricapitargli
davanti, nessuno sapeva vendere come lui. Mi not subito, mi aveva gi notato quando ero alla finestra;
cos in uno dei rari momenti in cui era solo dietro il suo banco, mi domand se ero uno studente. Non
fui sorpreso, lui pure aveva unaria da studente, e infatti tir subito fuori il libretto dellUniversit di
Vienna e me lo mise sotto il naso. Studiava legge, era al quarto semestre, e faceva un po di soldi nelle
fiere.  Vede come  facile,  disse  potrei vendere qualsiasi cosa. Ma non c niente di meglio delle
camicie. Queste stupide donnette credono che le regali . Disprezzava le sue vittime, quelle camicie si
strappavano tutte nel giro di una settimana, una camicia cos non la si poteva portare pi di quattro o
cinque volte, poi era finita... ma lui se ne infischiava, quando quelle donnette se ne fossero accorte, lui
sarebbe stato mille miglia lontano.  E lanno prossimo?  domandai.  Lanno prossimo? L'anno
prossimo? . La mia domanda lo lasci esterrefatto.  Lanno prossimo avr tirato le cuoia. E se per
caso non avr tirato le cuoia, sar da qualche altra parte. Cosa crede, che torner qui? Me ne guarder
bene. E lei, lanno prossimo, torner qui? Se ne guarder bene anche lei. Lei per la noia, io per le
camicie . Mi vennero in mente le rondini, e pensai che sarei tornato per rivederle; ma mi guardai bene
dal dirglielo, ed ebbe lui lultima parola.
Alla sagra cerano molte altre cose da vedere, ma io feci amicizia con una sola persona, un
uomo con i capelli rossi e una gamba di legno; se ne stava seduto sui gradini della vecchia locanda, con
una gruccia accanto, la gamba di legno allungata davanti a s. Mi chiesi che cosa stesse facendo, non
mi sarebbe mai venuto in mente che chiedesse lelemosina. Ma poi notai che, di tanto in tanto,
qualcuno gli allungava una moneta e che lui, senza scomporsi, diceva:  Dio ve ne renda merito! . Gli
avrei domandato volentieri da dove veniva, aveva unaria da forestiero, con quegli enormi baffi rossi,
che sembravano ancora pi rossi dei capelli, ma quel  Dio ve ne renda merito!  aveva un suono del
tutto locale. Mi imbarazzava rivolgergli la parola come a un mendicante, cos feci finta di non aver
notato niente e per il momento non gli diedi nulla, proponendomi di rimediare in seguito; Sono certo di
non aver usato un tono di condiscendenza quando gli domandai da dove venisse; ma lui non nomin n
una localit, n una nazione e, con mio grandissimo stupore, disse:  Sono mormone .
Non sapevo che in Europa ci fossero i mormoni. Ma forse quelluomo era stato in America e l.
era vissuto fra i mormoni.  Quanto tempo  stato in America? .  Non ci sono mai stato! . Sapeva
che la risposta mi avrebbe sorpreso e aspett un poco prima di spiegarmi che anche in Europa, e
persino in Austria, cerano dei mormoni, e nemmeno tanto pochi. Tenevano le loro riunioni ed erano in
contatto gli uni con gli altri. Poteva anche mostrarmi il loro giornale. Avevo la sensazione di
disturbarlo nel suo lavoro, doveva fare attenzione alla gente che entrava e usciva dalla locanda, perci
me ne andai dicendogli che sarei tornato pi tardi. Ma quando lo feci luomo era sparito, e io non
riuscivo a capacitarmi di non averlo visto mentre si allontanava; con la sua gamba di legno, la gruccia e
i capelli rosso fuoco non poteva passare inosservato:
Entrai nella locanda, che era piena zeppa, e improvvisamente, nella grande sala, lo vidi seduto a
un tavolo con altra gente davanti a un piccolo bicchiere di vino del colore dei suoi capelli. Sembrava
solo, nessuno parlava con lui, o forse era lui che non parlava con nessuno. Mi sembr strano che si
mescolasse, come qualsiasi altra persona, ai clienti del locale davanti a cui aveva chiesto lelemosina
fino a pochi minuti prima. Ma non sembrava preoccuparsene, stava tranquillamente seduto, con il busto
eretto; forse alla sua destra e alla sua sinistra cera un po pi di spazio che fra le altre persone. Con
quei capelli di fuoco, e soprattutto con quei baffi, spiccava fra tutti, lui solo mi sarebbe saltato agli
occhi, fra la gente del suo tavolo, anche se non gli avessi parlato prima. Aveva unaria da attaccabrighe,
ma nessuno gli rivolgeva la parola. Appena mi ebbe notato, mi fece segno tutto contento per invitarmi
al suo tavolo. Dovette appena spostarsi per farmi posto, e trovammo persino una sedia l vicino, perch
qualcuno si era alzato per andarsene. Alla fine sedemmo vicini, stretti stretti, come vecchi compari, ed
egli insistette per offrirmi un bicchiere di vino.
Aveva la sensazione, disse, entrando subito in argomento, che minteressassero i mormoni.
Tutti erano contro i mormoni. Nessuno voleva aver niente a che fare con lui solo perch era mormone.
Tutti pensavano che avesse un sacco di mogli. La gente non sapeva altro dei mormoni, ammesso che ne
sapesse qualcosa. Era una tale scemenza, lui era senza moglie del tutto, sua moglie aveva tagliato la
corda, proprio per questo era andato dai mormoni. Erano brava gente, tutti lavoravano, nessuno se ne
stava mai con le mani in mano, nessuno beveva alcoolici, era una cosa che da loro non esisteva proprio,
non come l, e accenn irosamente al mio bicchiere - che il suo fosse gi vuoto forse laveva
dimenticato - e con un ampio movimento del braccio incluse tutti gli altri bicchieri della sala. Gli
piaceva parlare di quellargomento, non si stancava di ripetere che i mormoni erano brave persone. Ma
la gente, disse, era molto irritabile, bastava che lui aprisse bocca perch qualcuno dicesse:  Chiudi il
becco!  oppure Vattene in America dai tuoi mormoni! . Gli era gi capitato di esser sbattuto fuori da
un locale soltanto perch si era messo a parlare dei mormoni. Tutti ce lavevano con lui, soltanto per
quello. Eppure lui non chiedeva niente agli altri, non prendeva soldi da nessuno quando era al chiuso,
solo allaperto, ma questo non li riguardava, ci rimettevano forse qualcosa? La gente non sopportava
che uno potesse trovare qualcosa di buono nei mormoni, per la gente i mormoni erano come i pagani o
gli eretici, qualcuno gli aveva perfino domandato se tutti quelli coi capelli rossi erano mormoni. Sua
moglie glielo diceva sempre :  Levati di torno, coi tuoi capelli rossi. Sei sbronzo. Puzzi . A quel
tempo beveva parecchio, e perci era capitato varie volte che sua moglie gli facesse saltare la mosca al
naso e si buscasse un paio di legnate dalla sua gruccia. Per questo laveva piantato. Era tutta colpa
dellalcool, e cos un tale, una volta, gli aveva detto che i mormoni facevano perdere alla gente il vizio
di bere, nessuno di loro beveva, proprio nessuno. Allora era andato da loro, ed era proprio vero; i
mormoni lo avevano curato, e adesso non toccava pi una goccia dalcool; e di nuovo fiss con rabbia
il mio bicchiere, che non osavo vuotare.
Sentivo lirritazione della gente seduta al nostro tavolo.  vero che lui non fissava mai i loro
bicchieri; ma in compenso le sue parole erano chiarissime. La sua predica contro lalcool si fece pi
rumorosa e violenta, aveva finito il suo bicchiere da un pezzo e non ordin pi nulla. Non osavo
offrirgli un cicchetto. Mi alzai per un momento e pregai la cameriera di portargli un altro bicchiere, ma
non subito, dopo un po che fossi tornato a sedermi. Lessi sulle sue labbra la domanda che stava per
farmi, ma riuscii a prevenirla pagando subito la consumazione. Improvvisamente egli si trov di nuovo
davanti il bicchiere pieno; disse:  Dio ve ne renda merito  e subito lo tracann tutto dun fiato: alla
salute bisognava bere, questo s, lo facevano anche i mormoni. Erano brava gente, tanto brava che era
impossibile farsene unidea, qualcosa a un povero diavolo lo davano tutti, non erano persone senza
cuore, una compagnia di mormoni seduta a un tavolo era capace di offrire un bicchiere dopo laltro a
un povero diavolo e di continuare a bere alla sua salute finch si ritrovavano tutti ubriachi; ma lo
facevano per compassione, perci era diverso, bere per compassione era permesso. Perch non
brindavo con lui? Lui mi aveva offerto, per compassione, un bicchiere di vino e ora qualcuno gli aveva
fatto arrivare, per compassione, un altro bicchiere; oh, potevamo bere tranquillamente, anche i
mormoni lo facevano, e quella era gente severa, se gente cos severa lo permetteva, nessuno poteva
averci niente da ridire.
Ma a nessuno veniva in mente di dire alcunch; adesso che aveva bevuto, nessuno ce laveva
pi con lui. Gli sguardi degli uomini seduti al nostro tavolo (fra cui un paio di giovanotti forzuti che
prima avevano avuto una gran voglia di dargli una lezione) si fecero pi gentili e inoffensivi. La gente
brind con lui allAmerica. Egli disse che io venivo di l, ero venuto a trovarlo, dovevo per forza dire
qualcosa, perch sentissero come parlavo bene la lingua. Tirai fuori, molto imbarazzato, due o tre frasi
in inglese, e quelli brindarono con me, forse per verificare se bevevo sul serio: dati i miei contatti con
quel tipo, infatti, mi avevano preso sicuramente per un emissario dei mormoni.
La scuola dellascolto
Tornato a casa nella Haidgasse, dalla signora Weinreb, ricominciai a origliare mio malgrado -
ma non potevo fare diversamente - la voce cattiva del boia nella cucina. Dopo la visita notturna della
signora Weinreb il mio sonno si era fatto pi leggero, ero sempre in attesa di episodi analoghi. Pi di
tutto non mi dava pace il rapporto malsano della signora Weinreb con i ritratti del marito, appesi
dappertutto. I ritratti erano tanti e, tranne che per le dimensioni e le cornici, si distinguevano a
malapena uno dallaltro; ma ciascuno di essi aveva un significato e tutti facevano il loro effetto. La
signora Weinreb assolveva le sue devozioni davanti a quei ritratti seguendo un turno preciso; ma,
poich non ero in casa durante il giorno, non ero in grado di determinarlo. Avevo la sensazione che
entrasse nella mia stanza tutti i giorni; come avrebbe potuto trascurare i ritratti che vi erano appesi?
Quella notte era venuta in uno stato che sembrava di trance; ma che cosa succedeva di giorno,
quando il boia non dormiva, e seguiva, controllava ogni sua mossa? Forse la signora Weinreb era
sempre in stato di trance, forse il suo stato era prodotto dalla vista delle fotografie che aveva sotto gli
occhi in ogni momento, su ogni parete. Due occhi, e poi ancora due occhi, sempre gli stessi occhi, fissi
su di lei. In tutte le fotografie il signor Weinreb era vecchio, a quanto pare non esistevano foto del
marito da giovane; lei, certamente, non laveva mai conosciuto senza la barba che gli incorniciava il
volto e se, al momento della sua morte, avesse trovato dei ritratti di lui in et giovanile, li avrebbe
messi da parte come quelli di uno sconosciuto. Ma immaginare che egli avesse un aspetto severo
sarebbe un errore; lo sguardo era mite, bonario, sempre lo stesso. Anche quando era fotografato in
mezzo ai colleghi, il suo aspetto non era minaccioso, bens conciliante, come quello di un paciere, di un
mediatore, di un conciliatore. Tanto pi incomprensibile mi appariva linquietudine della signora
Weinreb. Che cosera che la spingeva senza posa da un ritratto allaltro, qual era il comando che
quelluomo aveva lasciato dentro di lei, e non le dava pace, rinnovandosi come unipnosi multipla,
davanti agli occhi di ogni fotografia?
Una volta, incontrando la signora Weinreb in anticamera, mi misi a scambiare due parole con
lei, e dovetti farmi forza per non domandarle come stesse il signor Weinreb. Ma lei non faceva che
ripetere, tutte le volte, quanto era caro, buono e distinto, e che uomo istruito era stato il dottor Weinreb.
Una volta dissi con rammarico:  Peccato che non sia pi in vita da tanto tempo , ma lei rispose
subito, spaventata:  Non da tanto tempo .  Ah no? E da quanto?  domandai, cercando di assumere
unespressione altrettanto affabile quanto quella del defunto, ma poich mi mancava la barba, non ne
fui capace.  Questo non posso dirlo, non lo so proprio  rispose lei, e spar svelta nella sua stanza. Non
appena mettevo piede in casa, diventavo inquieto come lei; ma non lo davo a vedere e cercavo di non
guardare i ritratti, per i quali sentivo una certa ripugnanza. Le loro cornici erano sempre perfettamente
spolverate, e la lastra di vetro lavata di fresco. Li guardavo come se fossero costituiti soltanto dalla
cornice e dalla lastra di vetro. Ero, credo, in attesa di una catastrofe, mi aspettavo un esito tremendo,
cio la distruzione di quei ritratti.
Una volta sognai che cera il boia nella mia stanza, la cuoca, la zia di Ruzena, che per la verit,
di solito, nella mia stanza non entrava mai; un ghigno feroce sul volto ed in mano un enorme
fiammifero acceso, andava da un ritratto allaltro del signor Weinreb e, con tutta calma, gli dava fuoco.
Teneva le braccia, la mano e il fiammifero sempre alla stessa altezza, e pi che camminare sembrava
che scivolasse. I piedi non li vedevo, nascosti comerano dalla lunga sottana che arrivava fino a terra. I
ritratti si accendevano subito, ma senza il minimo rumore, come fossero candele. Il luogo si
trasformava in una chiesa, ma io sapevo che l cera il mio letto e che ci stavo dentro, e mi svegliai in
preda al terrore per lempiet di stare a letto in una chiesa.
Questo sogno lo raccontai a Veza, che prendeva sul serio i sogni, senza privarli della loro forza
con interpretazioni scontate. Non le era sfuggito che il culto dei ritratti della signora Weinreb mi aveva
profondamente turbato.  Forse  disse   il boia che incoraggia questo culto. Quella donna sa tutto, e
con laiuto dei ritratti tiene la sua padrona in uno stato di soggezione. Quella casa  la chiesa di Satana,
e siccome tu ci abiti e ci dormi, fintanto che rimarrai in quel posto non sarai mai tranquillo . Sentivo
che Veza, con poche parole, aveva tradotto il sogno nella nostra lingua, quella che conosciamo meglio,
senza ingarbugliarne i nessi pi sottili.
Sapevo che dovevo andarmene da quella stanza, da quella casa, da quella strada, da quel
quartiere. Ma da l alla Ferdinandstrasse, dove abitava Veza, non cerano pi di dieci minuti a piedi,
ecco il vero motivo che mi aveva indotto a prendere quella stanza in affitto. Potevo comparire di colpo
sulla via di Veza e farle un fischio, proprio sotto la sua finestra, e cos placare le mie inquietudini
esercitando su di lei una sorta di controllo. E non solo potevo appurare se era a casa o era uscita, se era
sola o aveva visite; anche quando leggeva per conto suo, o stava studiando, in ogni momento,
insomma, purch mi venisse voglia di andare da lei, Veza si sentiva in dovere di invitarmi a salire. Non
ebbi mai limpressione di disturbarla, e forse in effetti non la disturbavo, ma era comunque una
schiavit : per lei, che non poteva mai esser sicura che non le comparissi davanti allimprovviso; per
me, che mi sentivo attirato anche da motivi indegni, cio dal desiderio di sapere esattamente che cosa
Veza stesse facendo.
Mi avrebbe attirato in ogni caso, perch non cera nulla di pi bello che stare con lei, ammirarla
e, mentre lammiravo, raccontarle le cose che avevo pensato o che avevo fatto. Lei ascoltava, nulla le
sfuggiva, e bench evitasse i commenti espliciti, si riservava su ogni cosa un giudizio personale, che
nulla poteva confondere. Prendeva nota fra s e s delle cose che le sembravano intelligenti, nei nostri
colloqui sarebbero tornate. Per lei non era ozioso n presuntuoso occuparsi delle cose dello spirito, ma
anzi perfettamente naturale. Cerano pensieri altrui che trovavano in noi una rispondenza, una sorta di
eco, e quindi ci davano forza. Veza li conosceva, apriva i Diari di Hebbel e mostrava al suo
interlocutore ci che egli stesso aveva appena detto, ma questi non si vergognava, perch quel passo
non lo conosceva. Le sue citazioni non erano paralizzanti, arrivavano solo quando il loro effetto era
corroborante. Anche le sue riflessioni, del resto, erano spesso stimolate dalle tante letture, che le erano
familiari. Fu lei che allora port Lichtenberg nella mia vita. Altre volte opponevo resistenza; notai
presto in lei, per esempio, una sorta di sciovinismo per tutto ci che  femminile. A chi esaltava le
donne non sapeva resistere; per Peter Altenberg, che aveva visto molte volte (sin da quando, ragazzina,
lo incontrava talora ai giardini pubblici), aveva una vera adorazione, simile a quella che Altenberg
stesso aveva manifestato per le donne e per le ragazzine. Io questa cosa la trovavo ridicola, e glielo
dissi senza peli sulla lingua. Meno male che qualcosa mi aiutava a prendere le distanze da Veza;
altrimenti, a poco a poco, sarei rimasto schiacciato dalla sua cultura. Al suo Altenberg opposi i miei
svizzeri: Il ragno nero di Gotthelf e I tre pettinai amanti della giustizia di Keller.
Su alcuni punti importanti, avevamo vedute opposte. Lei amava Flaubert, io Stendhal. E quando
aveva voglia di litigare, quando aveva perso la pazienza a causa della mia diffidenza o per gli eccessi
della mia gelosia (a piccole dosi, la mia gelosia le faceva piacere), allora cominciava ad attaccarmi con
il suo Tolstoj. Anna Karenina era il personaggio femminile che Veza amava di pi e, quando
parlavamo di lei, arrivava talvolta a una tale veemenza da dichiarar guerra a Gogol, il mio grande
russo. Pretendeva da me una palinodia per Anna Karenina, un personaggio che mi annoiava perch non
aveva proprio nulla in comune con Veza, e siccome io non cedevo (in quei casi avevo la fermezza di un
martire: avrei preferito lasciarmi fare a pezzi piuttosto che offrire sacrifici a una falsa dea), lei metteva
mano senza battere ciglio ai suoi strumenti di tortura; ma, anzich infierire su di me, infieriva su
Gogol. Conoscendone i lati deboli, cominciava subito con Taras Bulba, quel cosacco che le ricordava
da vicino Walter Scott.
Io mi guardavo bene dal difendere Taras Bulba e cercavo di spostare il discorso sulle opere
davvero immense di Gogol, sul Cappotto e sulle Anime morte; peccato, diceva lei con aria ipocrita,
che della seconda parte di questultimo romanzo fosse rimasto tanto poco. Forse, dopo i primi capitoli,
quella parte sarebbe migliorata; e che ne pensavo degli anni trascorsi da Gogol in Russia dopo il
ritorno in patria, quando, spaventato per gli effetti prodotti dalla sua stessa opera, aveva cercato di
dimostrare a ogni costo la sua fede e la sua devozione al governo, scrivendo quelle miserabili Lettere
agli amici e bruciando la sua opera pi vera?
Nellintera storia della letteratura universale non conosceva nulla di pi spaventoso degli ultimi
anni di Gogol; e pensare che era morto a soli quarantatr anni. Come si poteva stimare ancora un
simile concentrato di vilt -quandanche avesse avuto paura delle fiamme dellinferno? Che ne dicevo,
in confronto, dellultimo Tolstoj, che era vissuto il doppio dei suoi anni e, anche dopo aver portato a
termine Anna Karenina, della quale io non capivo una parola, era riuscito a creare dei capolavori che
persino io, misogino incallito, dovevo per forza rispettare? Ma, soprattutto, Tolstoj aveva dimostrato
sino alle ultime ore della sua vita un'ostinazione, un coraggio, perfino una generosit senza pari, quello
che gli inglesi chiamano spirit. Una persona che stimava Gogol pi di Tolstoj lei non riusciva proprio
a prenderla sul serio.
Io mi sentivo annientato, certo, eppure non volevo cedere. Che cosa era capitato a Tolstoj, al
conte Tolstoj, con tutto il suo coraggio? le domandavo. Era mai finito in prigione, era mai stato
processato? Aveva mai dovuto lasciare la sua signorile dimora? Era morto in esilio?
Gli  capitata la donna, mi rispondeva; s, lha proprio lasciata la sua  signorile dimora , ed 
morto in una sorta di esilio.
Io ci provai a salvare lonore di Gogol. Aveva osato di pi, si era spinto pi in l. Nelle opere
davvero importanti, dicevo, la sua audacia non ha eguali. Ma egli stesso non si era reso conto della
propria audacia e quando, ad un tratto, glielavevano messa sotto gli occhi, si era mortalmente
spaventato di se stesso, sentendosi come le cose che aveva attaccato, e tutti gli zeloti da cui fu
circondato dopo il suo ritorno in Russia lo minacciarono con le pene dellinferno: linferno per tutti i
personaggi che aveva creato. Proprio la sua fine spaventosa stava a dimostrare la grandissima forza e
novit di quei personaggi. Veza poteva anche deriderlo, ma derideva la fede di Gogol, nientaltro. E
non era proprio la fede che venerava di pi nel vecchio Tolstoj?
Ma Veza non tollerava che io mettessi sullo stesso piano lodiosa fede bigotta instillata in
Gogol dai vescovi ortodossi e la fede che Tolstoj si era conquistato da solo, a prezzo di un indefesso
esame di coscienza. Erano due cose del tutto incommensurabili. La nostra faida accanita e
interminabile sfociava alla fine in una sorta di compromesso. Questo, in accordo con la materia
letteraria del contendere, era a sua volta unopera letteraria: le annotazioni di Gorkij sul vecchio
Tolstoj che le avevo dato da leggere. I ricordi su Tolstoj erano la cosa migliore che Gorkij avesse mai
scritto: annotazioni sparse che aveva lasciato a lungo nel cassetto, prima di tirarle fuori, e mai aveva
guastato con una patina di falsa ed esteriore unitariet.
Questo ritratto del vecchio Tolstoj aveva profondamente commosso Veza. Diceva che era il pi
bel regalo che le avessi mai fatto. Quando la discussione si avvicinava a quell' opera, entrambi
sapevamo che il peggio era passato. Allora poteva succedere che lei dicesse una frase per me
torturante:  Ecco la cosa che desidero di pi al mondo: vorrei che tu scrivessi cos .
Non era una meta che mi potessi prefiggere. E non soltanto perch era irraggiungibile. Molte
cose sono irraggiungibili, ma uno pu cercare di inclinare le proprie vele in quella direzione. La
grandezza di quei ricordi, per, dipendeva pi dal tema che dallo scrittore. Forse che ora esisteva, nel
mondo, un Tolstoj? E, quandanche fosse esistito, ce ne saremmo accorti? E, ammesso che fossi capace
di meritarmelo, lavrei incontrato? Era un desiderio temerario, e forse Veza non avrebbe dovuto
esprimerlo. Tuttavia, anche se non ho mai ripensato a quella sua frase senza sentire la stessa fitta
dolorosa che allora mi provocava, penso che dire lirraggiungibile sia giusto. Dopo non possiamo pi
contentarci di poco e lirraggiungibile rimane tale.
La cosa strana di quei colloqui era questa: non riuscivamo a influenzarci a vicenda. Veza
restava fedele alle cose che si era conquistata da sola. Molto di ci che le proponevo la colpiva: ma solo
se lo trovava gi in s lo faceva suo. Nelle nostre lotte non cera mai un vincitore. Quelle lotte si
protrassero per mesi, anzi, come si vide poi, per anni; e non si conclusero mai con una capitolazione.
Ciascuno aspettava il giudizio dellaltro, ma senza prevenirlo. Poteva succedere che le cose da dire
fossero affrontate in maniera sbagliata, ma in tal caso la voce si sarebbe spenta sul nascere. Veza si
ingegnava proprio di evitare questo, era la sua preoccupazione segreta. Lo faceva con tenera premura,
ma non come una madre, perch noi due eravamo sullo stesso piano. Nonostante lirruenza delle sue
parole non si dava mai arie di superiorit. Ma non le sarebbe neppure venuto in mente di sottomettersi :
se, per amor di pace o per debolezza, avesse taciuto la sua opinione, non avrebbe mai potuto
perdonarselo. Forse lotta non  la parola giusta per le nostre controversie, perch lo scopo era
conoscerci a fondo, non solo valutare la prontezza dellaltro e le sue forze. Veza non avrebbe mai
potuto ferirmi con intenzione maligna. Io per nulla al mondo avrei voluto ferirla. Eppure il nostro
impegno alla sincerit intellettuale non era meno stringente di quello che avevo conosciuto negli anni
della mia prima adolescenza.
Di tutta lintolleranza che avevo ereditato non riuscii a liberarmi neppure con lei. Tuttavia
imparai a conoscere lintimit con un essere pensante, e in questo lessenziale non era soltanto
ascoltare ogni parola, ma cercare di comprenderla, e dimostrare di averla compresa rispondendo con
precisione, senza travisarla. Il rispetto per le persone comincia da questo: non passar sopra alle loro
parole. Potrei dire che quella fu la lezione tacita di quel periodo, bench fosse fatta di tante parole;
perch laltra lezione dello stesso periodo, la lezione opposta, fu una lezione squillante, clamorosa.
Con le parole degli altri si pu fare di tutto: questo me lo insegn Karl Kraus. Operava sulle
cose che leggeva in un modo che toglieva il fiato. Era un maestro nellin-chiodare gli uomini alle loro
stesse parole. Ma non per questo risparmiava ad essi laccusa esplicita delle sue parole. Usava
entrambe le armi, e sapeva schiacciare chiunque. Lascoltatore si godeva lo spettacolo non solo perch
riconosceva la legge da cui le sue parole erano dettate, ma anche perch, trovandosi in mezzo a tanti
altri, sentiva in s quell'immensa risonanza che si chiama massa e che si manifesta quando non
sentiamo pi di urtare in qualcosa di esterno a noi. Ero deciso a non perdere una sola di quelle
esperienze, neanche una me ne lasciavo scappare. Alle letture di Kraus andavo anche quando ero
ammalato, con la febbre alta. E cos mi abbandonavo al gusto dellintolleranza, che era gi forte per
natura e che, in quelle circostanze, venendo per cos dire legittimato, si accresceva in modo inaudito.
Ma intanto imparavo ad ascoltare, e questo era molto pi importante. Ogni cosa che veniva
detta, dovunque, in qualsiasi momento, da chiunque, era una cosa che si offriva allascolto, una
dimensione del mondo che fino a quel momento uno non aveva nemmeno sospettato : e poich si
trattava del rapporto fra la lingua e gli uomini, in tutte le sue varianti, era forse la dimensione pi
importante, in ogni caso la pi ricca. Ascoltare in quel modo era impossibile senza rinunciare ai propri
impulsi. Non appena si era dato via libera alle cose da ascoltare, occorreva tirarsi indietro e limitarsi a
recepire, senza lasciarsi ostacolare da giudizi, indignazioni, entusiasmi. Il punto importante era che
ciascuna di queste maschere acustiche (come poi le avrei chiamate) non si mescolasse con le altre, anzi
mantenesse la sua forma pura, non falsata. A lungo non mi resi conto delle riserve che stavo
accumulando. Sentivo soltanto una bramosia di modi di dire, desideravo che avessero un profilo chiaro
e netto, che uno potesse prenderli in mano come un oggetto, dovevano venire in mente allimprovviso,
senza nessi avvertibili con qualcosaltro, e allora uno doveva recitarseli da solo a voce alta, non senza
stupirsi per la loro rotonda levigatezza, per la sicura cecit con cui essi escludevano tutto il resto che al
mondo c da dire, dunque quasi tutto, tutto, perch quei modi di dire conservavano una sola propriet:
quella di doversi ripetere senza fine.
Quel bisogno di maschere acustiche, di maschere autonome, per cos dire, indipendenti da
quelle che avevo potuto ascoltare negli Ultimi giorni dellumanit di Karl Kraus e che ormai conoscevo
a memoria, lo sentii per la prima volta, credo, a Sankt Agatha, nellestate del 1926, mentre me ne
restavo per ore e ore a contemplare le rondini, il loro volo rapido e leggero, e intanto ascoltavo le loro
strida sempre uguali. Quelle strida non mi stancavano mai, nonostante la ripetizione; proprio come i
guizzi meravigliosi del loro volo. Forse, in seguito, le avrei dimenticate; ma venne la sagra, e con essa
il venditore di camicie sotto la mia finestra, con il suo grido sempre uguale:  Oggi non me ne importa
un fico secco se faccio i soldi o se rimango a secco! . Sin da bambino mi piaceva ascoltare la gente
che strillava per la strada; speravo sempre che restassero nei paraggi, che non se ne andassero troppo in
fretta. Il venditore di camicie era rimasto due giorni nello stesso posto, piantato sotto la mia finestra.
Quando io, proprio a causa di tutto quel baccano, mi ritiravo nel piccolo giardino per mettermi a
scrivere come al solito al tavolo di legno, subito ritrovavo le rondini, le quali, senza lasciarsi disturbare
per nulla dal trambusto della fiera, seguitavano a compiere le stesse evoluzioni, a lanciare le stesse
strida. Le due ripetizioni sembravano uguali, tutto era ripetizione, quei suoni, ai quali non riuscivo a
sfuggire, erano fatti di ripetizione; e anche se la maschera usata dal venditore di camicie era falsa,
anche se nel colloquio che avevo avuto con lui egli si era rivelato uno studente in legge che sapeva
perfettamente ci che voleva e diceva, il suo uso coerente di quella maschera, insieme ai suoni sempre
identici ma naturali delle rondini, mi fece una grande impressione, tanto che pi tardi, appena ritornato
a Vienna, la ricerca dei modi di dire mi spinse a infaticabili spedizioni notturne per le strade e le
osterie della citt leopoldina.
Verso la fine dellanno il quartiere cominci a diventare troppo stretto per me. Cominciavo a
desiderare strade pi lunghe, percorsi pi ampi, gente diversa. Vienna era una citt grandissima, ma il
cammino dalla Haidgasse alla Ferdinandstrasse era molto breve, e inoltre la Praterstrasse, dove avevo
abitato qualche mese con mio fratello, sembrava non offrirmi pi nulla di nuovo. Ormai quei percorsi
eran diventati una routine. Nella Haidgasse mi attendevo ogni notte una catastrofe. Forse anche per
questo avevo spesso cattivi pensieri e correvo sotto le finestre di Veza, nella Ferdinandstrasse, per
placare la mia inquietudine alla luce della sua stanza. Se la trovavo buia, e Veza era uscita, le serbavo
rancore, anche se ero stato avvertito in anticipo. Qualcosa in me sembrava pretendere che Veza restasse
sempre in casa, indipendentemente dai suoi impegni.
A poco a poco mi accorsi che quella possibilit di controllo, la vicinanza tra la mia casa e la
sua, la tentazione di cedere ogni volta a impulsi di questo genere stavano accentuando la mia diffidenza
e diventavano un pericolo sia per lei che per me. Bisognava creare una distanza fra noi, dovevo
andarmene dalla Haidgasse; la cosa migliore sarebbe stata mettere tutta Vienna in mezzo a noi, in
modo che ogni volta, andando da Veza o ritornando, potessi fare la conoscenza delle strade, delle
grandi porte cittadine, delle finestre, dei locali, per poter ascoltare tutte le voci senza lasciarmene
spaventare, per potermi consegnare a loro e incorporarle in me, pur rimanendo disponibile a recepirne
di nuove. Volevo trovarmi e crearmi un quartiere mio, allaltro capo della citt; e Veza, almeno una
volta ogni tanto, doveva venire a trovarmi, libera dalla tirannia del cattivo vegliardo addomesticato che
la costringeva a stare sempre con lorecchio teso: nessuno poteva garantire infatti che un giorno, tutto a
un tratto, strappandosi dal fuoco del proprio inferno, egli non avrebbe fatto irruzione nel sacro recinto.
Inventare altre donne
Durante le vacanze di Pasqua del 1927 me ne andai a Parigi, a trovare la mamma e i fratelli.
Ormai erano l da quasi un anno, e non si erano organizzati male. I miei fratelli erano riusciti ad
ambientarsi nelle nuove scuole, con la lingua (lavevano imparata molto tempo prima, quando erano
stati due anni in collegio a Losanna) non avevano avuto difficolt. A Parigi si trovavano bene, e
soprattutto Georg, il minore, che ormai veniva chiamato Georges, stava evolvendo esattamente nel
modo che io avevo desiderato. Era un ragazzo molto alto, con gli occhi scuri e la parola facile, bravo
soprattutto in filosofia. Il suo talento per le distinzioni logiche mi lasciava sbalordito (non era certo
riconducibile alla mia influenza) e gli dava, a sedici anni, una certa autonomia, che egli faceva valere
con successo nelle lunghe lettere che mi scriveva e, durante la mia visita, anche nei nostri colloqui. Era
acuto e ingegnoso, a scuola erano convinti che si sarebbe dedicato alla filosofia. Adorava il francese,
come io adoravo il tedesco, anche se n il francese n il tedesco erano stati la nostra prima lingua. Fra
noi, per, parlavamo in tedesco; anche Georg era un fedele lettore della  Fackel , che avevo avuto
lincarico di mandargli regolarmente da Vienna. Una delle sue qualit pi notevoli era che parlava ogni
lingua che sapeva (e con landar del tempo ne impar parecchie) non meno bene di un nativo, anzi,
perlopi meglio.
Con tutto il suo acume e la sua limpidit intellettuale, Georg era un ragazzo dolcissimo, che pur
prodigandosi per nostra madre, pensava di non far mai abbastanza. Riempiva il vuoto che io avevo
lasciato in lei, ed evitava ogni conflitto. Era ben consapevole di quanto profondamente io lavessi
colpita. Con una maturit psicologica che andava ben oltre i suoi anni, aveva capito che cosa era
successo fra noi e non lo scordava. Ascoltava con pazienza le dure accuse che la mamma lanciava
contro di me e, pur senza contraddirla, badava a non darle ragione in tutto, in modo da non precludere
ogni via alla nostra riconciliazione. Sembrava che si fosse accollato il mio antico amore, arricchito e
affinato da una dolcezza che a me era sempre mancata. Era una vera fortuna per la famiglia che io me
ne fossi andato, ed era una fortuna anche per me. Ma, per completare lopera, per tranquillizzare la
mamma e me stesso, dovevo levarle dal cuore la spina pi dolorosa, una spina che aveva un nome.
Ancor prima che si trasferisse a Parigi, avevo capito che cera un solo mezzo per alleviare il
tormento della mamma e, cosa che mi stava anche pi a cuore, per proteggere Veza dal suo odio:
inventare altre donne. Avevo cominciato a farlo, nelle mie lettere, e presto cominciai a prender gusto a
quelle mutevoli storie. Di donne dovevo inventarne pi duna, ogni donna che avessi preso troppo sul
serio, ogni donna che acquistasse una posizione dominante lavrebbe angosciata, ridestando il suo odio.
Avrebbe cominciato a temere il suo influsso su di me e ne avrebbe fatto una figura satanica, capace di
toglierle il sonno; per questi motivi si imponeva un avvicendamento. Dopo un po di esperienza, arrivai
alla soluzione perfetta. Dovevo inventare due donne molto diverse, fra le quali non sapevo risolvermi.
Una non abitava a Vienna, ma neppure laltra era troppo vicina, altrimenti lo studio ne avrebbe
sofferto, perch avrei perso troppo tempo. Nessuna delle due doveva strappare allaltra la vittoria,
questo le avrebbe dato un potere pericoloso: sarei stato, come scriveva la mamma, in sua bala. Non
ebbi scrupoli di coscienza a inventare quelle storie, non le consideravo bugie nel senso usuale della
parola. Ulisse, che era sempre rimasto il mio modello, mi aiut a superare gli aspetti imbarazzanti della
situazione. Una cosa bene inventata era una storia, non una bugia, e inoltre il fine delliniziativa era
buono, addirittura caritatevole, come si vide ben presto dai suoi effetti.
La difficolt maggiore consisteva nel fatto che mi sentivo in dovere di informare Veza. Senza
che lei lo sapesse, senza il suo consenso, non potevo n inventare n sviluppare le mie storie; cos, non
potei fare a meno di dirle la verit, sia pure a poco a poco, a piccole dosi, e con tutta la delicatezza
possibile, sulla profonda animosit che la mamma nutriva nei suoi confronti. Per fortuna Veza aveva
letto un numero sufficiente di buoni romanzi per capire che cos'era successo. E poi, siccome avevo
cominciato ad attuare il mio piano prima che lei ne venisse a conoscenza, ormai non poteva pi farmi
tornare indietro. Ma Veza temeva che mia madre potesse venire a sapere la verit da altri, e questo, ne
era certa, avrebbe solo peggiorato la situazione. Io le obiettai che la cosa migliore era guadagnare
tempo. Quando fosse passato qualche anno e mia madre si fosse abituata al fatto che io avevo una mia
vita indipendente, e magari avessi scritto un libro che lei potesse veramente apprezzare, allora anche
sapere come in effetti stavano le cose lavrebbe colpita assai di meno. Mi riusc di convincere Veza,
che intuiva anche, senza che io gliene avessi mai parlato, il mio grande timore che la mamma, per
gelosia, potesse giungere a una vera e propria aggressione contro di lei.
A una cosa, tuttavia, non avevo pensato: al modo in cui le mie storie, piuttosto asciutte e povere
di particolari, avrebbero acceso la fantasia di mia madre. Quando arrivai a Parigi per Pasqua, le donne,
in base alle mie lettere, erano due: Maria di Salisburgo ed Erika, una violinista che abitava a
Rodaun, un sobborgo di Vienna; Veza la vedevo solo di tanto in tanto, non mi piaceva pi. Quando
arrivai a Parigi, ero ancora in anticamera, non avevo ancora visto la casa, ci eravamo appena salutati e
gi mia madre mi chiedeva di Erika. Ma soltanto quando per un attimo rimanemmo soli, senza i miei
fratelli, aggiunse :  Ai ragazzi non ho detto nulla : ma dimmi, come va con Maria? Vieni direttamente
da Vienna o ti sei fermato a Salisburgo? . Non le sembrava opportuno, disse, che i miei fratelli
sapessero di quel doppio amore, avrebbe potuto influire negativamente sulla loro moralit. Aveva
raccontato di Erika, sperava che la cosa non mi desse fastidio, e cos lo spauracchio di Veza era bandito
per tutti i membri della famiglia, ciascuno di loro poteva pensare alla mia vita viennese senza eccessive
preoccupazioni.
Cos stavano ormai le cose; ora dovevo accontentare la curiosit di mia madre, che mi faceva
uninfinit di domande. Voleva sapere tutto; ma le sue domande erano diverse a seconda che i miei
fratelli fossero presenti oppure no. Trovava divertentissimo che Maria, la sali-sburghese, fosse un
segreto fra me e lei. Mi consigli persino di non farne parola con il resto della famiglia: la cosa avrebbe
potuto nuocere al mio buon nome, perch, in fondo, sembrava un po peccaminosa. Ma lei,
personalmente, doveva confessarmi che non mi avrebbe mai giudicato capace di tanta assennatezza in
un problema pratico della vita. Ma, probabilmente, tutto era avvenuto per caso, e lei non avrebbe
dovuto elogiarmi, dato che si trattava di una pura coincidenza.
Qualche giorno dopo, quando feci la mia prima lunga passeggiata con Georg (mio fratello
voleva farmi vedere alcune cose che, malgrado fossi gi stato a Parigi, sicuramente non avevo ancora
visto) egli mi disse - ma solo dopo aver discusso con me dei nostri veri argomenti, quelli di carattere
intellettuale - che la mamma stava molto meglio. La fine della mia storia con Veza aveva avuto su di lei
un effetto miracoloso. Poi mi fiss con uno sguardo serissimo, esitando, come se dovesse dire una cosa
che non si decideva a tirar fuori. Io lo incoraggiai, bench avessi intuito quel che stava per arrivare. 
Che cosa ne penso io di questa faccenda, non hai bisogno di chiedermelo  disse.  Spero che non
continuerai per sempre a giocare con le persone come hai fatto con Veza . Esit di nuovo.  Sai
almeno come sta? Non hai paura che possa farsi del male? .
Gli avevo sempre voluto bene, e in quel momento lo amai ancora di pi. Mi riproposi di dire la
verit a Georg prima che a chiunque. Ma ora era troppo presto. Mi faceva davvero una gran tristezza
lasciargli credere che la sorte di una persona a cui io tenevo tanto mi stesse meno a cuore che a lui,
Georg in fondo la conosceva appena. A questo aspetto delle mie stupide frottole non avevo pensato
affatto, era giusto che ora dovessi farci i conti.
Georg ci pensava sempre, quando eravamo soli. Era convinto che una persona piantata in asso
in maniera cos indegna dovesse sentirsi in pericolo, e avesse bisogno di particolari premure. La stessa
delicatezza e capacit di immedesimazione di cui dava prova per la vita della mamma a Parigi, Georg
le aveva, con il pensiero, anche per la vita di Veza a Vienna. Cercava di infondere nel mio animo
affetto e calore per lei, ma non me ne parlava, n tanto meno mi dava consigli. Al Louvre, che
visitammo insieme pi di una volta, si ferm davanti alla SantAnna, la Vergine e il Bambino di
Leonardo, guard a lungo la figura di SantAnna e poi guard me. Il sorriso di SantAnna, disse, gli
ricordava il sorriso di Veza. Insomma, Georg aveva visto Veza e si ricordava benissimo di lei, bench,
forse, non si fossero scambiati neppure una parola. Poi mi domand, come se stessimo parlando di
pittura e nientaltro, se mi piaceva Leonardo. Cera gente che trovava sdolcinato il sorriso dipinto sui
volti di Leonardo; lui no. Dipende da questo, dissi io: se si conoscono delle persone capaci di sorridere
a quel modo, bench la loro vita non sia affatto sdolcinata. Georg fu soddisfatto. Sentivo che voleva
scoprire la mia vera opinione su Veza, verso la quale era convinto che io mi fossi comportato
malissimo. Sentivo che per lui era un problema di giustizia, perch, a casa, aveva sentito su Veza le
cose pi orribili, e aveva sempre taciuto, pur essendo convinto di sapere come stavano veramente le
cose.
Quando arrivammo davanti alla Zattera della Medusa di Gricault, ne rimanemmo entrambi
affascinati. Mi stupivo che Georg non riuscisse a staccarsene, aveva soltanto sedici anni.  Sai perch
queste teste sono cos vere?  mi disse, e mi raccont - la cosa mi giungeva nuova - che Gricault
aveva prima ritratto le teste di alcuni ghigliottinati per riuscire a dipingere le figure della Zattera.  Io
non avrei mai potuto  risposi.   per questo che non hai fatto il medico. Non saresti mai stato capace
di eseguire unautopsia . Allora capii che Georg non aveva rinunciato allidea di studiare medicina, e
ne fui felice; la filosofia, allora in primo piano, non avrebbe tenuto il campo per sempre. La sua
partecipazione, la sua conoscenza del dolore, la sua capacit di sopportare la vista della morte senza
lasciarsene travolgere, la sua pazienza, ma anche il senso di giustizia che lo spingeva a non defraudare
nessuno dellattenzione cui aveva diritto - tutto questo mi diceva che Georg era fatto apposta per la
professione del medico, e che l dove io, malgrado il mio profondo rispetto per quellattivit, avrei
fallito, lui invece sarebbe riuscito.
In fatto di coscienziosit ci davamo dei punti a vicenda; era buffo che entrambi ci
soffermassimo a lungo davanti a quadri che non ci dicevano nulla, mentre ci sentivamo attratti da altri
quadri, che conoscevamo bene perch ci piacevano in modo particolare. Georg ebbe il pensiero gentile
di domandarmi se ci tenevo a vedere la sezione di archeologia babilonese; quel gesto alludeva alla mia
vec-chia passione per Gilgamesh. Neppure questo aveva dimenticato, non aveva dimenticato proprio
nulla, il periodo turbolento della Radetzkystrasse non aveva cancellato nessun ricordo degli anni
precedenti. Rinunciai ai babilonesi, che lo annoiavano, ed egli mi condusse, per ricompensarmi, davanti
ai Quattro storpi, un piccolo, splendido Brueghel.  Cos verrai di nuovo a trovarci  mi disse.  Credi
che non sappia perch non lasci Vienna? Sono i Brueghel, Karl Kraus e...  ma lultima cosa che in
passato avrebbe detto, non riusc a pronunciarla.
Eravamo pi vicini che mai; il fatto che Georg circondasse di mille attenzioni proprio la
persona che per me era stata la pi importante di tutte, e alla quale io avevo fatto del male, mi dava un
grande sollievo. Sapevo, certo, di essere innocente (le cose non sarebbero potute andare diversamente);
eppure mi sentivo colpevole; e soltanto quando ero solo con mia madre, e vedevo coi miei occhi la sua
espressione raggiante perch alle sue domande su Maria io rispondevo con ricchezza di particolari,
soltanto allora mi passavano i rimorsi. Mia madre sinteressava soltanto a Maria, e non alla violinista,
che pure aveva gi dato dei concerti e suscitava nei critici un certo interesse. Aveva per Maria parole di
commiserazione, perch viveva a Salisburgo, lontano da me; ma la sua lontananza rappresentava per
mia madre un vero toccasana. La bellezza di Maria aveva fatto colpo su di lei; e mi riteneva fortunato
per averla incontrata; tuttavia non si meravigliava troppo che piacessi a Maria, anche se io, paragonato
al mio fratello pi giovane, che era bellissimo, non ero certo un ragazzo attraente.  Tu sei un poeta 
mi disse una volta allimprovviso, proprio mentre stavo poeticamente sviluppando la mia storia per lei.
 Hai talento immaginativo. Non sei noioso, come tanti giovani. In una citt come Salisburgo la gente 
sensibile ai poeti. Lei non vede in te un chimico.  questa la tua fortuna .
Rimasi a Parigi tre settimane, nella casa di rue Copernic, e non pass giorno senza che la
mamma cercasse di farmi raccontare qualche cosa di nuovo sul conto di Maria. Al suo modo di
domandare ero incapace di resistere. Non tacqui neppure qualche particolare preoccupante, la
spaventosa avarizia della madre di Maria, per esempio; Maria ne soffriva.  Capita anche nelle migliori
famiglie,  rispose la mamma  pensa soltanto al patrigno di Veza! . - Gi questo indicava che il suo
stato danimo era radicalmente mutato. Anche lei, dunque, aveva pensato qualche volta che Ve/a in
casa sua dovesse sentirsi tremendamente oppressa. E, al momento del distacco, mezzora prima che
chiamassimo il taxi che avrebbe dovuto portarmi alla stazione, la mamma, cedendo a un impulso di
magnanimit, parl - riferendosi a Veza - come avrebbe parlato una volta: Non essere duro con lei,
figliolo! Ha avuto un colpo crudele, e adesso  a terra. Non raccontarle tutto. Non deve sapere come
sono belli i tuoi due amori. Non dimenticare che adesso deve vivere sola.  difficile, per una donna,
dopo una simile sconfitta, conservare la stima di se stessa. Per una donna vivere sola  la cosa pi
difficile. Non ti ha fatto nulla di male, perch sei riuscito a sfuggire alle sue reti. Non ne trover un
altro come te, che si lasci accalappiare nelle sue reti, perch nessuno  ingenuo comeri tu allora. Vi ho
educati alla purezza dei sentimenti e lei se n accorta subito. Ohe abbia messo gli occhi su di te,
figliolo,  una cosa che depone a suo favore. Falle una visita di tanto in tanto, ma non troppo spesso,
per non alimentare la sua sofferenza. Dille che non puoi andare perch lo studio ti impegna pi di
prima - tu adesso ti stai preparando alla vita,  una faccenda seria e non puoi permetterti di sprecare il
tuo tempo .
Avevo in testa questo discorso quando la lasciai. Ero contento che in lei il Burgtheater non
fosse morto del tutto. Ma ero ancora pi contento che il suo odio si fosse tramutato in compassione.
Mia madre si era talmente calata nel mio racconto che, senza alcun ritegno, manifestava la sua
preferenza per una delle due rivali. A quale delle due io volessi pi bene non era affatto chiaro; ma lei
si gett con tutto il suo peso dalla parte di Maria.  sempre meglio, diceva, pensare a una persona
lontana. Se si  troppo vicini  facile irritarsi e farsi del male a vicenda, tutto diventa insipido, e poi
quel violino portava nel nostro rapporto una nota falsa. Bisogna amare la persona, non lo strumento che
suona; altrimenti ci si potrebbe accontentare dei suoi concerti. Ma non dovevo credere che lei volesse
conoscere questa Maria. Pensava che avrei potuto restarle fedele sino alla fine dei miei studi, cio
ancora per due anni, appunto perch Maria abitava a Salisburgo e non a Vienna. Naturalmente era
curiosa di vederla, questo s, io ero portato alle esagerazioni, lei forse non lavrebbe affatto trovata
questa gran bellezza. E poi, se a Maria avessi fatto conoscere mia madre, certo si sarebbe montata la
testa, e questo non era opportuno. Non dovevo legarmi, per carit, avevo tutta la vita davanti a me, al
giorno doggi chi si lega a ventidue anni  proprio uno sciocco.
La vista dello Steinhof
A Colmar rimasi un giorno intero davanti alla pala di Isenheim, non mi ero accorto del
momento in cui ero arrivato e neanche mi accorsi di quello in cui me ne andai. Quando il museo chiuse,
provai il desiderio di essere invisibile per poterci restare tutta la notte. Guardavo il corpo di Cristo
senza lacrimevole smarrimento, lo stato orripilante di quel corpo mi sembrava vero, e davanti a quella
verit compresi ci che mi aveva turbato nelle altre crocifissioni: la bellezza, la trasfigurazione. La
trasfigurazione si addice al concerto degli angeli, ma non alla croce. Ci da cui nella realt avremmo
certo distolto lo sguardo con raccapriccio qui, in questo dipinto, era ancora possibile coglierlo nella sua
pienezza: un ricordo dellorrore che gli uomini si procurano lun laltro. La guerra e la morte chimica
erano ancora abbastanza vicine, nella primavera del 1927, per conferire veridicit a quel dipinto.
Troppo spesso, forse, il compito pi insostituibile dellarte  stato dimenticato : non  la catarsi, n la
consolazione, n il talento di disporre ogni elemento in funzione di un lieto fine. Perch il lieto fine non
ci sar. Ma peste, e piaghe, e tormento, e orrore - e se la peste ha smesso di infierire, al suo posto
inventiamo orrori pi atroci. Che cosa possono le illusioni consolatorie davanti a questa verit? Essa 
sempre uguale a se stessa e deve rimanere dinanzi ai nostri occhi. Tutti gli orrori che incombono
sullumanit sono anticipati in questo dipinto. Il dito di Giovanni, mostruosamente, lo dice: cos 
adesso, e cos sar ancora. E qual  il significato dellagnello in questo paesaggio? Era questo lagnello,
questuomo che imputridisce sulla croce?  cresciuto,  diventato uomo per essere inchiodato alla
croce e farsi chiamare agnello?
Mentre io ero l, davanti alla pala cera anche un pittore che stava copiando Grnewald. Non
sembrava n oppresso n imbarazzato, rifletteva a lungo su ogni pennellata. Avrei voluto che non ci
fosse, non cera nessun altro all'infuori di lui, e pensavo che avrebbe attaccato discorso. Ma non disse
una sola parola, anchegli preferiva esser lasciato in pace, e anzi, se una cosa saltava agli occhi, era che
proprio non badava a me. Cercai di togliermi dalla mente la sua copia. Mi spostai in modo da non
vederla. Ma non pensarci era impossibile. Anche restare cos a lungo mi imbarazzava. Ero sempre l,
senza far niente, un po come lui, neanche lui se ne andava, ma, almeno, aveva il pennello in mano e si
dava da fare. Era un uomo solido, di mezza et, con il volto inespressivo, non segnato dal dolore; era
quasi incredibile che quel volto fosse l, accanto al volto del dipinto, che fosse l nello stesso tempo,
nello stesso spazio, e fosse, per mestiere, alle prese con lincommensurabile, che non perdeva di vista
nemmeno per un attimo.
Mi vergognavo talmente, davanti al copista, che di tanto in tanto sparivo dietro la pala, come se
volessi guardarla dallaltra parte. Sentivo il bisogno di sottrarmi alla copia della crocifissione, ma anche
alla crocifissione stessa, e il pittore doveva pensare che lo facessi per un riguardo a lui. Forse quando
era solo si trasformava, forse faceva dei versacci per sostenere quel confronto. Quando sbucai di nuovo
da dietro, sembr sollevato, mi sembr che sorridesse. Io osservavo lui come lui osservava me.  strano
che di fronte a un simile dipinto si noti un uomo in carne e ossa? Se ne ha bisogno, perch non  appeso
alla croce. Finch  occupato con la sua copia, nulla gli pu capitare. Era questo il pensiero che pi mi
colpiva. Contro ci che si vedeva cera ununica difesa, non distogliere mai lo sguardo. La salvezza
consiste nel non voltare il capo. Non  la salvezza dei vili. Non  una falsificazione. Ma allora  il
copista che attua la salvezza nella sua forma pi compiuta? No, perch dato il modo in cui deve vedere,
egli scompone. Egli si salva rifugiandosi in frammenti la cui appartenenza al tutto  procrastinata.
Finch li dipinge, essi non fanno parte di quel tutto. Poi torneranno a farne parte. Ma in certi periodi
egli non pu affatto vedere il tutto, essendo assorbito da un particolare, ci che conta per lui  la
precisione di quel particolare. Il lavoro del copista  finzione. Non  come il dito di Giovanni. Il dito
del copista non indica, ma si muove ed esegue. Non c' niente di meno impegnativo di questo suo
modo di guardare, un modo che non lo trasforma. Qualora lo trasformasse, non riuscirebbe a finire la
sua copia.
Dimenticai il copista soltanto alcuni anni dopo, quando riuscii a trovare le grandi riproduzioni
della pala di Grnewald che appesi nella mia camera. Tornando da Colmar dovevo, prima di tutto,
cercare la stanza nella quale in seguito le avrei appese. La trovai presto, per cos dire al primo colpo, e
senza poter valutare ci a cui, in realt, mi sarebbe servita.
Volevo degli alberi, tanti alberi, e gli alberi pi vecchi che conoscevo nei dintorni di Vienna si
trovavano nel Lainzer Tiergarten. Il primo annuncio su cui mi cadde locchio si riferiva proprio alle
vicinanze del Tiergarten. Andai a Hacking, capolinea della Stadtbahn, la ferrovia urbana, varcai il
misero fiumiciattolo di nome Wien, sul cui periglioso passato si raccontano delle storie assolutamente
inverosimili, poi cominciai a risalire il pendio, oltrepassai la Erzbischofgasse (che di l, correndo lungo
un muro, arrivava sino a Ober-Sankt-Veit - per quella via avevo sempre avuto una predilezione), per
piegare infine nella Hagenberggasse. Proprio allinizio della salita, nella seconda casa a destra, si
trovava la camera segnalata dallannuncio.
La padrona di casa mi condusse al secondo piano, tutto occupato da quella camera, e apr la
finestra. Alla prima occhiata fuori, la mia decisione fu presa: in quella stanza ci dovevo abitare, e per
molto tempo. Oltre lo spiazzo di un parco giochi, e al di l della Erzbischofgasse, lo sguardo si posava
sugli alberi, molti grandi alberi che - come pensavo - facevano parte del giardino arcivescovile. Pi
oltre, dallaltro lato della valle della Wien, sulla collina che avevo di fronte, vedevo lo Steinhof, la citt
dei pazzi, cintata da una lunga muraglia, allinterno della quale in altri tempi ci sarebbe stato posto per
una citt. Aveva il suo duomo, e lo sfavillio della cupola della chiesa di Otto Wagner giungeva fino a
me; la citt era composta da molti padiglioni, che, da lontano, sembravano ville. Da quando ero a
Vienna, avevo spesso sentito parlare dello Steinhof, nella citt dei pazzi vivevano seimila persone. In
realt, pur non essendo proprio vicina, mi appariva nitidissima, e io cercai di immaginare che cosa
avrei potuto vedere inoltrandomi con lo sguardo, attraverso le finestre, dentro le sale.
La padrona di casa, che certo aveva interpretato male la mia occhiata fuori dalla finestra - avr
avuto sessant'anni, la sottana le arrivava a terra -, mi fece un discorsetto sulla giovent moderna e sulle
patate che ormai costavano il doppio. Io la ascoltai sino alla fine, senza interromperla (forse ebbi la
sensazione che quel discorso lavrei risentito spesso, in futuro) e, per evitare malintesi, dichiarai subito,
appena ebbe finito, che volevo da lei il permesso di ricevere le visite della mia amica. Lei la chiam
subito  la signorina fidanzata , e mise bene in chiaro che doveva venirmi a trovare una sola 
signorina fidanzata . Le dissi anche che nella stanza avrei dovuto portare i miei libri, e che ne avevo
molti. Questo sembr rallegrarla, che uno studente avesse molti libri le sembrava giusto e naturale. Le
difficolt furono maggiori, invece, per quello che volevo appendere alle pareti, poich dagli affreschi
della Cappella Sistina, le cui riproduzioni portavo sempre con me sin dallepoca zurighese di villa
Yalta, non volevo separarmi.  Dovr usare per forza le puntine?  disse la signora; ma poi cedette, il
prezzo, che non era alto, lavevo accettato subito, e parlandole dei libri le avevo ispirato fiducia; non le
piaceva cambiare continuamente inquilino, e uno che portava con s molti libri aveva certo intenzione
di restare per parecchio tempo.
Arrivai, dunque, con le riproduzioni della Sistina; ma non perdetti di vista il mio vero proposito,
cercare le riproduzioni della pala di Isenheim e appendere alle pareti tutti i particolari di quel dipinto di
cui fossi riuscito a entrare in possesso. La ricerca dur a lungo. In questa stanza ho abitato per sei anni
e qui ho scritto, dopo aver appeso intorno a me le riproduzioni di Grnewald, Auto da f.
La padrona di casa, che abitava al pianterreno con il marito e i figli gi grandi, la vedevo di
rado, solo una volta al mese, quando le davo personalmente limporto dellaffitto e, subito dopo, lei
saliva in camera per portarmi la ricevuta. Ma ogni tanto qualcuno veniva a cercarmi mentre ero fuori;
allora lei mi aspettava sulla porta di casa e ricevevo un resoconto particolareggiato sullaspetto, le
maniere e i desideri del mio visitatore. Diffidava di qualunque visita e, se veniva da me qualcuno
conosciuto per caso nel quartiere, per prendersi qualche cosa da leggere, lei mi metteva energicamente
in guardia dai malintenzionati, che venivano soltanto a ficcare il naso per vedere che cosa cera da
rubare. Qualunque cosa la mia padrona avesse da dirmi finiva con il discorso sulla giovent moderna.
Pi in basso ancora, nello scantinato, abitava la vedova di un guardaboschi, che aveva passato la
maggior parte della sua vita, insieme al marito, nel Lainzer Tiergarten. Aveva pi o meno le funzioni di
una domestica. Rifarmi il letto e spazzare la mia stanza era compito suo. Io la vedevo nei giorni in cui
non andavo in laboratorio e restavo a casa quasi tutta la mattinata, e lei mi parlava del periodo vissuto
nel Lainzer Tiergarten. La signora Schicho era una donna anziana, gentile, molto grassa, con i capelli
bianchi e il viso rosso, che al minimo sforzo e a ogni movimento si imperlava di sudore; le rare volte in
cui ero presente mentre metteva in ordine, la stanza era presto invasa da un odore penetrante, bench
porte e finestre restassero aperte, creando una corrente che avrebbe dovuto cambiare laria. Non era un
tanfo disgustoso, ma un odore di burro non pi freschissimo, eppure non ancora veramente rancido.
Sarei uscito, anche per sottrarmi a quellodore, ma la signora Schicho aveva un modo di raccontare al
quale non sapevo resistere. Di solito non parlava del bosco, e neppure della casa del guardaboschi dove
aveva vissuto con il marito, a meno che non fossi io a farle delle domande a proposito dei cinghiali e
dei gufi; in tal caso rispondeva gentilmente, ma senza alcuna partecipazione. Assai pi sovente
riandava col pensiero agli ospiti illustri che avevano visitato il parco al seguito dellimperatore. Con
orgoglio, ma senza prosopopea, la signora Schicho mi parl della  giornata dei tre Imperatori ,
quando limperatore di Russia, limperatore di Germania e limperatore Francesco Giuseppe si erano
fermati, alti sui loro cavalli, davanti alla casa del guardaboschi, e lei aveva offerto a ciascuno un
brindisi di benvenuto. Li aveva ancora davanti agli occhi tutti e tre, come se fossero l, descriveva i loro
pennacchi, le uniformi, i volti, ricordava i cavalli che montavano e le parole con cui lavevano
ringraziata dellaccoglienza. Il racconto non aveva un tono servile, sembrava, piuttosto, che fossero
ancora l e, mentre allungava le braccia per mostrarmi in che modo aveva offerto il bicchiere a ciascuno
dei tre imperatori, la signora Schicho sembrava un po stupita che nessuno le venisse incontro a
prenderle il calice di mano. Tutto era svanito; doverano gli imperatori? Comera possibile che di tutto
ci non fosse rimasto pi nulla? Anche se la signora Schicho non lo disse mai ben chiaro, n diede a
vedere di rammaricarsene, io sentivo che quello era per lei un mistero non meno che per me, e che
proprio quel mistero la spingeva a raccontare lepisodio con tanta energia e vivacit.
Non facevo mai colazione nella mia camera, non ci tenevo neppure il pane o la frutta. Avevo
sempre desiderato un posto che fosse libero dal cibo, e che non fosse disturbato da nulla di ci che
ritenevo insignificante o fastidioso. La chiamavo, scherzosamente, la mia ansia di pulizia; Veza,
quando veniva a trovarmi, la capiva, e non cerc mai, come fanno di solito le donne, di organizzare
nella mia stanza una specie di economia domestica. Anche di quel mio desiderio di conservare la stanza
libera da cose del genere Veza diede come al solito una interpretazione originale e per me lusinghiera ;
era dovuto al mio rispetto per i Profeti e le Sibille appesi alle pareti, o forse al mio rispetto per
Michelangelo, che poteva lavorare indefinitamente senza pensare al cibo.
Ma questo non significava che mi lasciassi mancare nulla o che facessi addirittura la fame.
Nella Auhofstrasse, a cinque minuti da casa mia, scendendo la collina, cera una latteria che vendeva
yogurth, pane e burro, cibi che potevo consumare tranquillamente allunico tavolino del negozio,
seduto sullunica sedia. Era l che facevo colazione prima di andare in laboratorio. E quando restavo a
casa ci tornavo anche pi tardi, durante la giornata. In quegli anni vivevo volentieri di pane e burro e
yogurth, perch risparmiavo il pi possibile per comperarmi dei libri.
La signora Fontana, che mandava avanti la latteria, non aveva nulla in comune con la signora
Schicho. La voce era puntuta, proprio come il suo naso che ficcava dappertutto. Durante il pasto
ricevevo informazioni dettagliate su ogni cliente che aveva lasciato il locale o che, secondo lei, sarebbe
entrato fra breve. Quando quellargomento era esaurito, il che non succedeva tanto in fretta, arrivava il
turno del suo primo matrimonio, che era andato storto sin dallinizio. Il primo marito della signora
Fontana, prima prigioniero in Russia, era finito in Siberia, cera rimasto qualche anno e l era morto di
malattia. Molto tempo dopo, era ritornato un suo amico, portando il suo estremo saluto, la fede nuziale
e una foto di gruppo nella quale si vedevano il defunto, lamico stesso e altri compagni di prigionia.
Quella foto era un ricordo prezioso, e il suo proprietario non se ne separava mai, bench la mostrasse
spesso e volentieri. Tutti i prigionieri si erano fatti crescere la barba e perci non era possibile
riconoscerli. Il proprietario della foto aveva labitudine di puntare il dito su una barba, la seconda in
basso da destra, e ogni volta diceva:  Ecco quello sono io. Non mi riconosce? Eh, quelli erano tempi!
. Poi assumeva unespressione solenne e, indicando unaltra barba, la seconda in basso da sinistra,
dichiarava:  E questo era il mio amico e predecessore, dica pure tranquillamente il primo signor
Fontana; ma, naturalmente, non si chiamava cos. Dovrebbe chiedere a mia moglie. Le canter su di lui
unintera litania .
Perch di litanie sul suo secondo marito la signora Fontana non poteva certo cantarne. Lei si
alzava molto presto, dato che il negozio apriva di buonora. Lui dormiva tutta la mattina, perch
rincasava molto tardi, alluna di notte, con lultima corsa della ferrovia urbana, e talvolta anche pi
tardi, tornando a piedi dal suo solito caff in citt; la moglie dormiva da un pezzo, e lui non la vedeva
nemmeno. Si alzava nel pomeriggio, quando lei era in negozio, e subito ritornava in citt a trovare i
suoi amici.
Lei era facile alle scenate, e lui stava lontano di casa pi che poteva. Ma nel primo pomeriggio,
prima di tornarsene in citt, qualche volta le dava il cambio in negozio. Fu cos che lo conobbi e che
egli mi raccont della Siberia. Dopo un paio danni, la tensione fra i coniugi Fontana era arrivata a un
punto tale che lei lo cacci di casa. Il loro non era un matrimonio, diceva la signora, non avevano nulla
in comune. Lui si serviva della casa di lei soltanto per venirci a dormire. Per il resto, non le rivolgeva
nemmeno la parola. Quando lei era in piedi il marito dormiva, e appena lei si era addormentata lui si
alzava dal letto.
Alla fine lui se ne and, e il mattino seguente lei me lo disse, soddisfatta e amareggiata al tempo
stesso. Il marito non si era portato via quasi nulla, perch in effetti non possedeva nulla; ma quel poco
che aveva se lera preso, persino due chiodi arrugginiti.  Si figuri un po, i chiodi arrugginiti si 
portato via, neppure un chiodo mi ha lasciato . Dal tono sembrava che lei avrebbe conservato
volentieri uno di quei chiodi arrugginiti (per ricordo? per dispetto?); e invece neppure un chiodo aveva
voluto lasciarle. Almeno fossero stati nuovi; ma non lo erano, erano soltanto dei vecchi chiodi
arrugginiti.
Il signor Fontana era un uomo molto piccolo, che camminava tutto storto e piegato in avanti,
come se si fosse rotto malamente la spina dorsale. Senza pi un capello in testa, aveva unaria smunta e
mal ridotta; sembrava sempre che gli occhi dovessero riempirglisi di lacrime da un momento allaltro;
ma in realt il suo ciglio restava asciutto. Quando si trovava nel negozio, capitava qualche volta che
entrasse la splendida, florida contessa che abitava con la famiglia nelle vicinanze. Era una donna alta e
robusta, che sapeva cavalcare e cacciare (io per non la vidi mai n a cavallo n a caccia), aveva una
voce squillante e faceva gli acquisti come se la latteria esistesse soltanto per lei. Tuttavia i suoi acquisti
non erano affatto cospicui, non aveva mai abbastanza denaro con s. Ogni tanto si portava dietro i tre
figli piccoli, e allora non si poteva fare a meno d pensare al suo petto prorompente; al signor Fontana
schizzavano fuori gli occhi dalle orbite stanche. Serviva la contessa con sollecitudine, e senza la sua
solita aria astiosa; chiunque altro entrasse, quando lui era in negozio, veniva accolto con una faccia
seccata. La contessa non era ancora uscita tutta intera dalla porta, che lui si voltava verso di me e mi
diceva con entusiasmo (allora s che aveva le lacrime agli occhi) : * Che giumenta! Da rimanerci
secchi! .
Credo che venisse nel negozio a quellora soltanto per vederla (altrimenti avrebbe dormito
ancora un po); e lei, come se avesse un appuntamento, veniva sempre alla stessa ora, e si faceva
servire soltanto da lui. Certe volte ammucchiava davanti a s, sul banco della latteria, tutte le cose che
si era fatta dare e poi (non era molto brava nei calcoli) cominciava a rifare il conto di quel che aveva
preso. Il signor Fontana, che era felice di trattenerla, per potersela rimirare ancora un po, laiutava a
fare le somme. I soldi che la contessa portava con s erano sempre di gran lunga insufficienti e, bench
piacesse moltissimo al signor Fontana, a credito non riceveva mai nulla; cos gli acquisti dovevano
sparire dal banco uno dopo laltro. La contessa non si vergognava affatto di quella operazione; non
saper fare i conti non era mica un disonore; di cavalli, in compenso, se ne intendeva molto. Senza
manifestare il minimo disappunto, restituiva una cosa dopo laltra, mentre il signor Fontana si
permetteva di aprirle la mano con una pressione affettuosa, e resosi conto, con unocchiata fulminea, di
quanti soldi aveva portato con s, di colpo interrompeva la restituzione dicendo:  Basta cos. Ha giusto
i soldi che le servono! .
La contessa sent la sua mancanza quando egli se ne and, perch ora veniva servita dalla
signora Fontana, la quale dimostrava minor comprensione per le sue scarse doti aritmetiche e in fondo
sospettava che esse nascondessero lintenzione di imbrogliarla. Anche la signora Fontana faceva i suoi
commenti quando la contessa usciva dal negozio con i bambini:  Quella a scuola non c stata mai. I
conti non  capace di farli, e neanche sa scrivere. Ma pensi un po se un tipo del genere dovesse
mandare avanti un negozio come il mio! . La contessa non era insensibile a quella ostilit, e uscita dal
negozio diceva a me:  Peccato che non ci sia pi quelluomo cos educato! Lui s che era una persona
educata! . Evidentemente non era stata informata della storia dei chiodi arrugginiti.
Anchio sentivo la mancanza del signor Fontana, ma soprattutto dei suoi discorsi sulla Siberia.
In realt lui viveva ancora laggi. Gli amiconi del solito caff ascoltavano volentieri i suoi racconti
sulla Siberia. Al caff doveva andarci tutti i giorni, mi diceva, lo aspettavano, volevano che continuasse
a raccontare. E di cose da dire ne aveva ancora moltissime, era ben lungi dallaver vuotato il sacco.
Avrebbe potuto scrivere un libro intero sulla Siberia. Ma gli riusciva pi facile parlarne a voce. Subito,
sin dalla prima volta, quando lui aveva cominciato a parlare della Siberia, sua moglie si era
addormentata. Per lei esisteva soltanto lanello nuziale. Glielaveva gi detto il suo amico, il primo
marito: per lamor di Dio, riportale la fede, altrimenti non avr pi un momento di pace! Per lei era un
oggetto di valore. Lui avrebbe anche potuto tenerselo. Ma era una promessa a un amico morto, e
laveva mantenuta. Anche se fosse stato un milione, lavrebbe restituito, accontentandosi della mancia
che si riceve consegnando un oggetto smarrito. E a essere leale che cosa ci aveva guadagnato? Adesso
sul groppo aveva una lattaia, anzich una contessa.
Un anno dopo la partenza del signor Fontana, nella zona riapparve la Siberia.
In mezzo a maschere mortuarie
Ibby Gordon mi attraeva per il suo spirito e la sua allegria, e parlava per trovate. Mai una volta
ho sentito da lei la frase che mi aspettavo, diceva sempre una cosa diversa. Era ungherese, ma riusciva
a trasformare anche quel fatto in una sorpresa, poich da ogni errore faceva nascere una trovata. Di
alcune parole ho preso coscienza per la prima volta grazie a Ibby; quando una parola tedesca le piaceva
in modo particolare, se la portava via; da quel momento la parola riappariva soltanto in forme nuove;
queste forme ricordavano che la parola era sparita e rimandavano, in modo sempre diverso, allentit
perduta. Ibby parlava adagio, nulla di quel che diceva andava smarrito, ogni sillaba aveva la sua
particolare intonazione, nessuna parola si lasciava incalzare e spingere avanti dalla parola seguente. Ma
Ibby pensava in fretta, perci molte cose premevano, aspettando il proprio turno e, prima di venir fuori,
si crogiolavano nella sua mente, soddisfatte di s. Tante cose soddisfatte, sempre nuove, si mettevano
in fila una dietro laltra e, nella sconfinata allegria che da questo derivava, non cera posto per lo
spavento, per il dolore, per la noia o per langoscia. Se eri insieme a Ibby, non potevi credere che, da
qualche parte, esistesse il dolore, perch tutto ci che di triste le capitava di vedere o di ascoltare
perdeva il suo peso, si trasformava in qualcosa di lieve, di aereo; e poich Ibby non si lamentava mai di
quel che succedeva a lei, come serbarle rancore se si prendeva gioco delle paure altrui?
Sembrava una scultura di Maillol, una classica figura agreste, e il viso assomigliava a un frutto,
un fulgido frutto che sta per maturare. Il suo nutrimento consisteva in tutto ci che vedeva intorno a s
dincongruo e di grottesco. Lavresti potuta giudicare spietata; ma lo era anche verso se stessa. Ti
stupivi che la sua ironia, cos acuta e mordace, le facesse tanto bene. Quel ritratto della felicit e della
salute spesso non aveva niente da mangiare; ma su questo non spendeva una parola, tranne che per
farlo diventare una storiella divertente: e come appariva ben nutrita, agli sguardi degli uomini, niai sazi
di contemplare le sue magnifiche spalle!
Tutto ci che ha a che fare con le tradizioni, il senso dell'ordine e le normali regole della vita
quotidiana le era scivolato addosso senza lasciare traccia. Raccontava qualcosa del suo passato, ma con
grande noncuranza, come se non fosse mai esistito. Ricordo il nome del suo paese dorigine (Marmaros
Sziget, nellUngheria orientale, ai piedi dei Carpazi), perch mi ricordava il marmo in cui Maillol
laveva scolpita. Il suo nome, Ibolya, in ungherese Violetta, sembrava ridicolo, e per fortuna nessuno ci
pensava; la chiamavamo, brevemente, Ibby. Il nome da ragazza, Feldmesser, mi piaceva di pi, ma lei
ne era imbarazzata, forse per via della sua famiglia, di cui non sapevo nulla. Come poetessa aveva
adottato il nome Gordon, e a quello teneva molto; sembrava la sola cosa della propria persona che le
stesse a cuore.
A Budapest aveva incontrato Friedrich Karinthy, uno scrittore satirico ungherese, che laggi era
una celebrit; io non avevo letto nulla di lui, ma, a giudicare da ci che ne diceva Ibby, ricordava Swift.
Ibby divent la sua amica, scriveva poesie che gli piacevano, Karinthy, si diceva, era stato conquistato
dalle sue poesie non meno che dalla sua bellezza. Aranka, sua moglie, una donna appassionata, una
tenebrosa bellezza zigana, come diceva Ibby, si era gettata dalla finestra del terzo piano per gelosia;
bench gravemente ferita, si era salvata per un puro miracolo. Karinthy era. rimasto a tal punto
sconvolto dal gesto disperato di sua moglie, che aveva deciso di troncare immediatamente il legame
con Ibby; e, per salvare la vita della moglie, aveva esiliato Ibby da Budapest, nonch dallUngheria.
Un suo amico la scort oltre il confine, sino a Vienna, dove Ibby arriv senza bagaglio, soltanto
con uno spazzolino da denti, che mostrava volentieri. Non aveva la vita facile, ma ne parlava senza
lamentarsi. Per Aranka non provava piet, ma neppure per se stessa, si limitava a osservare il lato
ridicolo della situazione. Il famoso scrittore le aveva messo come sentinella il suo amico pi fidato, il
quale doveva controllare che lei non varcasse di soppiatto il confine per tornare in Ungheria. Lamico
le affitt una stanza nella Strozzigasse. Ibby doveva presentarsi ogni giorno in un certo caff. Cos
lamico correva subito a telefonare a Karinthy, a Budapest:  Ibby  qui. Non  sparita . Allora
otteneva qualcosa da mangiare. Laffitto le veniva pagato, ma non le davano nientaltro, temevano che
potesse acquistare il biglietto per tornare a Budapest. Se non si presentava al caff, lamico veniva a
cercarla a casa sua, nella Strozzigasse; ma, in tal caso, non le dava niente da mangiare. Ecco come mi
apparve, quando la vidi per la prima volta : la dea Pomona, solo che in mano, al posto della mela, aveva
uno spazzolino da denti.
Pass qualche settimana, e Ibby capit in un circolo della jeunesse dore di Vienna, dove subito
cominciarono a contendersela due fratelli. In quellambiente tutti le avevano messo gli occhi addosso;
ma, dato che i pretendenti erano molti, e le facevano la corte tutti insieme, Ibby fece appello a tutta la
sua scaltrezza e riusc, mettendoli uno contro laltro, a respingere ogni assalto. Le maggiori difficolt le
ebbe comunque con i due fratelli, che facevano uno pi sul serio dellaltro. Ibby rimase a Vienna quasi
un anno e in quel periodo la vidi spesso, ci incontravamo al caff, e lei mi raccontava, con voce calma e
distaccata e quel suo modo di parlare freddo, radioso e irresistibilmente comico, tutto ci che capitava
intorno a lei. Io non potevo evitare di ascoltarla, e lei non poteva evitare di raccontare. Mi era grata del
fatto che non cercavo di tirar lacqua al mio mulino. Con me, diceva, si riposava dalla sua bellezza, una
bellezza incolpevole; intuiva che sentivo la sua bellezza come la sentiva lei stessa: un peso di fronte ai
cui effetti si restava disarmati.
Uno dei due fratelli dirigeva una grande libreria che aveva ereditato alla morte del padre; laltro,
considerato il pi intelligente e il pi colto, aveva studiato di tutto, gli piaceva cambiare, e ora si
occupava di filosofia. Rudolf, il libraio, era un ometto insignificante, minuto, poco appariscente, che si
sforzava di far colpo vestendosi con cura e pettinandosi continuamente i pochi capelli che aveva in
testa. Era totalmente succubo di Ibby, non meno dellaltro; ma, arido e privo di fantasia comera, per
lui era molto pi difficile interessarla. Suo fratello, invece, ascoltava volentieri la gente e poi
distribuiva i suoi consigli, balbettando lievemente, ma senza mai fermarsi. Rudolf, che non dava mai
consigli perch lui stesso ne avrebbe avuto bisogno, doveva affidarsi alle novit librarie, soprattutto ai
libri darte che aveva sotto mano in negozio, e infatti se ne serviva per fare a Ibby dei regali a sorpresa
e per intrattenerla. Un giorno le port un libro intitolato Leterno sembiante, una collezione di
maschere mortuarie pubblicata da poco. Io arrivai proprio nel momento in cui Ibby stava aprendo il
pacco, e ben presto, dopo poche pagine, sia lei che io ne fummo conquistati. Accadde una cosa che fino
a quel momento tra noi sarebbe stata impensabile: tacemmo, rimanemmo ammutoliti. Eravamo seduti
uno accanto allaltra, e cos Rudolf, che mal sopportava quel silenzio carico dintesa, ci lasci il libro e
se ne and.
Non avevo mai visto delle maschere mortuarie, erano una cosa totalmente nuova per me. Sentii
di essere pi che mai vicino a quellattimo del quale non sapevo quasi nulla.
Sul titolo del libro, Leterno sembiante, non stetti a riflettere pi che tanto. La diversit degli
uomini mi aveva sempre affascinato, ma non mi aspettavo che quella diversit giungesse, pi nitida che
mai, sino al momento della morte. Ero inoltre sbalordito del fatto che fosse possibile preservarla fino a
quel punto. Della sparizione dei morti avevo patito sin da bambino. Rimangono il nome e le opere, ma
a me non bastava. A me interessava anche la loro corporeit, ogni tratto, ogni minima contrazione del
volto. Quando sentivo la sua voce, quella di colui che sempre avevo nellorecchio, invano cercavo il
suo volto; egli mi appariva in sogno, anche quando non lo desideravo; ma non potevo evocare quel
volto a mio piacimento. Anche se lo vedevo (assai raramente), ormai era cambiato, aveva subito le
leggi della propria dissoluzione. E ora mi vedevo davanti, immutabili, coloro che vivevano insieme a
me con i loro pensieri e le loro opere, coloro che amavo per le loro azioni, oppure odiavo per i loro
misfatti; li vedevo con gli occhi chiusi - ma era come se potessero riaprirli, come se ancora non fosse
accaduto nulla dirreparabile; li avevano ancora gli occhi? sentivano ancora ci che si diceva soltanto a
loro? Erravo, indeciso, dalluno allaltro volto, come se dovessi afferrarli e trattenerli uno per uno. Non
riuscivo a capacitarmi che fossero tutti riuniti in quellunico libro. Temevo che se ne andassero nelle
direzioni pi diverse, ognuno nella propria. Pochi ne riconobbi senza guardare il nome. Senza nome
erano inermi, totalmente indifesi. Ma, non appena venivano ricongiunti al loro nome, si sentivano
garantiti dalla dissoluzione. Sfogliai avanti, poi, inopinatamente, tornai indietro; erano ancora l,
cerano tutti, nessuno era scappato, nessuno protestava contro lordine che gli era stato assegnato nella
fila, il caso che aveva messo insieme quel libro non li aveva oltraggiati.
Lultimo istante prima della dissoluzione: come se uno avesse richiamato a s per lultima volta
tutto ci che pu essere, e avesse dato il suo benestare a quella estrema presentazione. Ma questo
assenso non  di tutte le maschere: ci sono maschere che feriscono, maschere rivelatrici. Il loro senso
sta nella tremenda verit che svelano, ed  questo lelemento dominante in cui quella vita doveva
sfociare: il fardello di Walter Scott, la demenza straziante del vecchio Swift, lorrenda, divorante
malattia di Gricault. In tutte le maschere si potrebbe cercare soltanto lorrore, lorrore della morte.
Allora sarebbero maschere di uomini assassinati. Ma sarebbe anche una falsificazione: c dellaltro, al
di l della morte che assassina.
 larresto del respiro, ma come se esso venisse conservato. Il respiro  ci che luomo possiede
di pi prezioso, ed  pi che mai prezioso proprio alla fine. Lultimo, estremo respiro  conservato
come immagine nella maschera.
Ma come pu il respiro diventare immagine? La prima maschera che vidi aprendo il libro, e che
continuai a cercare e guardare, era la maschera di Pascal.
Qui il dolore ha raggiunto la sua perfezione, ha trovato il suo senso, a lungo cercato. Il dolore
che deve rimanere pensiero non  in grado di fare di pi. Se esiste un morire che va oltre il lamento, 
qui che lo abbiamo di fronte. Una dimestichezza con la morte conquistata a poco a poco, a piccoli
passi, indicibilmente piccoli, sostenuta dal desiderio di varcare quella soglia per attingere, di l da essa,
lignoto. Esistono molti libri sui credenti e sui martiri che, per amore dellaltra vita, vogliono essere
liberati da questa vita. Ma qui abbiamo di fronte limmagine di un credente nel momento in cui ha
raggiunto la sua meta.  un credente, certo, che ha saputo anche mortificarsi; ma, infinitamente di pi
di quanto si sia mortificato, egli ha pensato. Cos tutto ci che ha intrapreso contro questa vita si 
specchiato nel suo pensiero.
Il suo sembiante pu dirsi eterno, poich esprime, appunto, leternit alla quale anelava. Egli
riposa nel suo dolore, non vuole pi lasciarlo. Vuole tutto il dolore che leternit  disposta ad
accogliere e, quando lo ha raggiunto nella pienezza massima che da essa gli  concessa, quel dolore lo
offre alleternit e varca la sua soglia.
Il 15 luglio
A distanza di pochi mesi dal mio trasferimento nella nuova stanza, accadde un fatto che esercit
un influsso profondissimo sulla mia vita successiva. Fu un avvenimento pubblico, uno di quei rari
avvenimenti che turbano a tal segno una citt intera che essa, da allora in poi, non  pi la stessa.
La mattina del 15 luglio 1927 ero rimasto a casa, non ero andato come al solito allistituto di
Chimica nella Whringerstrasse. Nel caff di Ober-Sankt-Veit mi misi a leggere i giornali del mattino.
Sento ancora lindignazione che mi travolse quando presi in mano la  Reichspost  e lessi un titolo a
caratteri cubitali:  Una giusta sentenza . Nel Burgenland cera stata una sparatoria, alcuni operai
erano rimasti uccisi. Il tribunale aveva assolto gli assassini. Lorgano di stampa del partito al governo
dichiarava, o meglio strombazzava, che con quella assoluzione era stata emessa una  giusta sentenza
. Pi che lassoluzione in quanto tale, fu proprio questo oltraggio a ogni sentimento di giustizia che
esasper enormemente gli operai viennesi. Da tutte le zone della citt i lavoratori sfilarono, in cortei
compatti, fino al Palazzo di Giustizia, che gi per il nome incarnava ai loro occhi lingiustizia in s. La
reazione fu assolutamente spontanea, me ne accorsi pi che mai dai miei sentimenti. Inforcai la
bicicletta, volai in citt e mi unii a uno di questi cortei.
Gli operai di Vienna, che normalmente erano disciplinati, avevano fiducia nei loro capi del
partito socialdemocratico e si dichiaravano soddisfatti del modo esemplare in cui essi amministravano
il Comune di Vienna, agirono in quel giorno senza consultare i loro capi. Quando appiccarono il fuoco
al Palazzo di Giustizia, il borgomastro Seitz, su un automezzo dei pompieri, cerc di tagliar loro la
strada alzando la mano destra. Fu un gesto assolutamente inefficace: il Palazzo di Giustizia and in
fiamme. La polizia ebbe lordine di sparare, i morti furono novanta.
Sono passati cinquantatr anni, eppure sento ancora nelle ossa la febbre di quel giorno.  la
cosa pi vicina a una rivoluzione che io abbia mai vissuto sulla mia pelle. Da allora so con assoluta
precisione quel che accadde durante lassalto della Bastiglia,  un tema sul quale non avrei pi bisogno
di leggere una parola. Mi trasformai in un elemento della massa, la massa mi assorb in s
completamente, non avvertivo in me la bench minima resistenza contro ci che la massa faceva. Mi
meraviglio che in una simile disposizione di spirito fossi ancora in grado di percepire in tutti i
particolari ogni singola scena che si svolgeva davanti ai miei occhi. Ne voglio raccontare una.
In una strada laterale non lontana dal Palazzo di Giustizia che stava bruciando, ma in posizione
defilata e comunque ben distanziata rispetto alla massa, un uomo con le braccia alzate e le mani
congiunte sopra la testa in un gesto di disperazione, gridava gemendo:  Bruciano i fascicoli! Tutti i
fascicoli! .  Meglio i fascicoli che gli uomini!  gli dissi, ma a lui questo non importava affatto,
aveva in testa soltanto i fascicoli, e a me venne in mente che forse in quel palazzo egli stesso aveva a
che fare, magari come archivista, con dei fascicoli; luomo era inconsolabile, e a me, malgrado la
situazione, fece un effetto comico. Al tempo stesso per mi indignava.  Ma non vede che laggi hanno
sparato sulla gente,  dissi iroso  e lei parla di fascicoli! . Lui mi guard in faccia come se neanche
esistessi e gemette di nuovo:  Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli! . Pur essendosi messo in disparte,
la situazione non era per lui priva di pericoli, non era possibile non udire il suo lamento, anchio infatti
lavevo udito.
Nei giorni e nelle settimane di profondissimo abbattimento che seguirono, in cui non
riuscivamo a pensare ad altro e gli eventi di cui eravamo stati testimoni si ripresentavano
continuamente davanti ai nostri occhi perseguitandoci ogni notte fin dentro il sonno, in quei giorni,
dicevo, esisteva un unico collegamento legittimo con la letteratura: Karl Kraus. La mia idolatrica
venerazione per Kraus raggiunse allora il suo culmine. Provai, questa volta, un sentimento di
gratitudine per unazione pubblica ben precisa, non saprei indicare nessunaltra persona per la quale io
abbia mai provato tanta riconoscenza. Sotto linflusso del massacro di quel giorno, Kraus aveva fatto
affiggere dappertutto a Vienna dei grandi manifesti nei quali, rivolgendosi al capo della polizia Johann
Schober, responsabile di avere ordinato la sparatoria e responsabile dunque dei novanta morti, gli
intimava di  dare le dimissioni . Fu un atto individuale, Kraus fu lunica figura pubblica che prese
uniniziativa, e mentre gli altri personaggi celebri - a Vienna non ne mancavano mai - non volevano
esporsi o forse non volevano rendersi ridicoli, soltanto in Kraus il coraggio fu pari allindignazione. I
suoi manifesti furono in quei giorni lunico nostro sostegno. Io passavo da un manifesto all'altro, mi
fermavo davanti a ciascuno di essi, e avevo la sensazione che tutta la giustizia di questa terra fosse
penetrata nelle lettere dellalfabeto che componevano il suo nome.
 gi da qualche tempo che ho messo sulla carta questa cronaca del 15 luglio e delle sue
conseguenze. La riprendo, qui, alla lettera;* forse proprio la sua concisione pu dare unidea
dellimportanza di ci che accadde quel giorno.
Da allora ho cercato a pi riprese di avvicinarmi a quel giorno, che forse, dopo la morte di mio
padre,  stato quello che ha inciso di pi nella mia vita: sono costretto a dire  avvicinarmi , perch
afferrarlo  molto difficile; fu cos vasto, cos diffuso, si estese per tutta la citt, una grande citt; e fu
anche per me un giorno di movimento, non feci nientaltro che percorrere la citt in lungo e in largo.
Tutte le mie sensazioni, in quel giorno, erano vincolate a ununica direzione.  il giorno che mi 
rimasto pi chiaro nel ricordo; ma questa chiarezza  dovuta esclusivamente al sentimento che provai,
unsentimento che col passare delle ore nulla pot deviare.
Io non so chi abbia dato come meta il Palazzo di Giustizia agli immensi cortei che provenivano
da ogni zona della citt. Si potrebbe anche pensare che la cosa avvenne da s; ma non  unipotesi
molto attendibile. Qualcuno deve pur aver lanciato per primo la parola dordine  Al Palazzo di
Giustiziai . Tuttavia, non  importante conoscere il nome di quella persona, dal momento che la parola
dordine fu fatta propria da chiunque pot udirla, e da ciascuno fu accolta senza esitazioni, riflessioni,
titubante, indugi o dilazioni, e tutti trascin in una sola direzione.
Pu darsi che lessenza del 15 luglio sia entrata senza residui nel mio libro Massa e potere. Se
cos fosse, sarebbe impossibile ricostruire in qualsiasi forma lesperienza originaria nella sua interezza
a partire dalle singole sensazioni di quella giornata.
La lunga corsa in bicicletta verso la citt. Il percorso non lo ricordo pi. Non so dove ho
cominciato a incontrare la gente. Non mi vedo con chiarezza in quel giorno; ma sento ancora quella
febbre, le corse concitate avanti e indietro, la fluidit del movimento. Tutto  dominato dalla parola
fuoco, e poi dal fuoco stesso.
Un colpo in testa. Forse  un caso che io non abbia visto nessuna aggressione contro i poliziotti.
Ho visto invece sparare sulla folla e la gente crollare a terra. Gli spari sembravano frustate. E ho visto
la gente correre nei vicoli laterali e subito dopo riapparire e di nuovo radunarsi in massa. Vedevo la
gente cadere e i morti stesi al suolo, ma non ero vicinissimo a loro. Un orrore tremendo, soprattutto
davanti a quei morti. Mi avvicinavo, ma poi li scansavo, non appena gli ero vicino. Nella mia
eccitazione mi sembrava che i morti diventassero pi grandi. Poi, per raccoglierli, arrivavano gli
uomini del servizio dordine, e intorno a loro di solito si faceva il vuoto, come se la gente temesse che
gli spari piovessero di nuovo proprio in quel punto.
I soldati a cavallo facevano pi spavento di tutti, forse perch essi stessi avevano paura.
Davanti a me un uomo sput, facendo cenno con il pollice della mano destra a un punto
imprecisato dietro le sue spalle.  L ne hanno appeso uno! Gli hanno tolto i calzoni! . Contro chi
sputava? Contro lassassinato? O contro lassassinio? Non vedevo il punto indicato. Una donna,
davanti a me, lanci un grido fortissimo:  Peppi! Peppi! . Aveva gli occhi chiusi e barcollava. Tutti
cominciarono a correre. La donna cadde. Ma non era stata colpita. Sentii uno scalpiccio di cavalli. Non
andai verso la donna, che era stesa a terra. Corsi con gli altri. Sentivo che dovevo correre con loro.
Volevo rifugiarmi in un portone, ma non riuscivo a separarmi dalla gente che correva. Un uomo molto
alto e robusto, che camminava veloce accanto a me, si batt il pugno sul petto e continuando a correre
url:  Hanno sparato qui! Qui! Qui! Qui! . Dun tratto non lo vidi pi. Non era caduto. Dovera?
Questa era forse la cosa pi inquietante: si vedeva e si sentiva una persona, un gesto vigoroso
che oscurava tutto il resto, e poi, ad un tratto, quella persona spariva, come inghiottita dal suolo. Tutto
cedeva, ovunque si aprivano baratri invisibili. Ma i fili che tenevano unito linsieme non si spezzavano;
anche quando allimprovviso ti trovavi da solo, ti sentivi scuotere e tirare con forza. Perch dappertutto
udivi qualcosa, cera come un ritmo nellaria, una musica crudele. Si pu chiamarla musica, ne eri
trascinato. Non avevo la sensazione di camminare sulle mie gambe. Eri immerso in un vento, una folata
di suoni. Una testa rossa emerse davanti a me, ora qui ora l, emerse e scomparve, riemerse e
scomparve, si alzava e si immergeva, mi sembrava che nuotasse, la cercai con gli occhi come se
dovessi seguire i suoi ordini, pensavo che fossero dei capelli rossi, ma poi mi accorsi che era solo un
fazzoletto rosso e smisi di cercarla.
Non incontrai e non riconobbi nessuno, se rivolgevo la parola a qualcuno era gente sconosciuta.
Ma parlai a poche persone. Ascoltavo molto, cera sempre qualcosa da ascoltare nellaria, il suono pi
tagliente erano urla di sdegno, quando sparavano sulla folla, e la gente cadeva. Le urla, allora,
diventavano tremende, soprattutto quelle delle donne si sentivano con chiarezza. Mi sembrava che le
urla di sdegno evocassero gli spari. Eppure vedevo che non era cos, perch gli spari continuavano,
anche quando le urla cessavano. Dappertutto si sentivano gli spari, anche molto lontano, schiocchi di
frusta, di continuo.
Lostinazione della massa, che appena ricacciata, subito risbucava compatta dai vicoli laterali.
La gente non si lasci distogliere dallidea del fuoco, il Palazzo di Giustizia and in fiamme, bruci per
ore, e in quelle ore la febbre sal, raggiunse il suo apice. Era una giornata caldissima, le fiamme non si
vedevano, ma il cielo era rosso per un largo tratto, e si sentiva lodore della carta bruciata, migliaia e
migliaia di fascicoli dati alle fiamme.
Gli uomini del servizio dordine si vedevano dappertutto, erano riconoscibili dalle giacche a
vento e dalla fascia intorno al braccio, si distinguevano dai poliziotti perch erano disarmati. Come
armi avevano le barelle sulle quali adagiavano i morti e i feriti. Si prodigavano con grande zelo, e
spiccavano per la loro diversit tra la gente che imprecava con furore, sicch non sembravano
appartenere a quella stessa massa. Spesso il loro apparire in ogni punto della manifestazione segnalava
la presenza di vittime che la gente non aveva ancora visto.
Non vidi appiccare il fuoco al Palazzo di Giustizia, per me ne accorsi, prima ancora di vedere
le fiamme, dal mutamento nel tono di voce della massa. Quel che era successo la gente se lo gridava da
lontano; dapprima non capii; le voci suonavano gioiose, non stridule, non avide, ma come liberate.
Era il fuoco lelemento di coesione. Sentivi il fuoco, la sua presenza era schiacciante, anche
laddove non riuscivi a vederlo lo avevi in mente, la forza di attrazione del fuoco e quella della massa
facevano tuttuno. Le salve della polizia scatenavano urla di sdegno, le urla di sdegno nuove salve: ma
dovunque ti trovassi esposto agli spari, o dovunque tu ti fossi apparentemente rifugiato - il legame con
gli altri, palese o nascosto, a seconda del luogo, conservava comunque la sua efficacia, magari per vie
tortuose, visto che non era possibile diversamente; e quel legame ti riconduceva nella sfera dominata
dal fuoco.
Quel giorno, che fu pervaso da una sensazione unitaria (ununica, immensa ondata che si
abbatt sulla citt e la sommerse: quando londa lentamente riflu, sembrava incredibile che la citt
esistesse ancora), quel giorno  fatto di innumerevoli particolari, ognuno dei quali mi si  inciso
profondamente nella memoria, nessuno di essi  svanito. Li ricordo nitidamente tutti, ciascuno isolato
dagli altri e ben riconoscibile nelle sue caratteristiche; eppure ognuno  parte dellimmensa ondata
senza la quale ogni singola scena apparirebbe vacua e priva di senso.
 londata che bisognerebbe afferrare, non i particolari; io ho tentato di farlo a pi riprese,
nellanno immediatamente successivo, e poi sempre, di continuo; ma non ci sono mai riuscito. Non
potevo riuscire, perch nulla  pi enigmatico e incomprensibile della massa. Se lavessi capita sino in
fondo, non avrei inseguito per pi di tren-tanni il progetto di decifrarla e di descriverla, come altri
fenomeni umani, nel modo pi completo possibile.
Nemmeno se mettessi in fila, una dietro laltra, tutte le singole scene che per me costituiscono
quella giornata, con rigore e nettezza, badando a non imbellettare n rimpicciolire n esagerare nulla -
nemmeno cos riuscirei nel mio intento di renderle giustizia, perch in essa ci fu anche dellaltro. Ho
sempre sentito lo strepito dellondata che spingeva in superficie i particolari, e solo se potessi
interpretare e raffigurare londata in s potrei dire : s, nulla  stato rimpicciolito.
Anzich prendere di mira questo o quel dettaglio, potrei parlare delle conseguenze che quel
giorno ha avuto in seguito sul mio pensiero. Alcune delle nozioni pi importanti confluite nel mio libro
sulla massa le devo al 15 luglio. Le cose che sono andato a cercare nelle fonti pi disparate, che ho
estrapolato, esaminato, trascritto, letto e riletto quasi al rallentatore, le ho tutte potute confrontare con il
ricordo di quellevento centrale; un ricordo che rimase nitidissimo malgrado tutto ci che accadde in
seguito su scala pi ampia, coinvolgendo un maggior numero di persone e con effetti mondiali di pi
vasta portata. Proprio il carattere del 15 luglio come fatto isolato e circoscritto alla citt di Vienna
confer a quel giorno, per la riflessione degli anni successivi, placato lo sdegno e scemata la febbre, un
valore quasi emblematico: quello di un evento che  stato delimitato con precisione nello spazio e nel
tempo, che ha avuto una motivazione inconfutabile e poi si  svolto in maniera chiara e inconfondibile.
Avevo sperimentato, una volta per tutte, ci che in seguito avrei chiamato una massa aperta;
avevo visto come si era formata: moltissimi uomini erano confluiti da ogni parte della citt in lunghi
cortei che da nulla si lasciavano deviare o confondere, orientati dalla posizione delledificio che
portava il nome della Giustizia, ma che a causa di quellinfame verdetto incarnava ai loro occhi
lingiustizia in s. Avevo visto che la massa non pu non disgregarsi, che teme moltissimo la propria
disgregazione e fa di tutto per evitarla; che essa si specchia nel fuoco che ha acceso e riesce a evitare la
disgregazione solo finch quel fuoco continua a bruciare. La massa si oppone a ogni tentativo di
spegnere il fuoco, perch la sua vita dura quanto dura quel fuoco. La massa sopporta ogni assalto, si
lascia mettere in fuga, dividere, ricacciare indietro; ma, bench i caduti, i morti e i feriti siano distesi
per le strade, sotto gli occhi di tutti, e bench la massa sia priva di armi, essa si raduna di nuovo, perch
il fuoco brucia ancora, e il suo riflesso illumina il cielo sopra le piazze e le strade. Ho visto che la
massa pu fuggire senza farsi prendere dal panico; che fuga di massa e panico sono due cose ben
diverse. Finch, nella fuga, la massa non si disgrega nei singoli individui, incapaci ormai di pensare ad
altro che a se stessi  alla propria incolumit personale, finch ci non accade, la massa, pur essendo in
fuga, continua a esistere; e quando cessa la fuga, la massa pu tornare di nuovo allattacco.
Ho capito che la massa non ha bisogno di un capo per formarsi, checch ne dicano le teorie
correnti su di essa. Ho avuto davanti agli occhi, per un giorno intero, una massai che si era formata
senza capi. Qua e l, molto raramente, cera qualcuno, un oratore, che interpretava lo stato danimo
della massa. Ma limportanza di questi oratori era minima, erano persone anonime, che non avevano
contribuito in alcun modo allo scatenarsi della massa. Ogni descrizione che riservi a costoro una
posizione centrale falsifica i fatti. Se cera una cosa che, spiccando su tutto il resto, scatenava la massa,
questa era la vista del Palazzo di Giustizia in fiamme. Le salve della polizia, frustando la massa, non la
disperdevano, ma anzi la rendevano pi compatta. La vista degli uomini in fuga per le strade era una
mera apparenza; poich, anche correndo, essi capivano che alcuni di loro sarebbero caduti per non
rialzarsi mai pi. E questo scatenava lira della massa non meno del fuoco.
Quel giorno tremendo, di luce abbagliante, lasci in me la vera immagine della massa, la massa
che riempie il nostro secolo. La lasci in me a tal punto, che ritornai a contemplarla, sia per libera
scelta sia per una specie di coazione. Sono tornato di continuo a quellimmagine, e anche adesso sento
quanto mi sia difficile staccarmene, perch solo in minima parte ho raggiunto lintento che mi ero
prefisso: arrivare a conoscerla.
Le lettere nellalbero
Lanno che segu fu totalmente dominato da questo avvenimento. Fino allestate del 1928, i
miei pensieri ruotarono intorno ad esso, non mi occupai di nientaltro. Pi che mai ero deciso a scoprire
cosa sia veramente la massa, quella massa che mi aveva soggiogato dallesterno e dallinterno. Stando
alle apparenze, continuavo i miei studi di chimica e cominciai a lavorare per la tesi di laurea, ma
largomento che mi avevano assegnato era talmente poco interessante che a stento scalfiva in superficie
la mia mente. Appena avevo un momento libero, passavo allo studio delle cose che veramente ritenevo
importanti. Per strade tra loro diversissime e in apparenza assai remote dal mio tema, cercavo di
accostarmi al fenomeno della massa cos come lavevo vissuto. Cercavo la massa nella storia, ma nella
storia di tutte le civilt. La storia e lantica filosofia cinese mi affascinavano ogni giorno di pi. A
occuparmi dei Greci avevo gi incominciato molto tempo prima, allepoca di Francoforte; ora mi
immersi nello studio degli storici antichi, Tucidide in primo luogo, e inoltre nella filosofia dei
Presocratici. Che studiassi le rivoluzioni era naturale, la Rivoluzione inglese, quella francese e quella
russa, ma ora cominci anche a balenarmi limportanza delle masse nei fenomeni religiosi, e
quellavidit di conoscere tutte le religioni, che da allora non mi ha pi abbandonato, si manifest per
la prima volta in quel periodo. Lessi le opere di Darwin nella speranza di trovarvi qualcosa sulla
formazione delle masse fra gli animali, e lessi anche, gi allora con notevole impegno, alcuni libri sulle
societ degli insetti. In quel periodo devo aver dormito poco, passavo notti intere a leggere. Provai a
scrivere qualcosa, mi cimentai in qualche saggio. Erano tutti lavori di sondaggio e di preparazione per
il mio libro sulla massa,** ma di scarso valore, perch si basavano su conoscenze troppo esigue.
In realt quello fu linizio di un nuovo espandersi delle mie indagini in molte direzioni, che
imboccai tutte insieme, senza pormi alcun limite, e questo fu un bene. Non che lobiettivo delle mie
ricerche fosse vago (volevo trovare delle testimonianze sulla natura e sugli effetti della massa in tutti i
campi dellesistenza); ma, dato che alla massa si era fatta poca attenzione, queste testimonianze erano
scarse, e il vero risultato fu che imparai ogni sorta di cose che con la massa non avevano niente a che
vedere. Nomi cinesi, e presto anche giapponesi, mi divennero familiari, cominciai a sentirmi a mio agio
in mezzo a loro, come allepoca dei miei studi liceali con i Greci. Fra le traduzioni dei classici cinesi
mimbattei in Chuang-tzu, che, di tutti i filosofi,  quello che ho conosciuto pi a fondo; influenzato
dalla lettura delle sue opere, cominciai a scrivere un saggio sul Tao. Per scusarmi con me stesso di
essermi tanto allontanato dal mio tema principale, cercai di convincermi che non sarei mai riuscito a
capire la massa senza aver prima sperimentato lestremo isolamento. Ma il vero motivo del fascino che
esercitava su di me quella tendenza originalissima della filosofia cinese era, anche se allora non me lo
sarei confessato apertamente, limportanza che in essa  attribuita alle metamorfosi. Fu un buon istinto,
oggi me ne rendo conto, a spingermi verso le metamorfosi; lattenzione che vi dedicai mi preserv dal
diventare schiavo del mondo dei concetti, rispetto al quale sono sempre rimasto ai margini.
E' sorprendente labilit, non posso chiamarla in altro modo, con cui riuscii a tenermi alla larga
dalla filosofia astratta. Di ci che stavo cercando in quanto massa, un fenomeno cos concreto e
imponente, nella filosofia, a quellepoca, non trovai la minima traccia. Solo molto pi tardi riuscii a
cogliere i travestimenti della massa e la forma in cui essa si presenta nel pensiero di alcuni filosofi.
Fu cos, in questo modo precipitoso e tumultuoso, che imparai moltissime cose, e credo che
nessuna di esse sia rimasta in superficie; tutto ha messo radici, tutto si  esteso e diramato in zone
adiacenti. Fra cose tra loro lontanissime si sono creati forti legami sotterranei. Essi mi rimasero a lungo
nascosti, e questo fu un bene, perch vennero alla luce parecchi anni dopo, pi forti e pi saldi che mai.
Mettere troppa carne al fuoco non mi sembra un grosso rischio. La vita ci induce di per s a chiusure e
limitazioni, non possiamo evitare del tutto questa tendenza; tuttavia la possiamo arginare e contrastare
cercando di dare alle nostre conoscenze un impianto il pi possibile vasto.
La disperazione che mi assali dopo il 15 luglio, una specie di paralisi da orrore che a volte mi
sorprendeva a met del mio lavoro, impedendomi di proseguirlo, dur pi di sei settimane, fino
allinizio di settembre. Il manifesto che Karl Kraus fece affiggere in quel periodo ebbe leffetto di una
catarsi, liberandomi di quella paralisi. Ma il mio orecchio rimase sensibile alla voce della massa. Quel
giorno era stato dominato dal tremendo fragore delle urla, urla di sdegno. Erano urla micidiali, alle urla
rispondevano gli spari, e le urla diventavano pi forti ogni volta che le persone colpite crollavano al
suolo. In alcune strade le urla si spegnevano, in altre si gonfiavano sempre pi, e man mano che ci si
avvicinava allincendio diventavano pi forti, addirittura inestinguibili.
Non molto tempo dopo, le urla si trasferirono nelle vicinanze della Hagenberggasse. A meno di
un quarto dora di strada dalla mia camera, a Hutteldorf, dallaltra parte della valle, si trovava il campo
sportivo del Rapid, sul quale si giocavano le partite di calcio. Nei giorni di festa vi accorreva una gran
folla, che non si lasciava sfuggire una sola partita di quella celebre squadra. Io non ci avevo mai badato
gran che; il calcio non mi interessava. Ma una delle domeniche dopo il 15 luglio, era un giorno
altrettanto afoso, mentre stavo aspettando visite e tenevo aperta la finestra, sentii, allimprovviso, le
grida della massa. Pensai che fossero urla di sdegno; lesperienza di quel giorno terribile era ancora a
tal punto radicata in me che per un attimo rimasi sgomento e cercai con lo sguardo il fuoco da cui
quellesperienza era stata illuminata. Ma il fuoco non cera, sotto il sole brillava la cupola dorata della
chiesa dello Steinhof. Tornai in me e mi misi a riflettere: quelle urla dovevano venire dal campo
sportivo. Come per darmi una conferma, quei suoni si ripeterono; tesi spasmodicamente lorecchio; non
erano urla di sdegno, eppure era la massa che gridava.
Ormai vivevo laggi da tre mesi, e non ci avevo mai badato. Chiss quante volte quei suoni
potenti e strani erano gi arrivati sino a me; ma io ero stato sordo, e solo il 15 luglio mi aveva aperto le
orecchie. Quella domenica non mi mossi pi dal mio posto, e ascoltai tutta la partita. Le urla di trionfo
erano state causate da un goal, e venivano dalla parte dei vincitori. Si sent anche, e suon ben diverso,
un grido di delusione. Dalla mia finestra non potevo vedere nulla, me limpedivano alberi e case, la
distanza era troppa; ma sentivo la massa, essa sola, come se tutto si svolgesse a pochi passi da me. Non
potevo sapere da quale parte venissero le grida. Non sapevo quali erano le squadre in campo, i loro
nomi non
li avevo notati e neanche cercai di appurarli. Evitai perfino di leggere la cronaca sportiva sul
giornale e, nella settimana che segu, non mi lasciai coinvolgere in discorsi sullargomento.
Ma durante i sei anni che trascorsi in quella stanza non persi occasione di ascoltare quei suoni.
Vedevo la folla affluire laggi, alla stazione della ferrovia urbana. Se a una certa ora ne vedevo pi del
solito, sapevo che di l a breve ci sarebbe stata una partita e prendevo posto alla finestra della mia
camera. Non mi  facile descrivere la tensione con cui seguivo da lontano la partita invisibile. Non ero
parte in causa, perch le parti neanche le conoscevo. Erano due masse, questo era tutto ci che sapevo,
due masse ugualmente eccitabili, che parlavano la medesima lingua. Separato dal teatro degli
avvenimenti, e perci non disturbato da cento particolari di poco conto, ho avuto allora la sensazione di
ci che in seguito avrei definito e cercato di descrivere come massa doppia. Ogni tanto, quando ero
molto preso dal mio lavoro, mettevo il mio tavolo al centro della stanza e scrivevo anche durante la
partita. Ma, qualunque cosa scrivessi, non cera suono proveniente dal campo del Rapid che potesse
sfuggirmi. A quelle grida non mi abituai mai, ogni suono proveniente dalla massa lasciava in me la sua
impronta. Nei manoscritti di quellepoca che ho conservato mi pare di poter riconoscere ancora oggi
ogni singolo brano che scrissi mentre udivo quelle grida, come se essi fossero contraddistinti da
unarcana notazione musicale.
Quel luogo, non ci sono dubbi, teneva desto linteresse per il mio vero compito anche quando
mi dedicavo a tuttaltro. Ogni tanto, a intervalli di tempo non troppo lunghi, ricevevo cos un
nutrimento sonoro. Nellepoca del mio isolamento al margine della citt, un isolamento che per ottimi
motivi avevo voluto e cercato, e al quale, infatti, devo le poche cose che sono riuscito a portare a
termine negli anni di Vienna, sono rimasto sempre in contatto, anche quando in fondo non ne avevo
voglia, con quel fenomeno oscuro e misterioso che prima di ogni altro si imponeva alla mia mente. Di
tanto in tanto, in un momento che non ero mai io a scegliere, esso si metteva a parlarmi con insistenza,
riportandomi al progetto al quale, altrimenti, avrei forse cercato di sottrarmi, per dedicarmi a compiti
meno gravosi.
A partire dallautunno, ricominciai ad andare ogni giorno allistituto di Chimica, per lavorare
alla tesi, che peraltro non minteressava affatto. La consideravo unoccupazione secondaria, e accettavo
di svolgerla soltanto perch ormai lavevo incominciata. Prima o poi dovevo portare a termine tutto ci
che avevo iniziato: era una legge fondamentale del mio carattere, di cui io stesso non sapevo farmi una
ragione; non mi sarebbe sembrato giusto interrompere neppure i miei studi di chimica, per i quali allora
ostentavo disprezzo, dal momento che ormai ero arrivato a buon punto. Ma vi contribuiva inoltre un
segreto rispetto per la disciplina, che mai avevo voluto ammettere: la conoscenza dei veleni. Dopo la
morte di Backenroth, li avevo sempre in mente, mai una volta mettevo piede in laboratorio senza
pensare con quanta facilit ciascuno di noi poteva procurarsi del cianuro.
In laboratorio cera pi duna persona che sosteneva, non del tutto apertamente, e tuttavia in
maniera inequivocabile, che le guerre non possono essere evitate. Questa opinione non era sostenuta
soltanto da coloro che simpatizzavano per i nazionalsocialisti. Essi erano gi numerosi, anche se quelli
che conoscevo pi da vicino, i miei compagni di laboratorio, non avevano un atteggiamento aggressivo
e ostile. Nellambiente quotidiano di lavoro, essi non esprimevano quasi mai le proprie convinzioni.
Personalmente, tutto ci che avvertivo in loro era un certo riserbo, che per si trasformava talvolta in
cordialit, non appena essi notavano il mio disgusto per ogni forma di attaccamento al denaro. Alcuni
dei compagni pi parsimoniosi erano gente di campagna, che non avrebbe affatto potuto mantenersi
agli studi senza fare economia; era gente che dimostrava apertamente la propria felicit ogni volta che
gli si dava un oggetto senza farsi pagare. Mi divert lo sbalordimento di un ragazzotto di campagna che,
senza conoscermi affatto, si sarebbe aspettato da me (a dispetto di tutte le apparenze esteriori) la
personalit, ben dissimulata, di un perfetto commerciante di bestiame.
Ma ho conosciuto anche qualche studente alla cui franchezza e ingenuit ripenso ancora oggi
con stupore. Durante una lezione incontrai un giovanotto che mi colp per il suo sguardo luminoso e per
il suo modo energico e al tempo stesso riservato di muoversi in mezzo alla folla. Attaccammo discorso,
e in seguito ci rivedemmo ogni tanto. Era figlio di un giudice e, a differenza di suo padre, mi disse che
aveva fiducia in Hitler. Quella fede era sostenuta da motivi assolutamente personali, che egli dichiarava
con assoluta franchezza, direi quasi con grazia: guerre non dovevano essercene mai pi, la gurra era la
peggiore delle sventure che potesse capitare allumanit, e se cera un uomo in grado di salvare il
mondo dalla guerra, questi era Hitler. Quando gli dissi che ero convinto del contrario, lui tenne duro,
dicendo che laveva sentito parlare, e Hitler aveva detto proprio cos. Per questo era dalla sua parte, e
nessuno avrebbe mai potuto fargli cambiare idea. Rimasi talmente sbalordito che lo cercai di nuovo e
ripresi con lui parecchie volte quello stesso discorso. Ma egli non faceva che ripetere le stesse frasi
sulla pace, o ne trovava di ancora pi belle. Lo vedo ancora davanti a me, il volto ardente di un
apostolo della pace, e mi auguro che non sia stato costretto a pagare con la vita questa sua fede.
Vivevo a tal punto a lato della chimica, che non posso ripensare a quel periodo senza che mi
vengano in mente volti e conversazioni che con la chimica non hanno nulla a che vedere. Forse era
proprio questo uno dei motivi che mi spingevano ad arrivare puntuale in laboratorio e a frequentare
regolarmente le lezioni: la possibilit di incontrarvi un gran numero di giovani, senza bisogno di
andarmeli a cercare. In quel modo ho conosciuto, incidentalmente e con naturalezza, tutti gli
orientamenti ideologici dellepoca, senza farci su uno studio particolare. Allora, perlopi, nessuno
pensava realmente alla guerra, o, ammesso che qualcuno ci pensasse, si trattava della guerra passata.
Ricordare che allora, nel 1928, ci sentivamo cos lontani da una nuova guerra, mi riempie di terrore.
Che la guerra, cos, all'improvviso, potesse tornare, e tornare come fede, non era senza rapporto con la
natura della massa; e non fu affatto un istinto sbagliato quello che mi indusse a indagare nelle pieghe
nascoste di quella natura. Allora non mi rendevo conto di quante cose stavo imparando, in laboratorio,
da conversazioni su argomenti apparentemente futili e di scarsa importanza. Venivo a contatto con tutte
le fedi politiche che suggestionavano il mondo a quel tempo e, se fossi stato realmente aperto (come mi
illudevo di essere) a ogni realt concreta, avrei potuto ricavare da quelle conversazioni apparentemente
irrilevanti tutta una serie di cognizioni assai significative. Ma il mio rispetto per i libri era ancora
troppo grande; avevo appena cominciato a percorrere la strada verso il vero libro, il singolo uomo
raggomitolato in se stesso.
Da quando abitavo nella Hagenberggasse, la strada per arrivare fino a Veza era davvero lunga;
fra noi cera tutta Vienna, nella sua massima estensione. La domenica lei mi raggiungeva, nelle prime
ore del pomeriggio, e andavamo al Lainzer Tiergarten. Il tono dei nostri colloqui non era cambiato, io
continuavo a darle ogni nuova poesia che scrivevo, lei le custodiva tutte, con cura, in una piccola borsa
di paglia e durante la settimana mi scriveva, commentandole, delle belle lettere che io custodivo in casa
mia con cura non minore. Ormai cera molto spazio fra noi, e nel Lainzer Tiergarten sviluppammo un
vero e proprio culto per gli alberi. Si trovavano, in quel parco, alcuni splendidi esemplari che
andavamo a cercare con aria da intenditori, per sederci ai loro piedi.
Uno di quegli alberi svolse una parte piuttosto inconsueta. Attraverso Ibby Gordon, la persona
pi gaia del mondo, avevo conosciuto le maschere mortuarie. Quelle immagini mi appassionavano a tal
punto che regalai il libro a Veza. Era, non ci avevo pensato, una grave mancanza di tatto da parte mia,
perch tutto ci che aveva a che fare con la morte apparteneva al regno di Veza. Quando le portai il
libro di cui le avevo parlato, lei fece una smorfia da corvo maligno e lo gett con rabbia sul pavimento.
Io lo tirai su, lei di nuovo lo gett a terra e si rifiut di aprirlo. Non era roba per lei, disse, era roba per
quellaltra persona, che si spacciava per poetessa e sghignazzava sempre, era lei che mi aveva fatto
scoprire le maschere. Disse proprio  sghignazzava ; Veza non conosceva Ibby, ma io le avevo
raccontato della sua gaiezza e, dato che la gaiezza era ci che a Veza pi mancava, lei pensava che io
ritenessi Ibby una poetessa soltanto per quella ragione, per la sua gaiezza; e non poteva accettare che
Ibby, con le sue maschere mortuarie, facesse irruzione nel suo mondo.
Mi ripresi il libro, Veza minacciava di gettarlo fuori dalla finestra e certamente lavrebbe fatto.
La sua gelosia era per me una novit piacevole. A Veza raccontavo tutto, ero assolutamente sincero con
lei, le avevo detto che a Ibby non mi legava nullaltro che le nostre chiacchierate, e lei ci credeva. Ma
durante quelle chiacchierate capitava ogni tanto che Ibby mi recitasse le sue poesie in ungherese. Un
giorno arrivai da Veza tutto entusiasta e cominciai a inneggiare alla bellezza dellungherese, il cui
suono fino allora non mi era mai piaciuto. Dissi che era, senza alcun dubbio, una delle lingue pi belle
del mondo, e raccontai a Veza che Ibby cercava di tradurre nel suo buffo tedesco le poesie che scriveva
in ungherese. Io avevo messo un po dordine in quel tedesco impossibile, pieno zeppo di errori, e Ibby
poi aveva ricopiato la versione corretta. Erano, dissi, poesie estremamente argute, ben diverse dalle
mie, cos selvagge e frenetiche; erano poesie fredde e piene di spirito, che Ibby aveva scritto
assumendo un ruolo ben preciso, che cambiava di volta in volta. Veza ascolt ogni cosa per filo e per
segno; le dissi esplicitamente che non potevo certo riconoscere a quei versi la dignit di vere poesie (e
questo era vero, stando alle mie convinzioni di allora); tuttavia, bastava guardarmi mentre parlavo per
comprendere che le avevo ascoltate e corrette con grande piacere.
Pass un po di tempo, poi ci fu la scena delle maschere mortuarie, e non mi  facile riferire i
fatti che seguirono. Dovrei raccontare come Veza arriv un giorno nella Hagenberggasse, sal in
camera mia (io non cero), prese tutte le sue lettere (sapeva dove le tenevo) e se le port nel Lainzer
Tiergarten. Dovette camminare per un bel po, ma finalmente trov un punto in cui il muro era
sbrecciato, e perci pot scalarlo senza troppa fatica. Poi cerc un albero che si biforcava pi o meno
allaltezza dei suoi occhi e l, in una cavit, depose il grosso pacco delle sue lettere. Quindi se ne torn
nella Hagenberggasse e, arrivando, mi trov a casa. Mi accorsi che era in uno stato di grande
eccitazione, e ben presto riuscii a farle dire che le sue lettere non cerano pi; ammise di averle portate
via; nel bosco, disse, le ho buttate nel bosco. Fui preso dal panico e la scongiurai di farmi vedere dove,
certamente non ci era passato ancora nessuno, quel giorno il parco era chiuso, ero sicuro che avremmo
potuto trovare e salvare le sue lettere. Il mio panico le fece bene, quanto tenessi alle sue lettere era
impossibile non vederlo; insomma, si lasci ammansire e mi guid subito sui suoi passi, mentre io non
le davo tregua, ripercorrendo il cammino, tuttaltro che breve, nel parco. Ci arrampicammo sul muro,
Veza ritrov lalbero (se lera guardato molto attentamente), mi disse che dovevo raggiungere la
biforcazione, cos feci, le mie dita sentirono la carta. Erano le sue lettere, ne ero sicuro; le tirai fuori, le
abbracciai e le baciai. Ballai, tenendole in mano, sul muro e per tutta la strada, fino alla
Hagenberggasse. Veza mi veniva dietro, ma io non le badavo, tutta la mia attenzione era concentrata
sulle lettere salvate, tenevo il pacco fra le braccia come se fosse un bambino, salii in camera facendo gli
scalini a quattro a quattro e rimisi le lettere nel loro cassetto. Veza fu molto commossa dal mio
comportamento, la gelosia era sparita, ora ci credeva che la amavo moltissimo.
Pu darsi che da allora io abbia visto Ibby pi raramente; ma continuai a vederla, e quando ci
incontravamo al caff, le chiedevo nuove poesie. Ibby le recitava volentieri, io volevo sempre sentirle
prima in ungherese e poi, dopo che mi ero lasciato incantare dal loro suono, ci mettevamo insieme a
tradurle in tedesco. Ricordo ancora qualche titolo: Suicida sul ponte, Il capo dei cannibali malato,
Culla di bamb, Pamela, Emigrante sul Ring, Funzionari comunali, Dj-vu, Ragazza con specchio.
Con landar del tempo, Ibby accumul una piccola scorta di poesie tradotte in tedesco, ma, finch
rimase a Vienna, non ne fece nulla; le sue poesie servivano solo a divertire noi due. Se prima non le
avessi ascoltate in una lingua di cui non capivo una sola parola, forse quelle poesie non mi avrebbero
detto proprio niente. Ma mi piaceva la loro leggerezza, lassenza di ogni pretesa aulica o profonda, quel
parlato fatto di locuzioni correnti ma sempre inattese, tutti elementi che prima non avrei mai messo in
relazione con la poesia. Non le feci vedere nessuna delle mie poesie, la cosa mi imbarazzava. Dalla
nostra conversazione, sempre colorita e ricca di trovate, Ibby si era fatta lidea che fossero cose
mirabolanti, di cui lei non era del tutto degna. Risparmiargliene la lettura le sembrava solo un riguardo
da parte mia. Non volevo umiliarla, pensava, e di questo mi era grata; e intanto mi intratteneva con
tutte le storie degli sciocchi che le facevano la corte, assillandola vanamente.
Le cose andarono avanti cos fino alla primavera del nuovo anno. Poi Ibby non ne pot pi.
Soprattutto tra i due fratelli la lotta per ottenere i suoi favori era diventata feroce, insomma la faccenda
si era fatta seria. Ibby ne fu molto infastidita, tutto questo la annoiava; cos un giorno spar da Vienna.
Per quasi due mesi non seppi pi niente di lei. Poi, quando ormai avevo perso quasi ogni speranza,
arriv una sua lettera da Berlino. Stava bene, scriveva, le traduzioni delle sue poesie le avevano portato
fortuna. Non so chi lavesse introdotta a Berlino; anche in seguito su questo punto Ibby non mi disse
mai nulla, neanche una sillaba; fatto sta che di colpo si trov in mezzo a persone interessanti, conobbe
Brecht e Dblin, Benn e George Grosz; le sue poesie erano state accettate dal  Querschnitt  e dalla 
Literarische Welt , e presto sarebbero state pubblicate. Poi scrisse di nuovo, insistendo con calore
perch andassi a Berlino anchio, almeno per le vacanze estive. Lo sapeva benissimo, diceva, che da
luglio a ottobre ero libero, per tre mesi interi. Un suo amico, un editore, mi avrebbe ospitato volentieri,
aveva bisogno di qualcuno che gli desse una mano a mettere insieme il materiale per un libro. Per me
far colpo su quella gente sarebbe stato facile come un gioco, e lei aveva una tale quantit di cose da
raccontarmi che neppure tre mesi sarebbero bastati.
Le lettere si infittirono e, man mano che lestate si avvicinava, diventarono pi pressanti.
Dovevo proprio sempre andare in montagna? Ormai le conoscevo certamente a memoria, e poi, che
cosa cera al mondo di pi noioso delle montagne? Le montagne avevano la tremenda caratteristica di
non cambiare mai, e dunque non sarebbero scappate. Ma che Berlino rimanesse ancora per molto
tempo cos interessante comera ora, questo no, non poteva garantirmelo. E che cosa ne sarebbe stato di
lei il giorno che non avesse pi avuto poesie? Nessuno era bravo come me a tradurle, e non sarebbe
stato affatto un lavoro, a noi due bastava stare insieme a chiacchierare per far saltar fuori le poesie in
tedesco. Avevo davvero il coraggio di lasciarla morire di fame laggi, proprio ora che aveva finalmente
la possibilit di guadagnarsi da vivere con le sue poesie?
Forse pensava davvero alla traduzione delle sue poesie; ma credo che tenesse ancor di pi alle
nostre chiacchierate, a potermi raccontare tutto, prendendo in giro la gente a suo piacimento, senza
guastarsi con i suoi nuovi amici. Non ce la faceva pi a tacere, aveva uninfinit di cose da
raccontarmi. Una volta mi scrisse che, se non fossi andato subito da lei, presto avrei letto sui giornali
una notizia tremenda : a Berlino era esplosa una poetessa, perch costretta al silenzio.
Le sue lettere erano dosate in modo tale da farmi intendere con estrema chiarezza che tacevano
qualcosa: ma quello che non poteva scrivermi me lavrebbe raccontato a voce a Berlino. Era una citt
estremamente eccitante e piena di cose straordinarie, lei stessa non poteva credere ai suoi occhi.
La mia curiosit cresceva ogni volta che ricevevo una sua lettera. Tutte le persone da lei
nominate erano famose per qualche motivo. Dei poeti che citava non avevo letto quasi nulla ma, come
chiunque altro, sapevo chi erano. E, pi di qualsiasi poeta, per me contava George Grosz. Lidea che
avrei potuto vederlo fu decisiva.
Il 15 luglio 1928, appena terminato il semestre, partii per Berlino con lidea di passarvi lestate.
* Sono qui riportate, in effetti, con qualche lievissima variazione, alcune pagine del saggio del
1973,
** Canetti riproduce, dallinizio del capoverso fino a questo punto, un passo del suo saggio del
1973 II mio primo libro: Auto da f. Vedi, sopra, la nota a p. 251 (N.d.T.).
PARTE QUARTA
LA RESSA DEI NOMI
Berlino 1928
I fratelli
Wieland Herzfelde aveva una mansarda in una casa del Kurfurstendamm, al numero 76. La casa
sorgeva proprio in mezzo alla baraonda, ma lass latmosfera era tranquilla, al chiasso quasi non si
pensava. Durante lestate Wieland si era trasferito con la famiglia fuori citt, vicino al Nikolassee; una
parte della casa di Berlino laveva affittata, il resto me lo mise a disposizione per lavorare. Avevo una
piccola camera da letto e, accanto ad essa, uno studio con un bel tavolo rotondo. Sul tavolo era
ammucchiato tutto ci che poteva essermi utile per il mio lavoro. In questo modo, con mia grande
soddisfazione, potevo lavorare indisturbato, senza bisogno di andare in casa editrice, dove il chiasso era
molto e lo spazio poco. Wieland si allontan dal suo ufficio per un paio dore, per discutere a casa con
me il suo progetto. Si trattava di una biografia di Upton Sinclair, che proprio in quei giorni festeggiava
il suo cinquantesimo compleanno. La casa editrice Malik era nota soprattutto per la pubblicazione dei
disegni di George Grosz. Ma si interessava anche alla letteratura russa pi recente, e non soltanto a
quella. Infatti, dopo aver pubblicato unedizione delle opere complete di Gorkij e unedizione di
Tolstoj, si concentr soprattutto sugli autori che si erano affermati dopo la Rivoluzione. Per me il pi
importante di tutti era Isaac Babel, che ammiravo molto, non meno di George Grosz.
La Malik, tuttavia, oltre ad avere un nome di prestigio, vantava anche un notevole successo di
pubblico, dovuto essenzialmente a Upton Sinclair, lautore pi importante della casa. In seguito alle sue
rivelazioni sui mattatoi di Chicago, Upton Sinclair era diventato uno degli scrittori pi letti dAmerica.
Scriveva moltissimo, sforzandosi continuamente di trovare nuovi abusi degni di essere stigmatizzati
dalla sua penna. Questi non mancavano, Sinclair era coraggioso e lavorava molto, e cos ogni anno
usciva un suo nuovo libro, ogni volta pi grosso. Di lui si parlava con rispetto, soprattutto in Europa.
Allora stava per compiere cinquantanni e aveva gi pubblicato un numero tale di libri che per un altro
potevano essere lopera di tutta una vita.  anche dimostrato che il suo romanzo su Chicago (La
giungla) port alleliminazione di alcuni abusi nella gestione dei mattatoi cittadini. Non meno
importante per la sua notoriet fu la circostanza che la letteratura americana moderna, destinata in
seguito a conquistare il mondo, era a quellepoca soltanto agli esordi. La fama di Upton Sinclair era
legata al tema dei suoi libri, lAmerica, ed  significativo che sia stato proprio Sinclair, il quale
attacc quasi ogni aspetto della vita americana, da vero muck-raker * qual era, a diffondere pi di ogni
altro linteresse per il suo paese, e a dare il contributo pi rilevante a quella moda americana che
allora imperversava a Berlino e contava fra le sue vittime Brecht, George Grosz e molti altri ancora.
Linfluenza di Dos Passos, di Hemingway, di Faulkner, scrittori di statura incomparabilmente pi
elevata, si fece sentire soltanto in seguito.
Allora, nellestate del 1928, non si poteva criticare Wieland Herzfelde se prendeva sul serio
Upton Sinclair e aveva persino in mente di scrivere una sua biografia. Ma poich il lavoro della casa
editrice lo occupava moltissimo, Wieland aveva bisogno di una mano; per questo mi aveva invitato, su
raccomandazione di Ibby, a passare in casa sua i mesi estivi.
Arrivato a Berlino, non potevo camminare in citt per pi di dieci passi senza incontrare un
uomo famoso. Wieland conosceva tutti e subito mi present a tutti. Io a Berlino non ero nessuno, e lo
sapevo benissimo; a ventitr anni ancora non avevo fatto nulla, avevo soltanto una grande fiducia in me
stesso. Eppure fui trattato in un modo che mi sorprese: non con disprezzo, ma con curiosit e,
soprattutto, senza condanne sbrigative. Dal canto mio, dopo aver subito per quattro anni linfluenza di
Karl Kraus, non avevo in testa nientaltro se non una quantit di giudizi sprezzanti e di condanne senza
appello, e non potevo attribuire alcun valore a tutto ci che recava i segni dellegoismo, dell'avidit o
della superficialit. Karl Kraus aveva dato prescrizioni precise riguardo a tutto ci che bisognava
condannare. A noi non era neanche permesso di prenderle in esame, perch Kraus lo aveva gi fatto e
la sua decisione valeva per tutti. A Vienna, perci, la vita intellettuale era come sterilizzata, vi regnava
una forma particolare digiene che vietava qualsiasi promiscuit. Appena un argomento era diventato di
dominio pubblico e finiva sulle pagine dei giornali, subito veniva messo al bando da Kraus e perci
diventava intoccabile.
A Berlino mi trovai immerso di colpo in una vita totalmente opposta; l i contatti, contatti
incessanti e di ogni genere, erano diventati il vero contenuto dellesistenza. Pur senza rendermene
conto, dovevo essere predisposto a quel tipo di curiosit intellettuale, perch ad essa cedetti
ingenuamente, con assoluto candore; proprio come a Vienna, subito dopo il mio arrivo, mi ero gettato a
capofitto nelle fauci della tirannide, che mi avevano graziosamente preservato da qualsiasi tentazione,
cos ora, a Berlino, mi lasciai travolgere per alcune settimane dalla Babele del peccato. Per fortuna non
ero solo, avevo due persone che mi guidavano, Ibby e Wieland, ed erano talmente diverse tra loro che
ricevetti un duplice aiuto.
Wieland conosceva tutti, perch era sul posto da tempo. Era arrivato a Berlino prima della
guerra, a diciassette anni, e si era conquistato lamicizia di Else Lasker-Schuler. Grazie a lei aveva
conosciuto la maggior parte dei poeti e dei pittori berlinesi, soprattutto coloro che si raccoglievano
intorno allo Sturm. Ma Wieland doveva alla Lasker-Schuler anche di pi, ossia il nome della casa
editrice che aveva fondato allet di ventun anni, insieme a suo fratello e a George Grosz; ebbene, non
sono io il solo a ritenere che quel nome esotico - Malik - contribu notevolmente a far conoscere la casa
editrice. Fra lo stupore di tutti, Wieland si era rivelato un ottimo uomo daffari. La sua abilit
contrastava talmente con il suo fresco aspetto dadolescente che quasi non sembrava credibile.
Wieland, in fondo, non era un avventuriero, e tuttavia molte persone erano conquistate dal gusto
dellavventura che gli veniva attribuito. Entrava facilmente in stretto contatto con la gente, proprio
come un bambino, ma non si lasciava mai irretire da nessuno e si allontanava dalle persone con la
stessa rapidit con cui le aveva avvicinate. Non avevi mai la sensazione che appartenesse
completamente a qualcuno. Sembrava che potesse piantarti in asso in qualsiasi momento. Non gli si
attribuivano legami sentimentali e la gente si domandava da dove egli traesse la propria forza. In effetti
era sempre sul chi vive, sempre agile e pronto, mai appesantito da cognizioni inutili; bench aborrisse
la cultura corrente, era sempre bene informato, ma solo grazie al suo ottimo fiuto e non a letture astratte
coltivate con zelo; eppure, quando si trattava di pubblicare un libro, diventava sorprendentemente
preciso e, tutto a un tratto, ostinato e puntiglioso come un vecchio signore. I due atteggiamenti, quello
delladolescente e quello del vecchio signore ricco di esperienza, coesistevano in lui simultaneamente e
in parallelo e si facevano avanti a turno, a seconda delle circostanze.
Cera un uomo, per, che per Wieland era pi che un parente. Wieland gli era legato da un
cordone ombelicale che probabilmente non era affatto segreto; la cosa, tuttavia, tendeva a passare
inosservata, perch tra i due, nonostante il fortissimo legame, la diversit era tale che sembravano nati
su due diversi pianeti: questuomo era John Heartfield, il fratello maggiore di Wieland, di circa cinque
anni pi vecchio di lui. Wieland si abbandonava volentieri alla tenerezza e alla commozione, lo si
sarebbe potuto definire un sentimentale, ma tale era soltanto a tratti. Era un uomo che poteva scegliere
fra ritmi diversi, tutti ugualmente a lui congeniali; e solo uno, quello della commozione, era un ritmo
lento. John Heartfield, invece, era sempre rapido, le sue reazioni erano talmente spontanee che egli
stesso ne era travolto; era un uomo magro, piccolissimo, e ogni volta che gli veniva unidea faceva un
salto. Pronunciava le sue frasi con veemenza, come se, con un balzo, volesse avventarsi sul suo
interlocutore, per poi ronzargli intorno con ira, come una vespa. La prima volta lo notai in pieno
Kurfurstendamm : stavo camminando, ignaro, fra lui e Wieland, cercando di spiegare a questultimo,
che me laveva chiesto, non so che cosa riguardo alle termiti:  Sono completamente cieche,  dissi  e
si muovono soltanto in gallerie sotterranee . Tutta un tratto John Heartfield salt su, accanto a me, e
mi diede sulla voce, come se fossi io il responsabile della cecit delle termiti, o come se le avessi
accusate della loro cecit:  Termite sarai tu! Tu s che sei una termite! ; e dopo di allora non mi
chiam pi in altro modo. Quella volta mi spaventai, pensavo di averlo offeso, e non sapevo perch,
non gli avevo mica detto che era lui una termite. Mi ci volle un bel po per comprendere che egli
reagiva cos a tutto ci che per lui era nuovo. Era questo il suo modo di imparare, poteva imparare
soltanto con aggressivit; e si potrebbe dimostrare, credo, che in ci risiede anche il segreto dei suoi
fotomontaggi. Riuniva e metteva a confronto le cose che lavevano fatto saltar su, e la tensione di
quei balzi  rimasta nei suoi fotomontaggi.
John era, io penso, il pi irriflessivo di tutti gli uomini. La sua vita era un continuo succedersi di
moti spontanei e irruenti. Rifletteva soltanto quando era alle prese con un fotomontaggio. Dato che non
stava a ragionare su ogni cosa come altri uomini, rimaneva giovanilmente iracondo.
Il suo modo di reagire era senza dubbio una forma di collera, che per di egoistico non aveva
nulla. John imparava soltanto se si sentiva aggredito; perci, se voleva imparare qualcosa di nuovo,
doveva percepire la novit come aggressione. Altri lasciano che il nuovo gli scivoli addosso senza far
presa, oppure lo mandano gi a grandi sorsate, come uno sciroppo. John doveva scuoterlo con furore,
per poterlo trattenere senza privarlo della sua forza.
Solo a poco a poco compresi quanto quei due fratelli fossero indispensabili luno allaltro.
Wieland non criticava mai nulla di quello che faceva John. Non cercava scuse per il suo insolito
comportamento, e neanche cercava di spiegarlo. Per lui era semplicemente ovvio, e solo quando
cominci a parlare della sua infanzia compresi ci che li legava. Erano quattro orfani, due fratelli e due
sorelle, ed erano stati educati, da genitori adottivi, ad Aigen, vicino a Salisburgo. Wieland si era trovato
bene coi genitori adottivi, mentre Helmut, il maggiore (cos si chiamava John prima di prendere quel
nome inglese), aveva incontrato parecchie difficolt. Avevano sempre saputo che quelli non erano i
loro veri genitori, e cos tra loro si era creato un fortissimo attaccamento. La vera forza di Wieland
stava in quel legame con suo fratello. Si erano fatti insieme una posizione a Berlino. Per protestare
contro la guerra, Helmut aveva cambiato ufficialmente il proprio nome in John Heartfield. Cera voluto
del coraggio, perch lo aveva fatto in tempo di guerra. George Grosz, che incontrarono in quel periodo,
divenne per entrambi un intimo amico. Quando fondarono la casa editrice Malik, John Heartfield,
comera naturale, si assunse lincarico di progettare le copertine. Ciascuno aveva la propria famiglia,
vivevano separati, non si opprimevano n si limitavano a vicenda; eppure li si vedeva sempre insieme,
nella vita turbolenta e iperattiva di Berlino si muovevano allunisono.
Brecht
La prima cosa che mi colp in Brecht fu il suo travestimento. Mi portarono a mezzogiorno da
Schlichter, il ristorante frequentato dalla Berlino intellettuale. Soprattutto gli attori vi affluivano in gran
numero, ti indicavano ora questo ora quello, e subito li riconoscevi, attraverso i giornali illustrati erano
entrati a far parte dellimmagine dobbligo della vita pubblica. Ma, bisogna dire, nel modo di muoversi,
di salutare, di raccontarsi i pettegolezzi, di mangiare, di bere e di pagare il conto non facevano poi
questa gran scena. Era un quadro variopinto, ma senza il colore del palcoscenico. Brecht fu lunico fra
tutti che mi salt agli occhi, a causa del suo travestimento proletario. Era magrissimo, con un viso
affamato che, a causa del berretto, sembrava un po storto; le parole gli uscivano di bocca legnose e
smozzicate; sotto il suo sguardo ti sentivi un oggetto prezioso ormai privo di valore, che lui, luomo del
banco dei pegni, soppesava con i suoi occhi neri e penetranti. Parlava poco, e sul risultato della
valutazione non riuscivi a sapere nulla. Sembrava incredibile che avesse solo trentanni; non aveva
laspetto di un uomo invecchiato precocemente, ma di un uomo che  sempre stato vecchio.
Lidea che Brecht assomigliasse a un vecchio usuraio in quelle settimane non mi diede pace. Da
quellidea mi sentivo perseguitato, non fossaltro perch sembrava un controsenso. Essa era alimentata
dal fatto che Brecht onorava lutilit pi di qualsiasi altra cosa e faceva notare in tutti i modi il suo
grandissimo disprezzo per i nobili sentimenti. E per utilit egli intendeva utilit pratica, solida
efficienza; in ci aveva qualcosa della mentalit anglosassone, nella sua variante americana. Il culto
dellamericanismo allora aveva messo radici, soprattutto fra gli artisti di sinistra. Per il numero delle
insegne luminose e delle automobili, Berlino a quellepoca gareggiava con New York. Non cera nulla
per cui Brecht manifestasse una tenerezza pari a quella che dedicava alla sua automobile. I libri di
Upton Sinclair, che denunciavano scandali e abusi di ogni genere, producevano un effetto
contraddittorio. I lettori condividevano, certo, lo stato danimo che aveva portato allaspra denuncia
della corruzione, ma al tempo stesso assimilavano profondamente il sostrato della vita americana da cui
quella stessa corruzione era sorta, e auspicavano il diffondersi, in estensione e profondit, di quel modo
di vivere. Anche Chaplin, fra gli altri, allora si trovava a Hollywood, e il suo successo, persino in
quellatmosfera, poteva essere applaudito con la coscienza tranquilla.
Brecht aveva nellaspetto anche qualcosa di ascetico, era una delle sue contraddizioni. La fame
poteva sembrare digiuno, come se egli si astenesse a bella posta da ci che era oggetto della sua
cupidigia. Non era un gaudente, in tutto ci che  effimero non trovava appagamento, non riusciva a
espandersi. Ci che prendeva (e prendeva alla rinfusa a destra e a manca, di sopra e di sotto, tutto ci
che poteva essergli utile) doveva adoperarlo subito, era la materia prima della quale si serviva per
produrre incessantemente. Era fatto cos, fabbricava sempre qualcosa, era questa la sua vera natura.
I discorsi con cui provocavo Brecht, soprattutto quando affermavo che si deve scrivere soltanto
per convinzione, mai per denaro, nella Berlino di allora dovevano suonare decisamente ridicoli. Brecht
sapeva molto bene ci che voleva, e si faceva guidare a tal punto dalle prprie intenzioni che non
gliene importava affatto se per quello che faceva veniva anche pagato. Anzi, dopo un periodo di
angustie economiche, il fatto di ricevere dei soldi lo considerava un buon segno, un segno di successo.
Brecht sapeva come valutare il denaro, contava soltanto la persona che lo prendeva, la provenienza del
denaro non aveva importanza. Brecht era sicuro che nulla potesse distoglierlo dai suoi propositi. Chi lo
aiutava a realizzarli si metteva dalla sua parte (altrimenti, si sarebbe dato la zappa sui piedi). Berlino
pullulava di mecenati, facevano parte dello scenario. Brecht se ne serviva senza farsene dominare.
Detto questo, i discorsi con cui io lo infastidivo pesavano meno di una piuma. Del resto non lo
vedevo quasi mai da solo. Cera sempre Ibby con noi, e Brecht, data la sua mentalit, scambiava
larguzia di Ibby per cinismo. Aveva notato che Ibby mi trattava con rispetto, non accadeva mai che lei
si mettesse dalla sua parte; scandalizzarmi e farsi gioco di me, quando Ibby mi chiedeva un chiarimento
in sua presenza, era una cosa che lo stuzzicava. Certe volte, riguardo a una cosa qualsiasi, di nessuna
importanza, Brecht commetteva un errore; in tal caso Ibby non si lasciava fuorviare da lui, adottava il
mio punto di vista e ne faceva tesoro nella conversazione senza batter ciglio, astenendosi per dalle
battute canzonatorie, che, a quel punto, sarebbero state indirizzate contro Brecht. Dal fatto che Ibby,
quando era con lui, evitasse di prenderlo in giro, Brecht doveva aver capito che la sua compagnia non
le era indifferente. A modo suo, Ibby aveva ceduto alleccitante atmosfera davanguardia che lo
circondava.
Brecht aveva scarso interesse per le persone, e tuttavia le tollerava; dava retta a coloro che
continuavano a essergli utili; gli altri li prendeva in considerazione soltanto se rafforzavano la sua
concezione del mondo, peraltro piuttosto monotona. Col passar del tempo, proprio questa concezione
del mondo ha dato unimpronta sempre pi forte ai suoi drammi, mentre nella poesia Brecht si 
rivelato allinizio di una vitalit che non ha eguali tra i suoi contemporanei, e in seguito, grazie ai cinesi
- ma non  questo il luogo per parlarne -, egli ha raggiunto una sorta di superiore saggezza.
La cosa suoner sorprendente, eppure, con tutta lostilit che provavo per lui, devo ammettere
che gli devo molto. Proprio in quel periodo - pensare che quasi ogni giorno avevo con Brecht qualche
breve baruffa - lessi il Libro di devozioni domestiche. Quelle poesie mi entusiasmarono, le divorai in un
soffio, senza pensare allautore. Alcune di esse mi penetrarono nelle ossa, come la Leggenda del
soldato morto o Contro la seduzione; ma anche Ricordo di Maria A. e Del povero B. B. Molte, la
maggior parte di quelle poesie, mi fecero una grande impressione. Le mie composizioni erano
polverizzate, ridotte in cenere. Dire che me ne vergognavo sarebbe dir troppo; semplicemente non
esistevano pi, non era rimasto nulla, neppure la vergogna.
Da tre anni la stima che avevo di me stesso traeva alimento dalle poesie che scrivevo. Eccetto
che a Veza, non le avevo mostrate a nessuno; a lei, per, le facevo vedere quasi tutte. Avevo preso sul
serio il suo incoraggiamento, mi ero fidato del suo giudizio. Alcune poesie mi avevano a tal punto
inebriato, che mi sembrava di espandermi sino ai confini delluniverso. Avevo scritto di tutto, non solo
poesie, ma per me contavano soltanto le poesie - oltre allintenzione di scrivere un libro sulla massa.
Ma quella era solo unintenzione, chiss, potevano volerci degli anni, e comunque, per il momento,
ancora non cera quasi nulla; solo qualche appunto, qualche breve abbozzo su cose che avevo imparato
in vista del mio libro; ma ci che avevo imparato non erano idee mie, quelle erano ancora di l da
venire. Ci che ritenevo mio erano le molte composizioni in s conchiuse, le poesie ora brevi ora
lunghe che avevo scritto, e ad un tratto tutto questo era spazzato via con un colpo di spugna. Non
sentivo alcuna piet per quella roba, me ne sbarazzai senza rammarico, erano solo macerie fumanti,
nientaltro. Non cambiai idea sulluomo che aveva scritto le vere poesie; tutto in lui mi respingeva, da
quellimpulso irresistibile a travestirsi fino alla sua lingua legnosa; ma ammiravo, amavo le sue poesie.
La mia avversione per Brecht era davvero grandissima, sicch quando lo vidi non gli dissi una
parola sulle sue poesie. In sua presenza, e soprattutto quando apriva bocca, venivo preso ogni volta da
un sentimento di collera, che per non lasciavo trapelare pi del mio entusiasmo per il Libro di
devozioni domestiche. Ogni volta che Brecht pronunciava una delle sue solite frasi ciniche, subito io
replicavo con una frase severa e altamente morale. Una volta dissi - nella Berlino di allora devessere
suonato buffo - che un poeta deve isolarsi, se vuol fare qualcosa di buono. Un poeta ha bisogno di
periodi dentro il mondo e di periodi fuori dal mondo, nel pi stridente contrasto tra loro. Brecht disse
che teneva sempre il telefono sul tavolo e che riusciva a scrivere soltanto se lo sentiva squillare in
continuazione. Una grande carta geografica del mondo era appesa alla parete di fronte a lui ed egli la
guardava sempre, per non essere mai fuori dal mondo. Io non cedetti, e, bench annichilito dalla
consapevolezza che le mie poesie erano assolutamente inutili e insignificanti, perseverai nel dare i miei
consigli alluomo che scriveva quelle poesie bellissime. La morale era una cosa, i fatti unaltra: davanti
a Brecht, che teneva conto soltanto dei fatti, per me contava solo la morale. Me la presi coi manifesti
pubblicitari che infestavano Berlino. Brecht replic che lui non ne era affatto disturbato e che anzi la
pubblicit aveva il suo lato positivo. Aveva scritto una poesia sulle automobili Steyr, disse, e in cambio
gli avevano dato unautomobile. A me sembrava che quelle parole le avesse pronunciate il diavolo in
persona. Con quella confessione, sbandierata come una vanteria, Brecht mi debell e mi ridusse al
silenzio. Appena ce ne fummo andati, Ibby osserv, come se niente fosse:  Gli piace molto guidare
lautomobile . A me - sovreccitato comero - sembrava un assassino : io avevo in mente la Leggenda
del soldato morto e lui, intanto, partecipava a un concorso a premi per le automobili Steyr!  Anche
adesso vezzeggia la sua macchina,  disse Ibby  ne parla come se fosse la sua amante. Perch non
avrebbe dovuto vezzeggiarla prima, in modo da farsela regalare? .
Ibby piaceva a Brecht, che rispettava in lei quel piglio arguto e poco sentimentale che tanto
contrastava col suo florido aspetto da ragazza di campagna. Ibby, del resto, non lo disturbava, non gli
chiedeva mai niente, non si poneva in concorrenza con nessuno, era comparsa a Berlino come la dea
Pomona, e cos comera venuta in qualsiasi momento poteva scomparire. Il mio caso era ben diverso;
ero arrivato da Vienna con grandi arie, votato alla purezza e alla severit di Karl Kraus, al quale, dopo
il manifesto sul 15 luglio, appartenevo pi che mai, anima e corpo. E, come se non bastasse, non tenevo
per me le opinioni altisonanti e corroboranti di Karl Kraus, mi sentivo in dovere di sbandierarle. Erano
passati solo due o tre anni da quando ero riuscito a sottrarmi alle discussioni domestiche riguardanti il
denaro, e il loro effetto non si era ancora esaurito: non vidi Brecht una sola volta senza manifestare il
mio disprezzo per il denaro. Dovevo alzare la mia bandiera, dovevo giocare a carte scoperte: non si
scrive per i giornali, non si scrive per denaro, di ogni parola che si scrive si risponde con tutto il proprio
essere. Tutto ci irritava Brecht per pi di un motivo: non avevo pubblicato nulla, di me non aveva mai
sentito parlare e, per lui, che teneva in grande considerazione la realt, dietro le mie parole cera il
vuoto. Dato che nessuno mi aveva fatto delle offerte, non mi era mai capitato di rifiutare nulla. Nessun
giornale mi aveva proposto una collaborazione, perci non avevo avuto resistenze da opporre.  Io
scrivo solo per denaro  diceva Brecht, asciutto e astioso.  Ho scritto una poesia sulle automobili
Steyr, e in cambio mi han dato unautomobile Steyr . Eccola di nuovo quellautomobile, veniva fuori
spesso nei suoi discorsi, era fierissimo della sua Steyr, che guidava a rotta di collo. La distrusse in un
incidente, ma riusc a procurarsene una nuova con unaltra trovata pubblicitaria.
La mia situazione, per, era ancora pi complicata di quanto si potrebbe credere da ci che ho
detto sin qui. Infatti luomo che era la mia fede e le mie idee, luomo che veneravo pi di ogni altro al
mondo, luomo che con le sue collere e il suo fervore era per me una ragione di vita, luomo al quale
non avrei mai osato avvicinarmi (una sola volta, dopo il 15 luglio, gli avevo rivolto una preghiera; ma
non era una supplica, era una preghiera di ringraziamento, e non immaginavo neppure che lui potesse
ascoltarla) - Karl Kraus, insomma, in quel periodo si trovava a Berlino ed era in rapporti di amicizia
con Brecht, lo incontrava spesso, e fu proprio attraverso Brecht che io lo conobbi, quando mancava
qualche settimana alla prima dell' Opera da tre soldi. Non vidi mai Kraus da solo; era sempre in
compagnia di Brecht e di altre persone interessate a quello spettacolo. Non gli rivolsi la parola, mi
vergognavo di fargli capire tutto ci che egli significava per me. Dalla primavera del 1924, dal mio
arrivo a Vienna, non avevo perso una sola delle sue letture. Ma lui non lo sapeva; e anche se Brecht, il
quale senza dubbio aveva intuito quel che mi passava nellanimo, gli aveva rivolto qualche
osservazione scherzosa in proposito (il che era poco probabile), Kraus, comunque, non lasci trapelare
nulla. A quella esaltata lettera di ringraziamento per il suo manifesto sul 15 luglio non aveva badato per
niente, ma era ovvio, il mio nome non gli diceva nulla, chiss quante lettere simili alla mia aveva
ricevuto e buttato via.
Preferivo di gran lunga che Kraus ignorasse tutto di me. Sedevo, in circolo, accanto a Ibby,
senza dire una parola. Mi sentivo oppresso dallidea di esser seduto allo stesso tavolo di un dio. Avevo
la vaga sensazione di essere un intruso. Kraus era completamente diverso da come lo avevo visto
durante le sue letture. Non lanciava n frecciate n folgori, non condannava nessuno. Ira tutte le
persone sedute in quella stanza - saranno state dieci o dodici - egli era il pi cortese. Li trattava tutti
come se fossero persone fuori dellordinario, e le sue parole suonavano premurose, come se assicurasse
a ciascuno la sua particolare protezione. Si sentiva che nessuno sfuggiva alla sua attenzione, sicch
lonniscienza che gli veniva attribuita restava intatta. Eppure si metteva a bella posta dietro agli altri,
uno fra i tanti, un uomo mite, pacifico, preoccupato di non urtare la suscettibilit dei presenti. E con
quanta naturalezza sapeva sorriderei A me in verit sembrava che fingesse. Dopo averlo sentito recitare
nei ruoli pi diversi, sapevo quanto gli riusciva facile fngere; ma quella volta lo vidi nellunica parte
che non mi sarei aspettato da lui; e non la cambi, per unora o pi rimase la stessa. Da lui mi-
aspettavo cose inaudite, e sentivo delle frasi complimentose. Trattava con delicatezza ogni persona
seduta a quel tavolo; ma con amore, come se fosse suo figlio, trattava solo Brecht, il giovane genio - il
suo figlio delezione.
La conversazione ruotava intorno all Opera da tre soldi, che ancora non si chiamava cos; si
stava appunto discutendo del titolo da dare a quellopera. Furono fatte molte proposte, Brecht le
ascoltava con pacatezza, non sembrava affatto che si parlasse del suo dramma, n che egli si riservasse
la decisione ultima. Le proposte furono talmente numerose che non riesco pi a ricordarmi chi le fece.
Anche Karl Kraus illustr una sua idea, ma senza cercare dimporla; anzi la gett nel dibattito
con aria interrogativa, come se egli stesso avesse dei dubbi. Fu subito soppiantata da unidea migliore,
ma neppure quella rest padrona del campo. Non so a chi sia venuto in mente il titolo definitivo; a
proporlo fu Brecht stesso, ma pu darsi che gli fosse stato suggerito da una persona che non era
presente, e che egli volesse sentire che cosa ne pensavano gli altri. Nel suo lavoro Brecht aveva una
sorprendente spregiudicatezza nel passare sopra a ogni precisa demarcazione di possesso.
Ecce homo
 Adesso si va da Grosz  mi disse Wieland un giorno. A me non sembrava possibile che ci si
potesse andare cos, come se niente fosse. Wieland voleva andare da Grosz a prendere non so che di cui
aveva bisogno per la casa editrice, ma voleva anche far colpo su di me; aveva notato subito che a
Berlino cera un personaggio che io ardevo dalla voglia di conoscere. E per lui era un vero divertimento
offrirmi tutto ci che a Berlino esisteva di interessante. La mia inesperienza non gli riusciva
sgradevole. Gli ricordava la sua, quando era appena arrivato. Non aveva la sete di dominio di Brecht,
che era sempre circondato da adepti. Brecht, che voleva essere considerato un duro, aveva certo
cominciato precocemente a presentarsi come tale. Sforzarsi di sembrare pi vecchi di quanto si , non
apparire mai giovani, cos la pensava Brecht, lingenuit per Brecht era spregevole, lui la odiava e la
metteva sullo stesso piano della stupidit. Brecht non voleva farsi mettere i piedi in testa da nessuno e,
anche quando ormai non ne avrebbe avuto pi bisogno da un pezzo, continuava a ostentare la sua
precoce maturit, come uno scolaretto che fuma il suo primo sigaro e raduna i suoi compagni intorno a
s, per incoraggiarli. Wieland, invece, era innamorato della ingenuit dei propri anni infantili, li vedeva
come una stagione idillica. Nella cinica Berlino di quellepoca gli era riuscito di affermarsi. Era
tuttaltro che un uomo indifeso, aveva a portata di mano tutte le leve giuste e si era dimostrato abile
nella cosiddetta lotta per la vita, che richiede durezza, ma soprattutto indifferenza. Eppure era in grado
di farsi largo solo se restava fedele all'immagine di quellingenuo orfanello che un tempo era stato, e
sapeva parlare di se stesso come se la sua situazione non fosse mutata. Mentre lavoravamo ci
lasciavamo prendere, di tanto in tanto, da quei discorsi e, per quanto assillante fosse allora il ritmo della
vita berlinese - quando stavamo seduti al tavolo rotondo in quella stanza della sua mansarda, ci
capitava spesso di allontanarci da Upton Sinclair, il tema del nostro lavoro, per rivolgerci al giovane
Wieland. In fondo il Wieland di allora aveva soltanto trentadue anni; ma il salto dal Wieland di
quindici anni prima appariva comunque vistoso. Wieland mi mostrava tutto, e in primo luogo le
persone da conoscere a Berlino, come se egli stesso fosse arrivato per la prima volta in quella citt, e si
divertiva al mio sbalordimento, senza osservarlo troppo da vicino; perch non era tanto di me che gli
importava, quanto di se stesso, di comera stato lui alla mia et. Per fortuna, non mi umiliava mai:
dappertutto mi presentava come  amico e collaboratore . Eppure lo conoscevo soltanto da pochi
giorni, e non avevo ancora collaborato affatto. Non pretendeva da me alcuna garanzia, non voleva
leggere niente di mio, forse gli avrebbe dato fastidio leggere qualcosa ( strano che Wieland, leditore
che ho conosciuto meglio e pi intimamente di ogni altro, non sia mai diventato, neppure in seguito, il
mio editore). Per lui era sufficiente parlare con me. Alcune cose le aveva sentite da Ibby, altre le
raccontai io stesso, ma la cosa pi importante per lui era potermi raccontare, nella sua Berlino, le sue
ingenuit e il suo amore per la propria giovinezza. Insomma, ci che gli importava era che io lo stessi
ad ascoltare e in effetti, ascoltandolo, lo conquistai; non posso dire di averlo fatto per calcolo; lo
ascoltavo volentieri, ho sempre ascoltato volentieri la gente che parla di s, questa inclinazione
apparentemente mite e passiva  in me molto forte, talmente forte da costituire la mia idea pi intima
della vita. Morto, sar, quando non ascolter pi ci che un uomo mi racconta di se stesso.
Perch mi aspettavo tanto da Grosz? Che cosa significava quelluomo per me? Ammiravo i
disegni di Grosz fin da quando, a Francoforte - dunque sei anni prima - avevo visto i suoi libri nella
vetrina della libreria per ragazzi.
Da allora quei disegni non ero pi riuscito a togliermeli dalla mente, e sei anni, quando si 
giovani, sono molti. Fin dalla prima occhiata mi avevano colpito nel profondo. Era proprio la stessa
sensazione che aveva suscitato in me tutto ci che avevo visto al tempo dellinflazione, compresa la
visita del signor Hungerbach e la sordit di mia madre, il suo rifiuto di prendere atto di qualunque cosa
succedesse intorno a noi. Mi piaceva che quei disegni fossero cos violenti, senza riguardi per nessuno,
spietati, atroci. Vi erano raffigurate cose estreme, che perci mi sembravano vere. Una verit di
compromesso, una verit che attenua, che si sforza di spiegare o di fornire giustificazioni, per me non
era una verit. Sapevo che personaggi di quel genere esistevano davvero, lo sapevo fin dagli anni
infantili di Manchester, quando nello zio orco avevo ravvisato il mio nemico, che tale per me sarebbe
poi sempre rimasto. Non molto tempo dopo aver visto quei disegni, ascoltai Karl Kraus a Vienna, e
leffetto fu lo stesso. Ma sentendomi io votato alla parola, cominciai a imitare Karl Kraus, il quale,
soprattutto, poteva insegnarmi larte dellascolto, ma anche, sino a un certo grado (e non senza una
certa ripulsa da parte mia), la retorica dellaccusa. George Grosz non lo imitai mai, disegnare mi era
sempre stato precluso. Cercavo e trovavo nella realt i suoi personaggi; ma sentivo nei suoi confronti
linevitabile distacco che deriva dalluso di un diverso mezzo espressivo. Ci che Grosz sapeva fare per
me era irraggiungibile; egli parlava in un'altra lingua; riuscivo a comprenderla, ma non avrei mai
potuto imparare a usarla per conto mio. Perci Grosz non divent mai un modello per me - lo
ammiravo moltissimo, ma non fu mai un modello.
Quando entrai per la prima volta in casa sua, Wieland mi present, secondo il suo solito, come 
amico e collaboratore . Per conseguenza, non mi sentii troppo piccolo. Non pensai che Grosz
conosceva bene tutti gli amici di Wieland e quindi, gi soltanto per questo, sapeva certamente che non
ero uno di loro. Tutto a un tratto mi trovavo a Berlino, di me non si era mai parlato prima, Ibby aveva
annunciato il mio arrivo da Vienna, questo era tutto. La mia insicurezza, tuttavia, fu presto superata,
perch Grosz cominci a mostrarci i suoi disegni. Mi trovai di fronte ad alcuni lavori che aveva appena
terminato. Grosz era abituato a mostrare i suoi disegni a Wieland, che li aveva pubblicati e fatti
conoscere. Li sceglievano insieme, e Wieland trovava i titoli. Anche quella volta, come per abitudine,
vennero fuori dei titoli. A Wieland piaceva suggerirne pi duno, in fretta, uno dietro laltro. Non
cerano discussioni, di solito Grosz accettava i titoli di Wieland, che gli avevano portato fortuna.
Grosz portava un abito di tweed e, diversamente da Wieland, era vigoroso e abbronzato. Stava
aspirando la pipa e sembrava un giovane capitano, non inglese per (parlava molto), caso mai
americano; ma aveva un atteggiamento cos aperto e cordiale che il suo modo di vestire non mi parve
un travestimento. Mi faceva sentire libero e perci davanti a lui mi lasciai andare, dimostrandomi
entusiasta di tutti i disegni che man mano ci mostrava. Lui se ne rallegr, come se il mio entusiasmo
contasse molto, e di tanto in tanto, se facevo qualche osservazione su un disegno, guardava Wieland
ammiccando. Mi venivano in mente le parole giuste e, mentre davanti a Brecht non sapevo aprir bocca
senza farmi prendere in giro, in Grosz suscitavo interesse e simpatia. Mi domand se conoscevo il suo
album intitolato Ecce homo; no, dissi, la censura laveva vietato. Egli si avvicin a una cassa-panca, ne
sollev il coperchio e prese una cartella, che mi porse come se fosse una cosa da nulla. Pensavo che me
lavesse data da guardare e la aprii; ma la mia idea fu subito corretta : avrei potuto farlo a casa, con
comodo, la cartella era un regalo per me.  Un regalo cos non capita a tutti  disse Wieland, che
conosceva limpulsivit dellamico; ma avrebbe anche potuto non dirlo, nessun atto di generosit mi 
mai sfuggito, e da quello rimasi letteralmente sopraffatto.
Posai la cartella, per non lasciarmi andare a ridicoli gesti di felicit con la cartella in mano, e
non avevo ancora finito di esprimere la mia gratitudine quando arriv un visitatore, lultima persona
che avrei desiderato e che mi sarei aspettato di vedere in quel momento: Bertolt Brecht. Entr con
atteggiamento rispettoso, camminava un po curvo e portava un regalo per Grosz, una matita, una
matita normalissima, che depose, con gesto energico e carico di significato, sul suo tavolo da disegno.
Grosz accett il modesto omaggio, trasformandolo in qualcosa di pi grande. Disse :  Mi mancava
proprio una matita cos. Mi fa veramente comodo . Quella visita mi disturbava; tuttavia mi fece bene
vedere Brecht da un punto di vista nuovo. Ecco comera, quando voleva esprimere la sua approvazione;
il fatto che lo facesse con tanta riservatezza e parsimonia faceva ancora pi effetto. Mi chiesi in che
rapporti fosse Grosz con lui, e se Brecht gli andasse a genio. Brecht non rimase a lungo, e quando se ne
fu andato, Grosz disse a Wieland, prendendolo da parte, come se io non dovessi sentire:  Non ha
tempo, deve andare a piluccare la letteratura europea . Il tono non era astioso, ma forse un po
dubitativo, come se avesse su Brecht varie opinioni che tra loro non collimavano.
Quando lasciammo Grosz, le nostre strade si separarono; Wieland se ne and in casa editrice,
mentre io ritornai nella mansarda, dove, al mio tavolo rotondo, mi attendeva il lavoro ai documenti
sulla vita di Upton Sinclair. Paragonata alle cose che aveva scoperto come muck-raker, ovvero
cacciatore di scandali, la vita di Sinclair sembrava noiosa: non per colpa delle vicende della sua
esistenza (aveva avuto una vita difficile), ma per la linearit delle sue idee. Era un puritano dalla testa
ai piedi, e a dire il vero, essendolo anchio, una certa affinit tra noi era inevitabile; tuttavia, bench
approvassi di tutto cuore i suoi attacchi contro la corruzione e gli abusi, la degradazione e lingiustizia,
mi rendevo conto che essi erano totalmente privi di smalto, lo smalto della satira. Nulla di strano,
perci, che invece di mettermi subito al lavoro aprissi la cartella con i disegni di Ecce homo: l cera
tutto ci di cui si sentiva la mancanza in Upton Sinclair.
La raccolta era stata vietata perch ritenuta oscena. E non si poteva negare che pi di un disegno
potesse dare quellimpressione. Ma io accettai tutto, con una sensazione strana, in cui si mescolavano
orrore e apprezzamento. Dalla cartella emergevano le figure pi schifose della vita notturna berlinese;
ma erano raffigurate in quel modo proprio perch lautore provava nei loro confronti un senso di
schifo; cos, almeno, pensavo io, attribuendo il mio disgusto anche allartista. Non ne sapevo ancora
molto, ero a Berlino da una settimana, giorno pi giorno meno; quella a Grosz era stata una delle prime
visite. A Brecht mi aveva presentato Ibby, da Schlichter; si trattava di un poeta, e tanto bastava perch
Ibby fosse convinta che Berlino non potesse offrire nulla di pi interessante. Andavamo da Schlichter
ogni giorno; Brecht vedeva Ibby volentieri, ma siccome lei mi portava sempre con s, forse proprio per
questo Brecht mi aveva preso a bersaglio delle sue beffe. Wieland non volle essere da meno; sapeva
che ci tenevo a vedere Grosz molto di pi che a vedere Brecht, e cos, il sesto giorno circa dopo il mio
arrivo, mi condusse da lui.
Ora che lavevo portata a casa mia, la cartella di Ecce homo sinterpose come una lente fra me e
Berlino; da allora quasi tutte le cose che vidi in quella citt, soprattutto di notte, presero le tinte di quei
disegni. Probabilmente, se non li avessi avuti, quelle stesse cose ci avrebbero messo pi tempo per
penetrare in me. Continuavo ad avere un interesse piuttosto scarso per la libert sessuale. Ma quei
disegni, violenti e spietati come mai ne avevo visti in vita mia, mi ci fecero sbattere il naso, e tutto ci
che raffiguravano lo presi alla lettera; non mi sarebbe neanche venuto in mente di dubitarne: come certi
paesaggi si vedono soltanto con gli occhi di determinati pittori, cos io vidi Berlino con gli occhi di
George Grosz.
Guardando quei disegni per la prima volta, ero talmente estasiato e spaventato al tempo stesso,
che non riuscivo a staccarmene; e a un certo punto, quando Ibby entr nella mia stanza, vide
disseminati sul tavolo gli acquarelli colorati che avevo trovato nella cartella come fogli sparsi. Non mi
aveva mai visto con una cosa simile in mano, e la scena le sembr buffa:  Ci hai messo poco a
diventare un berlinese; a Vienna andavi pazzo per le maschere mortuarie e ora...  disse, abbracciando i
fogli con un ampio gesto della mano, come se io li avessi disposti sul tavolo intenzionalmente e con
cura.  Sai,  continu  a Grosz questa roba piace molto. Quando  ubriaco si mette a parlare del
prosciutto.  alle donne che pensa e comincia a guardarle in una certa maniera.
Io faccio finta di non capire. Ma lui, allora, si mette a cantare le lodi del prosciutto . Ero
indignato.  Non  vero! Non gli piace affatto! Per questo i suoi disegni sono cos belli. Credi che se no
li guarderei? .  Tu non puoi soffrire questa roba,  fece Ibby  lo so, lo so benissimo. Perci a te
posso dire tutto. Ma a lui s, a lui piace! Aspetta di vederlo una volta ubriaco, quando se ne vien fuori
col suo prosciutto .
Ibby poteva parlare in questo modo, faceva parte del suo personaggio. Quando usava, in quel
contesto, la parola  prosciutto , era impossibile non capire a che cosa alludesse. Grosz, ubriaco,
aveva cercato di metterle le mani addosso e poi aveva cominciato a cantare le lodi del suo corpo, lodi
che forse avrebbero offeso, o quanto meno irritato profondamente, unaltra donna del suo tipo. Quella
parola si riferiva a Ibby, e lei la ripeteva, ma dal tono della sua voce non sembrava che la cosa la
toccasse minimamente. Ibby restava inviolata, come se Grosz non avesse mai cercato di allungare le
mani, tutto ci che la interessava era il racconto nudo e crudo che mi stava facendo.
Per questo mi aveva voluto a Berlino, per potermi raccontare tutto. Gli uomini la
perseguitavano, dovunque si presentasse fioccavano le allusioni pi scabrose. Con lei ci provavano
sempre tre o quattro uomini contemporaneamente; prima o poi, pensavano, qualcuno lavrebbe
spuntata. Ma nessuno ci riusciva, e cos Ibby divent un personaggio enigmatico. Si escogitavano le
ipotesi pi astruse: non era affatto una donna, dicevano, ne aveva soltanto laspetto, era riuscita diversa
dalle altre, forse era come sbarrata. Un individuo particolarmente diffidente della cerchia di Brecht,
Borchardt si chiamava, sosteneva che Ibby fosse una spia.  Da dove viene?  saltata fuori di punto in
bianco. Chi ? La si trova dappertutto, e sta sempre a sentire quel che si dice . Lei ne rideva,
conservando il suo buon umore. Tutto questo lo trovava ridicolo; ma, finch era sola a Berlino, non
poteva confidarsi con nessuno, perch in quel mondo, dove tutto era permesso, i rapporti sessuali erano
sacri e venivano presi terribilmente sul serio; mai quella gente avrebbe perdonato a Ibby le battute
sfottenti che erano lunica reazione che quel tema le suggeriva. Ibby non poteva vivere senza
canzonare, prendere in giro la gente con frasi spiritose e inaspettate era la sua necessit, il suo impulso;
per questo non aveva avuto pace finch non era riuscita ad attirarmi a Berlino.
Quel che avevamo in comune era un interesse insaziabile per ogni genere di persone. In lei la
curiosit era venata di umorismo, e io ascoltavo volentieri i racconti che mi ammanniva con tanta
dovizia. Ma in realt non li trovavo tanto buffi. Mi sentivo turbato dalla diversit delle persone, che pur
facendo di tutto per riuscire a capirsi continuavano tuttavia a non capirsi mai. Ognuno faceva parte per
se stesso e, a dispetto di tutte le apparenze, restava solo; eppure non smetteva, continuava nel proprio
tentativo. Ibby mi raccontava dei fraintendimenti clamorosi ai quali aveva assistito, e in un gran
numero di malintesi incappavo io stesso, ma lei portava nel mio mondo molti esempi che io, uomo, non
avrei mai potuto sperimentare. Bella e corteggiata comera, Ibby non faceva che ricevere le proposte
pi assurde; ma era come se lei non esistesse affatto, e al suo posto ci fosse una statua, dotata di una
vita apparente, alla quale quelle proposte venivano indirizzate. E ci che lei rispondeva non veniva
udito affatto, neanche giungeva alle orecchie dei suoi corteggiatori; ad essi premeva una cosa soltanto:
fare le loro proposte e, possibilmente, soddisfare i loro appetiti. Non avrebbero saputo dire, alla fine,
come mai non erano riusciti a ottenere nulla, dal momento che non erano in grado di intendere le
risposte di lei. E neanche li interessava molto sapere qualcosa sui loro rivali; pur avendo tutti il
medesimo obiettivo, qualsiasi cosa avessero appurato, lavrebbero trovata strana e incomprensibile.
Mentre Ibby teneva a mente con estrema esattezza ciascuna delle loro dichiarazioni e delle loro
avances, per poterle capire ognuno di loro avrebbe dovuto prescindere da se stesso; e nessuno era
disposto a farlo.
Isaac Babel
Un grande spazio, nei miei ricordi del periodo berlinese,  occupato da Isaac Babel. Non pu
essere rimasto a Berlino per molto tempo, eppure ho come la sensazione di averlo visto ore e ore ogni
giorno, per settimane intere, anche se non sempre parlavamo molto. Mi piacque a tal punto (pi di tutte
le altre persone - e furono molte -da me incontrate in quel periodo) che nella memoria mi si  dilatato,
sicch, basandomi su di essa, sarei propenso a concedergli tutti i novanta giorni che ho trascorso a
Berlino.
Babel veniva da Parigi, dove sua moglie, pittrice, era allieva di Andr Lhote. In Francia si era
fermato in varie localit. Considerava la letteratura francese la sua terra promessa e Maupassant il suo
vero maestro. Gorkij, che aveva scoperto Babel, lo proteggeva con affetto e gli aveva dato i consigli
pi intelligenti e lungimiranti che un uomo possa desiderare; laveva aiutato con profonda intuizione
delle sue possibilit, ma anche con acume critico, senza egocentrismo, preoccupandosi di lui e non di
se stesso, con seriet e senza ironia, ben sapendo com facile distruggere uno scrittore giovane, debole
e sconosciuto, prima ancora che egli abbia potuto rendersi conto dei suoi talenti nascosti.
Dopo un periodo piuttosto lungo passato all'estero, Babel era a Berlino di passaggio, sulla via
del ritorno in Russia. Arriv, se non sbaglio, verso la fine di settembre, e credo che in realt non si sia
trattenuto pi di due settimane. Dei due libri che lavevano reso famoso, Larmata a cavallo e le Storie
di Odessa, entrambi pubblicati in traduzione tedesca dalla casa editrice Malik, il secondo lavevo letto
pi di una volta. Potevo ammirare Babel senza sentirmi troppo lontano da lui. Di Odessa avevo gi
sentito parlare da bambino, quel nome si collegava a un periodo molto remoto della mia esistenza.
Ritenevo che il Mar Nero mi appartenesse, bench lo avessi conosciuto soltanto, per poche settimane,
durante il mio soggiorno a Varna. Era come se la forza variopinta e selvaggia delle storie di Odessa
fosse stata alimentata dai ricordi della mia infanzia; senza saperlo, avevo trovato in Babel il capoluogo
naturale di quella piccola regione del basso Danubio; se Odessa fosse sorta alle foci del Danubio, la
cosa mi sarebbe parsa naturale. In tal caso il famoso viaggio che aveva dominato i sogni della mia
fanciullezza, il duplice viaggio che scendeva e risaliva la corrente del Danubio, sarebbe andato da
Vienna a Odessa e da Odessa a Vienna, e Rustschuk, che era piuttosto in basso, avrebbe trovato in quel
percorso la sua giusta collocazione.
Ero curioso di Babel come se fosse nato in quella regione, della quale mi riconoscevo figlio
soltanto a met. Solo in un luogo che si apriva sul mondo mi sentivo perfettamente a mio agio. E
Odessa lo era. Cos Babel aveva sentito quel luogo e le sue storie. Nella casa della mia infanzia tutte le
finestre guardavano Vienna. Ora, su un lato rimasto fino a quel momento in disuso, era stata aperta una
finestra verso Odessa.
Era un uomo piccolo, tarchiato, con la testa perfettamente rotonda, nella quale la prima cosa che
ti colpiva erano le spesse lenti degli occhiali. Forse per via delle lenti, anche gli occhi, che teneva molto
aperti, sembravano particolarmente rotondi e sbarrati. Appena arrivava Babel, subito ti sentivi
acutamente osservato; e intanto ti dicevi, come per ricompensarlo di tanta attenzione, che, malgrado
limpressione suscitata dagli occhiali, era un tipo largo di spalle, vigoroso e niente affatto gracile.
Lincontro tra noi avvenne da Schwanecke, un ristorante che allora mi parve assai lussuoso,
forse perch ci si andava di notte, dopo il teatro, e pullulava soprattutto di divi della scena. Quasi non
facevi in tempo a notarne uno, che un altro, considerato ancora pi importante, ti passava davanti agli
occhi; ce nerano moltissimi in quellepoca di fioritura del teatro, tant che rinunciavi ben presto a
prender nota di tutti. Ma Schwanecke era anche frequentato da scrittori, pittori, mecenati, critici e
giornalisti di primo piano, e ogni volta Wieland - che sempre mi accompagnava - si dichiarava
dispostissimo a darmi le informazioni che desideravo. Li conosceva tutti da tanto di quel tempo che
non gli facevano pi il bench minimo effetto; in bocca sua i loro nomi non suonavano pomposi;
sembrava, anzi, che egli mettesse in dubbio il loro diritto alla celebrit, come se fossero sopravvalutati,
e destinati ben presto a scomparire dalla scena. Aveva anche lui la sua scuderia, gli autori che aveva
scoperto e di cui pubblicava i libri e, com naturale, cercava di attirare su costoro lattenzione del
pubblico e di essi parlava pi volentieri e pi diffusamente che non degli altri. Da Schwanecke, la
notte, Wieland non si metteva a sedere a un tavolo isolato insieme ai suoi fedeli, non teneva a distanza
le altre persone, anzi si mescolava volentieri ai crocchi pi folti, dove amici e nemici sedevano alla
rinfusa, e cercava un bersaglio da attaccare. Combatteva per la sua causa con audaci sortite, non amava
le posizioni difensive; di solito, per, non si fermava a lungo, perch notava ben presto un altro
crocchio, nel quale sedeva qualcuno che gli faceva venir voglia di partire di nuovo allattacco. Non mi
ci volle molto tempo per scoprire che non era il solo a prediligere questo metodo aggressivo. Ma cera
anche chi sosteneva la sua battaglia a forza di lamentose recriminazioni, e persino qualcuno che veniva
l, in mezzo a quel fracasso, soltanto per tenere la bocca chiusa; era una minoranza, certo, che per si
notava molto: volti muti e contratti, che emergevano, come isole, nel paesaggio tumultuoso, tartarughe
attaccate alla loro bottiglia; dovevi chiederne il nome agli altri, perch essi non reagivano alle domande
dirette.
La sera in cui Babel comparve da Schwanecke per la prima volta, era riunita, intorno a un
lungo tavolo nella prima stanza, una brigata numerosa. Io ero arrivato tardi e mi ero timidamente
seduto allestremit del tavolo, molto vicino alla porta, sul bordo di una sedia, in modo da potermi
eclissare velocemente in qualsiasi momento. Il pezzo forte della compagnia era Leonhard Frank;
aveva un viso marcato e rughe profonde, sembrava che dopo aver attraversato tutte le cime e tutti gli
abissi ne fosse rimasto segnato, ma con un certo compiacimento, in modo visibile a tutti; di figura era
slanciato e muscoloso, indossava un vestito di ottimo taglio e sembrava sempre sul punto di scattare;
una frase gli sarebbe bastata per slanciarsi come una pantera sopra il tavolo, per tutta la sua lunghezza;
ma, nel balzo, il vestito non si sarebbe sgualcito, non si sarebbe spostato neanche di un millimetro.
Nonostante le rughe profonde, non aveva laspetto di un vecchio, ma quello di un uomo nel fiore degli
anni. Da giovane, si diceva con reverenza, aveva fatto il fabbro (o, come dicevano altri, meno
poeticamente, il lattoniere). Forte e agile comera, non cera da stupirsene; riuscivo a immaginarmelo
davanti allincudine, ma senza quel vestito, che mi disturbava. Comunque non si poteva negare che qui,
da Schwanecke, egli si sentisse infinitamente a suo agio.
In modo diverso, la stessa cosa valeva anche per i poeti russi seduti intorno al tavolo. Essi a
quel tempo viaggiavano spesso, e a Berlino ci venivano volentieri; quella vita turbolenta e spensierata
andava daccordo con il loro temperamento. Con Herzfelde erano in rapporti cordiali; non era lunico
editore dei loro libri, ma tra tutti era il pi seguito. I suoi autori non passavano mai inosservati, sarebbe
stato impossibile, non fossaltro per le copertine disegnate da suo fratello, John Heartfield. Al tavolo
sedeva anche Anja Arkus, si diceva che fosse una nuova poetessa; certo era la donna pi bella che
avessi mai visto in vita mia, anche se crederlo sar difficile, perch aveva la testa di una lince. Il suo
nome non lho mai pi sentito; forse ha scritto con uno pseudonimo, o forse  morta precocemente.
Dovrei parlare di altre persone sedute a quel tavolo, soprattutto di coloro, oggi dimenticati, dei
quali sono forse il solo a ricordare il volto, se non il nome. Ma qui non posso farlo, perch quella sera 
stata importante per un motivo ben preciso, sicch tutto il resto sembra impallidire. Fu la sera in cui
vidi per la prima volta Babel, un uomo che non si faceva notare per nessuno degli aspetti che
appartenevano tipicamente allatmosfera di Schwanecke: Babel non era venuto come lattore di se
stesso e, per quanto fosse attratto da Berlino, non era berlinese nello stesso senso degli altri; era
piuttosto parigino. La vita delle celebrit non lo interessava pi di quella della gente comune; forse,
anzi, di meno. Non si sentiva a suo agio nella cerchia delle persone illustri e anzi cercava di evitarle;
per questo motivo si rivolse allunica persona sconosciuta che sedeva a quel tavolo e che, con quella
compagnia, non aveva niente a che spartire. Quella persona ero io, e la sicurezza con cui Babel se ne
accorse, sin dal primo sguardo, la dice lunga sul suo colpo docchio e sulla infallibile lucidit che aveva
conquistato con lesperienza.
Non riesco a ricordare le prime frasi. Gli feci posto, ma lui rest in piedi. Pareva indeciso se
trattenersi o no. Eppure, piantato l, sembrava irremovibile, come se si fosse piazzato davanti a un
profondissimo baratro, noto a lui solo, per sbarrarne laccesso. Limpressione dipendeva forse dal fatto
che le sue larghe spalle impedivano la vista dellingresso. Non vedevo pi chi entrava nel ristorante,
vedevo soltanto lui. Con unespressione di scontento dipinta sul volto, rivolse ai russi seduti al tavolo
due o tre frasi incomprensibili, che per mi ispirarono fiducia. Ero sicuro che si riferissero al locale,
che gli appariva sgradevole non meno che a me, ma lui poteva dirlo. Pu anche darsi che mi sia accorto
che quel locale non mi piaceva soltanto grazie a Babel. Infatti la poetessa con il volto di lince sedeva
poco lontano da me, e la sua bellezza compensava tutto. Ci tenevo che Babel restasse e in lei riponevo
tutte le mie speranze. Chi non sarebbe rimasto, per starle accanto! La poetessa gli rivolse un cenno per
fargli capire che poteva sedersi vicino a lei; ma Babel scosse il capo e indic me con il dito. Quel
gesto poteva significare soltanto che gli avevo gi offerto io un posto a sedere; tanta cortesia mi lasci
estasiato e confuso. Io mi sarei seduto senza esitare, sia pure con estremo imbarazzo, accanto alla
poetessa; Babel invece, per non mortificarmi, aveva rifiutato. A quel punto lo costrinsi a sedersi al mio
posto e andai a cercarmi una sedia. Ma non se ne trovavano, mi avvicinai a tutti i tavoli, vagai
inutilmente nel locale per un po; quando ritornai, a mani vuote, Babel era sparito. La poetessa mi
rifer che, siccome non voleva rubarmi il posto, aveva deciso di andarsene.
Quella sua prima azione, della quale io ero stato il pretesto, potr forse sembrare insignificante;
ma, com naturale, a me fece una grande impressione. Mentre stava l in piedi, con quella sua aria
solida e massiccia, mi aveva ricordato Larmata a cavallo e gli eventi meravigliosi e terrificanti da lui
vissuti, fra i cosacchi, durante la guerra russo-polacca. Anche la scarsa simpatia per il locale che avevo
creduto di notare in lui andava daccordo con quellimpressione; e quelluomo, che aveva dietro di s
unesperienza cos dura, cos crudele, non solo aveva dimostrato tanta delicatezza danimo e tanto
rispetto per un giovane che non conosceva, ma da quel momento lo onor del suo interesse.
Babel era molto curioso, a Berlino voleva vedere tutto, ma tutto per lui significava la gente,
gente di ogni tipo, non soltanto quelli che frequentavano i locali degli artisti e delle celebrit. Il posto
che gli piaceva pi di tutti era Aschinger; l ci ritrovavamo, fianco a fianco, a mangiare, molto
lentamente, una zuppa di piselli. Con i suoi occhi a palla, dietro le lenti molto spesse, Babel guardava
gli avventori intorno a noi, li guardava tutti, uno per uno, e sembrava non averne mai abbastanza. Gli
seccava che a un certo punto la minestra finisse, avrebbe desiderato un piatto senza fondo; voleva,
infatti, una cosa sola: continuare a guardare e, siccome la gente cambiava in fretta, di cose da osservare
ce nerano molte. Non ho mai visto nessuno guardare con tanta intensit; rimaneva perfettamente
immobile, soltanto lespressione degli occhi, che inseguivano senza posa i vari personaggi, mutava in
continuazione. Guardando, non rifiutava nulla, era sempre serissimo, le cose pi normali e quelle pi
insolite erano per lui ugualmente importanti. Si annoiava soltanto in mezzo agli spendaccioni che si
trovavano regolarmente da Schwanecke o da Schlichter. Quando cero anchio, Babel, entrando, mi
cercava con gli occhi, e prendeva posto non troppo lontano. Ma non restava seduto a lungo; poco dopo,
mi faceva un cenno e diceva;  Andiamo da Aschingerl . E io, con chiunque mi trovassi, balzavo in
piedi e lo seguivo: il fatto che a Babel piacesse portarmi con s da Aschinger lo ritenevo infatti lonore
pi grande che a Berlino potesse essermi concesso.
Ma non era tanto lo scialo nei locali celebri che Babel intendeva stigmatizzare, facendo il nome
di Aschinger. Ci che veramente non poteva soffrire era il continuo pavoneggiarsi degli artisti. Tutti
volevano accentrare lattenzione su di s, ognuno recitava la propria parte, latmosfera era resa
letteralmente irrespirabile da tante manifestazioni di vanit spietata. Babel era un uomo generoso; per
arrivare pi in fretta da Aschinger prendeva volentieri il taxi, anche da distanze brevi, e al momento di
pagare si avvicinava come un fulmine al tassista e mi spiegava, con cortesia squisita, che doveva pagare
lui. Aveva appena ricevuto una somma di denaro, diceva, e non potendo portarla con s, doveva
spenderla a Berlino; listinto mi suggeriva che tutto ci non era affatto vero; eppure mi costringevo a
credergli, incantato dalla sua prodigalit. Babel non si lasci mai sfuggire quel che pensava della mia
situazione: che ero uno studente il quale, con ogni probabilit, non guadagnava un soldo. Gli avevo
confessato che ancora non avevo pubblicato nulla.  Non importa,  aveva detto  c tempo per queste
cose , come se fosse quasi una vergogna aver gi pubblicato dei libri. Credo che mi avesse preso in
simpatia perch aveva sentito il mio imbarazzo in mezzo a tutti quei tromboni, preoccupati soltanto
della propria celebrit. Con lui parlavo poco, molto meno che con tanti altri. E non parlava molto
nemmeno lui, preferiva stare a guardare la gente; con me diventava loquace soltanto quando il discorso
cadeva sulla letteratura francese. Ammirava soprattutto Stendhal e Maupassant.
Pensavo che mi avrebbe parlato a lungo dei grandi scrittori russi; ma per lui era certo un
argomento troppo scontato; o magari gli sembrava una forma di ostentazione dilungarsi sulla letteratura
del proprio paese. Forse per cera dell'altro; forse Babel' rifuggiva dallinevitabile superficialit di una
simile conversazione: la lingua in cui erano scritte le grandi opere di quella letteratura era anche la sua
lingua, mentre io, nel migliore dei casi, potevo conoscerle soltanto in traduzione. Non avremmo parlato
della stessa cosa. Babel prendeva la letteratura talmente sul serio che non poteva non detestare ogni
giudizio impreciso, ogni forma di approssimazione. Il mio ritegno, del resto, non era minore: neanchio
me la sentivo di mettermi a parlare con lui dell'Armata a cavallo e delle Storie di Odessa.
Comunque sono convinto che dalle nostre discussioni sugli scrittori francesi, Stendhal, Flaubert
e Maupassant, Babel si sia reso conto del grande significato che le storie da lui narrate avevano per
me. Infatti, ogni volta che gli chiedevo qualcosa, su questo o quellargomento, mi riferivo, pur senza
dirglielo, a un passo dei suoi libri che avevo in mente. Babel riconosceva allistante quel nesso da me
sottaciuto, e rispondeva in modo semplice e preciso. La soddisfazione per la sua risposta me la leggeva
in faccia, e forse gli faceva piacere che io non mi sentissi imbarazzato nel porgli ulteriori quesiti.
Babel mi parlava di Parigi, dove sua moglie, la pittrice, viveva ormai da un anno. Credo che fosse
stato da lei di recente, per portarla via con s, e che gi avesse di nuovo nostalgia di Parigi. Babel
preferiva Maupassant a Cechov; tuttavia, quando feci cadere il discorso su Gogol (il mio scrittore
preferito), egli cos si espresse, con mio lieto stupore:  Questo i francesi non lhanno, Gogol manca ai
francesi . E aggiunse, dopo una pausa di riflessione, per compensare quella che poteva sembrare una
vanteria :  I russi hanno forse Stendhal? .
Mi accorgo che su Babel ho pochissimi elementi concreti da riferire, anche se per me ha
contato pi lui di qualsiasi altra persona incontrata a Berlino. In sua compagnia, mi sembrava di vedere
tutto ci che avevo letto di lui: non era molto in verit, ma era stata una lettura cos concentrata che il
suo riverbero si proiettava su ogni istante che passavamo insieme. E unaltra cosa mi piaceva di lui: il
suo modo di accogliere le impressioni di una citt sconosciuta, di una lingua che non era la sua. Non
usava paroioni ed evitava con cura di mettersi in mostra. Se poteva passare inosservato, vedeva meglio.
Degli altri accettava tutto, non scartava neppure ci che gli riusciva sgradevole, anzi, quanto pi una
cosa lo faceva soffrire, tanto pi la lasciava agire su di s. Lo sapevo gi dalle sue storie di cosacchi: al
loro fascino sanguinoso soggiacevano tutti, pur senza conoscere lebbrezza del sangue. Ora che Babel
si trovava a tu per tu con il fascino smagliante di Berlino, ebbi modo di vedere quanto fosse
indifferente alle chiacchiere e alle vanit in cui tanti altri sguazzavano. In presenza di quel vuoto
sfavillio, Babel passava oltre con fastidio, mentre osservava con occhi avidi uninfinit di persone
intente a consumare la loro zuppa di piselli. Sentivi che non sapeva prendere nulla alla leggera, anche
se una cosa simile non lavrebbe mai detta. La letteratura per lui era sacra; era un uomo incapace di
risparmiarsi, e mai e poi mai avrebbe potuto abbellire alcunch. Il cinismo gli era estraneo, e questo era
in rapporto con la sua concezione severa e impegnativa della letteratura. Ci che trovava buono non
avrebbe mai potuto utilizzarlo, a differenza di altri scrittori i quali, piluccando qua e l, davano a
intendere di volersi presentare come una specie di coronamento di tutto ci che cera stato prima di
loro. Per il fatto di sapere che cos la letteratura, Babel non si sentiva superiore agli altri. Dalla
letteratura era posseduto, e non dagli onori o dai quattrini che da essa potevano derivargli. Non credo di
aver visto Babel diverso da comera in realt, solo per il fatto che parlava con me. Sono certo che
Berlino mi avrebbe corroso come liscivia, se non lavessi incontrato.
Le metamorfosi di Ludwig Hardt
Una domenica capitai a una matine di Ludwig Hardt, un dicitore amato dai poeti, un talento
apprezzato da tutti, ma in particolare dallavanguardia. Quando si parlava di Hardt, nessuno storceva il
naso; neppure Brecht, che di solito ne diceva di tutti i colori, osava pronunciare uno dei suoi soliti
verdetti legnosi. Si diceva che soltanto Ludwig Hardt sapesse recitare con pari maestria la poesia
classica e quella moderna. La sua capacit di trasformarsi veniva esaltata da tutti, era un vero attore, si
diceva, un attore di rara intelligenza. I suoi programmi erano costruiti con grande raffinatezza.
Nessuno, andando ad ascoltarlo, si era mai annoiato; e questo a Berlino voleva dir molto, perch era
una citt dove erano in tanti a tentare la fortuna. Per quanto riguardava me e lo stato di asservimento
nel quale allora mi trovavo, cera un altro elemento che mi rendeva perplesso: Hardt era stato amico di
Karl Kraus e infatti, negli anni precedenti, aveva letto alcuni brani degli Ultimi giorni dellumanit. Ma
poi, proprio a causa di quella lettura, lui e Kraus avevano litigato e rotto ogni rapporto. E ora al
repertorio degli scrittori moderni recitati da Hardt mancava un solo autore significativo, lunico che gli
fosse stato espressamente proibito: Karl Kraus.
La matine era dedicata a Tolstoj, e io ci andai con Wieland, Hardt aveva scelto dei brani
dalledizione di Tolstoj pubblicata dalla casa editrice Malik. Wieland, altrimenti, non sarebbe certo
venuto; gi non smaniava per gli attori in genere, e comunque assisteva a uno spettacolo solo quando
proprio non poteva farne a meno. Era il suo modo di difendersi dalleccesso di offerta che cera a
Berlino. Quella citt, mi spiegava, logorava in fretta le persone. Chi non trovava in s la capacit di
resistere era perduto. Bisognava risparmiare la curiosit e riservarla soltanto alle cose importanti per il
proprio lavoro. Un conto erano quelli che venivano in visita e se ne andavano dopo un paio di
settimane, un conto erano loro, che siccome a Berlino dovevano viverci un anno dopo laltro non
potevano continuamente lasciarsi intenerire. Perfino da Ludwig Hardt, ammirato da tutti, Wieland si
recava soltanto in onore della sua edizione di Tolstoj; comunque mi convinse ad accompagnarlo.
Andai con lui e non me ne sono pentito. Non ho mai potuto dimenticare ci che Hardt recit in
quelloccasione. Ma quando, dopo lo spettacolo, ci ritrovammo tutti insieme in casa di un mecenate
berlinese, Hardt mi fece fare una di quelle figuracce dalle quali si impara di pi che da qualsiasi offesa.
Otto anni dopo, a Vienna, Ludwig Hardt divent mio amico.
Era un uomo piccolissimo, cos piccolo che mi fece impressione. Aveva una testa stretta, scura,
da meridionale, capace di trasformarsi in un batter docchio, cos in fretta e cos profondamente da non
riuscire pi a riconoscerlo. Sembrava che fosse scosso da lampi, lampi che recitava, figure e poesie che
aveva nella memoria, e che a tal punto gli appartenevano che sembravano nate con lui. Non poteva star
fermo un attimo, a meno che non diventasse un personaggio corpulento e tardo nei movimenti, come lo
zio Eroska dei Cosacchi di Tolstoj; e fu proprio in questa parte che lo vidi per la prima volta. La sua
testa era diventata perfettamente rotonda, il torace ampio e robusto. Era bravissimo a giocare coi baffi,
e io avrei giurato che in scena si fosse messo un paio di baffi finti (quando in seguito dichiar che non
aveva mai portato i baffi in vita sua, e neanche si sognava di andare in giro con i baffi finti in tasca, io
non gli credetti). Fra tutti i personaggi di Tolstoj, quel cosacco  rimasto per me il pi vivo, perch lui
lo recit. Era un vero prodigio vedere come il piccolo, delicato Ludwig Hardt si trasformava ad un
tratto in un cosacco alto, pesante, massiccio - senza spostarsi dalla sedia e dal tavolo, senza saltare in
piedi neppure una volta, n assecondare con movimenti appropriati quella sua metamorfosi. Il brano
che lesse era piuttosto lungo, ma sembrava accorciarsi sempre pi, gli ascoltatori temevano che
cessasse di colpo. Hardt lesse poi alcuni racconti popolari; ricordo soprattutto Di quanta terra ha
bisogno luomo?, e ne fui talmente commosso che mi persuasi che quei racconti fossero lessenza di
Tolstoj, le cose pi belle e pi autentiche che egli avesse mai scritto. Ogni libro di Tolstoj che presi in
mano in seguito mi sembr senza vita, al confronto, perch non lo sentivo pi dalla viva voce di
Ludwig Hardt. Egli, in parte, mi ha guastato Tolstoj. Il suo Eroska dai Cosacchi mi  rimasto familiare.
Da allora, dal 1928, mi pare di conoscerlo, di conoscerlo meglio di tanti intimi amici.
Ma Hardt intervenne ancora pi a fondo nei miei rapporti con Tolstoj. Quando, subito dopo la
guerra, rilessi La morte di Ivan Ilic, quel racconto mi conquist con la stessa forza con cui, nel 1928,
mi avevano conquistato i racconti popolari. Mi sentivo trasportato lontano; nella camera del malato,
pensai allinizio; ma poi mi resi conto, con stupore, che sentivo le parole di quel racconto dalla voce di
Ludwig Hardt. Mi trovavo a teatro, nella sala semibuia nella quale Hardt aveva recitato. Hardt era
morto, eppure il suo programma si era esteso, e La morte di Ivan Ilic, pur essendo un racconto assai
pi lungo, era entrato a far parte dei racconti popolari che avevo ascoltato allora dalla sua viva voce.
La cosa pi incisiva che mi sento di dire su quella matine  proprio questa: il suo influsso si
dilat nel tempo, si estese fino a unepoca molto pi tarda. Tuttavia, per rendere questo racconto un po
meno inverosimile, aggiunger che, negli anni seguenti, ho ascoltato molte altre letture di Ludwig
Hardt. A Vienna, dopo che diventammo amici, veniva spesso a casa nostra, e ci parlava per ore, ci
parlava fintanto che avevamo voglia di starlo a sentire. Aveva pubblicato un libro con i suoi
programmi, e di tutte le meraviglie in esso contenute ben poco ci fu negato. Imparai a conoscere la
voce di Hardt in tutta la ricchezza delle sue possibilit. Parlavamo spesso della metamorfosi, di quel
tema mi occupavo sempre di pi. E proprio lui per primo mi aveva spinto in questa direzione con la sua
metamorfosi nel vecchio Eroska, durante quello spettacolo a Berlino. Dopo la guerra, quando seppi
della sua scomparsa, presi in mano La morte di Ivan Ilic; credo che sia stato una specie di rito funebre
in onore di Hardt lattribuire alla sua voce quel racconto che da lui non avevo mai ascoltato.
Ma torniamo a quel primo incontro; non ho ancora riferito tutto. Manca il dramma satiresco di
cui diventai, alla fine, la vittima paziente. Dopo la matine il dicitore fu invitato, insieme a parecchie
altre persone, nella casa di un avvocato berlinese; qui gli ospiti furono abbondantemente rifocillati, e si
trovarono cos bene che si trattennero quasi tutto il pomeriggio. Tutto era perfetto, non solo il buffet.
Alle pareti pendevano i quadri dipinti dai pittori di cui si parlava, sui tavolini erano sparse le novit
librarie che la critica aveva commentato, in bene o in male. Non mancava nulla, appena nominavi un
libro, il padrone di casa si affrettava a portartelo; te lo metteva sotto il naso, lo apriva, non rimaneva
altro che cacciarselo in bocca. Ogni sforzo ti veniva risparmiato. Personaggi famosi stavano seduti qua
e l, masticando o ruttando. A dispetto dello zelante padrone di casa, tuttavia, si intrecciavano anche tra
i suoi ospiti conversazioni intelligenti e stimolanti. Pi di tutti si sentiva a suo agio Ludwig Hardt. Era
lunico che superasse in mobilit lo    scattante anfitrione; era ancora pi attivo, saltava in
continuazione sui tavolini, recitava orazioni famose, passando da Mirabeau a Jean Paul. Non era affatto
stanco, avrebbe potuto continuare a recitare chiss per quanto tempo. La cosa pi straordinaria era
questa : si interessava persino agli sconosciuti; infatti, fra un balzo e laltro, faceva di tutto per
coinvolgerli nella conversazione. Non si dava pace finch non aveva scoperto la paternit spirituale dei
suoi interlocutori. Anchio gli capitai sotto gli occhi, e, contagiato dalla sua espansivit, non gli
nascosi il    mio entusiasmo.
Mi ringrazi, a modo suo, raccontando delle cose interessanti sulla propria origine. Era figlio di
un allevatore di cavalli della Frisia e, da giovane, scorrazzava molto spesso a cavallo su e gi per la
campagna. Piccolo e leggero comera, faceva proprio pensare a un fantino. Finalmente avevo capito
perch non poteva fare a meno di saltellare continuamente e, con molto rispetto, avanzai questa
interpretazione. Ogni frase che gli riusciva gradita egli la ricambiava con espressioni di squisita
cortesia. La sua ricchezza di trovate e la sua vena parodistica lo accomunavano a E.T.A. Hoffmann. Di
questo rapporto Hardt era cosciente, ma non era un rapporto esclusivo. Hardt non poteva ripetere una
frase altrui, da chiunque essa provenisse, senza imitare colui che laveva pronunciata. La mia
figuraccia -  arrivato il momento di parlarne - ebbe origine da uno dei suoi salti: Hardt salt da
Hoffmann a Heine, e su di lui cominci a sbizzarrirsi con tale virtuosismo che fu subito chiaro : Heine
era uno dei suoi cavalli di battaglia. Non appena me ne resi conto, certamente devo essermi bloccato, e
ci fu un rallentamento nel processo di libero scambio che tra noi si era instaurato; Hardt, tuttavia, cap
al volo quel che era successo e, di punto in bianco, cominci a tirar fuori tutti gli argomenti che erano
stati portati contro Heine, proprio con le parole di Karl Kraus che io conoscevo fin troppo bene. Le
diceva come si recita una parte, ma con grande convinzione. Io ci cascai in pieno, e completai
fedelmente pi di una citazione, senza accorgermi che Hardt mi stava prendendo in giro. La cosa and
avanti per un bel pezzo; avevo la sensazione di essere esaminato sulla mia conoscenza della  Fackel .
Solo quando Hardt sinterruppe di colpo, e, passando ad altri temi della  Fackel , inton un peana in
onore di Matthias Claudius, di Nestroy e di Wedekind, mi caddero le bende dagli occhi e mi accorsi di
essermi reso ridicolo sino alla fine dei miei giorni. Come per scusarmi, a un certo punto gli dissi:  Lei
per non la pensa cos, su Heine! .  In effetti!  fece lui, e cominci (fu un bello schiaffo per me) a
recitare con forza trascinante alcune poesie di Heine che facevano parte del suo repertorio preferito.
Credo che Hardt, in questo modo, abbia scosso per la prima volta la mia fede in Karl Kraus.
Egli, infatti, si era misurato con lui sul suo stesso terreno, come oratore, e gli aveva tenuto testa. Hardt
recit I ratti vagabondi e I    tessitori della Slesia con una violenza e una furia che nulla avevano da
invidiare a Karl Kraus. In me fu lirruzione del proibito: e, nonostante i divieti, le minacce, le
maledizioni, il mio cuore era troppo sano per non fargli spazio. Leffetto fu tanto pi intenso in quanto
Hardt stesso aveva appena finito di enumerare tutti gli argomenti che erano stati portati contro Heine :
ma ora quelle accuse si sbriciolavano, diventavano polvere. Sentii che qualcosa stava cedendo dentro di
me e che ne avrei dovuto subire le conseguenze. Giacch le barriere erette da Karl Kraus erano state la
mia difesa contro Berlino. Ora mi sentivo pi debole di prima e il mio smarrimento aumentava sempre
pi. Il nemico aveva gi espugnato due baluardi.
II mio dio, Karl Kraus, si era seduto a fianco di Brecht, che aveva scritto una poesia
pubblicitaria sulle automobili, e i due si erano scambiati una quantit di complimenti; e ora Ludwig
Hardt, che una volta aveva capito Kraus ed era stato suo amico, aveva dischiuso nel mio animo una
breccia irreparabile in favore di Heine.
Invito nel vuoto
A Berlino tutto era ugualmente a portata di mano, e ogni effetto era permesso; non si impediva
a nessuno di farsi notare, purch non temesse di far fatica. Perch farsi notare non era certo facile; si
sentiva dappertutto un gran baccano, e in mezzo al baccano e alla ressa eri sempre consapevole che di
cose da sentire e da vedere ce nerano moltissime. Tutto era permesso; i divieti, presenti in qualsiasi
luogo, e pi che mai in Germania, cadevano a Berlino come rami secchi. Anche se venivi da una
vecchia capitale come Vienna, a Berlino ti sentivi un provinciale e spalancavi tanto docchi, finch non
ti abituavi a tenerli bene aperti. Nellaria cera un che di penetrante e di corrosivo, che attirava e
stimolava. Ti gettavi avidamente su ogni cosa, senza guardarti da nulla. Lorrendo bailamme che ti
colpiva nei disegni di Grosz non era affatto unesagerazione, a Berlino era naturale, era come una
seconda natura che qui diventava insostituibile, a poco a poco ci si faceva locchio. Ogni tentativo di
isolarsi aveva un che di perverso, anzi era lunico atteggiamento che veniva ancora considerato
perverso; e, ammesso che per breve tempo ci si riuscisse, presto tornava la smania e di nuovo ci si
tuffava nella mischia. Tutto era permeabile a tutti, lintimit non esisteva e, quando esisteva, non
veniva perseguita per se stessa, era solo una messa in scena con la quale si sperava di vincere lintimit
di un altro.
In una specie di corrente alternata, lelemento animalesco e quello intellettuale, nella loro nudit
e al massimo della tensione, qui si intrecciavano di continuo. Chi anche prima di arrivare a Berlino
aveva ben desti i propri istinti animali, qui li esaltava al massimo, per tener testa agli istinti altrui, e se
non era molto forte si logorava in fretta. Chi, invece, essendo piuttosto determinato dal proprio
intelletto, ancora non aveva concesso gran che alla propria animalit, non poteva fare a meno di sentirsi
soggiogato dalla ricchezza e dallabbondanza di ci che Berlino offriva al suo spirito. Assaliti da ogni
parte e senza riguardi dagli stimoli pi diversi e contraddittori, non si aveva il tempo n per capire n
per riflettere; le sferzate arrivavano di continuo e cos numerose che non si sentiva altro, e ancora non
era passato il dolore per i colpi appena ricevuti che gi ne arrivavano altri. Aggirandosi per Berlino, ci
si sentiva come un pezzo di carne frolla; non frolla abbastanza, per, e proprio per questo ci si
aspettava ad ogni istante una nuova frustata.
Tuttavia, ci che mi impression pi profondamente, e si rivel determinante per tutto il resto
della mia vita, sino ad oggi, fu l'inconciliabilit delle diverse impressioni che ricevevo. Ogni singolo
individuo che era qualcuno, e molti lo erano, si scagliava addosso agli altri con tutto il suo peso. Gli
altri lo capivano, o forse no, chi lo sa; ma almeno era riuscito a farsi ascoltare, n sembrava turbato dal
fatto che altre persone si facessero ascoltare in maniera diversa. Chi trovava udienza contava qualcosa;
ma, a quel punto, doveva continuare a menar botte da orbi, per non smettere di ottenere udienza presso
lopinione pubblica. Forse nessuno aveva agio di domandarsi quale sarebbe stato il risultato di tutto
questo. Certo non una vita limpida, ma non a questo si era mirato; il risultato erano libri, quadri, opere
di teatro, una contro laltra, alla rinfusa.
Ero sempre in compagnia, o di Wieland o di Ibby, non andavo mai in giro da solo per Berlino -
non  questo il modo giusto per conoscere una citt, ma forse era appropriato alla Berlino di allora. Si
viveva in gruppi, in cricche; forse laggi la vita era cos dura che nessuno lavrebbe potuta sopportare
in altro modo. Udivi continuamente dei nomi, per lo pi nomi conosciuti: qualcuno era atteso, qualcun
altro stava per arrivare. Che cos unepoca di splendore? Unepoca di grandi nomi, tanti, vicinissimi
gli uni agli altri, che per non si soffocano, pur combattendosi aspramente a vicenda. Ci che importa 
il contatto, un contatto quotidiano, permanente, e i colpi che ciascuno  disposto a tollerare, poich non
offuscano il suo splendore. Una certa insensibilit ai colpi che vengono inferti, quasi un pretenderli, la
voglia di star l a riceverli.
I nomi si sfregavano luno contro laltro, a questo avevano mirato; in una osmosi misteriosa, un
nome cercava di carpire allaltro tutta la luminosit possibile, e poi lo piantava immediatamente in
asso, per trovare in fretta un altro nome su cui ripetere lo stesso procedimento. Questo saggiarsi e
strusciarsi dei nomi aveva qualcosa di frettoloso, ma anche di arbitrario. La cosa divertente era questa:
non si riusciva mai a sapere quale sarebbe stato il prossimo nome. Tutto dipendeva dal caso; poich da
ogni parte arrivavano a Berlino nomi nuovi in cerca di fortuna, tutto era possibile.
La perpetua attesa di sorprese, di fatti inaspettati o spaventosi, ti metteva in un leggero stato di
ebbrezza. Per sopportare quellenorme quantit di stimoli, per non cadere in uno smarrimento totale e
definitivo, chi viveva stabilmente a Berlino si abituava a non prender nulla troppo sul serio, e men che
mai i nomi. Il primo in cui osservai questo cinismo dei nomi fu un individuo che vedevo abbastanza
spesso. Tale cinismo si traduceva nella sua abitudine di esprimersi in maniera ostile e aggressiva nei
confronti di chiunque si fosse messo in luce in un qualsiasi campo. La sua sarebbe anche potuta passare
per una posizione politica, ma in realt era tuttaltro, era solo una forma di lotta per lesistenza. Dovevi
essere parco di riconoscimenti, dovevi tirare calci in tutte le direzioni, se volevi essere qualcuno. Chi
non era capace di tirar calci in tutte le direzioni era perduto, poteva anche andarsene subito, Berlino
non era fatta per lui.
Importantissimo era farsi vedere in continuazione; per giorni, per settimane, per mesi. Passare al
Romanisches Caf (e, ancora pi in su, da Schlichter o da Schwanecke) era piacevole, daccordo, ma
certo non ci si andava solo per divertirsi. Quelle frequentazioni nascevano da una necessit alla quale
nessuno osava sottrarsi, la necessit di mettersi in mostra. Chi non voleva essere dimenticato doveva
assolutamente farsi vedere. Questo valeva per ogni posizione e ceto sociale, anche per gli scrocconi, i
quali, purch mantenessero in buono stato il personaggio che recitavano e lo preservassero dalle
alterazioni aggirandosi di continuo per i tavoli del Romanisches Caf, riuscivano sempre a ottenere
qualcosa.
Un fenomeno essenziale della vita berlinese in quellepoca erano i mecenati. Ce nerano molti,
sparsi dappertutto a fare la posta alle novit. Parecchi erano fissi in citt, altri venivano a Berlino di
tanto in tanto; qualcuno faceva la spola tra Berlino e Parigi. Il primo - un uomo baffuto, con un viso
rotondo come una palla e labbroni che tradivano il suo amore per la buona cucina - lo incontrai al
Romanisches Caf. Ero con Ibby, non cera molto posto, e quando al nostro tavolo si liber una sedia,
il signore con baffi e labbroni si accomod vicino a noi e rimase in perfetto silenzio. Noi due
parlavamo, tanto per cambiare, delle poesie di Ibby, a cui avevano offerto di pubblicarne un certo
numero, e Ibby me ne recit alcune per decidere con me quali dovesse consegnare. Il signore ascoltava
sorridendo con ostentazione, come se capisse tutto. Con quella espressione sul viso sembrava un menu
coi nomi delle pietanze scritti solo in francese. Apr la bocca un paio di volte, come per dire qualcosa,
ma poi riammutol. Forse stava cercando le parole. Alla fine le trov, con laiuto di un biglietto da
visita, che ci porse. Era il proprietario di una fabbrica di sigarette, e abitava a Parigi, nei pressi del Bois
de Boulogne: di l si poteva guardare nella pentola di ogni operaio, e tendersi conto di quel che cera
dentro. Quella storia della pentola e del suo contenuto, assolutamente genuino, venne fuori minacciosa,
fu quasi unesplosione che ci fece sobbalzare, e proprio in quell'attimo egli ci invit a pranzo con
estrema cortesia e cordialit. Ci schermimmo, dicendo che dovevamo discutere di una cosa importante.
Insistette, anche lui doveva parlarci. Fu cos incalzante che cominciammo a incuriosirci e andammo a
pranzo con lui.
Ci port in un ristorante costoso che non conoscevamo; si dilung in qualche frase ampollosa
sulla bont della cucina francese, nomin Baden-Baden, la sua citt natale, e poi mi domand, con
grande modestia, se poteva avere il piacere di offrire, per un anno, una rendita mensile di duecento
marchi alla giovane poetessa. Un contributo minimo, una cosa da nulla, ma veniva proprio dal cuore.
Non disse una parola sulle poesie che aveva udito. Gli bastava non averle comprese. Conosceva Ibby
da unora e non laveva mai vista prima in vita sua. Era bella, certo, e quando recitava le sue poesie,
persino il suo ungaro-tedesco aveva un suono seducente. Ma dubito che quelluomo avesse una grande
sensibilit per cose di questo genere. Quando Ibby, rispondendo alla mia domanda, espressa in un tono
pieno di riserve, si dichiar invece ben disposta ad accettare la sua offerta, il mecenate le baci la mano
con gratitudine, senza per permettersi nullaltro. Eppure era un uomo nel fiore degli anni, che sapeva
ci che voleva, e non soltanto in fatto di menu. Ma qui si trattava di mecenatismo, era di questo che
voleva parlarci. Egli mantenne la parola e, siccome fra laltro non viveva a Berlino, non ci prov
neppure a imporre a Ibby la sua compagnia.
Avevo diviso i mecenati in due categorie : i rumorosi e i silenziosi; questo faceva parte dei
silenziosi. Il volume della loro voce cresceva se potevano prender parte alla conversazione; ma, per
poterlo fare, dovevano familiarizzarsi con il gergo dei gruppi che avevano deciso di sostenere. In
compagnia di Grosz e della gente che ruotava intorno alla casa editrice Malik, si vedeva spesso un
giovanotto del quale non ricordo pi il nome. Era ricco, chiassoso, e ci teneva a esser preso sul serio.
Partecipava alle discussioni e argomentava volentieri; forse ogni tanto capiva anche qualcosa,
comunque la prima volta che parl in mia presenza mi tocc sentire la teoria del bicchier dacqua. Era
una teoria molto in voga a quellepoca, tutti a Berlino la conoscevano a memoria; ma, quando egli la
raccont, prese proprio in mano un bicchiere vuoto, lo port alla bocca, fece finta di vuotarlo, e infine
lo pos sul tavolo, con disprezzo, lontano da s:  Lamore? - Un bicchier dacqua, vuotato il bicchiere,
 finito tutto! . Aveva dei baffi biondi che si gonfiavano con orgoglio: ogni volta che se ne usciva con
la teoria del bicchier dacqua, i baffi si rizzavano. Quel giovanotto era un finanziatore munifico, forse
sovvenzion anche la casa editrice Malik; in ogni caso era un benefattore di George Grosz.
Un mecenate davvero silenzioso, che non interloquiva mai, perch conosceva talmente bene il
suo campo che preferiva non dire delle sciocchezze su argomenti di competenza altrui, era un uomo
piuttosto giovane di nome Stark, che aveva a che fare con le lampadine Osram. Lo si incontrava spesso,
ascoltava tutto con attenzione, non diceva mai nulla e, di quando in quando, si rendeva utile, se proprio
era necessario, ma senza mettersi in mostra e comunque con misura. In una casa in centro che
apparteneva a lui, o alla sua societ, cera un appartamento libero, tre belle stanze in fila. Stark lo offr
a Ibby per un paio di mesi; dopo, era impegnato. Nelle stanze cerano dei tappeti stesi per terra, ma per
il resto erano completamente vuote. Stark ci fece mettere un divano per dormire, nientaltro. A tutto il
resto doveva provvedere Ibby.
Lei ebbe lidea divertente di lasciare la casa vuota, senza neppure un mobile, e di invitare la
gente nel vuoto.  I mobili devono dirli loro,  sosteneva Ibby  voglio solo ospiti inventivi . Per
stimolare la loro inventiva, nella stanza di mezzo pascolava, sul tappeto verde, un asinelio di
porcellana. Era graziosissimo, Ibby lo aveva visto nella vetrina di un antiquario, era entrata, e in
cambio di quellasinelio si era offerta di dedicargli una poesia.  Brecht unautomobile e io un asino:
che cosa preferisci?  mi aveva chiesto, ben sapendo quale sarebbe stata la mia risposta. La proprietaria
del negozio aveva accettato laffare, a Berlino cera anche gente fatta cos, e Ibby, stupefatta, aveva
scritto per lei  la sua poesia migliore , che  andata perduta.
Per inaugurare la nuova casa Ibby invit molta gente; ogni ospite, per prima cosa, veniva
condotto davanti allasino, per fare la sua conoscenza; poi era invitato ad accomodarsi dove pi gli
piaceva. In tutto lalloggio non cera una sedia, la gente restava in piedi, oppure si accoccolava sul
pavimento. Alle bevande si era provveduto; anche per questo cerano dei mecenati. Vennero tutti,
nessuno di coloro che avevano sentito parlare della casa vuota voleva perdersi lo spettacolo; e la cosa
strana fu che tutti restarono, nessuno aveva voglia di andarsene. Ibby mi preg di tener docchio
George Grosz: temeva che, appena un po brillo, si mettesse ad assalirla e, in quello stato, dicesse tutte
le cose alle quali io non volevo credere. Ma Grosz, quando arriv, era davvero incantevole, un dandy in
grandissima forma, che si era perfino portato dietro un tipo carico di bottiglie per Ibby.  Peccato che io
non minnamori mai  disse Ibby.  Linizio di oggi  delizioso. Ma... aspetta! .
Non ci fu bisogno di aspettare molto. Grosz era arrivato gi alticcio, anche se recitava la parte
del raffinato. Si mise a sedere sul divano-letto, Ibby era accoccolata l accanto sul pavimento. Egli
allung il braccio verso di lei, ma Ibby si ritrasse in modo da non farsi toccare. Allora Grosz sbott,
non ci fu modo di tenerlo :  Eh, gi, lei non si fa mai avvicinare da nessuno! Non becca mai niente
nessuno! Chiss cosa crede di fare! . E avanti di questo passo, e peggio, molto peggio ancora. Poi,
cambiando solfa, cominci a cantare le lodi del  prosciutto  :  Prosciutto, prosciutto, tu sei il mio
diletto! . Ibby mi aveva anticipato tutto, sin dal giorno in cui ero stato da Grosz per la prima volta,
quando ero tornato a casa cori la cartella di Ecce homo da lui regalata, totalmente conquistato dalla sua
persona e pieno di venerazione per lacume del suo sguardo e linflessibilit con cui fustigava i vizi
della societ berlinese. E adesso Grosz era l, paonazzo, ubriaco, in preda a unagitazione
incontrollabile perch Ibby lo evitava; era l che imprecava senza vergogna sotto gli occhi di tutti,
anche se i presenti non si scandalizzavano per nulla; tutto a un tratto Grosz mi sembr uno dei suoi
personaggi.
Ero disperato, non ce la facevo pi; ero furioso con Ibby che laveva messo in quella situazione,
sapendo benissimo ci che sarebbe accaduto. Volevo andarmene, ero lunico ospite che non si sentiva a
suo agio, e cos sgusciai verso luscita. Ma non riuscii a passare; Ibby, che mi aveva tenuto docchio
per tutto il tempo, era gi davanti alla porta dingresso, e mi sbarrava la via. Aveva paura. Aveva
provocato tutto per dimostrarmi che Grosz si comportava davvero nei suoi confronti come lei mi aveva
raccontato. Ma quella volta lesplosione era stata talmente violenta e prolungata che ora Ibby aveva
paura di quelluomo. Lei, che non temeva mai nulla, che mille volte si era salvata da situazioni
incresciose (me le aveva raccontate tutte, le conoscevo a memoria), proprio lei non aveva il coraggio di
rimanere in quella casa, che pure brulicava di gente, se io non restavo a proteggerla. In quel momento
la odiai, perch non potevo lasciarla sola. Ormai ero costretto a ubbidirle, e a star l, davanti a uno dei
pochi uomini che ammiravo a Berlino, un uomo che era stato generoso con me e si era comportato nel
modo che continuavo ad aspettarmi da ogni essere umano, ebbene quelluomo ero costretto a vederlo
mentre perdeva la sua dignit; e, per di pi, dovevo fare attenzione che Ibby riuscisse a sottrarsi alla sua
vista e non gli capitasse pi a tiro. Avrei preferito che Ibby se ne andasse via con lui, tanto era
tremendo sentire le sue urla. Nessuno sembrava stupito, bench nessuno ridesse; la gente era avvezza a
quelle scenate, a Berlino facevano parte della vita quotidiana. Volevo andarmene, andarmene e basta; e,
poich non potevo andarmene da quella casa, volevo andarmene da Berlino.
Fuga
Questo accadde a settembre inoltrato. Alla fine di agosto ero stato con Ibby alla prima dell'
Opera da tre soldi. Un'esecuzione raffinata, freddamente calcolata. Lespressione pi fedele di quella
Berlino. La gente si applaudiva, si riconosceva, si piaceva. Prima la mia pancia, poi la mia morale,
nessuno degli spettatori avrebbe potuto dirlo meglio,  un verso che fu preso alla lettera. Adesso che
era stato detto, nessun maiale avrebbe potuto sentirsi pi soddisfatto. E anche allabolizione della pena
aveva provveduto il messaggero a cavallo, su un autentico cavallo. Allautocompiacimento smaccato
che trasudava da quello spettacolo pu credere soltanto chi lha visto con i propri occhi.
Se il compito della satira  fustigare luomo per le ingiustizie che pensa e che commette, e per
le azioni malvagie che compie, le quali, crescendo e moltiplicandosi, lo fanno assomigliare a una belva,
ebbene quello spettacolo esaltava al contrario tutto ci che di solito vien tenuto pudicamente nascosto;
in compenso ogni forma di piet veniva irrisa nella maniera pi azzeccata ed efficace. Certo, era tutta
roba di seconda mano, il sapore era appena ravvivato da qualche fresca volgarit; ma proprio quelle
volgarit erano la parte autentica dello spettacolo. Non era unopera, e neppure ci che era stata in
origine, una parodia dellopera;** era unoperetta - il solo elemento non falsato di tutto linsieme. Alla
forma dolciastra delloperetta viennese, nella quale il pubblico ritrovava intatto tutto ci che
desiderava, Brecht aveva contrapposto unaltra forma di operetta, loperetta berlinese, le cui durezze,
turpitudini e banali giustificazioni erano desiderate dal pubblico non certo meno, e anzi forse di pi
delle sdolcinature viennesi.
La mia accompagnatrice non si era dimostrata affatto ben disposta nei confronti di questopera,
e non fu meno sorpresa di me nel vedere gli spettatori che alla fine dello spettacolo si precipitarono
entusiasti sul palcoscenico con una voglia tremenda di sfasciare tutto.  Romanticismo da bassifondi, 
fu il commento di Ibby   tutto falso . Io le fui grato, avevo la stessa sensazione e infatti adoperai
anchio la parola  falso  ; tuttavia, ci che avevamo in mente erano due cose assai diverse. Lei
pensava, ed era unidea pi originale di quella dellopera, che ognuno sarebbe stato ben contento di
essere un falso mendicante come quelli l, solo che era troppo vile per proclamarlo apertamente. In
tutto questo lei vedeva dunque una forma di raffinata ipocrisia, piagnistei di pronto impiego regolabili a
piacere, perch tanto sul tutto vegliava una superiore autorit che lasciava a ciascuno la libert di
divertirsi, sollevandolo per da ogni responsabilit. Io vedevo le cose in modo molto pi semplice: ogni
spettatore sapeva benissimo di essere Mackie Messer, e ora, finalmente, aveva trovato qualcuno che lo
aveva dichiarato apertamente; ma, per di pi, si sentiva approvato e ammirato per questo. Le nostre
interpretazioni erano assai divergenti, ma, non toccandosi, neanche si disturbavano e anzi si
confermavano a vicenda nel rifiuto.
Quella fu la sera in cui mi sentii pi vicino a Ibby. Mai nulla poteva coglierla di sorpresa. La
massa rumoreggiante del pubblico per lei non esisteva. Ibby non si sentiva mai inclusa in una massa.
Lopinione pubblica non la prendeva neppure in considerazione; era come se non la sentisse. Berlino
pullulava di manifesti pubblicitari, ma lei, pur passandoci in mezzo, non ne era sfiorata. Non le restava
impresso un solo nome di tutti quegli articoli; quando aveva bisogno di qualcosa per il suo uso
quotidiano, non sapeva mai n come si chiamava, n dove poteva trovarlo e, per ottenere queste
informazioni, era costretta a indagini avventurose in qualche grande magazzino. Osservando una
manifestazione di centomila persone sfilarle sotto gli occhi, Ibby non si sentiva n attirata n respinta;
le cose che diceva subito dopo non si distinguevano in nulla da quelle che aveva detto prima. Aveva
guardato con attenzione, notando pi particolari concreti di qualsiasi altra persona; ma nulla di tutto ci
contribuiva, connettendosi, a formare una direzione, una volont, una costrizione. In quella Berlino
tutta echeggiante di violente lotte politiche, mai una volta la sentii pronunciare un giudizio politico.
Forse tutto ci dipendeva dal fatto che Ibby era incapace di ripetere le cose che dicevano gli altri. I
giornali non li leggeva, e neanche le riviste. Se per caso la vedevo con in mano una rivista, sapevo
perch: vi era stampata una delle sue poesie, e lei voleva mostrarmela. Era proprio cos, non mi
sbagliavo mai, e quando le domandavo che cosaltro cera in quel fascicolo, mi diceva, scuotendo il
capo, che non ne aveva la pi pallida idea. Spesso questo suo atteggiamento mi dava fastidio e la
accusavo di amare troppo se stessa. Si comportava come se al mondo non esistesse che lei. Ma questo
rimprovero era ingiusto, perch Ibby era attenta alle persone - a tutti i tipi di persone - pi di chiunque
altro. Per me era un vero mistero che non si lasciasse mai trascinare dlia massa; tuttavia, alla prima
dell'Opera da tre soldi, ci che mi piacque fu proprio latteggiamento che spesso avevo criticato in lei.
A Berlino avevo visto molte cose che mi avevano sconcertato e confuso. Trasformate, trasposte
altrove, e ormai riconoscibili soltanto per me, esse sono confluite nei libri che ho scritto in seguito. Ma
a me ripugna ridurre e riportare alle sue motivazioni originarie ci che ormai ha una sua vita autonoma.
Perci ho preferito scegliere pochissime cose, di quei tre mesi passati a Berlino, e precisamente le cose
che hanno conservato una fisionomia riconoscibile, e non si sono del tutto dissolte nelle vie tortuose e
segrete, dalle quali prima dovrei estrarle, per poi rivestirle a nuovo. A differenza di molte persone, e in
particolare di coloro che soggiacciono al fascino di una verbosa psicologia, io sono convinto che non si
debba malmenare, tormentare, estorcere il ricordo, n tentare di renderlo pi seducente con apposite
esche; io mi inchino dinanzi al ricordo, al ricordo di ogni uomo. Ma voglio lasciarlo intatto, cos come
appartiene alluomo, che esiste per essere libero; e non nascondo la mia ripugnanza per coloro che si
arrogano larbitrio di sottoporre il ricordo a una serie di interventi chirurgici che alla fine lo fanno
assomigliare ai ricordi di tutti gli altri. Che si facciano pure operare il naso, le labbra, le orecchie, la
pelle, i capelli, se proprio ci tengono; che si facciano mettere degli occhi di un altro colore, se cos
devessere, e magari un altro cuore, che batta un annetto di pi; che tocchino, smussino, liscino,
livellino tutto; ma il ricordo, per favore, lo lascino in pace.
Dopo questa professione di fede, parler di ci che ho ancora ben chiaro davanti agli occhi,
evitando anche in seguito di indagare le zone in penombra.
Quando lepoca, grazie al suo comune denominatore, Lopera da tre soldi, riconobbe se stessa
nella gioia di riempirsi la pancia prima di pensare alla morale, e quando si avvent avidamente su
quella parola dordine di comodo, che tutte le forze in campo potevano sottoscrivere, solo allora la mia
resistenza cominci a organizzarsi. Fino a quel momento, la tentazione di restare a Berlino era
diventata per me ogni giorno pi forte. Mi muovevo in un caos, ma un caos che appariva inesauribile.
Ogni giorno giungeva a Berlino qualcosa di nuovo a cacciar via il vecchio, che a sua volta era stato
nuovo tre giorni prima. Le cose fluttuavano in mezzo al caos come cadaveri, e in compenso gli uomini
si trasformavano in cose. La chiamarono  Nuova Oggettivit . Dopo le lunghe grida disperate
dellespressionismo, non poteva che essere cos. Eppure la gente, malgrado tutto, sia che continuasse a
gridare, sia che fosse gi diventata oggetto, riusciva a passarsela piuttosto bene. I nuovi arrivati,
purch dopo qualche settimana riuscissero a dissimulare il proprio smarrimento e a farsi notare come
persone lucide e argute, venivano subito considerati utilizzabili e ricevevano buone offerte, che
avrebbero dovuto allettarli a restare. Ogni novit era buona, non fossaltro perch non sarebbe rimasta
tale per molto tempo. Tutto ci che era nuovo veniva accolto a braccia aperte, ma intanto la gente gi si
guardava intorno alla ricerca di altre novit, perch lesistenza e il rigoglio di quellepoca, a suo modo
davvero grande, dipendeva dal fatto che le novit si susseguivano ininterrottamente. Ancora non eri
nessuno, ma venivi utilizzato lo stesso; ti muovevi quasi sempre in mezzo a gente che poco prima, a
sua volta, era stata nuova.
Vecchio residente era considerato chi esercitava una professione decorosa, e la pi decorosa
di tutte era pur sempre - e non soltanto ai miei occhi - la professione medica. Doblin e Benn, per
esempio, non erano certo personaggi qualunque. Il loro lavoro li sottraeva alla routine della continua
autoesibizione. Li vidi entrambi, ma di rado e di sfuggita, sicch non potrei dire nulla di significativo
sul loro conto. A maggior ragione ero colpito dal modo in cui la gente ne parlava. Brecht, che non dava
mai credito a nessuno, nominava Doblin con il massimo rispetto. Le rare volte in cui lo vidi incerto su
qualcosa, sentii che diceva:  Di questo dovr parlare con Doblin , come se Doblin fosse il saggio a
cui egli era solito rivolgersi per avere un consiglio. Benn, che trovava piacevole la compagnia di Ibby,
era lunico uomo che non la molestasse. Ibby mi regal un biglietto che Benn le aveva mandato; egli le
augurava per lanno nuovo  tutte le cose che una bella e giovane donna pu desiderare dalla vita ,
enumerandole una per una. Non cera nulla, su quel biglietto, a cui Ibby avesse pensato anche una sola
volta. Benn si era fatto unidea di Ibby basandosi sulle apparenze, e a quella impressione si era
attenuto. Il biglietto, che con Ibby non aveva niente a che vedere, proprio per questo sembrava vergato
da uno scrittore assai vigoroso e sicuro delle proprie sensazioni.
In quanto nuovo sarei potuto rimanere a Berlino e, dal punto di vista del successo esteriore,
sono sicuro che le cose non mi sarebbero affatto andate male. Una certa magnanimit faceva parte
integrante di quellingranaggio. E non era cos facile dire di no, quando si era incoraggiati a restare con
tanta cordiale insistenza. La mia, inoltre, era una posizione del tutto anomala; non soltanto potevo
incontrare liberamente chiunque desiderassi, ma, attraverso i racconti di Ibby, ero informato su ogni
persona in una maniera particolarissima, del tutto inattingibile a chiunque altro. Ibby conosceva la
gente nei suoi aspetti pi ridicoli; il suo sguardo era spietato, ma preciso; nei suoi racconti non cera
mai nulla di falso o di approssimativo: ci che non vedeva coi suoi occhi e non sentiva con le sue
orecchie per lei non esisteva. Ibby era un testimone oculare assai ricercato, che aveva da dire pi cose
di chiunque altro, perch il sottrarsi era una parte davvero essenziale del suo modo di vivere.
Nelle settimane dopo la prima, quando limpulso a salvare me stesso da quel mondo cominci
ad articolarsi, mi consigliai con Ibby. Dovevo tornare a Vienna, le dissi, per dare gli esami, e poi in
primavera mi sarei laureato. Questa era sempre stata la mia idea. Poi, nellestate successiva, sarei
potuto ritornare a Berlino, e chiss, avrei preso forse una decisione diversa, non potevo saperlo,
dipendeva da come mi sarei sentito. Ibby, che non era affatto sentimentale, disse:  Tu non ti legherai
mai. Non puoi legarti. Io e te siamo fatti allo stesso modo, anche a me con lamore succede cos . Ibby
intendeva dire che lei non si lasciava imporre nulla da nessuno; n con le chiacchiere, n con le
lusinghe, n con la forza. E inoltre trovava unottima idea che io pensassi agli esami.   qui che ti
vogliono, tutti questi artisti! Rompersi la testa per quattro anni in laboratorio e poi non dare la tesi, la
troverebbero una vera pazzia. Non  proprio il caso! .
Di poesie era ben fornita, gliene avevo tradotte in tedesco un numero notevole, pi di quante
gliene sarebbero servite nel corso di un anno. Luomo delle sigarette, quello che aveva ascoltato la
nostra conversazione sulle sue poesie, le aveva messo a disposizione una rendita mensile per tutto
lanno, e Ibby aveva gi ricevuto la seconda rata, accompagnata da un biglietto cortese e rispettoso.
Ibby mi facilit le cose esattamente nel modo che da lei mi aspettavo. Non eravamo amanti, non
ci eravamo mai baciati; ma fra noi erano presenti, quasi in carne e ossa, tutte le persone delle quali
avevamo parlato, una foresta che continuava a crescere, che non poteva esaurirsi, n da parte sua, n da
parte mia. Le lettere non erano il suo forte, e neanche il mio; lei, certamente, mi scrisse, e talvolta le
scrissi anchio; ma era ben povera cosa, senza vederla e senza udire i suoi racconti.
Tre settimane dopo la prima, il ricevimento nella sua casa vuota rappresent per me uno shock
che distrusse lincanto delle sue storielle.
Cominciai a vergognarmi di ci che sentivo raccontare da lei sulle altre persone. Mi accorsi che
era Ibby a provocare negli uomini un certo tipo di reazioni, al solo scopo di potermele raccontare.
Quando, alla fine, compresi che le sue storie erano cos fresche, originali e precise perch lei stessa
allettava gli uomini, suscitando in loro i comportamenti ridicoli di cui aveva bisogno per i suoi racconti
- quando mi accorsi, insomma, che Ibby dirigeva le voci che io non mi saziavo di ascoltare; quando,
alla fine, confessai a me stesso che non avevo mai sentito dalla sua bocca, neppure una volta sola, una
frase benevola su qualcuno, non fossaltro perch sarebbe risultata noiosa, ad un tratto cominciai a
provare antipatia per lei, e barattai volentieri i suoi discorsi sfottenti con il silenzio di Babel.
Nelle ultime due settimane passate a Berlino vidi Babel ogni giorno. Poich lo vedevo da solo,
mi sentivo pi libero, e credo che anche lui preferisse cos. Da Babel ho imparato che possiamo
guardare un uomo per un pezzo e tuttavia non saper nulla di lui; che solo dopo molto tempo - solo
quando labbiamo perso di vista - si capisce se sappiamo davvero qualche cosa di un uomo; e che,
anche senza sapere nulla, possiamo benissimo tenere a mente le cose che vediamo e sentiamo; che le
cose riposano in noi, intatte e incontaminate, fintanto che non ne abusiamo per divertire gli altri. Da
Babel ho imparato anche unaltra cosa, che, dopo la scuola della  Fackel , alla quale ero andato per
tanto tempo, mi sembrava forse ancora pi importante: quanto sia meschino trinciare giudizi e
condanne per il puro gusto di farlo. Mi fu dato di conoscere il suo modo di guardare gli uomini: a
lungo, il pi a lungo possibile, senza dire una sillaba su ci che aveva visto; ho conosciuto la sua
lentezza, il suo riserbo, il suo mutismo; ma anche limportanza che egli assegnava a tutto ci che si
offriva al suo sguardo, perch Babel guardava con avidit instancabile, la sua unica forma di avidit.
Anchio ero avido, ma la mia avidit era ancora rozza, e non del tutto sicura della propria
legittimazione.
Forse ci siamo incontrati in una parola che non abbiamo mai pronunciato mentre eravamo
insieme, e che ora mi torna in mente di continuo, quando penso a lui. La parola apprendere. Della
dignit dell'apprendere Babel era pervaso, non meno di me. Sia il suo spirito che il mio erano stati
destati da un apprendimento precoce, e da un rispetto smisurato per ogni forma di apprendimento. Ma il
suo apprendere era gi tutto rivolto agli uomini. Babel non aveva bisogno di un pretesto - quello di
ampliare le sue conoscenze - n di una necessit, di uno scopo, di un proposito qualsiasi per studiare gli
uomini. Anchio, in quel periodo, cominciai a interessarmi davvero agli uomini e, da allora, ho passato
la maggior parte della mia vita a cercare di comprenderli. Ma a quellepoca avevo ancora bisogno di
dire a me stesso che lo facevo soltanto per allargare le mie conoscenze. A un certo punto, per, tutti i
pretesti si sbriciolavano, tranne uno solo, lattesa: volevo che tutti gli uomini, me compreso,
diventassero migliori, e per questo su ciascuno di loro dovevo essere informato con assoluta precisione.
Babel, con la sua immensa esperienza, bench avesse soltanto undici anni pi di me, aveva superato da
un pezzo questo punto d vista: il desiderio che gli uomini diventassero migliori non serviva da pretesto
alla sua sete di conoscenza. Sentivo che, bench in Babel questo desiderio fosse non meno insaziabile
che in me, esso non lo induceva mai ad autoingannarsi. Le cose che Babel cercava di conoscere sugli
uomini erano indipendenti dalla gioia, dal tormento o dalla desolazione che questo poteva dargli:
studiare gli uomini gli era necessario.
* Cacciatore di scandali (N.d.T.).
** Riferimento a The Beggar's Opera (Lopera del mendicante) del poeta inglese John Gay
(1685-1732), il melodramma satirico rielaborato da Brecht nell' Opera da tre soldi (N.d. T.).
PARTE QUINTA
IL FRUTTO DEL FUOCO
Vienna 1929-1931
Il padiglione dei pazzi
Nel settembre 1929, quando ritornai a Vienna dopo un secondo soggiorno a Berlino, ebbe inizio
finalmente quella che io chiamavo la vita  necessaria , una vita, cio, determinata dalle proprie
intime necessit. Con la chimica avevo chiuso, a giugno mi ero laureato, concludendo degli studi che
mi erano serviti a rinviare le decisioni, e dei quali, per il resto, non mi era mai importato nulla.
Il problema della sussistenza era risolto: avevo un contratto di traduzione per due libri
americani, con una scadenza che potevo rispettare lavorando quattro o cinque ore al giorno. La
prospettiva di ulteriori traduzioni non mancava. Dato che il lavoro era ben pagato - conducevo una vita
assai modesta nella Hagenberggasse - avevo davanti a me due o tre anni di libert. La traduzione mi
riusciva facile, ed era un lavoro che avevo preso sul serio, in quanto mi dava da vivere; il contenuto di
quei libri, per, mi toccava solo superficialmente, e di quando in quando mi sorprendevo, durante il
lavoro, a pensare a tuttaltro, cio ai fatti miei.
Con la decisione di staccarmi da Berlino mi ero procurato, certo, una calma esteriore; ma il
ritorno a Vienna non fu affatto un idillio. Ero pieno di domande e di chimere, di dubbi, di cattivi
presagi, di timori di unimminente catastrofe, ma ero anche animato da una volont tenacissima di
orizzontarmi, di isolare le singole cose, di accertare la loro direzione e farmene, in questo modo,
unidea chiara. Nulla di tutto ci che avevo visto nei due periodi trascorsi a Berlino si lasciava mettere
da parte. Di giorno e di notte, veniva a galla tutto quanto, senza regola, senza senso, cos almeno mi
sembrava, assillandomi in forme diverse, proprio come i diavoli di Grnewald, la cui pala daltare
avevo appeso, nelle riproduzioni dei suoi particolari, alle pareti della mia stanza. Era chiaro che da
quella esperienza avevo assorbito pi di quanto io stesso volessi ammettere. Lespressione alla moda, 
rimuovere , non sembrava fatta per me. Nulla era stato rimosso, tutto era presente, sempre,
contemporaneamente, e con tanta nitidezza che sembrava di poterlo toccare con mano. Ci che prima
emergeva davanti a me, a ondate, e poi veniva spinto via da altre ondate, era leffetto di una marea sulla
quale non avevo alcun potere. Avevo la sensazione continua della vastit e della ricchezza di quel
mare, ribollente di mostri che riconoscevo uno per uno. La cosa spaventosa era che ognuno di quei
mostri aveva il suo volto, mi guardava, apriva la bocca, diceva qualcosa o almeno voleva dirla. Le
visioni deformi che mi assillavano erano premeditate, rispondevano a unintenzione precisa, mi
trascinavano nel loro tormento, avevano bisogno di me, mi sentivo costretto a mettermi a loro
disposizione. Ma, appena avevo trovato la forza per farlo, quelle visioni erano cacciate via da altre
visioni, che minvestivano con pretese non minori. E poi, di nuovo, tutto ritornava, ma niente si
fermava abbastanza a lungo da lasciarsi afferrare e decifrare. Invano allungavo le braccia e le mani,
troppe cose mi assillavano da ogni parte, dominarle era impossibile, mi sentivo perduto.
In realt, pensavo, non era affatto una sfortuna che nulla di ci che avevo vissuto nelle
settimane berlinesi si fosse inaridito, che tutto si fosse conservato intatto. Avrei potuto metterlo sulla
carta, e ne sarebbe risultata una cronaca colorita, e forse non priva dinteresse. Sarei in grado di
metterlo sulla carta anche oggi, tanto a lungo si  conservato. Ma una pura cronaca mai e poi mai
sarebbe riuscita a cogliere lessenziale: la minaccia di cui quellesperienza era carica, le direzioni
contrapposte verso le quali mi tirava. Perch luomo unico, unitario, che aveva accolto tutte quelle
esperienze e che ora, apparentemente, le conteneva in s, altro non era che unimmagine illusoria. Ci
che egli conteneva in s era mutato, perch veniva custodito insieme ad altro. La tendenza vera delle
cose era una tendenza centrifuga, esse cercavano di staccarsi il pi rapidamente possibile le une dalle
altre, puntando in direzioni opposte. La realt non era nel centro, con le briglie in mano, a tenere
insieme il tutto, esistevano solo, ormai, molte realt, tutte allesterno. Erano realt lontanissime tra loro,
prive di collegamenti reciproci, chi cercava di conciliarle era un falsario. Molto lontano, al limite
estremo di un cerchio, quasi ai confini del mondo, stavano, come duri cristalli, le nuove realt verso le
quali mi avviavo. Bisognava che le puntassi come riflettori verso linterno, sul nostro mondo, per
poterlo scandagliare con la loro luce.
Queste realt erano il vero strumento della conoscenza : grazie ad esse avrei potuto penetrare il
caos da cui mi sentivo invaso. Se quei riflettori non erano troppo pochi, se erano stati concepiti nella
giusta maniera, il caos si sarebbe lasciato scomporre nei suoi elementi. Nulla doveva essere trascurato,
nulla doveva esser lasciato cadere, i soliti trucchi per armonizzare il tutto facevano ribrezzo, nessuno
escluso. Chi ancora si credeva nel migliore dei mondi possibili, che continuasse pure a tenere gli occhi
chiusi, seguitando ad appagarsi dei suoi ciechi entusiasmi: la conoscenza di ci che ci stava dinanzi non
gli era certo indispensabile.
Poich tutto ci che avevo visto era stato possibile contemporaneamente, dovevo trovare una
forma che contenesse quel tutto senza impoverirlo. Descrivere gli uomini e i loro comportamenti cos
come mi si erano presentati, senza parlare al tempo stesso di ci che sarebbero diventati in seguito,
sarebbe stato, per lappunto, un impoverimento. La potenzialit delle cose, che affiorava ogni qualvolta
mi confrontavo con il nuovo, e restava inespressa, bench la avvertissi con grandissima intensit, quella
potenzialit andava completamente perduta proprio nelle descrizioni che si consideravano precise. In
realt tutto aveva una certa direzione, tutto tendeva a sopraffare il resto, l'espansione era una propriet
essenziale degli uomini e delle cose; ma per riuscire a capire almeno in parte questo processo, le cose
bisognava isolarle una per una. Era un po come doversi districare in una foresta vergine, dove tutto
cresceva in un confuso groviglio, era come se ogni virgulto bisognasse separarlo da tutti gli altri, ma
senza danneggiarlo o sradicarlo, per poterlo poi osservare intensamente da solo, lasciando che
continuasse a crescere senza mai pi perderlo di vista.
Con il ritorno in un ambiente le cui caratteristiche principali erano la quiete e la moderazione,
ci che avevo portato con me, la mia esperienza vissuta, divent pi che mai invadente. Avevo un bel
cercare di placarmi e limitarmi, lesperienza vissuta non mi dava pace. Provavo con lunghe
passeggiate, prive di particolari sorprese. Percorrevo la lunga strada di Auhof, da Hacking a Hietzing e
ritorno, costringendomi a non camminare troppo in fretta. Cos pensavo di abituarmi a un ritmo
diverso. Qui non cera nulla che a ogni angolo di strada mi cogliesse alla sprovvista; costeggiando
quelle case basse e a un solo piano, mi sembrava di percorrere una strada di periferia del secolo
passato. Cominciavo a camminare piano piano, non mi ponevo una meta precisa, non pensavo a un
locale nel quale avrei voluto fermarmi, sia pure soltanto per il piacere di scrivere. Durante il cammino
nulla doveva indurmi a girare la testa di colpo a destra o a sinistra, non dovevo avere davanti agli occhi
un ballo di san Vito, niente suoni striduli e penetranti - ma un viandante della preistoria: questo volevo
essere, una creatura che non ha nulla da cui scappare, nulla verso cui accorrere, che non scantona, non
inciampa, non urta, non spinge, che non deve per forza trovarsi in un posto o in un altro, che ha tempo,
tempo libero, e che, soprattutto, non si sogna neanche di avere un orologio. Ma, quanto pi perfetto era
il vuoto che mi ero fatto intorno, quanto pi cominciavo a camminare leggero e disinvolto, tanto pi
irresistibile arrivava laggressione: un pugno sugli occhi, una pietra in testa; irresistibile, perch veniva
da dentro. Una figura del tempo al quale cercavo di sfuggire non mi lasciava pi, ed era una figura che
non conoscevo. Era appena nata, e, bench sapessi di dove veniva - la sua caratteristica era linvadenza
-, bench si impadronisse senza piet di tutto quello che avevo dentro, per me era una figura
completamente nuova. Non lavevo mai incontrata, lo sbigottimento iniziale diventava terrore, mi
saltava addosso, accoccolandosi sulle mie spalle mi incrociava le gambe sul petto, e poi mi dirigeva,
alla velocit voluta, dove pi le piaceva. Io mi ritrovavo, senza fiato, sulla strada di Auhof, una strada
che avevo scelto perch era inoffensiva e senza vita, a fuggire come un invasato, con il pericolo, al
quale non potevo sottrarmi, accoccolato sulle spalle. Ero terrorizzato; eppure sapevo che mi stava
succedendo lunica cosa che avrebbe potuto salvarmi dal caos che mi ero portato dietro.
La salvezza fu che si trattava di una figura dai contorni ben definiti, che andava avanti senza
fermarsi, radunando le cose disperse e prive di senso e dando ad esse un corpo. Era un corpo
terrificante, ma vivo. Mi minacciava, ma seguiva una direzione. Sapevo a che cosa mirava; mi incuteva
un terrore del quale non riuscivo mai a liberarmi del tutto, per eccitava anche la mia curiosit. Che
cosa sar capace di fare? Dove vuole andare a parare? Per quanto tempo durer? A 'un certo punto
dovr scomparire? Appena cominciano a definirsi i contorni di una simile figura, il rapporto si inverte e
non  pi tanto sicuro chi dei due possieda laltro trascinandolo dove meglio crede.
Quando correvo in quello stato avanti e indietro per un bel po, ripercorrendo sempre pi
furiosamente lo stesso cammino, finivo per fermarmi in un locale qualsiasi, dove ero stato sbattuto, e l
mi mettevo a sedere. Quaderno e matita erano subito pronti, e cominciavano le annotazioni; ci che mi
era accaduto durante quel moto si convertiva in parole scritte.
Come descrivere quello stato di annotazione continua? Allinizio mancava ogni nesso.
Annotavo alla rinfusa. Unarticolazione, qualcosa che potesse essere definito linizio di un ordine
cominci con la suddivisione in personaggi. Lattivit prevalente alla quale mi dedicavo era un iroso
tentativo di distogliere lo sguardo da me stesso mediante una metamorfosi. Abbozzai dei personaggi
che avevano un modo personalissimo di vedere le cose, che non potevano pi darsi da fare a casaccio, e
anzi incanalavano tutti i loro sentimenti e tutti i loro pensieri in una direzione ben precisa: alcuni di
questi personaggi ritornavano spesso, altri sparirono dopo i primi tentativi. Esitavo a dar loro dei nomi,
non erano individui qualsiasi, come questo o quellaltro che conoscevo, ognuno di essi era inventato a
partire dal suo intento principale, da ci che lo spingeva innanzi senza posa, lontano dagli altri. Ogni
personaggio doveva avere una visione tutta sua delle cose, e quella visione, che dominava il suo
mondo, non era paragonabile alla visione di nessun altro. Bisognava che tutto combaciasse con quel
punto di vista. Il rigore con cui tutto il resto era escluso dal mondo del personaggio era forse la cosa a
cui tenevo di pi. Era un laccio che avevo estratto da una matassa aggrovigliata, e volevo che fosse
puro, indimenticabile. Doveva imprimersi nella memoria come un Don Chisciotte. Doveva pensare e
dire delle cose che nessun altro individuo avrebbe mai potuto n pensare n dire. Doveva impersonare a
tal punto un aspetto del mondo, che il mondo senza di lui sarebbe stato pi povero, ma non solo pi
povero, anche pi falso.
Uno di loro era lUomo della Verit, colui che aveva gustato fino allultima goccia tutte le gioie
e tutti i dolori della verit; ma tutti loro avevano a che fare con una particolare specie della verit:
quella della coerenza con se stessi. Alcuni, non molti, scomparvero; ne rimasero in vita otto, che mi
avvinsero senza tregua per un anno intero. Ognuno era indicato con una lettera maiuscola, liniziale
dellintento o della qualit che lo dominava. Dell'Uomo della Verit ho gi parlato. V. era il Visionario,
che voleva lasciare la terra e raggiungere gli spazi interplanetari; tutti i suoi pensieri erano diretti a
questo scopo, andarsene dalla terra, la sua indomita sete di scoprire cose nuove si nutriva
dellavversione per tutto ci che gli toccava vedere quaggi. La sua sete di nuovo e dinaudito si
nutriva del disgusto per l''al di qua. - Cera R., il fanatico Religioso e C., il Collezionista. Cera lo
Scialacquatore e il Nemico della Morte. Cera anche A., l'Attore, che poteva vivere soltanto in perenne,
rapida metamorfosi, e poi lUomo dei Libri.
Bastava che una di queste iniziali fosse scritta in cima a una pagina, perch io mi sentissi
incanalato e mi lanciassi con furore in quellunica direzione. La massa infinita di cose che avevo dentro
di me cominciava a selezionarsi, a separarsi nei suoi elementi. Avevo a che fare - ho gi usato questa
parola - con dei cristalli, e quei cristalli dovevo isolarli da un informe garbuglio. Non ero ancora
riuscito, a tenere nulla sotto controllo, nulla di tutto ci che, dopo Berlino, mi aveva riempito di orrore
e di sinistri presagi. Che poteva mai venirne fuori, se non un incendio spaventoso? Sentivo la
spietatezza di quella vita: le cose scorrevano luna accanto allaltra, senza mai veramente affrontarsi.
Saltava agli occhi che non soltanto nessuno capiva laltro, ma che nessuno voleva capirlo.
Cercai di venire a capo del problema costruendo dei lacci, pochi lacci ben individuati che
legavo ad alcuni individui, e fu allora che nacque qualcosa che assomigliava a un principio di chiarezza
nella massa del vissuto. Scrivevo ora su questo ora su quel personaggio, senza una regola riconoscibile,
a seconda dellimpulso che mi assaliva, talvolta lavoravo perfino a due lacci diversi nello stesso giorno,
attenendomi tuttavia strettamente ai limiti di ciascuno, che in effetti non furono mai oltrepassati.
La linearit dei personaggi, i loro limiti intrinseci, limpeto che li sospingeva in ununica
direzione - ciascuno di questi uomini era una specie di missile vivente -, le loro incessanti reazioni a un
ambiente mutevole, la lingua di cui si servivano in maniera inconfondibile (comprensibile, s, ma
diversa da quella di chiunque altro), il fatto che fossero fatti soltanto di quel loro limite e, allinterno di
esso, di pensieri audaci e sorprendenti che esprimevano in quella loro lingua - nulla di tutto ci che ne
dico, cos in generale, pu dare di essi unidea precisa e convincente. Un anno intero fu riempito dagli
abbozzi su questi otto personaggi, e fu lanno pi ricco, ma anche pi dissipato di tutta la mia vita.
Avevo la sensazione di avere a che fare con una  Comdie humaine , e siccome si trattava di
personaggi estremi, chiusi ermeticamente gli uni verso gli altri, la chiamai la  Comdie humaine dei
folli .
Quando scrivevo in casa (non scrivevo solo durante le mie passeggiate) avevo davanti agli
occhi i padiglioni dei pazzi dello Steinhof. Pensai a coloro che vi erano rinchiusi e li misi in relazione
con i miei personaggi. La muraglia che circondava lo Steinhof divenne la muraglia della mia impresa.
Scelsi il padiglione che vedevo pi distintamente e l mi immaginai una corsia, nella quale i miei
personaggi, alla fine, si sarebbero ritrovati. A nessuno pensavo di riservare come fine la morte.
Nellanno degli abbozzi era andato crescendo sempre pi il mio rispetto per gli uomini che si erano a
tal punto allontanati dai propri simili da essere ritenuti pazzi, e perci mi mancava il coraggio di
uccidere i miei personaggi, fos-sanche uno solo. Nessuno di essi era arrivato al punto in cui io potessi
prevederne la fine. Ma la morte, come fine, la escludevo a priori, li vedevo tutti insieme nella corsia del
padiglione che avevo scelto per loro. La loro esperienza, che sentivo preziosa e unica nel suo genere,
doveva conservarsi laggi. Come conclusione intravedevo questo: si sarebbero messi a parlare fra loro.
Ciascuno, dalla propria segregazione, avrebbe trovato qualcosa da dire agli altri, e quelle frasi, nella
loro stranezza, avrebbero avuto un significato inaudito. Mi sembrava una degradazione, per loro,
pensare alla guarigione. Nessuno di essi doveva ritornare alle ore insignificanti di una normale vita
quotidiana. Adattarli a noi sarebbe stato sminuirli, e questo non lo volevo : le loro esperienze, cos
uniche e irripetibili, mi erano troppo preziose. Un grande, inesauribile valore attribuivo invece alle loro
relazioni reciproche. Se i detentori di quelle lingue a senso unico avessero trovato qualcosa da dirsi,
qualcosa che per loro avesse un senso, allora anche noi comuni mortali, cui era preclusa la dignit della
follia, avremmo potuto ancora sperare.
Questo era laspetto utopistico del mio progetto; e, bench nella citt dello Steinhof lavessi
sempre presente, per cos dire in carne ed ossa, dal punto di vista temporale esso ra ancora lontano,
anzi lontanissimo. I personaggi stavano ancora prendendo forma e i loro destini erano cos vari, che
tutto era ancora possibile, qualsiasi colpo di scena. Una fine irrevocabile, per, la escludevo: era come
se avessi dato al personaggio per me pi assillante, il Nemico della Morte, il potere di disporre della
vita degli altri. Qualunque fosse stata la loro sorte, sarebbero rimasti in vita. Dalla mia finestra avrei
guardato verso di loro, nel loro padiglione, e ora luno ora laltro si sarebbe mostrato alla sua finestra,
chiusa dallinferriata, e mi avrebbe fatto un cenno.
Lammansimento
A Hacking, proprio accanto al ponticello sulla Wien, frequentavo un piccolo caff che restava
aperto fino a tarda ora. Una notte fui colpito da un giovane seduto in mezzo a un gruppo di persone che
non sembravano adatte a lui. Era alto, con un viso luminoso e occhi chiarissimi. Beveva e parlava
volentieri, ma al suo tavolo lanimazione era forse eccessiva, volavano insulti e improvvise esplosioni
di collera che non lo sfioravano. Lo riconobbi da una fotografia che avevo visto, era Albert Seel, autore
di una casa editrice berlinese; dopo esser stato prigioniero in Russia, Seel aveva scritto un libro sulla
propria esperienza; io il libro non lavevo letto, mi era rimasto in mente soltanto il titolo, nel quale
compariva la parola Siberia. Essendo seduto al tavolo accanto al suo, gli domandai senza imbarazzo, da
tavolo a tavolo, se era veramente Albert Seel; egli, sempre raggiante, ma con un certo impaccio, disse
di s. Poi minvit a sedermi al suo tavolo e mi present i suoi amici. Ricordo i nomi Mandi e Poldi, gli
altri li ho dimenticati. Mi presentai come studente e traduttore, anche se studente non ero pi,
suscitando una sonora risata fra i compagni di Seel.
Costoro mi osservavano in un modo che per me era del tutto nuovo, come se avessero grandi
progetti su di me e dovessero esaminarmi per vedere se ero il tipo adatto. Intellettuali non erano,
parlavano un linguaggio primitivo, rozzo e violento, giustificandosi con me a ogni frase, come se li
avessi criticati. Non li conoscevo per niente, non avevo idea di chi fossero, ma il fatto che fra loro si
trovasse uno scrittore, sia pure tuttaltro che famoso, mispirava fiducia: da quando ero tornato a
Vienna, qualche mese prima, non avevo pi incontrato un solo scrittore. Davanti a loro non provai n
diffidenza n paura; notai per la loro insicurezza davanti a me, e rimasi meravigliato dal grande valore
che attribuivano alla propria forza fisica. Seel parlava rivolgendosi al vino che aveva davanti a s, e
presto non reag pi ai miei tentativi di portare il discorso su temi letterari.
 Ogni cosa a suo tempo  disse, scacciando via le mie domande come mosche importune. 
Quando sono con i miei amici voglio divertirmi . Ma forse evitava i discorsi letterari per una specie di
tatto, dal momento che i suoi amici non sarebbero stati certo in grado di seguirli. Presto, dunque, mi
accontentai di ascoltare quel che dicevano gli altri, e non mi ci volle molto a capire che parlavano di
prodezze della cui natura, peraltro, non riuscivo a farmi unidea esatta. Soprattutto Poldi, il pi alto e
il pi forte di tutti, amava vantarsi di aver messo fuori combattimento questo o quellaltro con il suo
pugno enorme. In fatto di pugni non cera mai nessuno che osasse affrontarlo. Mandi, il pi piccolo,
con il suo viso da scimmia e il suo aspetto straordinariamente agile e snodato, raccont con grande
vivacit come, poco prima, fosse riuscito ad aizzare i cani di una villa. Non sapevo perch mai avesse
dovuto aizzare quei cani, e stavo ad ascoltarlo con lingenuit di un neonato, quando Poldi, di punto in
bianco, mi diede una gran pacca sul petto con la sua manaccia e mi domand se conoscevo la villa nella
quale volevano entrare - salt fuori che era la casa della contessa, la giumenta della latteria. Mi venne
voglia di fare uno scherzo e risposi, come se si fosse trattato di un tentativo di effrazione, che avevano
scelto la casa sbagliata : dal conte non cera niente da rubare. Mi presi una seconda pacca sul petto,
ancora pi forte, e Poldi mi disse, con un tono tra il minaccioso e il beffardo: che cosa mi saltava in
mente, non si sarebbero certo sognati di andare a rubare da quella gente! Proprio a Hacking, dove tutti
li conoscevano! Non erano mica cos stupidi, al Mandi piaceva spararle grosse.
Mi resi conto che scherzando avevo detto qualcosa di inopportuno, e pur senza capire il motivo
della reazione irritata di Poldi, ammutolii di colpo. La conversazione prosegui in toni piuttosto grevi, e
a voce sempre pi alta. Il tavolo intorno al quale, oltre a me, non sedevano pi di cinque o sei persone
era il pi animato del locale, frequentato di solito da gente piuttosto silenziosa e amante della
solitudine: qualche vecchio pensionato, due o tre coppiette, mai compagnie numerose. Quella sera,
per, il locale mi sembr particolarmente silenzioso, come se nessuno si azzardasse a far chiasso, per
non mettersi in competizione su quel terreno con il nostro tavolo.
Il signor Bieber, il proprietario, che era in piedi dietro il suo banco - dal mio posto potevo
vederlo bene - sembrava irritato. Di solito aveva sempre qualcosa da fare, non lo vedevo mai con le
mani in mano, ma quella sera era diritto, immobile, e guardava sempre dalla mia parte; avevo persino
limpressione che ammiccasse discretamente, ma non ne ero sicuro. Al nostro tavolo latmosfera si
faceva sempre pi minacciosa. Poldi e Mandi cominciarono a litigare e a insultarsi, con espressioni che
persino in quel luogo mi colpivano per la loro trivialit. Seel, immutabilmente raggiante, cercava di
mettere pace, accennando a me, come se io da quel litigio potessi farmi una cattiva opinione della loro
compagnia. La cosa sort un certo effetto, nel senso che i due contendenti si riconciliarono e, in
compenso, cominciarono entrambi a guardarmi con aria torva. Seel disse che era tempo di andare a
casa, il locale stava chiudendo; ma i suoi amici rimasero seduti; io, invece, mi alzai, e certo era questo
che Seel voleva ottenere; stava cercando di proteggermi dai suoi compagni, dato che latmosfera
diventava sempre pi truce. Mi alzai, dunque, e mentre salutavo un po del mio stupore davanti a quella
gente, che per me era del tutto nuova, si trasform probabilmente in cordialit, tant che Poldi mi
disse:  Io sono sempre qui . Mandi, che aveva unaria assai pi perfida, aggiunse:  Venga a trovarci!
Uno studente pu sempre farci comodo! .
Andai al banco per pagare, e il signor Bieber mi accolse con voce sepolcrale e soffocata; non
lavevo mai sentito parlare in un tono cos cupo, e men che mai sussurrando.  Per amor di Dio,
dottore, faccia attenzione,  brutta gente, quella. Non si sieda pi al loro tavolo! . Aveva paura, il suo
avvertimento poteva insospettire la tavolata laggi, perci, parlandomi in un sussurro, sorrideva
ostentatamente. Io risposi sullo stesso tono e sussurrando a mia volta:  Ma  uno scrittore, conosco un
suo libro . Sembr cadere dalle nuvole.  Macch scrittore, viene sempre con quella gente e gli d
man forte . Nelle sue frasi cera come un tremito, davvero aveva paura per me, ma anche per se stesso,
perch, come mi disse il mattino dopo durante un lungo colloquio che ebbi con lui, essendo tornato da
solo nel locale, i miei nuovi conoscenti erano una famigerata banda di scassinatori. Tutti erano gi stati
in prigione pi di una volta. Il Mandi, che si arrampicava come un gatto, lavevano appena rilasciato;
prima era stato in carcere con Poldi, ma poi i due erano stati separati. Erano tutti della zona, e il signor
Bieber li avrebbe cacciati volentieri dal suo locale se non fosse stato troppo rischioso. Quando gli
chiesi che cosa mai avrebbero potuto farmi, non ero mica una casa, e da me, a parte i libri, non cera
niente da rubare, egli mi guard come se fossi un mentecatto:  Ma non capisce, dottore, vogliono farla
cantare, vogliono sapere da lei dove possono andare a rubare. Non gli ha mica gi detto qualcosa, per
caso? .  Ma se non ho la pi pallida idea di quello che pu esserci da rubare! Qui non conosco
nessuno  risposi.  Ma come, non abita lass, dove ci sono le ville, nella Hagenberggasse? Stia
attento, per carit. La prossima volta uno di quelli laccompagner fino alla porta di casa e le chieder
informazioni su ognuna di quelle ville. Chi ci abita qui? E l chi ci sta? Non dica niente, dottore, non
dica niente, per lamor di Dio, altrimenti, se poi succede qualcosa, la colpa  sua! .
Non ero ancora del tutto convinto, e una sera, poco tempo dopo, ritornai in quel locale e mi
sedetti accanto a un altro conoscente, un vecchio pittore, facendo finta di non aver notato la ganga che
era seduta abbastanza lontano, allangolo opposto della sala. Quella volta erano venuti senza Seel, e
non cera neppure Mandi; notai soltanto Poldi, quando alz in alto una mano per indicare non so che.
Ma doveva essere successo qualcosa, non facevano baccano, anzi parlavano a bassa voce; i fatti
sembravano dar ragione a me e non alle sinistre previsioni del signor Bieber; nessuno, infatti, bad a
me, non mi salutarono, e tanto meno minvitarono al loro tavolo. Portandomi il caff, il signor Bieber
disse:  Oggi non resti sino allora di chiusura, dottore, oggi se ne vada prima . Dal tono sembrava
convinto che io avessi in mente di fare chiss che cosa a notte fonda. Trovavo la sua sorveglianza un
tantino fastidiosa, ma, per amor di pace, me ne andai via presto.
Mi ero allontanato dal caff soltanto di pochi passi, quando sentii sulla spalla la mano possente.
 Faccio la sua stessa strada  disse Poldi, che mi aveva rapidamente seguito. Abita lass anche lei? .
 No, ma debbo fare quella strada . Su quel  debbo  non diede altre spiegazioni. Trovavo assai poco
piacevole percorrere in sua compagnia quel viottolo buio - lunico che portasse alla Hagenberggasse -
ma non lo feci notare; domandai soltanto:  Il Seel oggi non cera? E neppure il Mandi? . Ma non fu
una frase felice; segu infatti una mostruosa imprecazione contro il Mandi, e un diluvio di episodi su
quelluomo  dinteresse  (cos lo chiamava, volendo dire interessato) si rivers su di me. Che non
osasse comparirgli mai pi davanti agli occhi, disse, non era mai riuscito a sopportarlo, preferiva
addirittura Seel, che pure era un tipo con cui non si poteva andare daccordo. Che razza di libro era
quello che aveva scritto il Seel? Sulla prigionia, dissi, sulla gente che aveva conosciuto in Siberia,
quando era prigioniero di guerra.  Siberia?  sghignazz Poldi, dandomi una manata sulla spalla.  In
Siberia quello non c mai stato! In galera, s. Ma non in Siberia .  S, c stato tanto tempo fa,
quando era ancora molto giovane .  Certo, certo, quando era ancora in fasce, non  cos? . Per farla
breve, Poldi non voleva ammettere che Seel fosse stato in galera non come delinquente ma come
prigioniero di guerra, e mi spieg che mentiva, mentiva sempre. Nessuno di loro gli credeva mai,
qualsiasi cosa dicesse, quello era un tipo che inventava continuamente qualcosa; ma che esistesse un
libro scritto da lui, questo a loro non laveva mai detto. Se nera guardato bene, altrimenti avrebbero
scoperto che, come al solito, erano solo bugie. Che ne pensavo, io, di un uomo che ha sempre bisogno
di dir bugie? Lui non ce lavrebbe mai fatta, lui diceva sempre la verit.
Mi aspettavo che, secondo le previsioni del signor Bieber, Poldi cominciasse a interrogarmi
sulle ville che incontravamo per via; ma era talmente preso dalle bugie di Seel e dal proprio amore per
la verit che non mi domand nulla. Fu la mia fortuna, perch sui proprietari di ville che interessavano
a lui, anche volendo, non avrei saputo dirgli assolutamente niente. Della maggior parte di quella gente
non conoscevo neppure il nome, e se, messo alle strette, fossi riuscito a farmi venire in mente qualche
particolare innocuo, certo gli sarebbe sembrato insignificante o simile a una delle bugie di Seel.
Arrivati vicino alla Erzbischofgasse, Poldi interruppe per un attimo i suoi sproloqui sulla
sincerit. Sfruttai la pausa per indicare una casa sulla destra:  Conosce il Marek, quello che abita nella
Erzbischofgasse, al numero 70, e viene portato a spasso da sua madre in carrozzella? . Non lo
conosceva, e la cosa mi stup; il giovane Marek, nella sua carrozzella, si vedeva dappertutto; quando
sua madre non lo portava in giro, se ne stava sdraiato al sole davanti a casa sua. Da solo o in
compagnia, stava sempre coricato, non poteva camminare, non poteva muovere n le braccia n le
gambe; la testa, sollevata obliquamente, era pure appoggiata, e accanto ad essa, su un cuscino, stava
aperto un libro; una volta, passando, lavevo visto tirar fuori la lingua e girare con essa una pagina del
libro. Non ci avevo creduto, bench avessi visto chiaramente la scena: la lingua era lunga, a punta e di
un rosso sorprendentemente vivo. Cos gli ero passato davanti di nuovo, come per caso, camminando
lentamente, in modo da lasciargli il tempo di leggere con attenzione una pagina intera; e infatti, quando
ormai gli ero arrivato molto vicino, vidi la sua lingua schizzar fuori e girare il foglio.
Da due o tre anni, ormai, ossia dal mio arrivo nella Hagenberggasse, avevo notato quel giovane;
ogni volta che lo incontravo con sua madre che spingeva la carrozzella, facevo un cortese cenno del
capo verso di loro, mormorando  Buon giorno  ; ma da lui non avevo mai ricevuto risposta.
Supponevo che parlare gli riuscisse difficile non meno che muoversi, da questo derivava il mio ritegno
a intavolare una conversazione con lui. Aveva un viso piuttosto lungo, la carnagione scura, capelli folti
e grandi occhi castani che teneva fissi su di te quando gli andavi incontro; e anche dopo, quando eri
passato oltre, continuavi a sentirteli addosso per un bel pezzo. Di tanto in tanto stava sdraiato al sole
senza leggere, con gli occhi chiusi. E allora era bellissimo vedere come li apriva, non appena sentiva un
rumore. Sembrava sensibilissimo al rumore dei passi, perch, anche quando era assopito, nessuno gli
passava vicino senza che egli aprisse gli occhi. Anche se si cercava di camminare piano, per non
svegliarlo, lui sentiva sempre i passi sulla ghiaia e non perdeva occasione di gettare la sua lunga
occhiata sul passante.
Sapevo che una volta o laltra avrei attaccato discorso; ma, dato che speravo di abitare a lungo
nella zona, non avevo fretta. Nessunaltra persona dei paraggi occupava di pi i miei pensieri.
Chiedevo a tutti informazioni su di lui, e ad alcune cose che mi furono dette quasi non riuscivo a
credere. Dicevano che fosse uno studente universitario di filosofia, ecco perch accanto a lui, sul
cuscino, cerano sempre quei libri. Aveva un tale talento, si diceva, che alcuni professori
dellUniversit di Vienna venivano fino a Hacking di loro iniziativa, per dargli lezioni private.
Sciocchezze, pensai, assurdit, fino al giorno in cui, durante un pomeriggio assolato, vidi il professor
Gomperz, quelluomo alto e barbuto, con un aspetto quale io immaginavo dovessero avere i cinici
greci, seduto accanto alla carrozzella del giovane Marek. Il suo corso sui Presocratici lavevo seguito
parecchio tempo prima; leloquio del professor Gomperz non era esaltante come il tema che trattava,
ma in compenso ce la metteva tutta. Quando lo vidi sul serio, seduto davanti al giovane Marek,
rivolgersi a lui con gesti ampi e lenti, mi spaventai a tal punto che cambiai strada e feci una deviazione
per non passargli vicino e non doverlo salutare. Eppure sarebbe stata loccasione migliore, e anche pi
dignitosa, per conoscere finalmente il paralitico.
Adesso - era passata la mezzanotte di una notte scurissima - stesi il braccio, dalla sommit del
viottolo, in direzione della casa di Marek, e domandai allomaccione che mi accompagnava, pi alto di
me di tutta la testa, se conosceva il paralitico. Poldi si stup della direzione che indicavo - a destra del
viottolo. Per essere sicuro che io intendessi proprio quel punto, egli stese nella stessa direzione, con la
lentezza che gli era abituale, la sua manona.  Ma l non c niente,  disse  non c nessuna casa . E
invece s, una casa cera, una sola, il numero 70, una casa bassa, certo, a un piano solo, una casa poco
appariscente, non una villa; le ville, le sole che interessassero a Poldi e di cui egli conoscesse
lesistenza, sinerpicavano su per la collina dalla parte sinistra, formando per lappunto la
Hagenberggasse, la strada in cui io abitavo.
Poldi volle sapere che cosera quella storia del paralitico, e io mi misi a parlarne, raccontando
tutto quello che ero riuscito a sapere di lui. Avevo appena incominciato, quando, ad un tratto, mi venne
in mente che i due, di viso, si assomigliavano moltissimo, anche se quello di Marek era assai pi sottile,
e sembrava il viso di un asceta, mentre Poldi aveva la faccia gonfia: forse mi ero accorto della
somiglianza soltanto perch ora, nelloscurit, non ci vedevo bene. Ma ricordavo benissimo Poldi da
quella conversazione notturna nel caff, mi aveva colpito proprio per i suoi occhi scuri e imploranti,
cos in contrasto con le sue manacce.
 Vi assomigliate,  dissi ora  ma solo di viso. Lui  completamente paralizzato. Non pu
muovere n braccia n gambe. Ma non creda che sia un tipo triste.  coraggioso, nessuno lo
penserebbe. Non pu muoversi, eppure studia. I professori vengono apposta a trovarlo nella
Erzbischofgasse, per fargli lezione. E non gli chiedono un soldo.
Del resto, non potrebbe pagare. Non ha soldi .  E quello assomiglia a me?  domand Poldi. 
S, ha i suoi stessi occhi. Proprio gli stessi occhi. Se una volta vien qui a vederlo, mi creda, le sembrer
di guardarsi allo specchio .  Ma se  uno sciancato!  disse Poldi con un certo malumore; sentivo che
cominciava ad arrabbiarsi per quel paragone.  Non di testa, per! Di testa  pi intelligente di tutti noi!
Non pu andare da nessuna parte, e studia alluniversit. I professori vanno a trovarlo perch possa
studiare. Una cosa mai successa. Deve pur avere in testa qualcosa, altrimenti non andrebbero. Vuol
proprio saperlo? Io per quel ragazzo ho una grandissima stima! Anzi, lo ammiro! . Era la prima volta
che parlavo con tanto entusiasmo di Thomas Marek. E pensare che in realt neanche lo conoscevo. Ma
neppure in seguito, quando diventai suo amico, avrei potuto parlare di lui con maggiore entusiasmo.
Ci eravamo fermati. Da quando avevo fatto segno in direzione, di quella casa non eravamo
andati avanti di un passo. Poldi si rese conto soltanto a poco a poco delle reali condizioni fisiche di
Thomas Marek. Un paio di volte domand se veramente non poteva muoversi da s.  Assolutamente
no. Non pu fare un passo. Non pu mettersi in bocca da solo un pezzo di pane. Non pu portarsi un
bicchiere alle labbra .  Ma bere, pu bere? E masticare? Pu inghiottire, pu ingoiare il cibo,
almeno? .  S, s, questo s. E sa anche guardare! Lei non sa come  bello da vedere, quando apre gli
occhi! .  Ed  uno che assomiglia a me? .
 S, ma solo di viso! Come sarebbe contento, lui, se avesse le sue manacce! Pensi come
sarebbe contento, se potesse accompagnare qualcuno, come lei ora accompagna me! Ma non pu farlo,
non ha mai potuto! Neppure quando era ancora un ragazzino ha mai potuto farlo .  E a lei piace!
Pensare che  solo uno sciancato! . Ma, a quel punto, la parola  sciancato  mi fece arrabbiare : dopo
tutto quello che avevo detto, non avrebbe pi dovuto usarla.  Per me non  uno sciancato!  dissi. 
Per me  un uomo meraviglioso. Se lei non lo capisce, mi fa solo pena. Credevo che lei capisse . Ero
talmente infuriato che dimenticai a chi stavo parlando e mi misi a fare la voce grossa. Continuai con il
mio peana, non la smettevo pi, non potevo smettere. Una volta esauriti i particolari concreti di cui ero
a conoscenza, cominciai a inventarne di nuovi, ed ero talmente convinto di dire il vero che Poldi
continuava ad ascoltarmi, limitandosi a interrompermi, di tanto in tanto, con una sola frase, sempre la
stessa :  E quello assomiglia a me? .  Di viso, ho detto; di viso le assomiglia moltissimo .
E subito, era pi forte di me, riprendevo il mio racconto. Venivano in visita delle donne da
lontano, soltanto per vederlo.  Si mettono davanti alla sua carrozzella, e lo guardano. Sua madre porta
fuori una sedia, perch possano sedersi. Potrei giurare che sono innamorate di lui. Stanno l in attesa
che lui le guardi. Lui non pu accarezzarle, non pu far niente con loro. Ma pu guardarle, con gli
occhi . E tutto quello che dicevo era vero, anche se lo stavo inventando quella notte. Quando, poco
tempo dopo, diventai amico di Thomas Marek, vidi con i miei occhi le donne e le ragazze che venivano
a vederlo, e quello che non vidi me lo raccont lui stesso.
Quella notte il mio accompagnatore ed io non facemmo insieme pi neanche un passo. Poldi era
diventato sempre pi silenzioso, non us pi la parola  sciancato  e dimentic che voleva
accompagnarmi sino al cancello del mio giardino per dare a modo suo unocchiata in giro. Dimentic
le ville. Aveva in mente il giovane che assomigliava a lui, ma non poteva stare in piedi e neanche
camminare. Gli porsi la mano, ma solo quando ebbi finito il mio peana. Egli la prese, quasi con
titubanza, e non la strinse forte come faceva sempre. Si volt, e and gi per il viottolo che avevamo
percorso insieme in salita. Non mi faceva pi paura.
Il sostegno della famiglia
A partire da quella notte il mio imbarazzo davanti a Marek diminu di colpo. Avevo parlato
talmente tanto di lui che smisi di evitarlo. Quel peana che gli avevo intonato me laveva reso pi
familiare. E non mi era sfuggito che il mio racconto cos pieno di slancio aveva ammansito quel
tipaccio che dopo la mezzanotte mi aveva accompagnato con passi pesanti su per la Erzbischofgasse.
Da allora ogni interesse per Poldi e per la sua combriccola svan del tutto. Io non badavo quasi
pi a loro, quando entravo in quel caff ci facevamo un cenno da lontano, ed essi non manifestarono
pi la minima curiosit nei miei confronti. Non so in quale forma fosse stato loro riferito il mio
comportamento di quella notte. Comunque, quale che fosse la loro valutazione della faccenda, non mi
riusc di cavare una parola di bocca dalle persone che bazzicavano quei poveri diavoli. Il loro originario
interessamento, tuttavia, non si trasform in disprezzo e neppure in odio; mi lasciarono tranquillo, mi
lasciarono in pace a tal punto che sentivo da parte loro quasi una lieve simpatia; tuttaltro che ostentata,
certo, anzi a malapena percettibile, e tuttavia sufficiente a suscitare la disapprovazione del proprietario
del caff.
Che lindividuo pi robusto e intrattabile della banda mi fosse venuto dietro non era sfuggito al
signor Bieber, che perci volle sapere che cosa era successo tra noi quella notte. Con sua grande
delusione, gli risposi che non era successo nulla.  Ma come, non lha accompagnata fino alla porta di
casa?  disse lui, con un tono che era quasi una minaccia.  No, fino alla Erzbischofgasse . E poi?.
 Poi ha fatto dietro-front .  Senza chiederle niente?! .  No, non mi ha chiesto niente .  Se non
fosse lei, dottore, nessuno la crederebbe . Era sicuro che gli nascondessi qualcosa; e in effetti aveva
ragione, perch io non dissi una parola sul vero argomento della nostra conversazione; non avevo
abbastanza stima per luomo che minterrogava. Forse, inoltre, non avevo voglia di stare a sentire - e
meno che mai da uno come lui - le solite frasi sprezzanti sulle persone che, non essendo in grado di
stare in piedi e di muoversi da sole, non sono altro, alla fin fine, che un peso per il contribuente.  E
cos quellindividuo sarebbe venuto su con lei zitto zitto. Non sembra proprio da lui .  Non ho detto
che sia stato sempre zitto; comunque non mi ha chiesto niente. Del resto, non avrei saputo proprio che
cosa rispondergli . Forse fu questa frase a rendere il proprietario del caff ancora pi diffidente nei
miei confronti. Figurarsi se non avrei saputo che cosa rispondergli! Abitavo nella zona da due o tre
anni. In tanto tempo si vengono a sapere una quantit di cose. E, in ogni caso, dichiarando che non mi
aveva chiesto niente e che perci non aveva manifestato intenzioni criminose, io, in realt, proteggevo
quel manigoldo.
Mi accorsi che adesso il signor Bieber faceva molta attenzione al momento in cui io entravo nel
suo caff. Quando erano arrivati loro? Quando arrivavo io? Quand che loro evitavano a bella posta
di venire, anche se io cero? Perch non mi rivolgevano pi la parola? Cera sotto qualcosa. Poich di
un rapporto palese non cera traccia, il signor Bieber concluse che esisteva tra noi un rapporto segreto;
e anzi era cos rigorosamente segreto che doveva avere un significato ben preciso. Il signor Bieber
subodorava qualcosa, era certo, graniticamente certo, che ci fosse sotto qualcosa di losco, e aspettava
che un colpo di scena mettesse tutto in chiaro. Raramente di mattina io comparivo nel suo locale, ma,
quando un giorno vi entrai di buonora, egli venne diritto verso di me e mi disse senza tanti
complimenti, nel suo solito modo :  Questa volta  andata storta! .  Che cosa  andato storto? . 
Su, lavr certo sentito anche lei! Li hanno acciuffati tutti! Prima li hanno lasciati entrare in casa, e poi
hanno fatto scattare la trappola. I quattro li han gi messi dentro. Gli daranno parecchi anni! Con tutti
quei precedenti! Doveva finire male per forza! E stanno cercando anche il Seel. E' sparito, lo scrittore!
. Pronunci lultima parola con un tono di scherno che era diretto o a me (mi vedeva scrivere spesso),
oppure alla mia pretesa di conoscere un libro scritto da Seel. Not che la notizia mi aveva colpito, e
coron le sue informazioni con queste parole piene di premura;  Vede come ho fatto bene a metterla in
guardia. Se no anche lei, adesso, avrebbe delle noie .
Mi immaginai il mio accompagnatore di quella notte, sprizzante energia da tutti i pori, in una
cella angusta, e allora compresi perch il mio racconto sul paralitico laveva colpito tanto
profondamente da fargli dimenticare i suoi propositi e da indurlo a tornarsene indietro a mani vuote.
Gi, non mi aveva chiesto niente, nemmeno una domanda mi aveva fatto, glie nera mancato il tempo,
era rimasto invischiato in quella storia che gli avevo gettato sul capo come una rete. Si parlava di uno
che gli assomigliava e non poteva muovere n gambe n braccia; era davvero mal messo, ancora
peggio di lui quandera in cella.
Tutto era capitato abbastanza in fretta; dalla notte del mio colloquio con Poldi al giorno in cui
seppi che il ragazzone dalle mani possenti era di nuovo chiuso in una cella erano passati pochi mesi.
Ma ormai mi ero costruito unimmagine cos viva ed eccitante del giovane paralitico che un incontro
con lui era inevitabile. Non giravo pi alla larga quando vedevo che qualcuno parlava con lui. in piedi
accanto alla carrozzella, anzi gli passavo davanti, salutavo scandendo le sillabe, e quando udii per la
prima volta la voce del paralitico rispondere al mio saluto, ne fui lietamente sorpreso. Era come un
soffio che saliva dal di dentro, dal profondo, e dava colore e forma al suo saluto; continuavo ad avere
nellorecchio quel suono, e avevo voglia di riascoltarlo. Il giorno successivo fortuna volle che trovassi
seduto accanto a lui il professor Gomperz. Lo riconobbi da lontano dalla sua lunga barba e dalla figura
che, anche seduta, sembrava alta e dritta. Non sapevo se mi avrebbe riconosciuto, quando a lezione gli
avevo rivolto la parola ero sempre in mezzo a moltissimi altri studenti, e una volta sola gli avevo fatto
una breve visita per una faccenda di ordinaria amministrazione.
Ma lui, mentre mi stavo avvicinando, mi not subito, e mi guard con tanta sorpresa che, senza
provare alcun imbarazzo, mi fermai e gli porsi la mano. Egli fece solo un cenno del capo e non mi tese
la sua, e io arrossii di vergogna per la mia mancanza di tatto. Come avevo potuto porgergli la mano, in
presenza di un uomo paralizzato! Ma il professore, rivolgendosi a me con lenta affabilit, mi preg di
dirgli il mio nome, che gli era passato di mente, e subito dopo mi present a Thomas Marek.  Il mio
giovane amico la vede spesso passare di qui,  disse  e ha capito che anche lei  studente; ha un istinto
infallibile per le persone. Perch non viene una volta a trovarlo, dato che abita da queste parti? .
Marek gli aveva gi detto tutto questo, mentre io mi stavo avvicinando; anchegli mi aveva
notato, proprio come io avevo notato lui, e si era fatto dire dove abitavo.
Il professor Gomperz aggiunse che Thomas Marek studiava filosofia come materia principale;
andava da lui una volta alla settimana, per due ore, ed era cos soddisfatto dei risultati che gli sarebbe
piaciuto venire su pi spesso; purtroppo, per, non aveva tempo: la strada era lunga, quelle visite
prendevano un pomeriggio intero; Thomas Marek, tuttavia, se lo sarebbe meritato che egli venisse su
due volte alla settimana. Il tono non era di adulazione, anche se quelle parole erano certo dette per
incoraggiarlo: era il tono diretto e univoco che mi sarei aspettato da un filosofo cinico. Ma il paralitico,
con il suo forte soffio, dichiar:  Io non so ancora fare niente. Ma far di pi .
Da quel momento in poi le cose procedettero in fretta. Era linizio di maggio, il paralitico se ne
stava spesso sdraiato al sole davanti a casa, io gli facevo visita e sua madre correva dentro a prendermi
una sedia, in modo che non me ne andassi via troppo presto. Cos mi fermavo a lungo, sin dalla prima
volta pi di unora. Quando feci per salutarlo, egli mi disse :  Lei crede che io sia gi stanco. Non mi
stanco mai, quando ho la possibilit di fare una discussione seria. Con lei parlo volentieri. Si fermi
ancora un po! . Fui spaventato dalla vista delle sue mani, che prima, passandogli davanti in fretta,
non avevo mai notato. Le dita erano anchilosate e rattrappite, ed egli non poteva muoverle a suo
piacimento; quel giorno erano finite contro il fil di ferro della rete di recinzione del giardino e,
ferendosi, vi si erano attorcigliate con una tale forza che non riuscivano pi a staccarsi. La prima volta
che sua madre venne fuori di casa, liber con precauzione le dita dalla rete, una per una, e non fu
affatto una cosa semplice; poi spinse la carrozzella di Thomas un poco pi lontano, in modo che le dita
non potessero pi impigliarvisi. E intanto mi scrut con i suoi occhi infossati (era una donna
precocemente invecchiata), e mi rivolse la tacita preghiera, soltanto con gli occhi, di fare attenzione che
la carrozzella non scivolasse di nuovo contro il reticolato.
Thomas era sempre scosso da un lieve movimento che si comunicava anche alla carrozzella.
Sua madre gli vers in bocca la sua medicina; doveva prenderla parecchie volte al giorno, disse
Thomas, quando lei si fu allontanata; aveva degli spasimi cos violenti che non poteva far nulla senza
quel farmaco, n leggere n parlare; ma quello era un buon rimedio, lo prendeva gi da molti anni.
Faceva sempre effetto, per qualche ora. Quale fosse la sua malattia, nessuno lo sapeva. Era una malattia
completamente sconosciuta. Era gi stato pi volte, per lunghi periodi, alla clinica neurologica, dove
era stato visitato dal professor Pappenheim in persona, dato che il suo caso era molto interessante. Ma
neppure Pappenheim era riuscito a capirci qualcosa, la sua malattia era unica, tant che ancora non
aveva un nome. Questo lo ripet pi volte; che nessuno avesse la sua stessa malattia era una cosa
importante per Thomas. E poich non aveva un nome, anche per lui rimaneva un segreto, e non doveva
vergognarsene.  Non ne verranno mai a capo,  disse  non in questo secolo, almeno; in seguito,
chiss; ma allora la cosa non mi riguarder pi .
Sin da piccolo aveva avuto difficolt a stare in piedi, ma i suoi arti non erano deformi, non si
notava nulla di particolare. Aveva circa sei anni, quando le braccia e le gambe avevano cominciato a
deformarsi e rattrappirsi, e da allora la situazione era andata continuamente peggiorando. Thomas non
disse mai nulla sul periodo in cui erano cominciati gli spasimi, forse lo aveva dimenticato, e comunque
fra noi esisteva un tacito accordo per cui io non dovevo domandare mai nulla a sua madre. Tutto ci
che sapevo di Thomas me lo diceva lui stesso; detto da un altro, non avrebbe certo avuto lo stesso
significato; la forza del suo soffio, infatti, un soffio che saliva da dentro, dal profondo, conferiva alle
sue parole la caratteristica inconfondibile del respiro. Le sue erano parole in statu nascendi, lasciando la
sua bocca si espandevano come tiepido vapore, non erano i detriti solidi che rotolano gi dalle nostre
bocche.
Gi la prima volta mi parl di unopera filosofica che aveva intenzione di scrivere, ma non disse
su quale argomento. Voleva innanzitutto finire gli studi, e laurearsi; lo riteneva necessario affinch in
seguito la sua opera fosse presa sul serio. Una volta che lavesse scritta, non voleva essere letto per
compassione, desiderava invece essere giudicato come tutti gli altri, cio in base al merito. Accanto a
lui, sul cuscino, era stato posato un volume della Storia della filosofia di Kuno Fischer. Si era proposto
di leggere quellopera in dieci volumi, frase per frase, ed era arrivato circa a met di quello su Leibniz,
un grosso tomo. Voleva farmi vedere un errore di stampa che trovava buffissimo. Di colpo tir fuori la
lingua, e con essa in un battibaleno sfogli il libro tornando indietro di dieci pagine; ecco, lo aveva
trovato il passo che cercava, e muovendo il capo di scatto minvit a leggerlo io stesso. Non avevo
capito bene se dovevo prendere in mano il volume, non mi sembrava il caso di levarlo dal cuscino, e mi
facevano un po ribrezzo quelle pagine che - sino al punto in cui era arrivato - erano tutte state lambite
dalla sua lingua ed erano impregnate della sua saliva. Siccome esitavo, egli mi disse:  Lo prenda, lo
prenda pure in mano. Viene dalla biblioteca del professor Gomperz, che ha la pi grande biblioteca
filosofica di Vienna . Lavevo sentito dire, e mi fece una grande impressione sapere che il professor
Gomperz metteva a disposizione di Thomas Marek i volumi di quella biblioteca.
 Non glimporta se i suoi libri restano qui da me per tanto tempo. Il volume su Spinoza ce lho
ancora in casa. Dice che  un onore, per i libri, essere letti cos a fondo . E, dicendo questo, estrasse la
lingua con mossa fulminea e scoppi a ridere. Sentiva che tutto ci che si riferiva al suo modo di
leggere mi toccava profondamente, ed era raggiante di felicit per il fatto di potermi offrire una cosa
cos fuori del comune. Lui stesso voleva goderne, prima che io mi ci abituassi. Gli capitava spesso di
avere delle visite, mi disse in seguito, ma dopo una volta o due i visitatori pensavano di aver visto
ormai tutte le sue peculiarit e non tornavano pi. Questo lo offendeva, perch di cose da dire ne
avrebbe avute moltissime, tutte cose di cui quella gente non aveva la pi pallida idea. Ma non se ne
meravigliava, perch conosceva gli uomini. Aveva un metodo infallibile per riconoscere il carattere
delle persone, le osservava mentre camminavano.
Quando era sdraiato al sole davanti a casa e, non avendo pi voglia di leggere, chiudeva gli
occhi, non dormiva mai. E rideva fra s e s della gente che si preoccupava di camminare senza far
rumore, per non svegliarlo. Quello era appunto uno dei suoi metodi per studiare il carattere dei
passanti: il loro modo di cambiare passo mentre si avvicinavano, e poi di nuovo quando si erano
allontanati e pensavano che lui non potesse pi sentirli. Ma lui li sentiva molto prima di quanto
pensassero, e anche molto dopo. Aveva sempre in mente il passo di qualcuno; cerano persone che
odiava per il loro modo di camminare, e altre di cui sarebbe voluto diventare amico, perch gli piaceva
come camminavano. E comunque li invidiava tutti. Il suo pi profondo desiderio era di poter
camminare; ed era convinto (me lo confid con un ritegno per lui insolito) che un giorno, chiss,
avrebbe potuto meritarsi di camminare grazie a una grande opera filosofica.  Quando lopera sar
scritta, mi alzer e camminer. Non prima. Ci vorr ancora molto tempo .
Da coloro che gli passavano vicino si aspettava molto, ascoltava i loro passi trepidando, come
in attesa di un prodigio. Ogni nuova persona che passava doveva dimostrarsi degna della propria
fortuna, e distinguersi attraverso parole speciali, che nessun altro avrebbe saputo dire. Thomas non
poteva sopportare le frasi insulse e banali che sentiva mormorare dalle coppiette di innamorati che,
credendolo addormentato, si avvicinavano alla sua carrozzella. Per lui ascoltare le loro  idiozie  era
una delusione bruciante, che ogni volta si rinnovava; quelle frasi se le annotava mentalmente, e le pi
insulse le ripeteva con rovente disprezzo.  A quello bisognerebbe proibire di camminare,  diceva  un
tipo simile non merita davvero di camminare . Ma forse era un bene per Thomas che le coppie di
innamorati che si avvicinavano a lui non mormorassero frasi di Spinoza. Anche se egli si aspettava
sempre che qualcuno gli rivolgesse la parola, nella scelta di coloro che si degnava di ascoltare era assai
selettivo. Far finta di essere sordo gli costava fatica - era la sua particolare forma: di autocontrollo - ed
era fiero se gli riusciva di dimostrare il suo disprezzo a una terza persona. Appena il passante, che
Thomas sembrava non ascoltare affatto, se nera andato, tutto il suo viso si animava, ed era capace di
ridere cos forte che la sua carrozzella cominciava a ondeggiare; poi diceva: Adesso quello  convinto
che io sia sordo. Ma guarda un po cosa si  messo in testa! A uno cos non dovrebbe neanche essere
permesso di stare in piedi! E gli faccio ancora pi compassione perch mi crede sordo. Ma in realt 
lui che mi fa pena.  un tale imbecille! .
Era suscettibile in tutto, ma in particolare nei confronti del modo in cui stavano in piedi e
camminavano coloro che non si rendevano conto del proprio privilegio. Thomas era certo consapevole
delleffetto dei suoi grandi occhi scuri, e li usava per sostituire tutti quei movimenti degli arti che gli
erano preclusi. A met di una frase si interrompeva e chiudeva gli occhi con una tale drammaticit che
il suo interlocutore ne era ogni volta un po' spaventato, anche se da un pezzo aveva fatto labitudine a
quel suo gioco. Mai, tuttavia, egli si lasciava sfuggire l'attimo in cui Thomas, molto lentamente,
sollevava le palpebre e apriva gli occhi con calma maestosa. In quei momenti assomigliava al Cristo di
unicona orientale. Aprendo gli occhi con grandissima lentezza Thomas era serissimo, era il suo modo
di esibirsi: una specie di spettacolo rituale.
La parola Dio non gli saliva mai alle labbra. Quando era ancora molto piccolo - aveva una
sorella e un fratello - sua madre esortava gli altri figli a pregare ad alta voce per la guarigione di
Thomas. Questo lo riempiva di rabbia e di disperazione. Allinizio, quando i fratelli cominciavano a
pregare, lui si metteva a piangere, ma poi cominci a interromperli, urlando, ingiuriandoli,
bestemmiando Dio e scatenando un tale putiferio che la madre si spavent e alla fine lasci perdere le
preghiere. Thomas non era affatto devoto. Raccontandomi quegli episodi lontani, giustific cos i suoi
sfoghi precoci contro Dio:  Che razza di Dio  mai questo, che prima bisogna pregarlo! Ma se sa
benissimo tutto! Dovrebbe fare qualcosa per conto suo, di sua iniziativa! . E poi aggiunse:  Ma non
fa nulla  e, da questultima frase, si sentiva che in lui la speranza non era morta del tutto.
La seconda volta che andai a fargli visita non lo trovai pi davanti a casa. Entrai; sua madre mi
stava aspettando e mi condusse nel soggiorno. Thomas era l, in carrozzella, vicino al tavolo da pranzo;
sopra il sof, alle sue spalle, era appeso un quadro del Giorgione, I tre filosofi. Avevo rivisto da poco
loriginale al Kunsthistorisches Museum, e mi sembr una buona copia. Thomas me ne parl subito, e
ben presto notai che mi aveva ricevuto in casa per parlarmi della sua famiglia. Qui era pi facile,
poteva accennare direttamente a ogni cosa, fuori le sue parole sarebbero suonate meno credibili. Suo
padre era pittore, la copia del Giorgione era opera sua; quel quadro era il suo unico capolavoro, la cosa
migliore che avesse mai dipinto. Non cera nientaltro, nella sua produzione, disse Thomas, che valesse
la pena di vedere. Certamente suo padre dovevo averlo gi visto, ogni tanto portava a spasso la sua
bella chioma da artista, era un bell'uomo che camminava diritto come un fuso posando arditamente lo
sguardo su questo e su quello. Ma dietro quello sguardo non cera nulla, a casa non faceva che
trascinarsi da una sedia allaltra, non guadagnava il becco di un quattrino, una volta ogni due anni gli
capitava ancora di ricevere lincarico di eseguire una copia, ma nessuna gli era pi riuscita cos bene
come I tre filosofi, un lavoro che risaliva a molti anni addietro.
Sua madre se nera andata; faceva sempre in modo che Thomas rimanesse solo con i suoi
visitatori, cos da permettergli di parlare anche di lei. Veniva da un paesino di campagna della Bassa
Austria, da ragazza faceva la mungitrice. Il giovane pittore era passato di l, tutto impettito, era un
uomo che faceva colpo con quella chioma ondeggiante e il cappello floscio, e le ragazze non gli
levavano gli occhi di dosso: lei si era presa una cotta, laveva sposato, e le sembrava Dio sa quale
onore; ma dietro la chioma non cera niente, si era fatta abbindolare dalle sue pose, larte del padre era
tutta li.
La madre doveva mantenere la famiglia, perch il padre non guadagnava quasi nulla. Erano
venuti tre figli, sua sorella, suo fratello e lui stesso, il preferito della mamma; dai sei anni in poi, aveva
avuto sempre pi bisogno di lei, e infatti mandare avanti la casa le dava meno lavoro che occuparsi di
lui. La vita era stata difficile per sua madre, che aveva mosso mari e monti per trovare un medico
capace di guarirlo. Aveva spinto la sua carrozzella in tutte le cliniche, non si lasciava mandar via, ci
riprovava continuamente - era il suo unico pensiero, unidea fissa. Ma da un po di tempo era tutto
cambiato, da otto anni, ormai, era lui, Thomas, il sostegno della famiglia. Suo fratello lavorava come
impiegato e si manteneva da s; sua sorella - per poter andar via di casa - si era sposata, con grande
dispiacere di Thomas: era una donna meravigliosa, tutti la notavano, nellincedere sembrava una dea -
o anche una ballerina, unattrice allapice della gloria. Da bambini erano stati legatissimi. La sorella
badava a lui quando la madre andava a lavorare, si dicevano tutto, non avevano segreti luno per laltra,
lei gli leggeva dei libri ad alta voce, mentre lui aveva destato la sua ambizione e non si stancava di
alimentarla. Sarebbe stato bellissimo se fosse rimasta a casa; ma non ce la faceva. I giovanotti che
lammiravano, e venivano a trovarla, Thomas non li trovava degni di lei e continuamente li sminuiva ai
suoi occhi; sua sorella si era accorta che nessuno di essi poteva competere con lui sul piano
intellettuale. Ma poi era saltato fuori un  impiegatuccio , un professore di scuola media, che lui
stimava meno di tutti gli altri - un tipo noioso, ma tenace  che non mollava -, e cos sua sorella aveva
deciso di sposarlo. Eppure a quel tempo, ormai, Thomas riceveva il suo mensile, che sarebbe bastato a
mantenere tutta la famiglia. S, era proprio cos, manteneva la famiglia con i suoi studi.
Lo disse con orgoglioso sarcasmo, un sarcasmo diretto alla sorella, che preferiva farsi
mantenere dal marito, invece che da lui; con il suo mensile avrebbe potuto dar da vivere anche a lei, se
fosse rimasta a casa. Non capivo bene che cosa intendesse con la parola mensile e mi venne voglia di
chiederglielo; ma poich mi sembrava una mancanza di tatto, mi astenni dal farlo. Ma non ce nera
bisogno, perch Thomas mi spieg lintera faccenda in modo esauriente e particolareggiato. Non
appena i professori che venivano su a trovarlo si furono convinti che Thomas era un giovane di
notevole talento, tanto che gli predissero un brillante avvenire come filosofo, pensarono di sottoporre il
suo caso a una ricca e anziana signora, nota per il suo mecenatismo. Quel che le interessava non era
una qualsiasi attivit di beneficenza, era una donna che cercava piuttosto casi assolutamente
straordinari, unici nel loro genere. Voleva che le sue iniziative tornassero utili a tutta lumanit, non a
un unico essere svantaggiato. Il professor Gomperz, ma non solo lui, le spieg che Thomas, se solo
avesse potuto completare con seriet la sua preparazione, avrebbe ottenuto nel campo del pensiero dei
risultati assolutamente ineguagliabili. Ci che nella situazione di partenza appariva come uno
svantaggio si sarebbe rivelato un vantaggio: cera solo bisogno di molta pazienza e di una rendita
adeguata. La presenza della madre era indispensabile per lui; e, se quella donna voleva fare le cose a
dovere, bisognava darle la possibilit di occuparsi del figlio tutto il giorno; Thomas, inoltre, non
avrebbe potuto studiare con la necessaria concentrazione se avesse saputo che suo padre era in miseria.
Il padre,  vero, si poteva considerare un fallito; ma, purch non gli si facesse pesare troppo la sua
inettitudine, non avrebbe dato il minimo fastidio. Non era un uomo cattivo, bisognava compatirlo,
come tutti coloro che si affidano alle proprie gambe, e non alla propria testa, e se ne vanno a spasso
impettiti, anzich leggere dei libri ponderosi.
La signora era venuta in casa una volta soltanto: il pa-dre di Thomas la stava aspettando seduto
sul sof, davanti al suo Giorgione. Lei contempl a lungo il quadro e si compliment con lui, ed egli
ebbe la spudoratezza di tacere che si trattava soltanto di una copia. Il quadro era cos bello, disse la
signora, che lei sarebbe stata felice di rilevarlo - disse rilevarlo, non comprarlo, era una persona
estremamente delicata -, ma suo padre divent sgarbato e dichiar:  Questo quadro non  in vendita. 
la mia opera migliore e non intendo separarmene . Lei si spavent e gli fece le sue scuse. Non voleva
essere indiscreta, era pi che naturale che egli conservasse presso di s la sua opera migliore, al fine, se
non altro, di trarne ispirazione per altre opere. A Thomas, che era nella stanza, seduto nella sua
carrozzella, era venuta una gran voglia di interrompere quel colloquio gridando:  Non le piacerebbe
vedere gli altri quadri? , oppure:   gi stata al Kunsthistorisches Museum? . Quando cera di
mezzo limpudenza di suo padre (cos la chiamava Thomas), di solito non lo teneva pi nessuno. Ma
quel giorno era stato zitto. La signora non osava guardarlo fisso in faccia, ma aveva visto,
naturalmente, che sul cuscino accanto a lui cera un pesante libro di filosofia, e Thomas le avrebbe
mostrato volentieri come se la cavava bene nella lettura. Aveva pensato di leggere in sua presenza
unintera pagina ad alta voce, in modo da darle la certezza che nessuno voleva imbrogliarla. Ma la
signora era troppo delicata, e forse aveva anche paura della sua lingua - parecchie persone avevano
paura di vederlo leggere con la lingua -, sicch si limit a guardarlo con grande gentilezza e chiese a
suo padre se pensava di riuscire a cavarsela con 400 scellini al mese; e, aggiunse ancora, se quella cifra
non bastava, potevano dirlo tranquillamente. Il padre scosse la testa e disse di no, quella cifra era
sufficiente, ma la questione era unaltra : per quanto tempo avrebbe potuto contarci? Gli studi del figlio
potevano durare a lungo.
 Per tutto il tempo che sar necessario. Di questo non deve preoccuparsi  disse la signora. 
Se per lei va bene, cominciamo a fissare un periodo di dodici anni. In modo che suo figlio non si senta
assillato. Forse gli verr voglia di cominciare a scrivere il suo libro. Ci si aspetta molto da lui, da tutte
le parti sento dire un gran bene delle sue capacit intellettuali. Se poi avr voglia di andare avanti con il
suo libro, potremo sempre prolungare il periodo di quattro o cinque anni .
Il padre, invece di cadere in ginocchio davanti a quella donna ringraziandola per la fiducia che
riponeva in suo figlio, si limit a lisciarsi la barba e a dire:  Credo di potermi dichiarare daccordo, a
nome di mio figlio . La signora lo ringrazi con calore, sembrava quasi che lui le avesse salvato la
vita, e disse al padre di Thomas, che non faceva mai niente:  Lei avr certo molto da fare. Non voglio
trattenerla oltre . Poi fece a Thomas un cenno gentile. Andando verso la porta doveva passare molto
vicino alla sua carrozzella, e cos aggiunse:  Lei mi d una grande gioia. Ma temo che il suo libro non
riuscir a capirlo. Non sono portata per la filosofia . E se ne and. Da allora, il primo di ogni mese,
erano arrivati puntualmente 400 scellini da parte sua. Erano gi passati otto anni, da quel giorno, e non
se nera dimenticata nemmeno una volta.
Mi sembrava di non aver mai udito una storia cos bella. Thomas si era assunto un unico
impegno: continuare a leggere. Ma questo lavrebbe fatto comunque, non cera niente che gli piacesse
di pi. Pensavano, certo, che si sarebbe laureato, se solo fosse stato materialmente possibile. Ma su
questo la signora non aveva detto neanche una parola. Probabilmente sapeva che cerano delle
difficolt. Dove, per esempio, avrebbe potuto sostenere gli esami, quando fosse venuto il momento?
Sua madre avrebbe dovuto portarlo in carrozzella fino alluniversit, oppure i professori che venivano a
fargli lezione (erano parecchi) speravano, dato il caso particolare, di ottenere per lui lautorizzazione a
essere esaminato in casa? In fondo tutto il suo studio si svolgeva in casa, oppure, nei giorni di sole,
allaperto, nella Erzbischofgasse.
Thomas fece il nome di un secondo docente che veniva fin lass apposta per lui; gli dava
lezioni di economia politica, era il segretario della Camera del Lavoro, Benedikt Kautsky, uno dei figli
del famoso Karl Kautsky. Thomas trovava divertente che i suoi insegnanti di maggior spicco, due
persone di indubbio valore, fossero entrambi figli di padri ancora pi famosi. Il padre di Heinrich
Gomperz era Theodor Gomperz, il filologo classico; la sua opera in pi volumi sui Pensatori greci era
stata persino tradotta in inglese; nella vecchia Austria era stato eletto senatore e veniva considerato un
autorevole portavoce del partito liberale.  Da me sono rappresentati tutti i partiti  diceva Thomas. 
Io mi riservo la libert di pensare con la mia testa e non sono legato a nessuno .
Al padre lessere entrato in scena davanti al suo Gior-gione era bastato, e subito dopo fu messo
in secondo piano, il che corrispondeva ai rapporti effettivamente esistenti in quella famiglia. Di tanto in
tanto lo vedevo, quando entravo nella casa di Thomas; ma spesso era fuori, a passeggio allaria aperta,
era un residuo del suo antico amore per la natura. Tuttavia non mi sembrava possibile che fosse sempre
a spasso; dove altro andasse, tuttavia, non lo so proprio. Nei caff non lo si vedeva mai, e in realt
suppongo che, nonostante le affermazioni del figlio, che non gliene passava una liscia, da qualche parte
andasse a lavorare. A casa, per combinazione, lo si trovava sempre seduto davanti ai Tre filosofi; uno si
abituava a vedere la sua testa aggiunta alle altre tre, accanto alle quali non faceva poi una cattiva figura.
Con il tempo brutto, quando bisognava entrare in casa, e cera anche il padre di Thomas, si passava
davanti alle quattro teste del soggiorno per raggiungere, sul retro, la camera da letto dei genitori, dove
Thomas veniva spinto in carrozzella da sua madre; l si restava soli con lui, e si poteva parlare
indisturbati, come se in casa non ci fosse nessuno.
La madre era talmente dedita a lui che neanche si notava il suo sguardo, o solo assai di rado. I
suoi occhi erano sempre puntati su Thomas o su qualcosa che lei gli stava portando, a volte gli versava
in bocca la medicina, a volte gli dava da mangiare imboccandolo. Thomas era di buon appetito, e la
madre cucinava soltanto per lui; quel che mangiavano gli altri era del tutto secondario. Ma Thomas non
lodava mai quello che mangiava; spregiare una cosa ordinaria come il cibo si addiceva a un filosofo.
Per manifestare il suo disprezzo, Thomas si era abituato a fare una certa smorfia, che sempre ti
spaventava un poco, perch la interpretavi come diretta a te, anche se venivi a sapere che riguardava
tuttaltro. Il gioco tra le sopracciglia, le narici e gli angoli della bocca era simile a quello di una
maschera orientale, che pure egli non poteva conoscere. Una volta Thomas mi confess che aveva
studiato la mimica della sua espressione di disprezzo e, quando gli raccontai, fra il serio e il faceto,
come mi avesse colpito la seguente frase di Leibniz, tratta da una delle sue lettere:  Je ne mprise
presque rien , egli and in collera e sbuff contro il volume di Leibniz posato sul suo cuscino:  Vuol
dire che Leibniz ha mentito! . Non gli piaceva che lo si stesse a guardare durante l imboccamento ,
come lui lo chiamava. Se per ogni tanto capitava di esser l, Thomas riusciva a mantenere sul viso
quella sua espressione di disprezzo per tutto il tempo necessario alloperazione. Poi respingeva gli
ultimi due o tre bocconi che restavano sul piatto e diceva alla madre, in tono piuttosto sgarbato:  Porta
via questa roba! Non la voglio pi vedere! .
Lei non lo contraddiceva mai. Non insisteva mai perch lui facesse qualcosa. Eseguiva in
silenzio ciascuna delle sue disposizioni, a volte cos sbrigative e imperiose da suonare come ordini.
Mentre svolgeva il suo compito, gli occhi infossati della madre sembravano non guardare, se fosse stata
cieca avrebbe potuto fare ogni cosa altrettanto bene; eppure in realt non le sfuggiva il pi piccolo
cenno di Thomas, n di chiunque altro, quando quel cenno si riferiva a suo figlio. Cerano persone che
le piacevano, perch vederle faceva bene a Thomas, e persone che odiava, perch lo deprimevano.
Quando uno se ne andava, lei guardava in che stato danimo era Thomas e, non appena si accorgeva
che qualcuno era riuscito ad accrescere la sua fiducia in se stesso, subito costui diventava uno dei
visitatori pi graditi, un suo beniamino. Odiava soprattutto chi parlava a Thomas di viaggi o di attivit
sportive. Cera gente che era indotta a parlarne proprio a causa dello stato di Thomas, gente che alla sua
vista si sentiva a tal punto stringere il cuore da provare il desiderio di parlare di tutto ci che nella
propria vita era il pi possibile lontano da quella condizione. Quando queste persone cercavano una
giustificazione - ammesso che la cercassero - a questa loro crudelt, dicevano a se stessi che farlo
partecipare proprio a quelle cose che pi gli mancavano poteva essere un buon modo di  svagarlo .
Thomas li stava a sentire respirando pesantemente, e spesso scoppiava in una breve risata, il che li
incoraggiava a continuare.
Uno studente che andava a trovarlo tutte le settimane  per compiere una buona azione  gli
raccont un giorno con toni drammatici come avesse vinto una corsa a ostacoli. Non gli risparmi un
solo particolare, e Thomas, quando mi rifer questo episodio molti anni dopo, li aveva ancora tutti in
mente. Quando il matador se ne fu andato, Thomas fu preso da una tale disperazione che non voleva
pi vivere. Il termometro con cui gli era stata misurata la temperatura era ancora appoggiato sul
cuscino, Thomas riusc a prenderlo con la lingua, se lo mise in bocca, lo mastic fino a ridurlo in
minutissimi frammenti, che ingoi insieme al mercurio. Ma non gli accadde nulla, lo portarono subito
allospedale, e il suo intestino, straordinariamente robusto, gli gioc un brutto scherzo: non solo rest in
vita, ma non ebbe neanche un dolore.
Fu il suo primo tentativo di suicidio. Nel corso degli anni ne fece altri due. Dato che con le
braccia e le mani non poteva far nulla, ogni tentativo richiedeva una rapidit e una risolutezza
assolutamente straordinarie. La seconda volta spezz coi denti un bicchiere e ne inghiott le schegge.
La terza volta mangi un giornale intero. Con lacrime di rabbia confess, concludendo il suo racconto,
che n luna n laltra volta gli era accaduto nulla, proprio nulla.  Sono lunico essere umano che non
si pu ammazzare . Di alcune delle sue peculiarit era fiero, ma non di quella. Non trovavo che in
fondo, data la sua situazione, non ci aveva neanche provato troppo spesso?
Passi falsi
Con Marek parlavo della massa senza alcun ritegno, ed egli aveva un modo di ascoltarmi
diverso dagli altri. Dopo Fredl Waldingr, fu Thomas la seconda persona con la quale intavolai
sullargomento lunghe conversazioni. Egli non aveva latteggiamento ironico che a Fredl derivava da
una conoscenza del buddhismo sostanziata da una ricca e complessa cultura. Quando parlavo con Fredl
della massa - soprattutto nei primi anni - mi sembrava quasi di essere un barbaro, che ripeteva sempre
le stesse cose, mentre il mio interlocutore era in grado di contestare le mie argomentazioni con
ragionamenti complicati e puntuali che spesso mi colpivano. Ma soprattutto il punto di partenza di
Buddha - il significato di fenomeni come la malattia, la vecchiaia e la morte - mi induceva a riflettere :
gi allora tutto ci che riguardava la morte era per me pi importante della massa.
Invece quando dicevo a Thomas qualcosa sulla massa, avvertivo un tipo di reazione
completamente diversa, che allinizio mi sorprese. Egli riferiva a se stesso la descrizione del processo
che per me era diventato il mistero di tutti i misteri, la dissoluzione del singolo nella massa, ed
esprimeva il dubbio di poter mai diventare parte di una massa. Una volta aveva pregato la madre di
portarlo con s alla sfilata del Primo Maggio, e lei, controvoglia - ma Thomas aveva tenuto duro -,
laveva spinto nella sua carrozzella per la lunga strada che portava in citt. Tuttavia, quando fece per
unirsi alla sfilata, fu costretta ad entrare in un gruppo di invalidi che erano venuti in carrozzella per
partecipare alla manifestazione. Thomas protest, grid con quanto fiato aveva in corpo che voleva
rimanere in mezzo agli altri, ma nessuno gli diede retta. Non si poteva, lui non era in grado di sfilare
insieme agli altri, dissero, avrebbe solo rallentato il corteo, no, no, gli handicappati dovevano andare
tutti insieme alla stessa velocit, anche da vedere era meglio cos, non era mica lunico, ce nerano tanti
altri, cerano tutti gli invalidi di guerra.
Ma lui non era un invalido di guerra, aveva gridato Thomas con rabbia, era uno studente
universitario, della facolt di filosofia. Doveva sfilare dietro la Legione Accademica, costituita dagli
studenti socialisti militanti; i simpatizzanti marciavano sempre dietro gli studenti della Legione, e
anche lui voleva essere l, insieme ai suoi compagni di universit, altrimenti la cosa non lo interessava
affatto. Ma gli organizzatori del corteo non cedettero; dovevano badare allordine, dissero; e cos lo
infilarono senza misericordia fra gli invalidi di guerra, tutti nelle loro carrozzine, alcune delle quali
potevano muoversi da sole, mentre altre, come appunto la sua, erano spinte a mano.
Per tutto il tempo della sfilata, a Thomas sembr di subire una violenza. Si trovava allestremit
della fila, e gli spettatori che facevano ala potevano vederlo particolarmente bene; per fortuna per non
capivano quel che egli cercava di dire, con quella voce che era un soffio;  Questo non  il posto per
me! Io non sono invalido di guerra! . Era lultima cosa che avrebbe voluto essere. Lui in guerra non
cera mai stato. Non aveva ammazzato nessuno. E faceva sul serio quando diceva che mai e poi mai ci
sarebbe andato. Gli altri ci erano andati tutti quanti, per pura vigliaccheria, e per castigo erano stati
feriti, feriti gravemente. Molti erano andati in guerra perfino con entusiasmo. Ma gli era passato presto.
Adesso sfilavano tutti insieme, dietro quegli striscioni giganteschi sui quali era scritto:  Mai pi
guerre! . Oh, certo che no, loro alla guerra non ci sarebbero andati mai pi, tanto non potevano;
almeno, per, non mentivano; tutti gli altri, invece, quelli che camminavano con le proprie gambe,
sarebbero corsi alla guerra di nuovo, come tante pecore, dimenticando le belle parole dordine del
Primo Maggio. Thomas parlava di quella manifestazione con odio profondo. Era proprio come
nellesercito. Tutti gli sciancati insieme, in una compagnia a s. Egli era dellidea che ognuno dovesse
sfilare dove pi gli piaceva; contro la divisione per quartieri non aveva nulla, e neppure contro quella
per fabbriche; ma la divisione fra sani e storpi era una vergogna; ed egli non ci and mai pi.
Gli domandai se non poteva immaginare una situazione diversa, nella quale egli fosse ben
disposto a dissolversi nella massa. In fondo, da principio anche lui si era sentito attratto dalla sfilata del
Primo Maggio, altrimenti non avrebbe insistito tanto con la madre perch esaudisse il suo desiderio.
Lei, infatti, aveva ceduto di malavoglia, forse si figurava gi quel che sarebbe accaduto. Ma cerano
altre occasioni nelle quali la capacit di muoversi non aveva importanza, riunioni al chiuso, per
esempio. Possibile che non avesse mai vissuto qualcosa del genere, e con un certo piacere? Ero sicuro
che si era gi trovato in un simile frangente. Gi il modo in cui parlava della guerra, dissi, costituiva per
me una prova che egli aveva ascoltato dei discorsi contro la guerra, e in particolare che li aveva
ascoltati in quello stato di eccitazione nel quale ci si trova quando si  in mezzo a molte altre persone.
Unespressione scettica si dipinse sul viso di Thomas. Se aveva capito bene le mie parole, di
quellesperienza faceva parte integrante un sentimento di uguaglianza, che era esattamente ci che lui
non conosceva. Lavevo mai visto il giornale per storpi, pubblicato dallAssociazione degli storpi? No?
Ebbene, egli avrebbe pregato sua madre di mettermi da parte un numero del giornale per storpi, in
modo da mostrarmelo la prossima volta. Quegli storpi - usava la parola cos spesso per sottolineare che
non si sentiva affatto uno di loro -, quegli storpi tenevano le loro assemblee, che venivano annunciate
sul giornale. Una volta ci si era fatto portare, per vedere che roba era. Ma non ce nera nessuno in
carrozzella, tutti sedevano in fila sulle loro sedie, mentre un tipo senza un braccio, l davanti, stava
seduto sul podio e cercava di mantenere lordine. Sua madre aveva messo la carrozzella da un lato,
piuttosto avanti, in modo che si sentissero le sue interruzioni, perch lui era deciso a non fargliene
passare una liscia, a quegli storpi.
Il livello di quelle assemblee non potevo immaginarmelo, disse. Le persone l riunite si
consideravano una specie di sindacato e si comportavano di conseguenza. Parlavano sempre e soltanto
di diritti da conquistare, denunciando - con lagne insopportabili - la tristezza delle loro condizioni.
Eppure era tutta gente a cui mancava soltanto un braccio o un occhio. Qualcuno aveva una gamba di
legno, qualcun altro la testa ciondolante, e non ce n'era uno che non fosse brutto; tutti li aveva passati in
rassegna, fila per fila, alla ricerca di un viso intelligente, ma aveva constatato che non cera una sola
persona con cui poter intavolare una discussione filosofica. Avrebbe potuto scommettere che nemmeno
uno dei quattro o cinquecento individui presenti in quella sala aveva mai udito in vita sua il nome di
Leibniz. Tutto quel che si sentiva erano richieste di aumento della pensione; unassemblea di
pensionati, ecco che cosera. Ogni volta che saltava fuori unaltra richiesta del genere, lui si
intrometteva gridando. Avevano ottenuto abbastanza, se la passavano fin troppo bene, ma che cosa
volevano, insomma? Tutti quegli individui erano venuti alla riunione camminando con le proprie
gambe, e avevano ancora limpudenza di lamentarsi! Lui, comunque, aveva disturbato la riunione il pi
possibile, le sue interruzioni erano assai pi forti di quanto io potessi immaginare; non era sicuro di
esser sempre stato capito, ma parecchie volte certamente s, perch quelli si erano arrabbiati e alla fine
erano proprio furibondi. Ecco dovera finita la libert di parola di cui andavano tanto orgogliosi! Il
presidente con un braccio solo lo preg di non disturbare, cerano altre persone in sala che volevano
prendere la parola. Ma lui non ce la faceva proprio ad ascoltare quelle scemenze, e continu a
disturbare sempre pi, finch il monco lo preg di lasciare la sala!
 E come faccio?  aveva risposto Thomas.  Me lo spiega lei come devo fare? . Il monco
aveva avuto la sfacciataggine di dirgli :  Se ha trovato il modo per arrivare fin qui, trover certo anche
il modo per uscirne! . Voleva dire che sua madre doveva spingerlo fuori, e lei, purtroppo, lo fece, dato
che si era messa paura. Lui, invece, sarebbe rimasto volentieri, per vedere che cosa quella gente gli
avrebbe fatto. Forse quegli individui, che potevano camminare, non si sarebbero fatti scrupolo di
scagliarsi addosso a lui, e di colpirlo, proprio lui, un essere totalmente indifeso. Che ne pensavo io,
lavrebbero fatto? Sarebbe valsa la pena di aspettare e di fare la prova. Lui non aveva avuto paura. Gli
avrebbe sputato in faccia, e avrebbe urlato:  Canaglie! . Ma sua madre non era il tipo da affrontare
situazioni di quel genere. Tremava sempre per lui, il suo piccolo tesoro. In realt lo trattava come un
bimbo in fasce, e lui era talmente bisognoso del suo aiuto che non poteva farci niente. In complesso,
del resto, sua madre faceva quel che voleva lui.
Adesso, per, io dovevo dirgli se quella era stata un esperienza della massa. Lui non si era
affatto sentito uguale. Quelli pensavano, tutti quanti, che lui stesse molto peggio di loro; eppure era
gente che leggeva il giornale per storpi, e nientaltro. Dunque stavano molto peggio di lui : ecco perch
gli si erano avventati contro per una cosa da nulla. A ripensarci retrospettivamente, non poteva fare a
meno di dire che erano invidiosi di lui; forse gli si leggeva in faccia che si stava preparando per il
dottorato in filosofia.
Sulla massa Thomas non aveva altro da aggiungere; e io cominciai a rendermi conto di quanto
ero stato privo di tatto con i miei discorsi sulla massa. Come avevo potuto parlare davanti a lui della
densit e dell'uguaglianza allinterno della massa? Quale uguaglianza poteva mai esistere per Thomas?
E quanto poteva essere fitta la gente attorno a lui, che se ne stava sempre in carrozzella? Per Thomas
era una questione di vita o di morte riuscire a trasformare la sua dolorosa e irrevocabile diversit in
qualche cosa di cui poter essere fiero. Per questo aveva imparato a leggere con la lingua, per questo si
dava da fare con libri ponderosi, che solo pochi eletti potevano conoscere; bench insistesse tanto sul
fatto di essere uno studente, anche questa era solo una condizione provvisoria, in realt lui voleva
essere considerato un filosofo, voleva scrivere delle opere cos vigorose e originali che anche su di lui,
un giorno - come su Spinoza, Leibniz e Kant - si scrivessero libri ponderosi. Quella era lunica
compagnia che gli interessava, il suo posto era tra i filosofi; e, pur non essendo ancora arrivato a
tanto, solo nei momenti di estrema umiliazione e mortificazione Thomas dubitava che un giorno
sarebbe stato veramente accolto in quella schiera.
Non avevo mai conosciuto unambizione cos bruciante, e mi piaceva, pur non sapendo su che
cosa si basasse. Infatti le cose che Thomas aveva dettato alla madre sino a quel momento, pensieri
isolati e spunti per unautobiografia, non mi avrebbero affatto colpito se non avessi conosciuto le
condizioni di vita del loro autore. Thomas non aveva ancora uno stile personale, la lingua delle pagine
che aveva dettato era incolore e cartacea, tutto ci che egli mi raccontava nelle lunghe ore che
passavamo insieme era assai pi interessante; anzi, laspetto che pi mi colpiva era questo: nel corso
della conversazione, quei racconti salivano di tono e diventavano interessanti. Thomas not ben presto
che non avevo una grande opinione dei suoi frammenti e disse che a quelle cose non attribuiva alcun
valore : innanzitutto le aveva dettate parecchi anni prima, quando non aveva ancora imparato a pensare;
inoltre - e qui si riferiva ai brani autobiografici - erano pensieri lamentosi e sentimentali. I suoi veri,
duri pensieri non poteva certo dettarli a sua madre, che ne avrebbe fatto una malattia. Per quei dettati
avrebbe avuto bisogno di un amico degno di lui, una persona come me; e, comunque, non era ancora il
momento. La sua idea della gloria e dellimmortalit mi piaceva a tal punto che gli credetti. Decisi di
credergli, mettendo a tacere i miei dubbi, che per non cessarono mai del tutto.
Thomas mi diceva tutto, in vita mia non avevo mai incontrato una persona che mi parlasse cos
apertamente. Di molti fatti che prima mi sembravano ovvi, e ai quali perci non pensavo mai, acquistai
coscienza soltanto grazie a Thomas. Alle cose del mio fisico avevo sempre badato poco; il mio corpo
non significava nulla per me; era l, mi serviva, lo prendevo cos comera. A scuola le materie in cui il
corpo acquista per cos dire una sua autonomia, la ginnastica per esempio, mi annoiavano in modo
indicibile. Perch correre, se non avevo fretta, perch saltare in alto, se non dovevo salvare la pelle,
perch misurarmi con i miei compagni, se nessuno di loro partiva dai miei stessi presupposti - non
aveva cio la mia forza o la mia debolezza? Facendo ginnastica non si imparava mai nulla di nuovo, si
ripetevano continuamente gli stessi esercizi, si stava sempre nella stessa area, che sapeva di segatura e
di sudore - le passeggiate allaperto erano gi unaltra cosa, almeno si conoscevano posti nuovi, nuovi
paesaggi, niente si ripeteva.
Ma ora mi resi conto che proprio le attivit che mi annoiavano di pi interessavano a Thomas
sopra ogni altra cosa. Continuava a domandarmi quale sensazione si prova a saltare in alto; ma neppure
il salto in lungo era da disprezzare, n la capriola o la corsa dei cento metri. Io cercavo di descrivergli
quei movimenti in modo da dargli soddisfazione e senza fargli sentire troppo acutamente il rammarico
di non poterli eseguire. Le mie descrizioni, per, non gli bastavano mai. Ogni volta ammutoliva, stava
zitto per parecchio tempo, e poi, perlopi la volta dopo, tirava fuori altre domande, dalle quali si capiva
che voleva da me informazioni assai pi dettagliate. A volte Thomas mi rimproverava il mio modo
sommario di raccontargli quei fatti. Quellaria di sufficienza non era da me, gli facevo leffetto di un
uomo con la pancia piena che parla di cibo con un affamato e cerca di dimostrargli che non val proprio
la pena di mangiare. Cos Thomas mi costrinse a dedicare maggiore attenzione alle cose del corpo. Mi
capit, improvvisamente, di sorprendermi, camminando, a pensare al camminare, e soprattutto,
cadendo, a pensare al cadere. Avevo sempre la sensazione che raccontare a Thomas i propri scacchi
fosse importante e utile per lui; e, anche se egli non lo ammetteva mai, sentivo quanto fosse felice
quando gli riferivo, in tono pieno di vergogna, che ancora una volta, cadendo, mi ero coperto di
ridicolo.
A scuola ero stato davvero un pessimo allievo in ginnastica, perci, per quel che riguardava il
passato, non avevo bisogno di inventarmi niente: bastava che ricordassi alcuni episodi, ai quali
altrimenti non avrei ripensato volentieri. Per il presente, invece, mi abituai a inciampare pi spesso
durante le mie passeggiate e, cadendo, a sbucciarmi ora un ginocchio ora le mani, in modo da poterli
mostrare a Thomas durante le mie visite. Non ne parlavo subito, ma tenevo nascosta la mano colpita,
come se me ne vergognassi. Thomas si divertiva a quel gioco, mi osservava con attenzione e alla fine
diceva :  Che coshai a quella mano? .  Niente, niente .  Fa vedere! . Io mi schermivo un poco,
poi la tiravo fuori e vedevo come lui gioiva della mia inettitudine.  Ancora! Sei caduto unaltra volta!
. Si ricord di Talete, il filosofo ionico che ammirava le stelle anzich guardare per terra davanti a s,
e cos era caduto in un pozzo.  Da oggi in poi ti chiamer Talete! Su, va in casa a lavarti il sangue! Ci
troverai mia madre . Il sangue non era gran cosa, ma gli faceva bene far sapere anche a sua madre
quanto io fossi maldestro; perci entravo in casa e lei insisteva per lavarmi la ferita.
Quando addirittura inciampavo e cadevo camminando verso di lui, a pochi passi dalla sua
carrozzella, il giubilo di Thomas non aveva pi fine. Certo, non capitava spesso, perch non volevo
insospettirlo. Comunque avevo imparato a cadere in modo molto credibile; Thomas mi prendeva in
giro, e un giorno mi consigli perfino di scrivere un saggio sull arte del cadere  : unopera del
genere non esisteva ancora. Thomas non sospettava di dirmi una cosa assai vicina alla verit; io, infatti,
per accrescere la sua stima in se stesso, ero diventato un ver artista delle cadute. Per fortuna, anzi, gi
prima di conoscerlo, avevo preparato il terreno in questo senso. Per tre anni ci eravamo osservati a
vicenda, prima di rivolgerci la parola, ed io ero rimasto talmente affascinato da lui che sul serio non
facevo attenzione a dove mettevo i piedi; una volta, infatti, vicinissimo a Thomas, ero inciampato
malamente finendo a terra lungo disteso. Quella caduta gli aveva fatto una grande impressione, ne
aveva preso mentalmente nota, e quando poi di proposito riesumai e continuai la tradizione del cadere,
egli fu in grado di ricordarmela in tutti i particolari.
Io credo che Thomas mi serr nel suo cuore a causa dei passi falsi che inscenavo per amor suo.
Ma anche le nostre discussioni erano importanti per lui, perch anche l facevo in modo di commettere
dei passi falsi. Limpresa era tuttaltro che facile: per nulla al mondo avrei voluto rinunciare alle nostre
discussioni e, per averne il diritto e guadagnarmi la sua fiducia, dovevo fargli capire di aver letto a
fondo un certo numero di libri. Ma ogni tanto, non troppo spesso, facevo finta di non aver letto
unimportante opera scientifica che lui conosceva bene, magari il testo fondamentale di un grande
filosofo. Il gioco non era privo di pericoli: se davo a intendere di conoscere soltanto dai riassunti
unopera che Thomas conosceva a menadito per averla studiata sul testo originale, dovevo poi
rinunciare a molti argomenti che, durante la discussione, mi salivano alle labbra anche troppo
facilmente. Quando, durante una discussione, ero riuscito a evitare determinate citazioni, diventavo
audace, e addirittura avevo limpudenza di commettere un errore madornale: attribuivo a Spinoza una
frase di Descartes, e poi, insistendo sul mio punto, lasciavo a Thomas il tempo di mettere in azione i
suoi calibri pi grossi, lo osservavo con simulata apprensione diventare sempre pi baldanzoso e, alla
fine, quando la mia causa sembrava irrimediabilmente perduta, assumevo unespressione cos afflitta e
vergognosa che Thomas ritrovava la sua magnanimit e addirittura doveva consolarmi. Arrivato a
questo punto, sapevo che il tiro era riuscito e che Thomas aveva acquistato e stava assaporando un
sentimento di superiorit nei miei confronti, senza tuttavia disprezzarmi troppo, perch nella
discussione precedente non me lero cavata male. Ero infinitamente felice quando trovavo la forza di
congedarmi da lui subito dopo che il suo sapere aveva trionfato sul mio; e ancora oggi poche cose mi
rallegrano come tornare col pensiero a uno di quei momenti.
Ma Thomas non soltanto mi superava in storia della filosofa, che dopo tutto era il suo campo di
studio pi specifico. Avevo la sensazione che egli non mancasse di una certa esperienza anche in un
altro campo assai importante. Allinizio ne aveva parlato con un certo ritegno, forse per non
spaventarmi. Ma forse voleva prima capire fino a che punto poteva spingersi, perch mi riteneva
estremamente pudico. Avevo sempre sotto gli occhi la sua totale inermit; quando riceveva da
mangiare o da bere, ci che talora avveniva in mia presenza, potevo constatare la sua incapacit di
avvicinare da solo al suo corpo qualsiasi cosa. Thomas faceva attenzione che io non fossi mai nelle
vicinanze quando doveva provvedere alle sue evacuazioni; se il bisogno era urgente, mi mandava via
senza tante cerimonie, e chiamava sua madre quando gi mi ero allontanato di qualche passo. Dopo non
dovevo ritornare, potevo rivederlo solo il giorno successivo. Qui il pudico era lui, e questo mi piaceva.
Quale non fu il mio stupore, dunque, quando una volta Thomas mi disse chiaro e tondo che il giorno
prima era venuta  la ragazza . Era carina e stupida, serviva a una cosa sola, dopo unora, infatti, lui la
mandava via. Si era sbagliato sul suo modo di camminare, e aveva voglia di sostituirla con unaltra.
Sembrava che disponesse di uno stuolo di ragazze delle quali potesse servirsi a suo piacimento. Io
rimasi senza parole, e Thomas, rendendosi conto del mio imbarazzo, mi diede sullargomento maggiori
ragguagli.
Una volta non aveva la ragazza; doveva anche quella conquista al professor Gomperz.
Desiderava terribilmente avere una donna, e spesso si sentiva cos infelice, per quella ragione, che
perdeva completamente la voglia di studiare. Non toccava i libri per giorni e giorni, la lingua gli si
atrofizzava non avendo pi niente da fare, ed egli prendeva in giro ferocemente la sorella, per via dei
suoi spasimanti, tanto che lei scoppiava in lacrime e se ne andava di casa. Il professor Gomperz, che
durante lora di lezione non riusciva a combinare niente con lui, una volta gli domand che cosera
successo, e Thomas gli disse apertamente che aveva bisogno di una donna. Doveva ad ogni costo avere
una donna, altrimenti non avrebbe pi potuto studiare. Il professor Gomperz sinfil il dito mignolo
nellorecchio, un suo tipico gesto nelle situazioni difficili, e promise di trovare un rimedio.
And in un caff di una piccola traversa della Krntnerstrasse, notoriamente frequentato da
varie ragazze, e si sedette, da solo, a un tavolo rotondo. Non era mai stato in un locale simile. Inforc
un paio di occhiali scuri per non farsi riconoscere: dopo tutto era un professore universitario, oltre che
un uomo piuttosto anziano. Seduto a quel tavolo con addosso la sua pellegrina di loden - non la
toglieva mai, figurarsi poi in un posto simile -, era alto e diritto come un piolo. Non rest solo a lungo;
tre ragazze si sedettero al suo tavolo, sia pure senza molte speranze, perch aveva laria di una persona
capitata in quel locale per sbaglio. Ma lui non fu affatto spocchioso, e anzi rivolse per primo la parola
alle ragazze, spiegando, nel suo tono lento, disteso ed energico, di che cosa si trattava. Aveva un
giovane amico, che era paralizzato, e cercava una ragazza per lui. Non era un malato ripugnante, e la
sua infermit non era fastidiosa a vedersi; aveva, al contrario, capelli straordinariamente folti e occhi
stupendi. Era un giovane sensibilissimo, e da solo non poteva far nulla, neppure portarsi il cibo alla
bocca; ma era una persona delicata e di grande talento, per la quale era giusto fare qualsiasi cosa. Era
venuto l per cercare una ragazza giovane, fresca e sana che andasse a trovarlo su a Hacking una volta
alla settimana, di giorno, nel pomeriggio. Egli stesso, il professore, avrebbe provveduto al pagamento.
Quando avessero convenuto il prezzo, il denaro sarebbe sempre stato pronto sul cassettone della
camera da letto. Prima di andarsene, la ragazza non doveva far altro che ritirare il denaro dal
cassettone, ma solo se tutto era andato bene, la condizione era questa.
Tutte e tre le ragazze, a quanto si vide, sarebbero venute volentieri, dopo essersi assicurate
ancora una volta che il giovane paralitico non aveva nessunaltra malattia. Vollero anche sapere come
si chiamava, e trovarono simpatico sia il nome che il cognome. Anche una loro amica, che lavorava nel
locale, si chiamava Marek. Pregarono dunque il professor Gomperz di scegliere fra loro, che erano tutte
ben disposte, quella che pi gli piaceva per il suo amico  Thomas  - lavevano chiamato subito cos.
Per un puro caso erano tutte e tre graziose, ciascuna a modo suo. La scelta del professore non era stata
facile, e in seguito, raccontando a Thomas la propria avventura, il professor Gomperz laveva
denominata  il suo giudizio di Paride .
Ma quando la ragazza era venuta su per la prima volta, il professore non si era fatto trovare: la
presenza della sua barba grigia - cos aveva detto - avrebbe certo guastato il piacere alla giovane
coppia. La ragazza era stata affettuosa e zelante, e Thomas aveva avuto lesperienza che tanto aveva
desiderato. Era davvero fuori di s dalla gioia, sicch, nella sua esaltazione, si era dimenticato di
ricordare alla ragazza il denaro sul com. E anche lei era talmente presa dal suo nuovo compito che non
aveva n visto n chiesto i soldi, e anzi aveva promesso di sua spontanea volont di tornare il sabato
della settimana successiva, alle tre di pomeriggio. Da allora era ritornata puntualmente, senza saltare un
solo sabato. Thomas doveva sempre ricordarle di prendere i soldi della volta precedente. E lei li
prendeva; ma dopo essere stata con lui non li prendeva mai; quando Thomas la esortava a farlo, la sua
risposta era:  No, cos non lo voglio! Da te non vengo per questo! , e doveva passare una settimana
intera prima che lei si decidesse a prendere dal com il suo compenso che, dopo tutto, era stato pattuito.
La cosa and avanti per pi di sei mesi, e ogni volta Thomas le ricordava di prendere i soldi.
Dentro di s, per, desiderava che li lasciasse stare, e lo desiderava a tal punto che sempre escogitava
un nuovo modo di affrontare largomento.  Qualcuno deve aver rovesciato il suo borsellino sul
cassettone,  diceva  ti dispiacerebbe raccogliere il denaro?; oppure: Non capisco perch mai
continuino a lasciare i loro soldi in camera mia!  una cosa che non posso soffrire! Sono forse un
mendicante? . Doveva dirlo subito, appena la ragazza arrivava, perch dopo non cera pi verso di
farglieli prendere. Ogni sabato, quando Thomas avrebbe voluto rallegrarsi al pensiero che lei stava per
arrivare, tutto a un tratto gli veniva in mente quella stupida faccenda dei soldi, e non poteva fare a
meno di escogitare qualche nuova trovata. Unaltra cosa che lo offendeva era il legame col professore,
come se, dopo mesi e mesi, fosse ancora Gomperz a mandare avanti la cosa. Quando era di cattivo
umore, e voleva fare un dispetto alla ragazza, diceva:  Ti porto i saluti del tuo amico, il professore  ;
oppure :  Il professore si  fatto di nuovo vivo con te, nel tuo locale? . Lei era una ragazza semplice,
e siccome non voleva vederlo arrabbiato, faceva sempre quello che lui chiedeva. Thomas, ostinato, non
mollava, e la ragazza, prima di aver fatto ci che lui ogni volta le ricordava, non si azzardava neppure
ad avvicinarsi. Avrebbe anche desiderato portargli su qualche cosa; ma, quando aveva cercato di fargli
un piccolo regalo, le era sempre andata male.  Il tuo regalo  l  diceva bruscamente Thomas,
accennando con la testa in direzione del com.  Qui lunico che fa regali  il professore .
Se la ragazza avesse capito il vero desiderio di Thomas, tutto sarebbe andato avanti benissimo;
ma lorgoglio di lui era grande, non gli dava pace, per questo la costringeva a prendere controvoglia
quei soldi; accadde cos che la sconfinata riconoscenza di un tempo si tramut in rancore. Ogni tanto,
durante la settimana, Thomas di colpo pensava a lei con odio. Mentre era fuori, sdraiato al sole nella
sua carrozzella, ad un tratto gli passava davanti una donna che gli piaceva per il suo modo di
camminare, e allora pensava con odio alla visita del prossimo sabato. Thomas mi raccont come
avvenne la rottura, e non sembrava rimpiangerla. La considerava unazione virile, degna di uno spirito
libero, tanto pi che in seguito era rimasto a lungo senza nessuno. Thomas un giorno le disse, in tono
piuttosto sgarbato; Ti sei di nuovo dimenticata una cosa! , aspett che lei si fosse messa in tasca
lodiato denaro e poi aggiunse:  Non c pi bisogno che tu venga , senza dilungarsi in spiegazioni.
Quando lei fu sulla soglia, e si guard intorno per lultima volta con aria interrogativa, Thomas sibil: 
Non ho tempo. Devo studiare di pi . Lei gli scrisse una lettera, goffa e piena di errori, una lettera
damore come non ne ho viste mai pi;  un vero peccato che io non labbia imparata a memoria.
Thomas me la diede da leggere, e intanto mi osservava. Non sembrava commosso, era gi
passato parecchio tempo; tuttavia quella lettera laveva fatta riporre, e quando la voleva diceva a sua
madre, con quel suo tono sbrigativo che per lei bastava:  Dammi la lettera! . Non spiegava quale
lettera desiderasse, ma la madre capiva ci che lui intendeva. Quando la lessi mi resi conto
perfettamente che Thomas aveva fatto alla ragazza un gravissimo torto. Ma lui rimase inflessibile; e
lultima cosa che disse sull'argomento fu questa :  Allora avrebbe dovuto restituire tutto a Gomperz,
tutto quanto! .
Nel frattempo aveva imparato a far colpo sulle donne e, durante la conversazione, faceva capire
di essere un uomo esperto nelle questioni amorose. Le donne venivano a trovarlo, avevano il permesso
di stare sedute al sole accanto alla sua carrozzella, e gli parlavano dei loro matrimoni infelici, e di
quanto soffrissero per la brutalit dei loro mariti. Lui le ascoltava, ed esse si sentivano comprese. Ogni
tanto Thomas dava qualche consiglio, che esse seguivano, e infatti tornavano per ringraziarlo: il
consiglio aveva funzionato. Se a lui non piaceva il modo di camminare di una donna, neanche si
concedeva per un colloquio. Alla madre bastava un suo cenno per riportare in casa la carrozzella; la
seduta era tolta, o meglio, non era neanche incominciata.
Il miracolo che Thomas stava aspettando accadde dopo che diventammo amici. Una dottoressa
che aveva lo studio a Ober-Sankt-Veit venne una volta a visitarlo per motivi professionali, a causa di
un raffreddore con un po di febbre. Arriv con la sua piccola automobile e fu subito introdotta nella
camera da letto; cos Thomas non pot affatto vederla camminare. Un po intontito per la febbre, stava
sonnecchiando. Ad un tratto, dunque, se la trov davanti, e subito lei gli si present come dottoressa.
Neppure in quello stato Thomas dimentic di spalancare gli occhi con grande lentezza, comera sua
abitudine, e leffetto fu il solito. La dottoressa si innamor di lui immediatamente e, non appena egli si
fu ristabilito, lo invit a fare con lei qualche piccola gita in automobile. Veniva a prenderlo tutte le
volte che era libera, e se il tempo era bello.
Facendosi aiutare dalla madre di lui, almeno allinizio, la dottoressa sollevava Thomas dalla
carrozzella e lo deponeva come un fagotto nella propria auto. Poi gli domandava che cosa desiderasse
vedere, poteva scegliere di andare dove pi gli piaceva. Le gite, allinizio brevi, diventarono sempre
pi lunghe, e alla fine si spinsero fino al Semmering. Thomas intonava un canto speciale quando veniva
tirato su per una di quelle gite in automobile. Mi capit pi volte di sentirlo: quando avevo deciso di
fargli visita e vedevo davanti alla sua casa la macchina della dottoressa, non tornavo indietro, ma anzi
mi avvicinavo, con il pretesto di salutarlo; in realt volevo sentire il soffio felice della sua voce, che
cercava di gridare di gioia, perch il mondo si apriva dinanzi a lui. La dottoressa, che lo circondava di
attenzioni e dedicava a quelle gite ogni momento di libert, divent la sua amica, e lo rimase finch lo
conobbi.
Kant prende fuoco
Da quando mi ero trasferito sulla mia collina allestremo limite urbano, Vienna, o meglio tutta
la parte della citt che si estendeva tra la casa di Veza, nella Ferdinandstrasse, e Hacking, era diventata
il mio quartiere. Quando lasciavo Veza per tornare a casa a notte alta, non prendevo la Stadtbahn fino a
Hiitteldorf-Hacking, il capolinea, che pure sarebbe stato il collegamento pi breve. Cerano due tram
che, non lontano dalla Stadtbahn e paralleli uno allaltro, attraversavano un quartiere fittamente
popolato. Salivo su un tram, il percorso era molto lungo, e per via, in un punto qualsiasi, quando mi
veniva voglia, saltavo gi e me ne andavo poi a destra e a manca per le strade buie. In quel vasto
quartiere non cera vicolo, o forse neppure casa, che non avessi osservato nelle mie scorribande. E, di
sicuro, entrai almeno una volta in tutti i caff che restavano aperti fino a tarda ora.
Dopo il mio ritorno a Vienna, il piacere di quelle camminate si era accresciuto. Sentivo una
profonda insofferenza per i nomi, non volevo sentirne parlare, e soprattutto mi sarebbe piaciuto sparare
a zero contro tutti i nomi. Da quando ero vissuto nel bel mezzo del grande calderone dei nomi - tre
mesi la prima volta e sei settimane la seconda -, mi era rimasta addosso unacutissima sensazione di
disgusto; mi sembrava di essere - visione terrificante che gi risaliva alla mia infanzia - unoca
allingrasso, tenuta ferma e nutrita per forza a furia di nomi. A Berlino ti tenevano aperto il becco, e ci
ficcavano dentro nomi a tutto spiano, una poltiglia di nomi. Quali nomi entrassero nel calderone non
importava affatto, poich il risultato era solo una poltiglia che ingoiavi per forza credendo di soffocare.
Contro quel tormento, contro quella persecuzione dei nomi, facevo scendere in campo ogni uomo senza
nome, ogni povero di nome.
Volevo vederli e ascoltarli uno per uno gli uomini senza nome, ascoltarli e riascoltarli tutti,
allinfinito. Quanto pi ero libero di farlo, quanto maggiore era il tempo che ci dedicavo, quante pi
cose venivo a sapere, tanto pi ero stupito che ne esistessero cos tanti: unenorme variet di persone
che parlavano in un linguaggio povero, banale e usato a sproposito, e non nella lingua ridondante e
tronfia degli scrittori o dei poeti.
Quando capitavo, la notte, in un caff che offriva occasioni di ascolto favorevoli, mi fermavo a
lungo, fino allora di chiusura, verso le quattro del mattino, e mi abbandonavo allavvicendarsi dei
personaggi che entravano, uscivano, ritornavano. Mi divertivo a chiudere gli occhi, come se fossi
mezzo addormentato, o a voltarmi verso la parete, limitandomi ad ascoltare. Cos imparai a distinguere
le persone soltanto per mezzo delludito. Non vedevo se qualcuno usciva dal locale, ma a un certo
punto non sentivo pi la sua voce, e poi, quando la sentivo di nuovo, sapevo che era rientrato. Se uno
non aveva paura della ripetizione, se la accettava pienamente e senza storcere il naso, presto
riconosceva un ritmo di voci che parlavano e rispondevano; il viavai, il movimento delle maschere
acustiche formava delle scene; e quelle scene, a differenza degli strilli di quelli l, dei nomi che
cercavano soltanto di autoimporsi, erano scene interessanti, perch non calcolate. Che raggiungessero il
loro scopo oppure no, esse ritornavano comunque, e forse sarebbe pi esatto dire che lefficacia dei
loro calcoli si esplicava in un ambito talmente ristretto che subito lascoltatore doveva percepirli come
calcoli sbagliati, e perci inutili e innocenti.
Mi piacevano quegli uomini, anche i pi detestabili, perch ad essi non era stato concesso il
potere del discorso. Essi si rendevano ridicoli con le parole, combattevano con le parole. Quando
parlavano, era come se si guardassero in uno specchio deformante, si presentavano infatti nel
travisamento delle parole, diventato, presumibilmente, il loro ritratto. Quando cercavano di farsi capire,
fallivano miseramente; e si incolpavano a vicenda in modo cos maldestro che le offese suonavano
elogi e gli elogi offese. A Berlino io avevo fatto lesperienza del potere, lavevo visto assai da vicino
nella forma ingannevole della celebrit, e nel potere mi pareva di soffocare; dopo di allora, era pi che
comprensibile che guardassi con favore a ogni forma dimpotenza. Limpotenza mi commuoveva, le
ero grato, non riuscivo a saziarmene; e non era limpotenza pubblicamente dichiarata di cui molti si
servivano per il proprio tornaconto; ma limpotenza connaturata e nascosta dei singoli che facevano
parte per se stessi, che non avevano fra loro nulla in comune, e men che mai la parola, che anzich
unirli li separava.
In Thomas Marek mi attiravano molte cose, ma soprattutto gli sforzi che egli faceva ogni giorno
per dominare la propria impotenza. Fra tutti gli uomini che avevo conosciuto, nessuno stava peggio di
lui; eppure parlava, e io lo capivo, e quello che diceva aveva senso e mi interessava non soltanto perch
gli costava tanta fatica formare delle parole da quel suo soffio. Ammiravo Thomas perch grazie alla
sua intelligenza aveva acquisito una superiorit che lo aveva trasformato: non era pi un povero essere
degno solo di piet, ma una figura da cui la gente si recava come in pellegrinaggio; eppure non era un
santo in senso tradizionale, perch anzi era attaccato alla vita, amava la vita in ogni suo aspetto, e pi
che mai in quelli che gli erano stati negati. Fin da quando era piccolo, Thomas aveva dovuto scontrarsi
con unascesi non voluta e, dopo anni di fatiche indicibili, il risultato era questo: lacquisizione di
capacit e abitudini che per gli altri erano assolutamente ovvie.
Domandai a Thomas se sentire un altro che leggeva non gli facesse per caso unimpressione pi
forte che leggere egli stesso. Prima era stato cos, fu la risposta; quando era pi giovane, la sorella gli
leggeva ad alta voce poesie, racconti, drammi. La loro amicizia era proprio cominciata in questo modo,
cos erano diventati inseparabili. Ma poi tutto ci non era pi bastato a lui, poich voleva imparare
delle cose difficili che non erano alla portata di sua sorella. Che fare dunque? Sua sorella avrebbe
dovuto leggere meccanicamente per lui, senza capire il significato delle frasi che pronunciava? Stimava
troppo sua sorella, e lei stessa si stimava troppo per accettare una cosa simile; quel che lei gli leggeva
lo condivideva con lui, ed era giusto, doveva essere ugualmente importante per entrambi; Thomas non
voleva degradarla al ruolo di pappagallo. E poi sentiva anche il bisogno di riflettere ogni tanto per
conto suo e inoltre di consultare direttamente un libro per ritrovare una frase o un passo di cui si era
scordato lesatta enunciazione. Per queste due ragioni aveva dovuto imparare a leggere da solo; trovavo
forse qualcosa da ridire sul metodo che aveva adottato?
No davvero, al contrario, risposi; aveva risolto il problema in modo cos brillante che sembrava
la cosa pi naturale del mondo.
E in effetti lo era; eppure non mi ci sono mai abituato; ogni volta che Thomas mi leggeva
qualcosa (magari soltanto una frase, oppure una pagina intera), mi sembrava di assistervi per la prima
volta. Era pi che rispetto, ci che sentivo; era vergogna, perch leggere mi era sempre stato cos facile,
ed era lattesa di quel che sarebbe successo. Ogni frase che Thomas formava in quel modo, con il suo
soffio, per me suonava diversa da tutte le frasi che avevo sentito in vita mia fino a quel momento.
Nel maggio 1930, quando cominciarono le mie visite a Thomas, avevo gi passato pi di sei
mesi in compagnia dei miei abbozzi. Gli otto personaggi della  Comdie humaine dei folli 
esistevano gi tutti, e sembrava stabilito ormai che ognuno di essi dovesse diventare la figura centrale
di un romanzo. Le loro vicende scorrevano parallele; io non avevo preferenze per nessuno, e cambiavo
spesso, rivolgendo la mia attenzione ora alluno ora allaltro; nessuno dei miei personaggi veniva
trascurato, ma neanche prendeva il sopravvento, ognuno aveva la sua lingua e il suo modo di pensare;
era come se io mi fossi diviso in otto persone diverse, senza perdere n il mio dominio su di loro n
quello su me stesso. Non desideravo affatto di dare un nome ai miei personaggi; li designavo, come ho
gi detto, con la qualit da cui erano dominati, accontentandomi delliniziale. Finch non avevano un
nome proprio, passavano inosservati gli uni agli altri, erano liberi da scorie, si comportavano in modo
neutrale e non cercavano di assumere il comando su ci che non apparteneva al loro orizzonte. Cera un
bel salto dal  Nemico della Morte  allo  Scialacquatore , e da questultimo all Uomo dei Libri ;
ma la via era libera, nessuno di essi la bloccava. Non mi sentivo mai sotto pressione, vivevo con uno
slancio e uneuforia che da allora non ho mai pi conosciuto, mi sentivo, infatti, il reggitore e
dominatore solitario di otto territori esotici lontanissimi tra loro, continuamente in cammino da uno
allaltro, e perfino durante le mie peregrinazioni ogni tanto decidevo di cambiare dimora; non ero
trattenuto in nessun luogo contro la mia volont, nessuno mi dettava legge, ero come un uccello da
preda che pu disporre di otto riserve di caccia anzich di una, e non approda mai nella gabbia della
prudenza.
Con Thomas parlavo di argomenti filosofici o scientifici. Di cose da dire ne aveva parecchie, e
le diceva volentieri, ma voleva anche sapere di che cosa mi occupavo io. Io gli parlavo delle civilt e
delle religioni che stavo studiando nel corso della mia ricerca sui fenomeni di massa. Anche allora,
allepoca degli abbozzi letterari, dedicavo a quel lavoro qualche ora ogni giorno. Di questi tentativi
letterari Thomas non venne a sapere nulla; un istinto sicuro mi diceva che i miei personaggi avevano in
s qualche cosa che lavrebbe inevitabilmente ferito, sia perch lampiezza dei loro movimenti poteva
sembrargli disperatamente irraggiungibile, sia perch la loro limitatezza poteva rammentargli le sue
limitazioni. Mi ero imposto di non dirgli una parola di tutto questo; e la cosa non mi riusc nemmeno
troppo difficile, perch per le nostre conversazioni restava comunque, come argomento inesauribile,
lopera che entr nella mia vita contemporneamente a Thomas, e che divenne per me dimportanza
capitale: la Storia della civilt greca di Jacob Burckhardt. I Greci Thomas li conosceva bene ormai da
un pezzo, avendoli per incontrati a tempo debito, seguendo il ciclo regolare dei suoi studi. Thomas
sapeva spiegarmi in che cosa gli autori pi recenti si discostavano da Burckhardt, ma era in grado di
cogliere al tempo stesso limportanza delle sue interpretazioni, che erano incomparabilmente pi
profonde. Pensavamo entrambi che fosse lui, Burckhardt, il grande storico del secolo passato, ed
eravamo convinti che fosse giunto il momento di rendergli giustizia.
Il dialogo con Thomas, per me cos importante, lo conducevo soltanto con una parte della mia
natura. Ma sentivo che il rapporto con lui e la frequenza dei nostri incontri influivano anche sullaltra
parte, quella che gli tenevo nascosta.
Thomas era presente nella mia vita pi di qualsiasi altra persona che conoscessi; e ci non
soltanto perch la sua esistenza non poteva essere paragonata a quella di nessun altro, ma anche perch
egli mi sorprendeva con reazioni del tutto inaspettate. Per pi di un aspetto era come uno dei
personaggi che avevo inventato: cera una condizione dalla quale dipendeva ogni cosa e, se la
conoscevi, tutto ci che egli faceva era chiaro e coerente, nulla avrebbe potuto essere diverso, il suo
comportamento, pensavi, appariva trasparente e comprensibile. Thomas divent il nocciolo della 
Comdie humaine  e, pur senza comparirvi direttamente, la prova regina della sua verit. Ma, essendo
egli cos diverso da tutti gli altri, la sua influenza fu molto pi forte. Ammazzarlo era impossibile, i
suoi tre tentativi di suicidio, peraltro molto seri, non lo avevano neanche sfiorato, quel che sarebbe
bastato a uccidere unltra persona a lui non aveva fatto alcun male. Ormai era vaccinato contro ogni
tentativo di farsi del male, lo sapeva benissimo e si era messo lanima in pace. Se non era in un
momento di particolare sconforto, ne era persino orgoglioso; tutto ci che prendeva dagli altri, me
compreso, serviva a renderlo pi forte.
Thomas era qualcosa di pi dei personaggi che occupavano la mia mente, perch, nella sua
dipendenza, creava da s la propria vita. Anche nella sua situazione, era capace di imprevedibili
metamorfosi, era questo che in lui mi stupiva pi di qualsiasi altra cosa. Credevi di conoscerlo, e invece
cera sempre dellaltro. Proprio perch era tanto pi forte e misterioso di loro, credo che avrebbe potuto
distruggere gli otto personaggi con i quali si era scontrato dentro di me. Lui non li conosceva, ma essi
lo conoscevano, e, poich non avevano un nome, erano in sua bala.
Ma proprio Thomas, che in pochi mesi era diventato un pericolo silenzioso ma continuamente
presente per il mio progetto, giacch senza saperlo aveva trovato il modo dinsinuarsi in ognuno dei
miei personaggi, e lo svuotava, privandolo della sua forza dallinterno, proprio lui fu anche l'occasione
di un salvataggio. Sette personaggi perirono, ma uno rimase in vita. La mia impresa smisurata portava
in s il suo castigo; ma la catastrofe che le mise fine non fu totale: qualcosa si salv, e oggi si chiama
Auto da f.
Thomas mi chiedeva spesso di parlargli delle esperienze che a lui erano precluse, e una volta
pretese anche una dettagliata descrizione degli eventi del 15 luglio. Gli dissi tutto, senza alcuna remora,
con tanti particolari ai quali non avevo pi ripensato e che non mi era mai capitato di raccontare tutti
insieme. E sentii quanto quella giornata fosse ancora viva dentro di me, a distanza di tre anni. Thomas
reag in modo diverso dal mio, lo spavento non lo assal, il movimento rapido e il cambiamento
frequente del punto di osservazione produssero su di lui un effetto stimolante.  Il fuoco!  continuava
a ripetere.  Il fuoco! II fuoco! . Mi sembrava quasi un po' ubriaco; cos, quando gli parlai delluomo
che se ne stava defilato rispetto alla massa e, con le braccia alzate e le mani congiunte sopra la testa,
gridava gemendo :  Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli! , a Thomas venne da ridere, da ridere
sgangheratamente; e rise tanto che la carrozzella cominci a ondeggiare e poi se ne and, portandoselo
via. Il riso era diventato forza motrice; visto che non riusciva a smettere, dovetti corrergli dietro per
fermarlo, e sentii i vigorosi scossoni che le sue risate comunicavano alla carrozzella.
In quel momento vidi davanti a me l Uomo dei Libri , uno dei miei otto personaggi; al posto
delluomo che gemeva per i fascicoli salt fuori lui, tutto a un tratto : stava vicino al Palazzo di
Giustizia in fiamme, e io fui come folgorato dallidea che dovesse bruciare con tutti i suoi libri.
 Incendio,  mormorai  incendio . E Thomas ripet, quando la carrozzella si ferm ed egli
finalmente smise di ridere:  Che incendio! Quello s che fu davvero un incendio! . Non sapeva che
per me quella parola era ormai diventata un nome, il nome delleroe dei libri, che da quel momento si
chiam cos, Brand,* il primo e unico dei miei personaggi che ebbe un nome; e fu proprio per quel
nome che, a differenza degli altri, si sottrasse allautodissoluzione.
Lequilibrio tra i personaggi era distrutto. Brand cominci a interessarmi sempre pi. Non
sapevo ancora qual era il suo volto;  vero che era saltato fuori al posto delluomo dei fascicoli, ma non
aveva affatto il suo aspetto. Brand non se ne stava da parte, io lo prendevo sul serio cos come lui
prendeva sul serio il fuoco, che era il suo destino, nel fuoco egli avrebbe trovato la morte per sua libera
volont. Credo che sia stato quel fuoco, lattesa di quel fuoco, a disseccare, a poco a poco, gli altri
personaggi. Cercai ancora, qualche volta, di riprenderli in mano, di continuare a scrivere. Ma il fuoco,
ormai ridestatosi, era troppo vicino, e al suo cospetto quei personaggi diventavano vuoti, cartacei. Che
razza di creature erano mai, se non erano minacciate dalla morte? Non le avevo forse espressamente
esentate dalla morte, perch dovevano vivere e poi ritrovarsi nel padiglione che avevo scelto per loro?
L doveva svolgersi il dialogo dal quale mi aspettavo tanto; mi ero addirittura immaginato che quel
dialogo avrebbe avuto un senso, a differenza di quelli fra le persone normali, che sapevano dire
soltanto banalit e tuttavia non riuscivano a capirsi.
Anche lidea di quel dialogo aveva perso di smalto da quando imbastivo delle vere discussioni,
le quali, bench guidate da un sentimento di premurosa sollecitudine, non erano certo prive di sorprese.
Erano per me come un atto di delicatezza nei confronti di una persona la cui sensibilit mi stava a cuore
moltissimo, pi della mia; eppure le cose che mi capitava di ascoltare nel corso di quei colloqui mi
facevano riflettere pi di tutte le mie invenzioni. Il padiglione dello Steinhof, che continuavo ad avere
sotto gli occhi, di l a poco si svuot, e cos pure i personaggi che avrebbero dovuto radunarvisi.
Cominciai a trovarlo ridicolo; voleva emergere per forza rispetto agli altri, non riuscivo a capire come
mai lo avessi eletto a quel grande onore: un padiglione qualunque sarebbe stato altrettanto adatto. Non
si distinguevano neppure uno dallaltro.
Mentre i personaggi restavano sempre pi abbandonati a se stessi, senza che io mettessi fine
violentemente alla loro esistenza - non li ripudiai, non li nascosi, solo a un certo punto li piantai l, uno
dopo laltro, a met di una frase -, Brand, luomo dei libri, aveva invaso a tal punto i miei pensieri che
camminando per la strada lo cercavo con lo sguardo. Me lo immaginavo lungo e secco, ma ancora non
conoscevo il suo viso. Finch non lo vidi, anche questo personaggio conserv qualcosa della natura
spettrale che aveva ridotto gli altri sette al lumicino. Sapevo che non abitava a Hacking, la casa di
Brand era nel centro di Vienna o quasi, per questo ci andai pi spesso, convinto che un giorno o laltro lo avrei incontrato.
Le mie speranze non mingannarono. Lo trovai nel proprietario di un negozio di cactus; ci ero
passato davanti spesso, ma senza far caso a lui. Proprio allinizio della galleria che portava dal
Kohlmarkt al caff Pucher cera, a sinistra, un piccolo negozio di piante grasse. Aveva ununica
vetrina, non molto larga, nella quale stavano diritti molti cactus di tutte le misure, spina contro spina.
Dietro di essi il proprietario, un uomo lungo e secco, guardava in direzione della galleria: uno sguardo
appuntito, dietro tutte quelle spine. Mi fermai davanti alla vetrina, e lo guardai fisso in viso. Era pi
alto di me di tutta la testa e il suo sguardo mi passava sopra; ma avrebbe anche potuto passarmi
attraverso senza accorgersi di me. Era assente non meno che secco, senza le spine dei cactus nessuno lavrebbe notato: era fatto di spine.
Cos avevo trovato Brand, che da quel momento non mi lasci pi. Mi ero trapiantato un cactus in corpo, che ora cresceva risoluto e senza badare a me. Eravamo in autunno, ormai, ed io mi misi
subito al lavoro, che prosegu ogni giorno, senza interruzioni. Era finito lo sperpero dellanno precedente, ora regnavano leggi severe. Non mi concessi il minimo scarto, non cedetti ad alcuna
tentazione. Ci che mi stava a cuore era la densit della costruzione, una qualit che fra me e me io
chiamavo  illacerabilit . Nellanno dello sperpero il mio maestro era stato Gogol, lo scrittore che ammiravo pi di tutti gli altri. Alla sua scuola mi ero abbandonato alla libert dellinvenzione, e la
voglia di inventare mi rimase anche in seguito, quando ormai ero preso da tuttaltre mire; ora, invece, nellanno della concentrazione, in cui volevo raggiungere la chiarezza e la densit e una trasparenza senza scorie come quella dellambra, mi affidai a un altro modello, per il quale nutrivo unammirazione
non minore: II rosso e il nero di Stendhal. Ogni giorno, prima di cominciare a scrivere, ne leggevo
qualche pagina, ripetendo quel che aveva fatto Stendhal stesso con un altro modello, il famoso nuovo
Codice civile della sua epoca.
Per qualche mese rimasi fedele al nome di Brand. Al linizio non ero disturbato dal contrasto fra
le qualit del personaggio e i bagliori del suo nome; ma, quando tutte le sue qualit furono chiaramente
delineate, dure e immutabili, il nome cominci a espandersi a spese del personaggio. Quel nome mi
faceva pensare alla sua fine, mentre io volevo che mi fosse rammentata soltanto a tempo debito.
Cominciai a temere che il fuoco avanzasse, divorando ci che era ancora sul nascere, e cos Brand cambi nome e fu ribattezzato Kant.
Per un anno intero Kant mi ebbe in suo potere. Linesorabilit con cui il lavoro si dipanava fu
unesperienza del tutto nuova. Sentivo una legge pi forte di me, qualcosa che ricordava la disciplina
della scienza della natura, la quale, dunque, in qualche modo era penetrata in me, bench io le avessi
voltato le spalle con tanta risolutezza. I primi segni del suo influsso erano avvertibili qui, nella severit di questo libro.
Nellautunno del 1931 Kant diede fuoco alla sua biblioteca e mor bruciato insieme ai suoi libri.
La sua fine mi tocc da vicino, come se fosse stata la mia. Questopera segna linizio della visione e
dellesperienza che posso chiamare mie. Per alcuni anni il manoscritto rimase intatto presso di me con
il titolo Kant prende fuoco. Il dolore di quel titolo era difficile da sopportare. Quando, a malincuore, mi
decisi a cambiarlo, non riuscii a separarmi completamente dal fuoco. Kant divent Kien, la minaccia
incombente che il mondo sincendiasse rimase nel nome del protagonista.** Ma il dolore divent pi
forte, fino al titolo Die Blendung.*** Quel titolo conteneva, irriconoscibile per chiunque altro, il ricordo dellaccecamento di Sansone, che neppure oggi io oso rinnegare.
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FINE.
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NOTE.
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- In tedesco  incendio  si dice Brand, qui usato come cognome (N.d.T.).
- Kien significa legno resinoso (di pino) (N.d.T.).
- Accecamento, Abbagliamento. Per le traduzioni inglese e italiana del romanzo Die Blendung, pubblicato nel 1935, lautore  ritornato al fuoco, scegliendo il titolo Auto da f (N.d.T.).
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FINE.